Politica

Ostaggi del Toga Party: ora per Meloni il rischio di tirare a campare

Le ragioni della sconfitta: nel breve termine, sottovalutata la posta politica in palio; nel lungo trascurata la battaglia culturale. Come e da dove ripartire? Non dalla legge elettorale

Meloni Senato (Ytube)
Ascolta l'articolo
0:00 / --:--

La vittoria del “No” al referendum sulla riforma della giustizia è netta (53,23 a 46,77 per cento), amplificata da una partecipazione al voto che ha raggiunto quasi il 56 per cento degli aventi diritto. L’affluenza relativamente alta registrata nella giornata di domenica ci aveva indotti a ritenere come probabile uno scenario che ricalcasse un voto politico e in cui, quindi, potesse prevalere l’indicazione per il “Sì” dei partiti di maggioranza, a cui tra l’altro si aggiungevano i partiti “centristi” del centrosinistra.

Defezioni nel centrodestra

Due le condizioni, pensavamo, che avrebbero consentito al “No” di superare l’asticella dei 14 milioni di voti: la mobilitazione di un numero considerevole di elettori di sinistra “dormienti”, cioè che si erano astenuti sia alle politiche del 2022 che alle europee del 2024 per delusione nei confronti dei loro partiti, e una defezione consistente degli elettori del centrodestra. Sembrano essersi realizzate entrambe queste condizioni.

Secondo il consorzio Opinio, addirittura il 18 per cento degli elettori di Forza Italia alle ultime elezioni avrebbe votato “No” alla riforma forse più cara al fondatore del partito, il cui nome è ancora sul simbolo. Sorprende anche il 14 per cento di “No” tra gli elettori della Lega, il cui leader è stato sotto processo per il caso Open Arms, e un non trascurabile 11 per cento tra gli elettori di Fratelli d’Italia.

Le percentuali cambiano a seconda degli istituti, ma complessivamente, e sorprendentemente, si può concludere che la tenuta dei partiti del “No” sia stata più alta di quella dei partiti del “Sì”. Dobbiamo ammettere che non ce lo aspettavamo. Credevamo che il centrodestra fosse più compatto del centrosinistra, almeno su questa riforma.

Sinistra radicalizzata

La prima conclusione da trarre è che la sinistra “riformista”, quella schierata per il “Sì” e rappresentata tra l’altro da autorevoli costituzionalisti, era una bolla: altamente rappresentata sui giornali, quanto elettoralmente irrilevante.

La sinistra come ovunque in Occidente è radicalizzata. Gli elettori sono impermeabili a qualsiasi valutazione di merito quando c’è la destra al governo, come un toro che vede svolazzare un mantello rosso davanti a sé. La mobilitazione in nome del “pericolo fascista” travolge tutto e tutti.

Mobilitazione tardiva

Viceversa, il centrodestra – con l’eccezione di Berlusconi – mostra molto più pudore nel far leva sull’emotività e sulle pulsioni identitarie del proprio elettorato, soprattutto quando è al governo. Ed è stato probabilmente questo uno dei limiti della campagna referendaria dei partiti e dei leader di maggioranza. Soprattutto nelle prime settimane, è stata troppo razionale, tecnica, fredda. Scaldata solo negli ultimi 7-10 giorni dagli interventi di Giorgia Meloni. La sensazione è che se la premier non ci avesse messo la faccia, la sconfitta sarebbe stata ancora più pesante.

Una mobilitazione però troppo tardiva, dopo una prima parte della campagna trascorsa sulla difensiva, a respingere nel merito e con rilievi tecnici gli attacchi degli avversari sul piano invece puramente ideologico. Meloni e coloro che la consigliano avrebbero dovuto comprendere che la posta politica in palio era troppo alta per muoversi solo a fronte di una situazione già compromessa.

L’unica cosa che si può forse rimproverare alla premier è essersi concentrata, in questi tre anni e mezzo di governo, sulla sua affermazione come leader di livello europeo e internazionale. Un’operazione senz’altro riuscita che le ha assicurato un certo standing, un’autorevolezza, che ha proiettato un’immagine di stabilità e credibilità anche sul Paese, ma che a livello interno non ha ancora prodotto risultati tangibili, spendibili sul piano della competizione elettorale.

All’interno, proprio le politiche più “popolari”, su sicurezza e immigrazione, hanno incontrato l’opposizione e il vero e proprio sabotaggio da parte della stessa magistratura, mentre è mancato il coraggio sia in Europa che nel rilancio dell’economia.

La posta politica

Sebbene sia stato apprezzabile il tentativo di spiegare nel merito le ragioni del “Sì” alla riforma, e nonostante il ragguardevole risultato di aver comunque superato i 13 milioni di voti, i partiti e i leader del centrodestra non sono riusciti a trasmettere l’importanza politica di questo voto, quanto cioè il successo dell’azione di governo proprio sui temi più cari ai loro elettori dipendesse dallo scardinamento del potere delle correnti della magistratura.

La riforma non riguardava solo l’ammodernamento dell’ordinamento giudiziario, la “giustizia giusta”, i diritti dei tanti chi si trovano schiacciati nel suo terrificante meccanismo. No, si trattava di una questione di sovranità popolare, un pericolo per la democrazia perfettamente speculare a quello denunciato con maggiore convinzione dagli avversari della riforma. Una magistratura politicizzata che tramite il potere delle correnti sabota l’azione dei governi sgraditi.

Il voto dei giovani

Da non sottovalutare il dato geografico – ad affossare la riforma è stato il Sud, a sostenerla Lombardia, Veneto e Friuli. E il dato generazionale. Solo nella fascia 50-64 anni, la “generazione Berlusconi”, hanno prevalso i sì, mentre nella fascia 18-34 anni il “No” ha superato il 60 per cento, suggerendo un processo di fidelizzazione dei giovani alla sinistra che non fa ben sperare per il futuro.

Un’occasione persa

Come avevamo avvertito la settimana scorsa, si trattava di un’occasione unica, che non si sarebbe ripetuta nell’arco di generazioni. Ha ragione Daniele Capezzone a paragonarla al referendum del 1987 sull’energia nucleare. Ancora oggi rimpiangiamo e subiamo le conseguenze dello sciagurato “No” di allora al nucleare. Anche questa è un’occasione persa per i prossimi decenni. Le elezioni politiche si tengono ogni cinque anni, un treno così passa ogni trent’anni.

Ma un errore che non va commesso nell’analisi del voto è cedere alla tentazione di prendersela con gli elettori perché non hanno capito o, peggio, sono troppo stupidi e ignoranti per capire, come fa la sinistra quando il risultato non le sorride.

La battaglia culturale

Il centrodestra è capace di straordinarie vittorie politiche ed elettorali, di generare leadership forti. Eppure, stenta a trovare il bandolo della matassa, non riesce a combattere la battaglia culturale in modo da rendere non effimere le sue vittorie. In tre anni al governo, non ha sfidato le casematte del potere che generano consenso a lungo termine per la sinistra – scuola, università, stampa. Non ha opposto una sua narrazione forte alla narrazione mainstream sui principali eventi di politica internazionale, quasi vergognandosi del buon rapporto della Meloni con Trump.

Dimettersi o andare avanti?

E ora? Come e da dove ripartire? Meloni dovrebbe dimettersi o andare avanti? Confessiamo di avere poche certezze. Certo, se andare avanti significa galleggiare, tirare a campare, logorandosi sempre di più, per esempio trascorrendo un anno a discutere e litigare sulla legge elettorale, allora anche no, grazie.

Ora si apre una questione gigantesca per la destra, che va molto oltre l’orizzonte di questa legislatura e delle prossime elezioni politiche. Oltre al problema di come proseguire e come vincere nel 2027, una riflessione approfondita va aperta per capire come governare e, auspicabilmente, come cambiare rotta al Paese, con il Toga Party contro, legittimato e rafforzato dal voto referendario.

Una magistratura politicizzata che non ha avuto pudore a condurre in prima linea la campagna referendaria, ricorrendo tra l’altro a qualsiasi sorta di mistificazione, e che ieri sera nei locali del Tribunale di Napoli inneggiava alla vittoria cantando “Bella Ciao” e “Chi non salta, Meloni è”. Qualcosa di unico in Occidente.

La vogliamo porre, cari partiti e leader di centrodestra, questa questione per quella che è, una emergenza democratica?

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Lo sapevi che...

Da oggi puoi seguire Nicolaporro.it su Google visitando questa pagina e cliccando ‘Segui su Google