Esteri

Continuano a schifare Trump, ma in Europa qualcosa si muove

Rubio a Monaco parla di un'unica civiltà, legame indissolubile, nuovo secolo occidentale, ma l'America non è interessata a gestire il declino: non vuole alleati deboli, impauriti e incapaci di difendersi

Rubio Merz Monaco

Nascosti dietro una coltre di ipocrisia e negazione, gli europei stanno davvero cambiando la loro rotta. Le politiche migratorie: il via libera al nuovo Patto migrazione e asilo. La competitività: deregulation e taglio dei costi dell’energia, che non possono non significare una revisione profonda del Green Deal. Il riarmo (soprattutto tedesco e inglese): nella Nato, non fuori.

Fateci caso. Sono tutti i principali punti della critica trumpiana all’Europa. Recalcitranti, come bambini che battono i piedi in terra quando non vogliono fare qualcosa, ma alla fine dovranno farla, sembra proprio che ora quei temi intendano di affrontarli. Ci sono volute le sberle di Trump, e della realtà, e con quale esito è da vedere, ma qualcosa si muove.

Il discorso di Merz

Non sentirete mai ammetterlo, anzi ad ogni occasione i leader europei ci terranno a rimarcare la loro distanza da Trump e a giocare la retorica del vittimismo, sostenendo di non potersi più fidare etc. Come Friedrich Merz alla Conferenza di Monaco, quando ha detto che il vicepresidente Vance “aveva ragione: tra di noi si è aperta una frattura”, perché “la lotta culturale del movimento Maga non è la nostra”.

Sicuramente non è la lotta delle attuali leadership europee, ma non così distante dal mood dei popoli europei. Basta guardare agli indici di popolarità ai minimi di leader come Macron, Starmer e lo stesso Merz, e ai consensi in crescita di forze politiche alternative, che indicano come un numero crescente di europei ne abbia abbastanza di immigrazione incontrollata, woke, restrizioni green e minacce al free speech.

Nello stesso discorso in cui ha preso le distanze da Trump e dal suo mondo, però Merz ha detto anche altre cose: “Renderemo la Bundeswehr il più forte esercito convenzionale d’Europa il più rapidamente possibile”.

Altrettanto importante è la sicurezza economica, che richiede di ridurre “le dipendenze unilaterali su materie prime, prodotti chiave e tecnologie”. Merz non considera Trump, come fanno molti, la causa principale della fine del vecchio ordine, vede chiaramente la Cina come il motore primo e che gli Usa stanno reagendo alla sfida di Pechino.

Ovviamente i soliti media riporteranno le prese di distanza e ne faranno i titoli principali, ma è virtue signaling, è fumo. La sostanza, l’arrosto del suo discorso a Monaco, è nella seconda parte. Una forte dichiarazione di impegno nei confronti dell’Ucraina e della sicurezza europea come futuro pilastro principale della Nato sul vecchio continente, nella precisa direzione auspicata da Washington. E segnala come nell’approccio con gli Usa di Trump oggi Merz sia più distante da Macron che da Meloni.

Il discorso di Starmer

Anche nel discorso di Keir Starmer gli Usa restano “un alleato indispensabile“, ma l’Europa deve “passare da una sovradipendenza ad una interdipendenza”. L’Europa “deve assumere la responsabilità primaria della propria difesa, questa è la nuova normalità”.

Insomma, una “Nato più europea“. Maggiore autonomia che però “non annuncia il ritiro Usa ma risponde all’appello per una maggiore condivisione dell’onere e rinsalda i legami che ci hanno servito così bene”.

Il discorso di Rubio

Il segretario di stato Marco Rubio, accolto da una ovazione del pubblico, ha spazzato via i sogni bagnati di chi tifava per una rissa Usa-Europa a Monaco, confermando che la linea dell’amministrazione Trump non è l’abbandono o la rottura, ma un nuovo equilibrio.

Come ha sottolineato, “il mondo sta cambiando molto velocemente proprio davanti ai nostri occhi. Il vecchio mondo è morto. Viviamo in una nuova era geopolitica, e richiederà a tutti noi di rivalutare il nostro ruolo“.

Un’unica civiltà: occidentale

Rubio ha ricordato il “legame indissolubile” tra le due sponde dell’Atlantico. “Facciamo parte di un’unica sola civiltà: la civiltà occidentale”, ha affermato, laddove Macron aveva parlato di “civiltà europea”.

Siamo legati l’uno all’altro dai vincoli più profondi che le nazioni possano condividere, forgiati da secoli di storia condivisa, fede cristiana, cultura, eredità, lingua, ascendenza e sacrifici che i nostri antenati hanno compiuto insieme.

“Se noi americani possiamo talvolta apparire un po’ diretti e pressanti”, è perché “ci importa profondamente del vostro futuro e del nostro”.

Se a volte non siamo d’accordo, i nostri disaccordi derivano da un profondo senso di preoccupazione per l’Europa, a cui siamo legati – non solo economicamente, non solo militarmente. Siamo legati spiritualmente e culturalmente. Vogliamo che l’Europa sia forte. Crediamo che l’Europa debba sopravvivere. In definitiva, il nostro destino è – e sarà sempre – intrecciato con il vostro.

Rubio ha quindi ribadito che non c’è alcun un ritiro americano.

L’America sta tracciando la rotta verso un nuovo secolo di prosperità e, ancora una volta, vogliamo farlo insieme a voi, i nostri preziosi alleati e i nostri più antichi amici.

Cancellazione di civiltà

Ma non ha nascosto le cose che non vanno, quella “cancellazione di civiltà che minaccia l’America e l’Europa allo stesso modo”. Deindustrializzazione, “culto climatico” e immigrazione di massa che destabilizzano le nostre società “non sono inevitabili, ma scelte politiche deliberate” che possono e devono essere invertite.

Non vogliamo che i nostri alleati siano deboli perché questo ci renderebbe ancora più deboli. (…) Non vogliamo che i nostri alleati siano incatenati dal senso di colpa e dalla vergogna. Vogliamo alleati che siano orgogliosi della loro cultura e del loro patrimonio, che capiscano che siamo eredi della stessa grande e nobile civiltà e che insieme a noi siano disposti e capaci di difenderla.

I confini contano. La cultura conta. La sovranità conta. Non si può avere una politica estera e di sicurezza senza nazioni forti che sappiano chi sono, da dove vengono, che siano abbastanza orgogliose di ciò che sono e siano capaci di difenderlo.

Noi in America non abbiamo alcun interesse a essere custodi ordinati ed educati del declino controllato dell’Occidente. Non cerchiamo di separare, ma di rivitalizzare una vecchia amicizia e rinnovare la più grande civiltà della storia umana. Ciò che vogliamo è un’alleanza rinvigorita che riconosca che ciò che affligge le nostre società non è solo un insieme di cattive politiche, ma un malessere fatto di disperazione e compiacimento. L’alleanza che vogliamo non è un’alleanza paralizzata dalla paura.

Queste parole non suonano come la fine della partnership transatlantica, ma l’inizio di un nuovo capitolo, con gli europei che assumono molte più responsabilità per la loro sicurezza. Le dichiarazioni dei leader, alcuni più di altri, suggeriscono che il buon senso sta lentamente tornando, che la mentalità europea sta cambiando. Ci siamo quasi ma non ci siamo ancora del tutto.

Ma “Trump la pensa come Rubio?”, si chiedono in molti suggerendo di non illudersi, evidentemente vedendo in Trump una ghiotta occasione per realizzare i loro sogni antiamericani. Guardate che Rubio ha ripetuto in modo più strutturato e diplomatico, meno ruvido, le stesse cose che dicono Trump e Vance. Le loro richieste – di questo si tratta – all’Europa sono identiche: confini, energia, riarmo etc, c’è tutto.

Le critiche sono dure da digerire, ma reagire in modo emotivo e rompere con gli Usa sarebbe una follia totale. Il titolo della conferenza di Monaco, “Under desctruction”, dovrebbe essere modificato in “Work in progress”.

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