Esteri

L’Ue tiri giù i suoi muri: la spallata di Trump una chance di liberazione

Follie regolatorie e politiche che gli Usa chiedono all'Ue di cancellare sono le stesse che ci stanno strangolando. Scoraggiante che molta parte del centrodestra non lo comprenda

Trump Von der leyen dazi Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Bisogna riconoscere che, con l’eccezione della sinistra, dei “veri liberali” e del presidente francese Emmanuel Macron, la risposta dell’Europa alla lettera di Donald Trump alla Commissione europea in cui annuncia l’imposizione di dazi al 30 per cento a partire da agosto, in caso di mancato accordo commerciale, non è stata poi così isterica.

Prevale il pragmatismo (per ora)

Prima ancora della riunione del Coreper, cioè degli ambasciatori dei 27 Stati membri, la presidente Ursula Von der Leyen ha annunciato la proroga “fino all’inizio di agosto” della sospensione dei contro-dazi Ue, che sarebbe scaduta alla mezzanotte di oggi. Insomma, per il momento rappresaglie commerciali congelate, al fine di “usare al meglio il tempo disponibile per una soluzione negoziata”, ha spiegato Von der Leyen.

A Bruxelles prevale ancora la linea pragmatica di Berlino e Roma. I contro-dazi sono pronti, ma si preferisce il dialogo per tentare fino all’ultimo un accordo.

“L’Europa ha la forza economica e finanziaria per far valere le proprie ragioni e ottenere un accordo equo e di buon senso. L’Italia farà la sua parte, come sempre”, assicura la premier Giorgia Meloni. Il governo è stato “in stretto contatto con la Commissione europea e con tutti gli attori impegnati nella trattativa”, sottolinea la presidente del Consiglio, ribadendo che “una guerra commerciale interna all’Occidente ci renderebbe tutti più deboli di fronte alle sfide globali che insieme affrontiamo”.

Trump vuole un accordo

Parole molto sagge. Il problema però è che la linea della trattativa, pur corretta, non può risultare fine a se stessa, inconcludente, come se l’obiettivo fosse quello di guadagnare tempo sperando che in qualche modo la tempesta passi. Il presidente Trump si aspetta risultati concreti.

Un paio di giorni fa, subito dopo l’invio della lettera – che durante la puntata di giovedì scorso di Red Pill avevamo anticipato – il segretario al Tesoro Scott Bessent ha pubblicato un post su X di cui i governi europei dovrebbero far tesoro:

Il team commerciale del Regno Unito è riuscito intelligentemente a concludere un accordo in anticipo. Come ho detto ai nostri principali partner commerciali ad aprile, con Trump di solito la prima persona che conclude un accordo, conclude l’accordo migliore. Congratulazioni alla leadership del Regno Unito per aver collaborato con noi per garantire un accordo equo e duraturo per il popolo americano e il popolo britannico. Che questo serva da lezione agli altri Paesi: negoziati seri e in buona fede possono produrre risultati importanti che avvantaggiano entrambe le parti, correggendo al contempo gli squilibri che affliggono il commercio globale.

Una prima indicazione da trarre da queste parole è che l’amministrazione Trump vuole un accordo, non una guerra commerciale. Che i dazi, ai livelli minacciati, sono un’arma negoziale, non l’obiettivo finale del presidente Usa.

L’errore nelle critiche

I dazi, nessuno può negarlo, sono tasse, un intervento pesantemente invasivo e distorsivo, non qualcosa di ottimale e desiderabile. Ma da qui in poi molte delle critiche liberali ai dazi di Trump muovono da un presupposto errato. L’unica ipocrisia che non ci possiamo permettere è ragionare come se prima di Trump vivessimo in un mondo di libero commercio perfetto, in purezza. Ecco, questa è una favola che proprio non possiamo raccontarci.

Al contrario, veniamo da decenni di pratiche commerciali scorrette, predatorie, barriere non tariffarie e regolamentazioni crescenti, aiuti di stato, manipolazioni monetarie, dumping salariale e ambientale. Lo status quo che si pretende di difendere dai dazi di Trump è lontano anni luce da un ordine ideale smithiano.

Gli squilibri commerciali si sono ampliati a dismisura non per effetto della mano invisibile del mercato, della legge della domanda e dell’offerta, delle insindacabili scelte dei consumatori, ma per effetto delle mani visibilissime degli stati (o blocchi di stati).

Le politiche messe in atto da Ue e Cina da almeno due decenni hanno un nome preciso: mercantilismo, il contrario del libero commercio. Se guardiamo la cosa dalla giusta prospettiva, i veri “contro-dazi”, ovvero una reazione alle barriere altrui, sono quelli di Trump.

Perché l’Ue non è ancora pronta

Seconda indicazione è che l’Ue sembra non avere ancora compreso, direi accettato, di dover porre rimedio all’attuale squilibrio commerciale con gli Stati Uniti e che questo comporta delle concessioni che a quanto pare non è ancora pronta a fare. Da qui l’impressione di Trump (e Bessent) che Bruxelles non stia negoziando seriamente e in buona fede.

Il problema è che l’Ue non può negoziare seriamente e in buona fede. Perché (1) gli interessi commerciali dei maggiori Paesi membri sono divergenti, quasi opposti; (2) se concede quello che chiede Trump viene giù gran parte dell’impalcatura; e (3) commissari e funzionariato di Bruxelles sono di scarsissimo livello.

Si può lasciare nelle mani di uno come Maros Sefcovic (prego verificare la sua biografia politica) un negoziato così complesso e politicamente cruciale? I 5-6 Paesi maggiori dovrebbero commissariare la Commissione, formare un team di negoziatori ad hoc e accettare di dover riequilibrare i rapporti commerciali con gli Usa.

La festa è finita. Quando hai un surplus commerciale mostruoso e il partner in deficit vuole ridurlo hai una sola via per uscirne: non i contro-dazi, perché sei tu in surplus. Devi importare di più i suoi prodotti. Come? Essendo l’Ue una entità ricca e super-protetta, deve eliminare barriere e manipolazioni valutarie.

Occasione da non perdere

Invece di tergiversare, Bruxelles deve sacrificare alcune delle sue abominevoli regolamentazioni (liberando di conseguenza da esse anche i produttori europei), smetterla con tasse e multe, e allinearsi a Washington sulla Cina. In breve: fine del Green Deal.

È scoraggiante che molta parte del centrodestra e della stampa di area non lo comprenda. Molte delle cose che l’amministrazione Trump chiede all’Ue di eliminare sono le stesse che stanno strangolando le economie europee e di cui ci lamentiamo. Ecco perché la spallata di Trump è una straordinaria occasione per liberarci di alcuni pezzi del Leviatano Ue, di alcune delle sue follie regolatorie.

Il governo italiano dovrebbe quindi indirizzare i suoi sforzi diplomatici non verso la Casa Bianca, per limitare le sue pretese, ma verso Bruxelles, perché rinunci ad una serie di regolamentazioni e politiche che zavorrano la nostra economia, oltre che aggravare lo squilibrio commerciale con gli Usa.

I muri Ue

Come ha chiarito un alto funzionario della Casa Bianca già ad aprile scorso, il problema di fondo sono le “barriere non tariffarie”: “qualsiasi Paese che pensi di poter semplicemente fare un annuncio promettendo di abbassare i dazi”, sta ignorando il problema di fondo che “le enormi barriere non tariffarie” istituzionalizzano schemi commerciali per “fregare l’America”.

E l’Unione europea è campione di queste barriere non tariffarie, che spesso impediscono del tutto l’importazione di intere classi di prodotti made in Usa. Cosa chiede dunque l’amministrazione Trump? Nessuno entra nel merito sui giornali, ma basta andare a leggersi il National Trade Estimate Report sulle barriere commerciali.

La parte sulle barriere non tariffarie del capitolo dedicato all’Ue è lunghissima (oltre 30 pagine) e c’è davvero elencata tutta la follia regolatoria e burocratica bruxellese. Si va dalla complicazione del calcolo del singolo dazio alla mancanza di trasparenza e uniformità delle procedure doganali; dalle classificazioni ed etichettature alle regolamentazioni (sanitarie e fito-sanitarie, su pesticidi e biotecnologie, sui gas fluorurati ad effetto serra, sul packaging e la plastica, sulla sostenibilità ambientale dei prodotti, sui servizi digitali e audiovisivi, e così via); dalle barriere agli investimenti esteri ai sussidi statali (sì, ci sono anche quelli).

E ovviamente vengono citati come barriere commerciali il Digital Services Act e la tassazione sui servizi digitali, il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), la tassa sulle emissioni di Co2 incorporate nei prodotti importati, di cui abbiamo parlato in un precedente articolo, e ultimo nato l’Artificial Intelligence Act.

Così come le manipolazioni valutarie e la compressione dei salari. Nel fact-sheet della Casa Bianca si legge che “Paesi tra cui Cina, Germania, Giappone e Corea del Sud hanno perseguito politiche che sopprimono il potere di consumo interno dei propri cittadini per aumentare artificialmente la competitività dei loro prodotti di esportazione”. Nel negoziato dovrà entrare tutta questa roba e liberarcene farebbe molto bene anche a noi europei.

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