Esteri

Trump aumenta la pressione su Mosca, Putin gioca la solita carta. Basterà?

Telefonate che allungano la guerra: Putin cerca di scongiurare o ritardare l'invio dei Tomahawk agli ucraini offrendo a Trump un nuovo incontro. Un'altra manovra diversiva come in Alaska?

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Vedremo nei prossimi giorni se anche questa volta Vladimir Putin sarà riuscito con una telefonata e un nuovo incontro, che stavolta pare si terrà a Budapest, a stemperare la frustrazione di Donald Trump e, soprattutto, a scongiurare il via libera alla fornitura dei missili a lungo raggio Tomahawk a Kiev, di cui il presidente Usa discuterà oggi alla Casa Bianca con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Putin prende tempo

Il leader russo è stato abile fino ad oggi. Ogni volta che Trump si è mostrato sul punto di rompere gli indugi ed esercitare la massima pressione su Mosca, spazientito e deluso dalle sue vuote promesse, è riuscito a guadagnare ulteriore tempo offrendo niente più che retorica e una disponibilità generica a trovare una soluzione politica e diplomatica al conflitto. Parole che, al dunque, non hanno mai portato a nulla di concreto. Non un cessate il fuoco, la prima richiesta di Trump, ma nemmeno un incontro con Zelensky.

Il giochetto funzionerà anche questa volta? Certo, il teatrino di agosto in Alaska potrebbe ripetersi e il rischio è che il presidente russo abbia già ottenuto di congelare la decisione sui Tomahawk fino al vertice di Budapest, in data ancora da definire.

Vedremo, ma non è da escludere che stavolta debba concedere qualcosa di concreto alla volontà di pace di Trump, dopo che in Medio Oriente l’approccio “pace attraverso la forza” ha prodotto i primi risultati. Almeno un cessate il fuoco, Trump non può accontentarsi dell’ennesimo vertice dei buoni propositi cancellati nei giorni successivi sotto una pioggia di missili e droni sulle città ucraine.

Nervosismo russo

Il presidente Trump ha dichiarato la settimana scorsa di aver detto a Zelensky che potrebbe dare a Putin un ultimatum: o la Russia avvia seri colloqui di pace, oppure l’Ucraina riceverà i Tomahawk. Non sappiamo se questo ultimatum sia stato posto, e come, durante la telefonata di ieri. “Ti dispiacerebbe se dessi un paio di migliaia di Tomahawk al tuo avversario?”, avrebbe chiesto Trump a Putin.

Ma il nervosismo del Cremlino sulla questione è ben evidente nelle dichiarazioni del ministro degli esteri Sergey Lavrov: la fornitura dei Tomahawk all’Ucraina “trasforma la guerra di Biden nella guerra di Trump” e “porterà anche a un’escalation delle relazioni Russia-Usa a un livello particolarmente pericoloso. Sono sicuro che lo capiscono bene”.

Lo stesso Putin non appare così convincente quando nella telefonata con Trump, secondo il resoconto del consigliere Ushakov, pretende di sostenere che i Tomahawk “non cambierebbero la situazione sul campo di battaglia, ma causerebbero danni significativi” alle relazioni tra i due Paesi”. Delle due, l’una…

La svolta pro-Kiev

Lungi dall’abbandonare l’Ucraina all’orso russo, come molti in preda alla TDS (Trump Derangement Syndrome) temevano e avevano profetizzato già mesi fa, Donald Trump stava completando la sua svolta pro-Kiev dopo aver preso atto che al momento da parte di Mosca non c’è alcuna intenzione di fermare la guerra. Il tradimento delle aspettative create dal vertice in Alaska è stato probabilmente il turning point.

Da queste pagine e nelle nostre chiacchierate a Red Pill avevamo previsto in tempi non sospetti che prima o poi il presidente Trump avrebbe dovuto riconoscere in Vladimir Putin il vero ostacolo alla pace e comportarsi di conseguenza, ovvero mutare il suo approccio iniziale, fondato su una valutazione sbagliata delle cause della guerra e delle motivazioni del presidente russo. Lo stesso Trump in queste settimane ha riconosciuto di essersi sbagliato nel ritenere la guerra in Ucraina di facile risoluzione e nell’aver riposto fiducia nei suoi buoni rapporti personali con Putin.

Con le sue aperture di credito a Mosca in questi mesi il presidente Trump ha voluto dare una chance concreta ad una risoluzione politica del conflitto in Ucraina. Un azzardo? Sicuramente. Ma proprio le numerose vie d’uscita offerte a Putin, sotto i riflettori dell’opinione pubblica mondiale, permettono oggi di non avere dubbi su chi sia il principale ostacolo alla pace.

La delusione per Putin oggi è profonda. “Ora Trump stesso crede che il modo migliore per vendicarsi di Putin sia lodare Zelensky”, scrive il Time in un articolo pubblicato ieri intitolato “Come Zelensky ha conquistato Trump”.

L’approccio Usa si sta spostando dai tentativi finora vani di portare la Russia al tavolo dei negoziati all’ipotesi di fornire armi più potenti all’Ucraina. Lo stesso Trump ha dichiarato di ritenere ora possibile una vittoria di Kiev, contraddicendo quanto aveva sostenuto fino a poco prima. Non è importante cosa creda veramente, è importante che abbia deciso di imprimere questa svolta, nelle parole e nei fatti, per aumentare la pressione su Mosca.

Dopo il vertice in Alaska, ha riportato il Financial Times, Washington ha aumentato la condivisione di informazioni di intelligence con Kiev, includendo informazioni su obiettivi più all’interno del territorio russo come parte di un cambiamento strategico.

L’incontro Trump-Zelensky

Oggi il presidente ucraino Zelensky incontrerà di nuovo Trump alla Casa Bianca per parlare di armi, non solo difensive. I colloqui verteranno principalmente sulla fornitura dei sistemi antimissile Patriot ma anche dei missili a lungo raggio Tomahawk. Una eventualità evocata dallo stesso Trump alcuni giorni fa: “Potrei dire, ‘Guardate, se questa guerra non si risolverà, potrei inviare loro dei Tomahawk’“.

Sempre il Time riportava ieri che il presidente Usa “sta seriamente considerando la fornitura di Tomahawk a lungo raggio, che amplierebbero drasticamente le capacità di attacco dell’Ucraina” Dai 300 chilometri degli Himars, forniture che ebbe il via libera dall’amministrazione Biden dopo mesi di tira e molla, fino a 2.500 chilometri.

Sul tavolo anche l’ipotesi di una nuova offensiva militare da parte di Kiev. Ne ha parlato lo stesso presidente Usa con i giornalisti: “Vogliono passare all’offensiva, lo sapete. Prenderò una decisione in merito”.

Ma a questo punto, dopo la telefonata di ieri, è difficile che dall’incontro di oggi esca un via libera ai Tomahawk o all’offensiva, Putin potrebbe aver neutralizzato la minaccia. Per ora.

Gli europei e la Nato

Ma la svolta a Washington c’è ed è ben visibile anche nelle parole del segretario del Dipartimento della Guerra Pete Hegseth, intervenendo alla ministeriale della Nato nel formato “Ramstein”:

I leader europei stanno inviando un messaggio chiaro alla Russia. Ora è il momento di porre fine a questa tragica guerra, fermare lo spargimento di sangue inutile e sedersi al tavolo della pace. Ora, se questa guerra non finirà, se non ci sarà un percorso verso la pace nel breve termine, allora gli Stati Uniti, insieme ai nostri alleati, prenderanno le misure necessarie per imporre costi alla Russia per la sua continua aggressione. Se dovremo compiere questo passo, il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti è pronto a fare la sua parte in modi che solo gli Stati Uniti possono fare.

Per il capo del Pentagono il miglior deterrente contro l’aggressione russa è, primo, “una Nato letale, con capacità, guidata dagli europei; secondo, un esercito ucraino credibile in combattimento che possa difendersi e scoraggiare attacchi lungo il confine della Nato”. “Gli alleati spesso dicono che la sicurezza dell’Ucraina è sinonimo della sicurezza europea. Ora è il momento per tutti i Paesi della Nato di trasformare le parole in azioni attraverso gli investimenti PURL. Tutti i Paesi attorno a questo tavolo, nessuno scroccone“.

I Paesi europei della Nato si sono già impegnati ad acquistare armi americane per l’Ucraina per un valore di due miliardi di dollari, mentre Kiev sta discutendo lo scambio della tecnologia dei droni ucraini per aiuti militari multimiliardari dagli Stati Uniti.

Ora, chi non vede una coerenza nelle mosse dell’amministrazione Trump, al netto di stop-and-go e aggiustamenti, o è in malafede, o succube della narrazione dei media di sinistra che dal Russiagate colgono ogni occasione per dipingere Trump come burattino di Putin.

Dazi alla Cina

Tra gli obiettivi dell’amministrazione Trump in questi mesi non c’era solo avviare un percorso per porre fine alla guerra in Ucraina, ma anche un riallineamento dell’Europa agli interessi strategici Usa, essenzialmente per ritrovare l’unità di intenti dell’Occidente nel contrastare la sfida cinese.

Non si è mai trattato di svendere l’Ucraina alla Russia o smantellare la Nato, ma innanzitutto riequilibrare l’onere del sostegno a Kiev, in modo che fosse sostenibile da Washington soprattutto politicamente ma anche in termini di impegno finanziario e militare – considerando i venti di guerra nell’Indo-Pacifico. Se la sicurezza dell’Ucraina è la sicurezza dell’Europa, come viene ripetuto, gli europei devono riarmarsi e armare Kiev.

Ma Trump sta usando la guerra in Ucraina anche per separare l’Europa dalla Cina. Nell’ambito di questi sforzi si inserisce infatti una nuova iniziativa, a sostegno di Kiev, riportata ieri dal Telegraph. L’amministrazione Trump sta lavorando ad un “Fondo per la Vittoria dell’Ucraina” che verrebbe finanziato con gli introiti di nuovi dazi alla Cina.

Trump ha incaricato il segretario al Tesoro Scott Bessent di presentare il piano agli alleati europei prima della visita di Zelensky a Washington. “Agiremo, se i nostri partner europei faranno lo stesso“, ha detto Bessent.

Ben 84 senatori Usa appoggiano la proposta di autorizzare la Casa Bianca a imporre dazi fino al 500 per cento sui prodotti cinesi come sanzione per gli acquisti di petrolio russo da parte di Pechino. Il segretario al Tesoro ha inoltre reso noto che gli Usa “rilasceranno presto foto fornite dal governo ucraino che confermano l’uso di componenti cinesi nei droni russi (di tipo Shahid)” e osservato che “l’acquisto di petrolio russo da parte della Cina rafforza la macchina militare russa”, ricordando che la Cina acquista il 60 per cento delle risorse energetiche della Russia.

Conto salato per l’Europa

Ma il piano ovviamente ha senso se i dazi alla Cina li impongono anche gli europei, mentre frattempo, Trump avrebbe incassato il sì del leader indiano Narendra Modi a interrompere gli acquisti di petrolio russo.

I fondi aggiuntivi dai dazi alla Cina verrebbero impiegati direttamente per aiutare l’Ucraina, cogliendo diversi obiettivi: (1) costringere Pechino a modificare le sue pratiche commerciali; (2) garantire il finanziamento di Kiev senza gravare sui contribuenti americani; (3) costringere l’Europa a separarsi dalla Cina, affossando quindi l’agenda green.

I Paesi europei hanno chiesto a lungo a Trump di aumentare la pressione sulla Russia. Ebbene, l’amministrazione Trump lo sta facendo, ma gli europei devono fare la loro parte. Il che significa riarmo, acquisti di armi americane per conto di Kiev e sanzioni secondarie, ovvero dazi ai Paesi che sostengono lo sforzo bellico russo, Cina in primis. Per l’Europa il conto è salato, non solo in termini finanziari, si tratta di buttare a mare vent’anni di Ostpolitik verso Pechino e di politiche green.

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