Non solo i files di Jeffrey Epstein. In questi giorni sono stati pubblicati anche i files della censura Ue, raccolti in un rapporto della Commissione Giustizia del Congresso Usa.
Una campagna decennale di pressioni
Nel febbraio 2025, la Commissione presieduta dal repubblicano Jim Jordan ha citato in giudizio le aziende Big Tech per comprendere se e come le leggi straniere sulla censura stessero ostacolando l’esercizio della libertà di espressione degli americani. Migliaia di documenti interni delle Big Tech e le comunicazioni con i regolatori europei, resi pubblici nel rapporto, dipingono un quadro chiaro: Bruxelles ha portato avanti una campagna decennale per il controllo della narrazione online.
Big Tech sta censurando gli americani, incluse informazioni veritiere, per conformarsi al Digital Services Act europeo. A partire dal 2015, sotto il dichiarato intento di combattere disinformazione e discorsi d’odio, la Commissione europea ha creato “codici” e “forum” tramite i quali esercitare pressioni sistematiche sulle grandi piattaforme digitali al fine di intensificare la moderazione dei contenuti politici nei periodi elettorali, influenzando così il dibattito pubblico.
Questi strumenti dovevano essere “volontari”, su base “consensuale”, ma si sono rivelati qualcosa di molto diverso. Fin dall’inizio, la Commissione li ha utilizzati per fare pressione sulle piattaforme affinché conformassero le loro policy alle linee guida Ue, censurando discorsi politici e altri contenuti legali. In privato, le aziende ovviamente si giustificano: la Commissione stabilisce l’agenda, impone il consenso, e le piattaforme “non hanno davvero scelta” se aderire o meno.
Censura su scala globale
L’obiettivo era chiaro: spingendo le piattaforme a modificare le “linee guida della community“, definire i confini del dibattito pubblico su temi politici qualificanti, come l’immigrazione o il gender, ovvero ciò che gli utenti, americani inclusi, sono autorizzati a pubblicare, negli Stati Uniti o in qualsiasi altro luogo.
Gli standard infatti sono validi a livello globale, a prescindere dal luogo in cui i post vengono caricati, anche perché una moderazione dei contenuti paese per paese rappresenterebbe una minaccia significativa per la privacy, oltre ad essere inefficace e costosa.
Ma la campagna Ue è iniziata molto prima del DSA. Già nel 2020, Bruxelles pretendeva dalle piattaforme la rimozione dei contenuti che mettevano in discussione le narrazioni “ufficiali” sulla pandemia di Covid-19 e i vaccini. Entrato in vigore il DSA, la Commissione ha avvertito le piattaforme che avrebbero dovuto intraprendere una “revisione continua delle linee guida della comunità” per conformarsi.
La campagna di pressione ha funzionato. Nel 2024, TikTok ha modificato le sue linee guida globali per “conformarsi al Digital Services Act“. Il che significa che censura informazioni vere a livello mondiale, così come generiche categorie di contenuti protetti dal Primo Emendamento, come il “discorso marginalizzante”. Per rispettare la legge europea sulla censura, TikTok censura anche negli Stati Uniti.
Dai documenti interni di TikTok, risulta per esempio che dopo questi incontri, la piattaforma ha censurato affermazioni politiche conservatrici comuni sulle questioni transgender, come “esistono solo due generi”. Le linee guida dovrebbero essere volontarie, ma in privato un alto funzionario incaricato di far rispettare il DSA ha detto alle piattaforme che sono in pratica obbligatorie.
Interferenze sulle elezioni
Dai documenti pubblicati risulta anche che dal 2023 la Commissione europea ha organizzato decine di incontri con le piattaforme digitali nei giorni e nelle settimane precedenti elezioni in almeno sei Paesi europei (Irlanda, Francia, Paesi Bassi, Slovacchia, Moldova e Romania) con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la censura dei contenuti politici ritenuti problematici.

X e Musk nel mirino
Una delle ingerenze più clamorose nel dibattito pubblico e nelle elezioni statunitensi, fu nell’agosto 2024, come ricorderete, la lettera del commissario europeo Thierry Breton che minacciava X di ritorsioni per aver ospitato un’intervista in diretta di Elon Musk al presidente Trump.
Preso di mira dalla Commissione europea è soprattutto X, colpito da una multa da 140 milioni di euro e minacciato di essere bandito nell’Ue. Notizia di ieri è la perquisizione degli uffici di X in Francia e la convocazione persino di Elon Musk a Parigi da parte dei magistrati francesi.
Non è bastato che Musk rendesse pubblico l’algoritmo. Anzi, ora viene usato contro di lui. La nostra stampa ha subito cavalcato il caso e presentato come un grande scandalo la scoperta dell’acqua calda: l’algoritmo di X, come degli altri social, valorizza la capacità di fare engagement. Apriti cielo! E cosa dovrebbe fare un social? Diffondere solo le verità approvate da loro o da Bruxelles?
Insomma, l’interlocuzione tra le piattaforme digitali e i regolatori Ue sono andate molto oltre un semplice confronto sulla compliance normativa, sconfinando nel controllo operativo del dibattito pubblico sui social, anche in America.
Una conferma della fondatezza delle accuse rivolte dall’amministrazione Trump, in particolare dal vicepresidente JD Vance e dal segretario di Stato Marco Rubio, all’Europa per gli attacchi alla libertà d’espressione.
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