Esteri

Guardare l’abisso: il filmato del 7 ottobre e perché Israele non può fermarsi

Per Israele la distruzione di Hamas non è negoziabile. Obiettivo molto difficile, che richiede tempi molto lunghi, dall’esito non scontato

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ostaggi Hamas

Mentre con un gruppo di colleghi assistevo ieri pomeriggio alla proiezione del video del massacro del 7 ottobre in una sala dell’ambasciata di Israele a Roma, Hamas metteva in scena un nuovo atto della sua disumana guerra psicologica.

Guerra psicologica

Da una parte, proponeva di allungare la tregua per ulteriori quattro giorni, rilasciando altri ostaggi, dall’altra annunciava che i due fratellini israeliani Ariel (4 anni) e Kfir Bibas (10 mesi), insieme alla madre Sherry Silverman Bibas, rapiti il 7 ottobre e portati a Gaza, sarebbero rimasti “uccisi in un precedente bombardamento israeliano”. L’IDF ha subito fatto sapere che sta “controllando la fondatezza” dell’affermazione.

Ovviamente è possibile che siano morti sotto i bombardamenti, o anche che siano stati uccisi da Hamas. Ma non è da scartare – ed è anzi l’ipotesi più fondata – un cinico atto di guerra psicologica. Sì, un bambino di 10 mesi usato per mettere pressione sul governo israeliano, perché non riprenda l’operazione a Gaza e sia costretto a maggiori concessioni per il rilascio di altri ostaggi.

Hamas fa leva sull’umanità del suo nemico, sulla disperazione e la speranza delle famiglie degli ostaggi, nel tentativo di indebolire la determinazione di Israele e così di salvarsi. Ma come spiegheremo tra breve è impensabile che Israele non riprenda a combattere.

Il filmato del 7 ottobre

Non vi racconterò nel dettaglio ciò che ho visto ieri nel filmato, anche perché potete trovare esaurienti resoconti di altri colleghi che hanno già avuto l’opportunità di vederlo. Circa tre quarti d’ora di immagini riprese dalle bodycam e dai telefoni dei terroristi, dai video di sicurezza dei kibbutz, di auto e abitazioni private, dai telefoni delle vittime e dei primi soccorritori, nonché agghiaccianti e inequivocabili intercettazioni audio dei comandanti di Hamas. Immagini terrificanti che documentano lo sterminio di 138 persone, “solo” poco più di un decimo del bilancio finale.

Molti dei video, e delle foto, erano già circolati online nelle scorse settimane. Ma nel filmato mostratoci ieri appaiono in versione integrale, “grezza”, sottotitolati in inglese, non ci sono zone oscurate, le immagini anche più crude sono nitide. Soprattutto, i video delle telecamere di sicurezza sono montati in modo da rendere comprensibile la sequenza degli eventi in ciascun luogo ripreso – strade, kibbutz, singole abitazioni, il festival musicale.

Vi dirò cosa mi ha più sconvolto. La conferma della pianificazione del massacro di civili. Un massacro lucido e sistematico, non il crimine di qualche reparto andato fuori di testa, che si è fatto prendere la mano. Si sentono distintamente gli ordini dei comandanti, così come il compiacimento e l’autentico godimento degli assassini. Non solo nell’uccidere, ma anche nel torturare con efferatezza le proprie vittime, anche se ormai cadaveri.

Molti hanno citato il terrorista che telefona ai genitori nella Striscia con lo smartphone di una delle vittime: “Mamma, ho ammazzato dieci ebrei con le mie mani”, racconta tutto eccitato. “Guardate, guardate su WhatsApp!”. E i genitori che rispondono orgogliosi, la madre in lacrime per la gioia, “bravo figliolo, va e uccidi uccidi uccidi”. Personalmente mi ha sconvolto anche lo stato in cui un corpo umano può essere ridotto dall’odio e dalla brutalità di un suo simile. Qualcosa che non riesco a descrivere e che non avevo mai nemmeno osato immaginare.

Distruzione di Hamas non negoziabile

Oltre al filmato, molto istruttiva è stata anche la successiva conversazione con l’ambasciatore Alon Bar. L’ambasciatore ha tenuto a precisare con molta chiarezza alcuni punti che la gran parte dei media e dei commentatori, qui in Europa e negli Usa, ancora non riesce a cogliere pienamente – e, data l’insistenza di alcuni miei colleghi ieri pomeriggio, dubito siano stati colti da tutti.

Più volte il presidente Herzog, il premier Netanyahu e i suoi ministri lo hanno ripetuto in queste settimane: Israele non può accettare nulla di meno della distruzione di Hamas. Eppure, si continua a far finta di non aver sentito, a credere di poter rendere permanente un cessate-il-fuoco finalizzato al rilascio degli ostaggi, a parlare di “pace” e “soluzione politica”, come se Israele possa accontentarsi di una “rappresaglia” e sedersi ad un tavolo (con chi?).

Questo è in gran parte dovuto agli sforzi della stessa amministrazione Biden per limitare e contenere la reazione israeliana.

E ieri l’ambasciatore lo ha ribadito. Per Israele la distruzione di Hamas, la distruzione delle sue capacità militari e di governo a Gaza, non è negoziabile. Assolutamente impensabile, inconcepibile il ritorno al 6 ottobre, allo status quo ante. Nessun governo israeliano potrebbe accettarlo e sopravvivere. E la motivazione è nelle immagini che abbiamo visto ieri pomeriggio e in queste settimane. L’obiettivo di lungo termine è che quanto accaduto non possa più ripetersi, anche se fosse necessario rientrare periodicamente a Gaza.

Di tutto il resto si può discutere e Israele infatti sta discutendo. Pause umanitarie, corridoi, aiuti, assistenza. Israele è consapevole dei suoi obblighi giuridici e morali. L’obbligo di garantire protezione e assistenza umanitaria alla popolazione di Gaza, l’obbligo di distinguere tra civili e terroristi combattenti, sebbene sia un compito molto difficile, ben sapendo che Hamas usa i civili come scudi umani. Israele sta facendo del suo meglio, gli obiettivi di ogni missione passano per diversi gradi di approvazione.

“Siamo un Paese, non una organizzazione terroristica”, ha sottolineato l’ambasciatore. E il filmato del 7 ottobre dovrebbe per prima cosa sgombrare il campo da ogni spregevole equivalenza. Non si possono mettere sullo stesso piano, giuridico e morale, il massacro di civili perpetrato deliberatamente, e celebrato, da Hamas, come provano le immagini, e le vittime civili a Gaza che Israele cerca in ogni modo di evitare e contenere.

Il piano per il dopo-Hamas

Un altro esempio del deficit di comprensione dei media e dei governi occidentali? Europei e americani sono già proiettati al dopo-Hamas, continuano a interrogarsi, e a interrogare Israele, sul piano per il “dopo”, rimproverandogli di non averlo, ammoniscono che la soluzione non può che essere politica, e non vedono l’ora di rilanciare la mitica “soluzione a due Stati”.

Anche qui, l’ambasciatore ha voluto mettere le cose in chiaro. Israele ora è concentrato sull’obiettivo della distruzione di Hamas, la sua principale preoccupazione è creare le condizioni perché nulla del genere possa ripetersi in futuro, né dalla Striscia né dal confine con il Libano. Un obiettivo molto difficile, che richiede tempi molto lunghi, dall’esito non scontato come sembra, mentre qui tendiamo a darlo per acquisito e a portarci avanti nel prefigurare gli scenari futuri.

Ma le variabili sono troppe, prima fra tutte, proprio la distruzione di Hamas. Solo quando sarà evidente a tutti, quando i palestinesi in primis vedranno e crederanno che Hamas è distrutta e non tornerà al potere a Gaza, allora potranno aprirsi nuovi scenari.

Israele non vuole cacciare i palestinesi dalla Striscia, gli spostamenti interni hanno lo scopo di proteggere i civili dai combattimenti, ed è consapevole che del “dopo” dovrà discutere con i palestinesi e con i Paesi arabi vicini. Possiamo anche chiuderci in una stanza noi, gli Usa, l’Europa, l’Onu ed elaborare una soluzione, ma non avrebbe senso senza la controparte, non avrebbe mai successo.

Video pubblico?

Possibile che questo filmato venga reso pubblico? Ci sono due ordini di problemi. Primo e più importante per Israele, il rispetto delle vittime e delle loro famiglie, la sofferenza nel veder circolare per sempre le immagini dei loro cari ridotti in condizioni disumane. Secondo problema, l’uso propagandistico di queste terribili immagini e infine la preoccupazione di non abbassarsi al gioco della equivalenza morale.

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