Il dato più interessante della nuova discussione europea sugli extraprofitti energetici non è tanto quanto potrebbe incassare una nuova tassa. È il fatto che, nonostante il rendimento fiscale sia oggi considerato inferiore rispetto agli anni della crisi energetica, l’ipotesi continua a essere sul tavolo.
Una nota preparata dalla presidenza irlandese del Consiglio Ue per l’Ecofin di venerdì riconosce che un’eventuale prosecuzione nel 2026 del contributo di solidarietà introdotto durante la crisi del 2022 produrrebbe «entrate inferiori». Ma proprio per questo Bruxelles non chiude il dossier: propone invece di mantenere aperto il confronto tra i governi.
«Le stime attualmente disponibili sui profitti straordinari nel settore energetico sembrano indicare entrate inferiori qualora il contributo di solidarietà dell’Ue continuasse ad applicarsi nel 2026», si legge nella nota. Per approfondire il tema, aggiunge la presidenza, «potrebbe essere presa in considerazione una piattaforma per un ulteriore confronto costruttivo».
È un linguaggio prudente, ma la sostanza è chiara: la tassazione degli extraprofitti non viene archiviata.
Sei Paesi chiedono di riaprire il dossier
A sollecitare il confronto erano stati ad agosto sei Paesi, tra cui l’Italia, insieme a Germania, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna. L’obiettivo era discutere tra i ministri delle Finanze di un possibile meccanismo europeo per tassare gli extraprofitti delle compagnie petrolifere.
La presidenza ricorda che alcuni Stati membri hanno già introdotto imposte nazionali o prorogato quelle esistenti, mentre altri sarebbero «molto vicini» ad adottarle. Altri ancora chiedono una risposta coordinata a livello europeo, «migliorando l’esempio del contributo di solidarietà dell’Ue» per evitare «potenziali distorsioni nel mercato unico».
Il precedente, tuttavia, racconta una storia meno entusiasmante di quanto possa sembrare. Il contributo introdotto durante la crisi energetica ha raccolto circa 28 miliardi di euro nel 2022 e nel 2023. Nello stesso periodo, però, il costo netto per i bilanci pubblici delle misure di sostegno energetico nell’Ue è stato di circa 340 miliardi di euro.
La stessa nota ricorda inoltre che nel primo anno 17 Stati membri avevano comunicato entrate dalla misura, scesi a 12 nel secondo.
La sovranità fiscale resta agli Stati
La Commissione, peraltro, riconosce agli Stati membri il «diritto sovrano» di tassare gli extraprofitti delle società dei combustibili fossili, purché le misure siano compatibili con il diritto europeo. Bruxelles «rispetterà le decisioni degli Stati membri» e offrirà assistenza e migliori pratiche, valutando anche gli effetti sul mercato unico.
Ma proprio qui emerge il punto politico. Se il gettito è destinato a essere inferiore, perché continuare a costruire una piattaforma europea per discutere di come tassare gli extraprofitti?
La risposta sembra stare nella difficoltà dell’Unione di rinunciare a due riflessi ormai consolidati: cercare nuove entrate fiscali oppure intervenire sui consumi per accelerare la transizione energetica secondo obiettivi stabiliti a Bruxelles.
Von der Leyen: «Dobbiamo usare più elettricità»
La seconda strada emerge con particolare chiarezza dalle parole di Ursula von der Leyen all’Eurocamera. Il presidente della Commissione parte da un dato condivisibile: l’Europa deve ridurre la propria dipendenza dai combustibili fossili importati. Ma la soluzione indicata porta rapidamente verso una forte accelerazione dell’elettrificazione.
«Produrre energia elettrica pulita e convogliarla dove serve è solo metà del lavoro. Dobbiamo anche utilizzarne di più», ha detto von der Leyen. «Oggi l’elettricità rappresenta meno di un quarto del nostro consumo energetico finale. Il nostro Piano d’azione per l’elettrificazione fissa un obiettivo chiaro: raddoppiare tale quota entro il 2040».
Secondo la presidente della Commissione, questo «potrebbe contribuire a ridurre le nostre importazioni di combustibili fossili di 260 miliardi di euro all’anno». E nei prossimi mesi Bruxelles presenterà «le misure necessarie per raggiungere questo obiettivo».
Il ragionamento della Commissione è che «ogni elettrone di energia pulita che produciamo e utilizziamo qui in Europa è energia che non dobbiamo importare dai mercati globali soggetti a forti oscillazioni».
Il rischio è sostituire una dipendenza con un’altra
Ridurre la dipendenza dalle importazioni energetiche è un obiettivo che difficilmente può essere contestato. Il problema è come raggiungerlo.
L’Europa sembra puntare contemporaneamente sulla crescita delle rinnovabili, sul rafforzamento delle reti, sullo storage, sul nucleare e soprattutto sull’aumento della quota di elettricità nei consumi finali. Ma elettrificare l’economia non significa automaticamente produrre più energia a costi competitivi.
Anzi, se la crescita della domanda elettrica viene imposta prima che il sistema abbia generazione sufficiente, reti adeguate e capacità di accumulo, il rischio è quello di trasferire la dipendenza dai combustibili fossili alla disponibilità di elettricità e alle tecnologie necessarie per produrla e distribuirla.
È una questione particolarmente delicata per l’industria. «L’Europa non può rimanere una potenza industriale se i prezzi dell’energia sono strutturalmente troppo elevati», ha sottolineato von der Leyen. Ed è proprio questo il punto che dovrebbe guidare la politica energetica europea: prima la disponibilità di energia, poi gli obiettivi di consumo.
Più elettricità, ma prodotta a quale prezzo?
Il Piano d’azione per l’elettrificazione punta a fare dell’Europa il «primo continente elettrificato». La Commissione vuole quindi aumentare il peso dell’elettricità nell’industria, negli edifici e nei trasporti, intervenendo anche sugli oneri di rete.
Ma il passaggio decisivo è quello che riguarda la produzione. Nel 2025 l’Europa ha installato oltre 80 GW di nuova capacità rinnovabile. Una parte consistente della nuova capacità resta però in attesa di connessione alla rete. Aumentare la generazione senza realizzare rapidamente infrastrutture in grado di trasportarla significa avere impianti che producono energia senza poterla necessariamente portare dove serve.
Servono dunque reti, accumuli, interconnessioni e nuova capacità produttiva. E servono investimenti enormi, che diventano ancora più difficili da sostenere se nel frattempo la politica europea continua a introdurre vincoli, tasse e obiettivi settoriali.
Il vero obiettivo dovrebbe essere l’energia a basso costo
La sicurezza energetica non si costruisce scegliendo per decreto quale tecnologia debba prevalere. Si costruisce aumentando l’offerta, diversificando le fonti e lasciando spazio a tutte le tecnologie capaci di produrre energia affidabile e competitiva.
Rinnovabili, gas, nucleare, biocarburanti e, dove possibile, produzione nazionale di idrocarburi possono concorrere a questo obiettivo. Il problema nasce quando l’elettrificazione diventa un fine in sé e non uno strumento.
Perché l’Europa possa davvero ridurre la propria dipendenza, deve produrre più energia e a costi più bassi. Non basta decidere di consumare più elettricità: bisogna avere l’elettricità necessaria, quando serve e a un prezzo che famiglie e imprese possano permettersi.
Altrimenti il rischio è di riproporre, con tecnologie diverse, una vecchia logica dirigista: meno attenzione a quanto costa produrre energia e più attenzione a stabilire dall’alto come dovranno consumarla cittadini e imprese.
Ed è significativo che, mentre sul fronte fiscale Bruxelles continui a lasciare aperta la porta a una tassazione degli extraprofitti, sul fronte energetico spinga per raddoppiare l’elettrificazione entro il 2040. Due facce di una stessa impostazione: più intervento pubblico sul mercato dell’energia, quando la priorità dovrebbe essere aumentare produzione, concorrenza e libertà tecnologica.
Enrico Foscarini, 7 ottobre 2026
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