Il nuovo corso imposto dall’amministrazione Trump alle relazioni con la Cina va avanti. Con cautela, da entrambe le parti, per evitare il più possibile scossoni troppo dolorosi. È questo in sostanza l’esito dell’incontro della scorsa settimana a Busan, in Corea del Sud, tra il presidente Donald Trump e il segretario del Partito Comunista Cinese Xi Jinping. Si è parlato genericamente di “accordo commerciale”, ma è a nostro avviso una approssimazione per eccesso.
Si tratta piuttosto di una mini-tregua a scadenza di un anno. Non scontata, quindi importante, ma pur sempre una tregua. Washington e Pechino sono in questa fase divise su tutto ma accomunate dall’interesse a non farsi troppo male e a dare alle rispettive economie il tempo di adeguarsi al nuovo scenario di parziale decoupling, quindi di ristrutturare filiere e catene di approvvigionamento.
L’accordo
L’impegno di Pechino a bloccare l’esportazione dei precursori chimici utilizzati per produrre il Fentanyl e a inasprire i controlli sulle esportazioni di sostanze designate è quello che ha convinto Trump a dimezzare dal 20 al 10 per cento il dazio sui prodotti cinesi introdotto proprio sulla questione Fentanyl.
Uno dei risultati dell’accordo coreano è la sospensione per un anno dei nuovi controlli sull’esportazione di terre rare e relative tecnologie introdotti da Pechino lo scorso 9 ottobre che avevano allarmato i mercati.
L’errore di Pechino
Al Financial Times il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent ha spiegato che Pechino ha commesso un “vero errore” quando ha attirato l’attenzione mondiale sulla sua disponibilità a utilizzare il suo quasi monopolio sui minerali critici come strumento di coercizione. “La Cina ha allertato tutti sul pericolo. Hanno commesso un vero errore. Una cosa è mettere la pistola sul tavolo. Un’altra è sparare in aria”. La leadership cinese è rimasta “leggermente allarmata dalla reazione globale ai controlli sulle esportazioni”, ha aggiunto Bessent.
Ma i buoi sono usciti dalla stalla e ciò che sta facendo l’amministrazione Trump è recuperare il tempo perduto. “La Cina sta portando avanti il suo piano sulle terre rare da 25 anni. Gli Stati Uniti hanno dormito, ma ora questa amministrazione si muoverà a velocità warp nei prossimi 1-2 anni per liberarsi da questa spada di Damocle”, ha spiegato Bessent alla Cnn.
Mentre gli Stati Uniti stanno accelerando i loro sforzi per superare questa dipendenza, almeno nei settori strategici, l’Europa sceglie l’impotenza di fronte al monopolio cinese sulle terre rare, costruito con cura nell’arco di decenni anche grazie alle scelte autolesioniste di Berlino e Bruxelles, perché per liberarsene dovrebbe dire addio al Green Deal.
La tregua di Busan stabilizzerà le relazioni Usa-Cina nel breve termine, ma la leva di Pechino nel settore delle materie prime critiche è destinata a svanire rapidamente secondo il segretario al Tesoro Usa. “C’è un accordo secondo cui, ceteris paribus, abbiamo raggiunto un equilibrio e possiamo operare entro tale equilibrio nei prossimi 12 mesi”, ha affermato Bessent, sostenendo che la capacità della Cina di utilizzare le terre rare come strumento coercitivo non durerà oltre un periodo di 12-24 mesi, tempo in cui daranno i loro frutti gli sforzi dell’amministrazione Trump per diversificare la catena di approvvigionamento attraverso nuove operazioni di estrazione e raffinazione e nuove partnership nel Sud-Est asiatico.
È una priorità degli Stati Uniti collaborare con gli alleati per il de-risking e la diversificazione delle catene di approvvigionamento “il più rapidamente possibile”, sebbene il decoupling, una completa separazione commerciale dalla Cina, non sia un obiettivo. “Non vogliamo il decoupling dalla Cina, ma dobbiamo ridurre i rischi. In molti ambiti si sono dimostrati un partner inaffidabile”.
Gli accordi nel cortile di Xi
Bisogna guardare attentamente a come il presidente Trump è arrivato all’incontro con Xi Jinping. Un incontro preceduto da accordi commerciali con Malesia, Cambogia e Corea del Sud; accordi di cooperazione sui minerali critici con Thailandia e Malesia; un accordo con l’Australia che impegna i due governi a investire tre miliardi nei prossimi sei mesi in progetti sulle terre rare, con un bacino di risorse dal valore stimato di 53 miliardi di dollari; un accordo con il Giappone che mobilita capitali per l’estrazione mineraria e la raffinazione, istituisce un gruppo di risposta rapida per i minerali critici e mira a ricostruire le catene di approvvigionamento al di fuori della Cina.
A questi si aggiunge un ulteriore rafforzamento della cooperazione militare con Australia, Corea del Sud e Giappone. Insomma, Trump si è presentato davanti a Xi avendo rinsaldato le alleanze con i principali Paesi proprio nel cortile di casa di Pechino.
La guerra dei chip
Anche lo stallo sul caso Nexperia, la società con sede nei Paesi Bassi, sembra essersi risolto, una situazione che avrebbe potuto bloccare la filiera automobilistica globale. A ottobre il governo olandese aveva preso il controllo di Nexperia, di proprietà della cinese Wingtech Technology, per motivi di sicurezza nazionale e Pechino aveva reagito bloccando le esportazioni di Nexperia dalla Cina, interrompendo la filiera automobilistica europea e di alcune aziende asiatiche.
Come ha riportato il Wall Strett Journal, poco prima di incontrare Xi Jinping a Busan, Trump è stato dissuaso da alcuni suoi ministri, tra cui il segretario di Stato Marco Rubio e il segretario al Commercio Howard Lutnick, dal discutere con il leader cinese la richiesta del ceo di Nvidia, Jensen Huang, di consentire la vendita alla Cina di una nuova generazione di chip per l’Intelligenza Artificiale, perché tali vendite avrebbero minacciato la sicurezza nazionale.
Dunque il summit per Xi si è concluso senza raggiungere un obiettivo chiave a breve termine: una concessione sul divieto Usa sui chip. In un’intervista a 60 Minutes, Trump ha spiegato che gli Stati Uniti avrebbero lasciato che la Cina trattasse con Nvidia, ma non sui chip più avanzati.
A Fox News, Jensen Huang si è detto concorde con l’intenzione dell’amministrazione Trump di riportare in patria la produzione di tecnologie critiche: “Penso che questo argomento sia valido, abbia perfettamente senso, e abbiamo deciso di puntare tutto sul riportare la produzione a casa… Penso che tutti ne trarranno beneficio: è fantastico”. Il numero uno di Nvidia ha ricordato come “negli ultimi quattro anni, l’amministrazione Biden ci ha messo su una strada che ha davvero avuto l’effetto contrario… è una grande opportunità per noi di resettare tornando alle politiche di Trump 45“.
Come osserva il WSJ, “se la strategia a lungo termine di Pechino è raggiungere l’autosufficienza e la supremazia nelle alte tecnologie, ottenere l’accesso a processori avanzati ora è cruciale. Darebbe alla Cina un tempo prezioso per rafforzare le proprie capacità domestiche. Non ottenere una tale concessione rallenta la tabella di marcia per le ambizioni tecnologiche di Pechino”.
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