Esteri

Le sanzioni di Trump colpiscono duro Mosca: un ritorno alla realtà?

Forse a Washington stanno aprendo gli occhi sulle reali motivazioni di Putin. La guerra in Ucraina per Mosca non è territoriale, ma ideologica: porre fine all'"errore storico" dell'indipendenza ucraina

Trump sanzioni (skynews)
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Per nove mesi, l’amministrazione Trump non ha imposto sanzioni alla Russia e ha privilegiato la via del dialogo. Sebbene abbia imposto tariffe punitive a tutti i partner commerciali, non ha aggiunto dazi ai beni e servizi di Mosca.

Le prime sanzioni

Ora lo scenario cambia repentinamente: dopo che è sfumato il progetto di un vertice fra Vladimir Putin e Donald Trump a Budapest, il governo federale statunitense ha imposto le prime sanzioni vere. E sono molto dolorose, perché colpiscono il punto debole della Russia: la dipendenza dall’esportazione del petrolio.

Per la Russia, qualsiasi calo delle esportazioni di petrolio inciderebbe direttamente sulle risorse con cui il Cremlino finanzia la guerra in Ucraina, poiché le vendite di energia rappresentano fino a un terzo delle entrate di bilancio del Paese.

Le nuove sanzioni inseriscono nella lista nera americana la Lukoil e la Rosneft, oltre a una trentina di società da loro controllate. Il Tesoro ha aggiunto che le transazioni con le entità appena designate “potrebbero comportare il rischio di sanzioni secondarie per le istituzioni finanziarie straniere partecipanti”, come si legge in un comunicato emesso ieri.

Una banca cinese, un commerciante di petrolio degli Emirati Arabi Uniti, una raffineria indiana: se uno di loro effettua transazioni con quelle società russe, potrebbe essere colpito dalle sanzioni statunitensi

La reazione di India e Cina

Le conseguenze di questa minaccia sono state immediate. Le raffinerie indiane si sono dette pronte a ridurre drasticamente le importazioni di petrolio russo per conformarsi alle nuove sanzioni statunitensi nei confronti dei due principali produttori russi, secondo quanto riferito ieri all’agenzia Reuters da fonti del settore.

Il cambiamento di politica commerciale è spinto dai dazi punitivi americani, con tariffe del 50 per cento sulle sue esportazioni verso gli Stati Uniti. E serve a negoziare un potenziale accordo commerciale che potrebbe abbassare questi dazi almeno della metà, a livello di quelli imposti finora agli altri partner asiatici degli Usa.

Non solo l’India risponde al richiamo: anche le principali compagnie petrolifere statali cinesi hanno annunciato la sospensione degli acquisti di petrolio russo trasportato via mare, secondo quanto riferito giovedì da diverse fonti commerciali, sempre all’agenzia Reuters.

Il nuovo pacchetto Ue

Infine, sempre ieri l’Unione europea ha approvato nuove sanzioni che prevedono la graduale eliminazione degli acquisti di gas naturale liquefatto russo e inseriscono nella lista nera 37 società straniere (15 delle quali sono cinesi) che aiutano Mosca ad aggirare le sanzioni sui beni militari o sul commercio di petrolio russo.

La mossa dell’Ue è direttamente coordinata con l’amministrazione Trump. Secondo fonti del Wall Street Journal, infatti, nel corso dell’ultimo mese, funzionari europei e statunitensi hanno collaborato per trovare il modo migliore per esercitare pressioni sull’economia russa. Mercoledì 22 ottobre, quando il Tesoro ha fatto l’annuncio, una delegazione europea era presente a Washington.

Perché solo ora?

Ora, la domanda legittima è: perché solo ora? Perché, per nove mesi, l’amministrazione Trump ha lasciato che Putin continuasse l’aggressione all’Ucraina impunemente, provocando altre decine di migliaia di morti?

Una prima risposta è una frase che la tradizione popolare ha attribuito a Churchill: gli americani faranno sempre la cosa giusta, dopo aver esaurito tutte le alternative. Di alternative, Trump, le ha provate veramente tutte e siamo certi che ne proverà ancora.

Ha subito ribaltato l’approccio di Joe Biden, interrotto gli aiuti militari all’Ucraina (per una settimana anche i dati di intelligence), sgridato in pubblico il presidente Volodymyr Zelensky, spinto il governo di Kiev ad accettare il principio di una pace fondata sul congelamento delle linee del fronte.

Il primo incontro in Alaska

Poi ha incontrato Putin in Alaska, direttamente, il primo vertice faccia a faccia fra il presidente russo e quello americano dall’inizio della guerra. Zero risultati: la Russia ha proseguito nella sua guerra di aggressione dell’Ucraina, senza neppure una pausa nei bombardamenti.

L’incontro fra Putin e Xi Jinping all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e poi alla parata della vittoria del 3 settembre hanno marcato un netto posizionamento della Russia nell’alleanza cinese, come antagonista degli Usa. Questo ha provocato un primo breve congelamento dei rapporti.

Il secondo tentativo di disgelo

Dopo aver minacciato di fornire i missili Tomahawk (da crociera, a lungo raggio) all’Ucraina, Trump è tornato a parlare con Putin. In quella occasione i due presidenti si erano promessi di ritentare un vertice, come quello dell’Alaska, per ripartire da capo, stavolta a Budapest, terreno politico molto favorevole a Putin.

In questo contesto di secondo disgelo fra Mosca e Washington, l’ultimo incontro fra Trump e Zelensky è stato ancora una volta una lavata di capo del presidente ucraino, costretto ad accettare concessioni territoriali, forse anche un riconoscimento di sovranità russa sui territori occupati dal 2014 (non confermato, anche se era sul tavolo).

Ma la prima telefonata esplorativa per il vertice di Budapest (fra i due ministri degli esteri, Lavrov e Rubio) è andata male. Come in tutti gli abboccamenti precedenti, la Russia ha dimostrato di non cercare una pace di compromesso. Non si accontenta di un congelamento delle linee del fronte, vuole, di fatto, la resa dell’Ucraina.

Ritorno alla realtà

Per gli Usa, questo potrebbe essere il momento del ritorno alla realtà. Trump, finora, ha nutrito fiducia nei confronti di Putin. Lo ha trattato come un interlocutore affidabile. Ma solo perché Trump legge Putin e i russi con occhiali americani. Per il presidente Usa, la guerra riguarda il Donbass e la Crimea, al massimo pezzi di altre regioni che la Russia ha formalmente annesso (Zaporizhzhia e Kherson).

Sempre per Trump, la guerra era evitabile, “se fossi stato io presidente” nel 2022 e non Biden. Frase ambigua che può voler dire due cose opposte: con Trump la Russia non avrebbe avuto il coraggio di sferrare l’attacco per paura di una risposta forte, ma al tempo stesso con Trump come interlocutore, Putin avrebbe potuto risolvere la “questione del Donbass” pacificamente, senza ricorrere alla guerra.

Trump, in tutti i suoi discorsi pubblici, ha dimostrato di credere a entrambi i concetti. Sono convinzioni radicate in tutto l’ambiente conservatore americano, persuaso che la guerra in Ucraina sia sostanzialmente solo territoriale e riguardi unicamente il possesso delle regioni russofone. Da Elon Musk a Edward Luttwak, la soluzione ideale passa sempre per un referendum di autodeterminazione nelle province del Donbass e nel riconoscimento della sovranità russa sulla Crimea.

Guerra ideologica

Ma sono convinzioni profondamente errate che non tengono conto, né della storia, né della dottrina russa attuale. La guerra in Ucraina non è territoriale, è ideologica. Il manifesto dell’Operazione Militare Speciale (così la chiamano ufficialmente in Russia) è il lungo articolo di Putin del 2021, Sull’unità storica di russi e ucraini.

Il titolo dice già tutto e il testo lo conferma: Mosca punta all’annessione dell’Ucraina, tutta completa, perché viene considerata come parte inscindibile della Russia, per ragioni storiche e religiose. La stessa storia è stata raccontata da Putin stesso a un adorante intervistatore americano, Tucker Carlson, con tanto di mappe e documenti.

Dal punto di vista del Cremlino, semplicemente, l’Ucraina non è mai esistita e la sua indipendenza è un errore storico (istigato dall’Occidente) a cui si deve porre fine con la forza.

Finché gli Stati Uniti non realizzeranno che la guerra combattuta dai russi non è meramente “reattiva”, bensì una guerra ideologica di espansione, non riusciranno a trovare una soluzione.

L’unico modo per fermare la Russia è sfiancarla, fisicamente. Tornerà a dialogare, accettando un tavolo negoziale e una pace di compromesso, solo quando per Putin sarà materialmente impossibile proseguire il conflitto di aggressione.

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