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Altro che liste e “putiniani”, guai a non prendere sul serio le parole di Putin

Perché i cosiddetti “putiniani” godono in Italia di uno spazio mediatico senza paragoni nel mondo occidentale

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Vladimir Putin

Mi sono chiesto più di una volta quale potesse considerarsi la malattia tipica dei mass media italiani, senza riuscire a trovare risposta, pur sfogliando più di una volta il ponderoso volume di patologia generale su cui ha studiato mia figlia. Quasi ogni infermità sembrava tagliata a giusta misura del sottoscritto, ma nessuna attribuibile alla nostra stampa e televisione.

Media malati di onfalite

È stata solo una fortunata coincidenza a farmela scoprire, essendomi improvvisamente scoppiata nel cervello la espressione molto usata di rimirarsi l’ombelico, onde indicare qualcuno chiuso in un egotismo patologico, da qui l’idea che a furia di guardarlo e riguardarlo se ne provocasse l’infiammazione, cioè tecnicamente parlando l’onfalite. Malattia, questa, che ben si con fa a certi dibattitti in corso, prolungati fino all’esaurimento.

Il mondo sta andando letteralmente a catafascio. Putin riesuma la figura di Pietro il Grande, promettendo di ripeterne le gesta di una espansione territoriale ben oltre l’attuale Donbass, condotta sulla base del ricatto nucleare; la crisi energetica ed alimentare fa stringere la cinghia oltre l’ultimo buco a centinaia di milioni di persone; l’inflazione galoppante allarga a dismisura l’area della povertà; la Ue fibrilla spaventosamente; da parte sua, la nostra Italietta, sfiancata da un debito pubblico non più attutito dall’indirizzo del danaro facile della Bce, conosce una brusca impennata dello spread.

Liste per screditare? Non una novità

Eppure, a tenere banco sono arroventate discussioni sulla libertà di stampa, come se, a seguito di un colpo di stato, fosse stata introdotta una censura di ferro, con fior fiore di giornalisti condannati a cambiar casa ogni notte per sfuggire ad una ricostituita polizia segreta.

Ne ha dato occasione la pubblicazione sul Corriere della Sera di un articolo riferito ad una informativa dei servizi segreti circa il radicamento in Italia di un fronte definibile come “putiniano”, che, direte, il solito destrorso sottovaluta. Sarà, ma se lo faccio, è perché nei miei 83 anni di vita, sufficienti a coprire l’intera vicenda della nostra ancor giovane Repubblica, di liste pubblicate ne ho viste parecchie, con tanto di nomi e di fotografie.

Alcune dirette a fornire solo una sorta di toponomastica delle correnti interne ad un partito, ma altre finalizzate a screditare politicamente e moralmente alcuni personaggi o gruppi. Sbaglio, oppure è vero che con riguardo a quel partito dileggiato e disprezzato più di ogni altro dalla creme intellettuale, la Lega, si è spesso contrapposto a un Salvini e al suo circolo magico, etichettati come putiniani per soldi – se pur la famosa indagine sul complotto di Mosca si sia persa nelle nebbie della Procura di Milano – il team di governatori? Neanche tutti, perché ogni occasione è stata buona per sputtanare anche quelli, vedi Fontana uscito immacolato dal processo sulle forniture di camici dopo tanta indegna cagnara.

L’obiezione fin troppo facile è che qui sarebbero coinvolti i servizi segreti, ma sarà o no loro compito, a fronte di una campagna schierata pancia a terra a favore della “operazione speciale” in Ucraina, esaltata da Putin come una offensiva antioccidentale, certo non destinata a fermarsi ai confini dell’Ucraina, di verificarne l’origine e la consistenza, senza, peraltro, uscire dai limiti di una mera informativa?

Casomai ci sarebbe da chiedersi come questa informativa sia arrivata nelle mani di una giornalista, perché l’immagine di servizi segreti così facilmente perforabili non è certo tale da invogliare i nostri alleati a fidarsi di noi.

Perché tanto spazio ai “putiniani”

Certo, c’è dietro una questione assai più grossa e rilevante che non riguarda affatto la pubblicazione della lista immediatamente etichettata come di proscrizione, con quella arlecchinesca capacità di drammatizzazione propria della lingua di una vecchia sinistra assai dura a morire; riguarda, invece, la possibilità di far esprimere ogni opinione, per quanto contrastante sia con quella maggioritaria.

Non vorrei essere accusato di cinismo, ma non convince affatto la favola buona che i mass media diano, per mero spirito liberale, uno spazio tanto ampio da non aver confronto nel mondo occidentale, ai c.d. “putiniani”; non è il dialogo che vogliono mettere in scena, bensì lo scontro, che preparano con la scelta stessa degli interlocutori.

Prendere sul serio Putin

Se fosse un dialogo richiederebbe un previo consenso su un qualche fatto indiscutibile, primo fra tutti quello per cui la Federazione russa ha invaso l’Ucraina, con una finalità declinata dallo stesso Putin con un crescendo destinato a coinvolgere l’intero mondo occidentale: denazificarla, cioè sottoporla ad un governo fantoccio, secondo il classico modulo staliniano; ricondurla alla grande madre Russia, di cui costituirebbe una mera propaggine geografica, priva di qualsiasi identità nazionale, di lingua e di cultura; considerarla come la prima tappa di una programmazione imperiale con in vista quell’Urss, la cui bandiera rossa con falce e martello ha ripreso a sventolare su tutte le città conquistate a costo di spianarle completamente.

Credere che la conquista del Donbass, ben oltre quello già occupato dalle autoproclamatesi repubbliche autonome, sia stato l’obiettivo originario e sia ancora quello conclusivo, è un tragico errore. Se così fosse stato, l’attacco non avrebbe riguardato in prima battuta Kiev, ma soprattutto si dovrebbe fermare a breve. Troppo poco per quel che il nostro novello zar non solo sogna ma predica apertamente. Attenti a non prendere sul serio le sue parole, come si fece a suo tempo con quelle scritte da Hitler nella sua vita.

Per sapere cosa pensa la Federazione russa ben potrebbe bastare ascoltare Putin, che la dice in maniera netta, senza sollecitare la partecipazione di voci russe istituzionali che lo riprendono come tanti pappagalli, nella duplice versione di lasciarle andare a ruota libera, con una irritante falsificazione della realtà, o interromperle per sottolinearne le contraddizioni, con una serie di facili controbattute tali da mettere in difficoltà fino al limite del ridicolo lo stesso intervistatore.

Antiamericanismo d’annata

Ma sono i nostri connazionali, vecchi e nuovi cultori di un antiamericanismo d’annata, a tenere campo, corteggiati nei talk show, con una serie variegata di posizioni, che danno in partenza come scontata l’essere stata la Federazione russa ad invadere, ma per considerare la cosa irrilevante: la complessità della situazione non permette di individuare nettamente i responsabili; la guerra è per procura da parte degli Usa, che ne hanno combinate di cotte e di crude in ogni parte del mondo; la fornitura di armi alimenta la guerra, che altrimenti si sarebbe risolta in quattro e quattr’otto, tanto l’Ucraina il recupero del Donbass e della Crimea se lo può sognar, prima capitola e meno paga in distruzioni e perdite umane; le sanzioni danneggiano più noi che i russi, che patrioti come non mai, sono disposti a tutti i sacrifici possibili e impossibili.

Il tutto accompagnato da una condanna della Nato che si sarebbe spinta fino ai confini della Federazione russa, come se questa non fosse stata la richiesta insistente di popoli vissuti a lungo sotto il tallone russo, che, avendolo ben sperimentato, si sentono rassicurati sotto l’ombrello atlantico; certo se l’Ucraina vi fosse stata ammessa, non sarebbe stata invasa brutalmente.

E, a sua volta, condito da un pacifismo ambiguo che carezza l’orecchio di un popolo appena uscito da un biennio di pandemia e subito ricascato in un lungo conflitto di attrito, sì da finire per considerare inevitabile una resa incondizionata dell’Ucraina – è così grande che non dovrebbe soffrirne troppo.

La lezione del Patto di Monaco

Purtroppo, la storia non insegna niente, anche perché, quando la si conosce, lo è in una versione edulcorata, costruita a misura di questa o quella ideologia; e pure la guerra mondiale è lì ancora relativamente fresca.

Quando Chamberlain sbarcò all’aeroporto di Londra, accolto da una immensa folla festante, con in mano il testo del Patto di Monaco, che avrebbe assicurato la pace cedendo ad Hitler i Sudeti, il grande Churchill commentò: “Avete scelto il disonore e avrete la guerra”, ma il mondo occidentale non ha scelto il disonore, evitando il rischio di una guerra di conquista senza fine; e Roosevelt dovette fare i conti con un pacifismo contrario all’intervento americano, senza il quale le sorti della guerra sarebbero state estremamente diverse.