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Zuckerberg al Congresso Usa: il rischio che Facebook diventi l’incubo del controllo che si vorrebbe evitare

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Gli scambi tra il fondatore e ceo di Facebook, Mark Zuckerberg, e un paio di senatori della Commissione commercio del Senato americano, martedì, nel primo giorno di audizioni sul caso Cambridge Analytica, sono rivelatori del pantano in cui ci stiamo immergendo con questa storia dell’uso dei dati e delle interferenze nelle campagne elettorali tramite i social network, e non lasciano presagire nulla di buono.

Non saprei dire se per paura (il ragazzo, seppure geniale, è apparso molto teso) o per paraculaggine, senza escludere la combinazione di entrambe le cose, ma durante l’audizione Zuckerberg si è scusato e ha detto ai politici (non solo quelli americani erano all’ascolto…) esattamente quello che volevano sentirsi dire. Sì alla regolamentazione, perché abbiamo sbagliato a pensare che potessimo autoregolarci. Sì, ha ammesso, Facebook “non produce” ma si sente “responsabile” dei contenuti inseriti nella piattaforma. Sì, ha assicurato, svolgeremo un ruolo “proattivo” nelle discussioni; i nostri tools di AI (Intelligenza Artificiale) potranno censurare post di “hate speech” prima che vengano visualizzati. Insomma, la sensazione è che pur senza sapere cosa sia effettivamente successo, e come siano stati usati i dati comprati da Cambridge Analytica, la toppa che si sta cercando di mettere possa essere peggiore del buco…

La sensazione è che un certo allarmismo, sia in buona fede, semplicemente frutto di teorie “apocalittiche” sui nuovi media come quelle che riguardavano decenni fa la televisione, sia in malafede, molto comodo a certi interessi, per esempio degli old media, dietro l’alibi della tutela dei dati personali possa spingere Facebook a farsi strumento di un “pensiero unico” e a diventare proprio quell’incubo orwelliano del controllo che si vorrebbe scongiurare, una sorta di “polizia del pensiero”. “Ora saremo i poliziotti del sistema”, è l’affermazione di Zuckerberg riportata dai principali quotidiani.

In effetti, se un social network che mette in contatto oltre due miliardi di persone perde la sua “neutralità” e si mette a fare il vigile urbano delle idee, a “moderare” i dibattiti, seppure con le migliori intenzioni (per contrastare il cosiddetto “hate speech” e le “fake news”), forse un problemino sorge.

Facebook è solo una tech company, non è una media company né un editore, ha tenuto a precisare Zuckerberg. Epperò, ha aggiunto che Facebook si sente “responsabile dei contenuti” che vengono inseriti dagli utenti, sebbene non li produca. E tale responsabilità le impone di intervenire per rimuovere quelli ritenuti inappropriati. Capite bene che quando si parla di “contenuti”, rispetto ai quali si opera un certo filtro o mediazione, il confine con un’attività mediatica ed editoriale, con tutto ciò che ne consegue in termini di responsabilità e regole da rispettare, diventa piuttosto labile.

Il senatore repubblicano Ted Cruz ha fatto presente a che “un gran numero di americani” sono “profondamente preoccupati per il fatto che Facebook e altre società tecnologiche siano impegnate in un pervasivo schema di pregiudizi e censura politica”. Cruz ha quindi elencato una serie di contenuti conservatori che ha sostenuto essere stati “soppressi” da Facebook, tra cui una pagina di supporter di Trump con oltre un milione di followers, dichiarandoli “pericolosi per la comunità”. Zuckerberg ha risposto definendo quella del senatore Cruz “una giusta preoccupazione” e osservando che l’azienda ha sede nella Silicon Valley, definita “un luogo estremamente di sinistra”, e di non essere a concoscenza di alcun caso specifico. Né di alcun caso di contenuto postato da gruppi liberal rimosso nel timore che la piattaforme apparisse schierata contro i conservatori. E ha inoltre negato di conoscere l’appartenenza politica dei suoi impiegati o di assumere in base alle opinioni politiche: “Sono molto impegnato ad assicurare che Facebook sia una piattaforma per tutte le idee”, ha chiarito.

Rispondendo ad un’altra domanda, Zuckerberg ha spiegato:

“Oggi, mentre siamo qui, il 99 per cento dei contenuti ISIS e Al Qaida vengono cancellati dal nostro sistema A.I. prima che qualsiasi essere umano li visualizzi. Un successo in termini di lancio di strumenti di A.I. che possono sorvegliare in modo proattivo e rafforzare la sicurezza in tutta la comunità. Riguardo l’hate speech, sono ottimista sul fatto che, in un periodo compreso tra 5 e 10 anni, avremo un’A.I. in grado di entrare in alcune delle sfumature – le sfumature linguistiche dei diversi tipi di contenuti per essere più precisi nel segnalare le cose ai nostri sistemi. Ma oggi non ci siamo. Quindi molto di questo è ancora di tipo reattivo. La gente ce lo segnala. Abbiamo persone che controllano. Abbiamo politiche per cercare di renderlo il meno soggettivo possibile. Ma finché non lo avremo automatizzato, il tasso di errore sarà più alto di quello che vorrei”.

Non serve aggiunge altro sull’enorme margine di discrezionalità di tale sistema (c’è forse da temerlo ancor di più quando sarà interamente automatizzato…) e sull’enorme mole di contenuti che viene in questo modo “mediata”.

Ma a cogliere in pieno il cuore del problema e a squarciare il velo è stato, subito dopo, il senatore repubblicano Ben Sasse:

“Penso che tracciare una linea concettuale tra società mirror-tech e una vera società di contenuti sia davvero difficile. Penso che voi abbiate una sfida difficile. Penso che la regolamentazione nel tempo avrà un arduo compito. Voi siete una società privata, quindi potete dotarvi di politiche che nel mio modo di vedere non abbracciano per intero lo spirito del Primo Emendamento. Ma questo mi preoccupa. Mi preoccupa un mondo in cui quando si va dai gruppi violenti all’hate speech di fretta – e Facebook può decidere, che deve sorvegliare un sacco di interventi, io penso che potrebbe essere meglio per l’America non essere controllata da una sola società che possiede una piattaforma davvero grande e potente”.

Quindi la domanda diretta del senatore: Can you define hate speech? “Una domanda molto difficile”, ha risposto Zuckerberg cominciando a balbettare qualcosa sulla violenza… Il capo di Facebook, colui che sovrintende tutti i sistemi, reattivi o automatici, di controllo dei contenuti, non sa definire quello che questi sistemi dovrebbero contrastare, ovvero il cosiddetto hate speech. Non è molto rassicurante. Ma forse lo sarebbe ancor meno se avesse saputo, o preteso di definirlo. Ecco il pasticcio in cui ci stiamo cacciando.

Ricordando a Zuckerberg di aver usato termini quali pericolo, sicurezza e protezione, il senatore Sasse ha poi fatto riferimento a quanto accade nei campus universitari.

“Il 40 per cento degli americani sotto i 35 anni risponde ai sondaggisti che il Primo Emendamento è pericoloso perché potresti usare la tua libertà per dire qualcosa che ferisce i sentimenti di qualcun altro. Ci sono alcuni pareri veramente appassionati sul tema dell’aborto in questo panel oggi. Riesci a immaginare un mondo in cui potresti decidere che ai pro-life è vietato parlare delle loro opinioni sull’aborto sulla tua piattaforma?” [a Roma è stato appena rimosso un manifesto per lo stesso motivo… ndr]

“Certamente non vorrei che fosse così”, è stata la risposta. Vogliamo credere a Zuckerberg, ma crediamo anche che questo dimostri quanto la materia sia scivolosa e che sfuggirebbe di mano a chiunque. Il senatore quindi ha aggiunto:

“Non vorrei che andassi via da qui oggi pensando che al Congresso ci sia una sorta di visione unitaria per cui dovreste andare verso la sorveglianza di un numero sempre maggiore di contenuti. Penso che la violenza non abbia posto sulla vostra piattaforma. I trafficanti di sesso e i trafficanti di esseri umani non abbiano posto. Ma dibattiti vigorosi? Gli adulti devono potersi impegnare in dibattiti energici”.

Infine, una domanda del senatore Heller: “Crede di essere più responsabile del Governo federale nel modo in cui gestisce milioni di dati personali degli americani?” Qui risposta secca di Zuckerberg è stata: “Sì”. Aggiungendo: “Ma, senatore, riguardo la sorveglianza, penso che ci sia una distinzione molto importante da fare qui: quando le organizzazioni fanno sorveglianza, le persone non ne hanno il controllo. Ma su Facebook, hai il pieno controllo su tutto ciò che condividi”.

Ecco, forse, dovremmo preoccuparci più dei nostri dati personali in mano ai nostri governi e dell’uso che ne fanno. Su quello abbiamo certamente meno voce in capitolo che sul nostro profilo Facebook.