Esteri

Come va la tregua: il petrolio scorre, la frustrazione iraniana sale

Nonostante le provocazioni, la riapertura di Hormuz tiene (ed è l'unica cosa che interessa agli Usa ora). L'accordo Israele-Libano neutralizza le pretese iraniane di ritiro israeliano

Trump petrolio Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Lo sappiamo, il Memorandum Usa-Iran è tutt’altro che un documento perfetto. L’ambiguità del testo consente al regime iraniano di prendere ciò che fa comodo alla propria narrazione per cercare di far leva su Washington. Tuttavia, la sua fragilità non sta nei vaghissimi impegni iraniani sul programma nucleare, ormai devastato, o in un prematuro alleggerimento delle sanzioni.

Come abbiamo già osservato, e queste prime settimane sembrano confermarlo, le parti rischiose riguardano l’oggetto stesso del cessate il fuoco, ovvero lo Stretto di Hormuz, e l’inclusione del Libano. Concentriamoci su queste, guardando non tanto a ciò che c’è scritto, alle sparate di Teheran – o peggio ai titoli dei media mainstream, per i quali ogni due giorni l’Iran ha vinto – ma a ciò che accade realmente.

Pausa tattica

Eloquente la mezza ammissione del vicepresidente J.D. Vance al Michael Knowles Show: l’amministrazione Trump sta usando la tregua “per rifornire il mercato petrolifero mondiale, poi si vedrà”.

Tante, troppe cose devono accadere perché si arrivi ad un accordo finale, al quale forse non si arriverà mai. Nel frattempo, se i negoziati non andranno avanti sul nucleare, come minacciano gli iraniani, perché a loro giudizio gli Usa non stanno rispettando tutti i termini del MoU, pazienza. Questa “pausa tattica” consolida comunque i risultati della campagna militare alleggerendo la pressione sui mercati energetici.

Su questo, in ultima analisi, va giudicato il Memorandum: sulla sua capacità di stabilizzare i mercati energetici in vista delle elezioni di midterm. Al momento, mentre il petrolio Wti è sotto i 70 dollari e il Brent poco sopra, cioè a pochi dollari dai valori pre-guerra, sembra che stia funzionando.

Nessun fondo congelato iraniano risulta ancora sbloccato. Il segretario al Tesoro Scott Bessent fa sapere al Congresso che al momento l’unico acquirente di petrolio iraniano resta la Cina, che lo stava già comprando quando era sanzionato, mentre altri Paesi stanno ancora evitando acquisti per timore del ritorno delle sanzioni Usa.

La battaglia per Hormuz

Gli iraniani possono nuovamente provocare un blocco totale dello Stretto? Forse. Il rischio più grande è che lo facciano proprio in prossimità delle midterm, costringendo Trump a riavviare gli attacchi su larga scala, con conseguenze nuova impennata dei prezzi alla pompa.

Ma la domanda è: lo faranno? Fino a questo momento, si sono limitati ad azioni di disturbo che sembrano più il segno della loro frustrazione, proprio perché si rendono conto che stanno perdendo la leva di Hormuz.

Certo, il traffico non è ancora ai livelli pre-guerra e la navigazione non ancora sicura, ma l’amministrazione Trump non si è affidata solo alla parola degli iraniani per quanto riguarda la riapertura dello Stretto. La diplomazia è sostenuta dall’uso della forza.

Il Wsj ha rivelato come il Project Freedom annunciato da Trump per riaprire Hormuz sia abortito dopo un solo giorno per il diniego saudita all’uso di basi e spazio aereo per l’operazione, nel timore di rappresaglie iraniane. Ricostruzione verosimile. Alla fine i sauditi avrebbero ceduto, ma Washington ha dovuto cambiare i suoi piani e, soprattutto, ritardarli.

Alla fine, un’operazione, forse ridimensionata, è partita. Da settimane prima della firma del MoU, la Marina Usa sta assistendo e proteggendo le navi che intendono transitare e, nonostante qualche attacco di lieve entità, a cui non è mai mancata una rappresaglia proporzionata, è sempre più evidente che i Pasdaran non hanno il controllo dello Stretto, non sono in grado di chiuderlo, possono al massimo minacciare.

Minacce sempre meno credibili: basti pensare che la nave che secondo i media iraniani si è arenata per non aver rispettato le rotte indicate, si era arenata a marzo scorso e fa parte della loro flotta fantasma. Le navi commerciali stanno ignorando gli avvertimenti dei Pasdaran, la rotta meridionale lungo le coste omanite continua ad essere utilizzata.

Secondo quanto riporta Bloomberg, citando un funzionario Usa, il sostegno militare americano ha contribuito ad incrementare i flussi di petrolio attraverso lo Stretto a oltre 10 milioni di barili al giorno e gli armatori stanno riacquistando fiducia. Come ha spiegato Marco Rubio:

Quello che ci interessa non sono le loro conferenze stampa. Quello che ci interessa è se le navi si stanno muovendo o meno. Se le navi si stanno muovendo come dovrebbero, allora è su quello che giudicheremo e a quello che reagiremo. Se, d’altra parte, questa retorica è supportata da minacce reali alle navi e navi che non si muovono – è una violazione dell’accordo, e avremo un problema.

Probabilmente, dietro la tenuta dell’accordo per quanto riguarda la riapertura dello Stretto c’è Pechino – e la pressione esercitata dal blocco navale Usa. La Cina vede l’Iran come un attore destabilizzante per gli Stati Uniti e i loro interessi nella regione, ma con il blocco e contro-blocco di Hormuz era diventato un costo eccessivo. Quindi ai Pasdaran è consentito un minimo di disturbo, ma non violazioni tali da portare gli Usa a ristabilire il loro blocco.

L’arma di Hormuz si è rivelata limitata nei risultati e nella durata. Il blocco non ha innescato una crisi globale, è stato gestito per circa quattro mesi – un tempo sufficiente per una campagna militare che avrebbe potuto devastare l’intero Paese, oltre alle sue infrastrutture nucleari e militari. Di sicuro, non rappresenta un deterrente contro un attacco al programma nucleare e missilistico iraniano, se questi si avvicinano alla soglia di minaccia imminente.

Ad aumentare il nervosismo dei Pasdaran le due sberle diplomatiche alla loro aspettativa di vedersi riconosciuto il controllo sullo Stretto, e la facoltà di imporre pedaggi, una volta scaduti i 60 giorni del MoU. Non solo il duro comunicato congiunto Stati Uniti – Consiglio di Cooperazione del Golfo. Nemmeno l’Oman sostiene l’imposizione di pedaggi, ma sembra piuttosto offrire a Teheran una via d’uscita aprendo alla possibilità di pagamenti per servizi accessori, su base volontaria.

L’accordo Israele-Libano

Per quanto riguarda l’altro punto debole del Memorandum, l’inclusione del Libano nel cessate il fuoco, due settimane fa, subito dopo la firma, sembrava che l’Iran avesse messo sotto scacco l’alleanza Usa-Israele, avendo ottenuto un meccanismo per proteggere Hezbollah ricattando Washington: costringete Israele a uscire dal Libano o niente negoziati.

Ma nonostante le tensioni, non è ciò che si sta verificando. Con l’accordo quadro tra Israele e Libano, negoziato dal segretario Marco Rubio, che riconosce la sovranità e l’integrità territoriale reciproca e prevede il disarmo di Hezbollah, si è visto come in realtà a finire nell’angolo sia proprio il regime iraniano. L’accordo infatti condiziona ogni ritiro israeliano al disarmo di Hezbollah, per cui l’unica cosa che impedisce la piena sovranità del Libano sul suo territorio non è Israele, ma proprio Hezbollah.

Ora è scritto su un accordo firmato dal legittimo governo libanese che il disarmo del gruppo terroristico è la condizione per il ritiro di Israele. Ogni giorno in più che Hezbollah, e l’Iran, rifiutano, è un giorno in cui sono proprio loro i responsabili dell’occupazione israeliana.

L’Iran può accusare Washington di aver violato il Memorandum, ma nel testo è citato il Libano come nazione sovrana e il suo governo legittimo ha firmato il proprio accordo che prevede il disarmo di Hezbollah. Anche qui, vedremo, ma questo delicatissimo punto del Memorandum sembra neutralizzato nei fatti. Il regime non intende passare ai negoziati sul nucleare perché ritiene non soddisfatto il MoU sul Libano? Come prima, pazienza, l’importante per gli Usa è che il traffico nello Stretto di Hormuz continui a scorrere e i mercati energetici a stabilizzarsi.

Mai così debole

Stati Uniti e Israele hanno devastato pilastri chiave del potere iraniano: il suo programma nucleare, l’arsenale di missili balistici, la base industriale della difesa e l’economia. Hanno decimato le forze militari convenzionali e la leadership politica – tutto questo, evitando uno shock energetico globale e riportando i prezzi del petrolio dov’erano prima del conflitto.

Il regime è più debole che mai negli ultimi 47 anni, ha usato l’arma-finale di Hormuz, ma anche questa sta rapidamente scivolando via dalle sue mani.

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