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Messaggio forte alla Russia, ma l’Occidente deve ancora ritrovare se stesso (e l’Italia il suo interesse nazionale)

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Le espulsioni coordinate di diplomatici russi decise e annunciate da Stati Uniti, Canada, 16 nazioni dell’Unione europea su 27 e Ucraina come reazione all’avvelenamento dell’ex spia russa Skripal su territorio britannico rappresenta un buon successo per il Governo di Londra, che incassa il sostegno non solo a parole di alleati europei e Nato. Erano anni che l’Occidente non rispondeva unito, diciamo con un accettabile grado di compattezza, ad un atto di aggressione e ad una minaccia esterna comune. E di questo va dato merito alla premier britannica Theresa May, che ha avuto il coraggio da leader – raro di questi tempi – di non minimizzare quanto avvenuto a Salisbury, di reagire in modo commisurato alla gravità dell’accaduto, esponendosi al rischio che la risposta dei partner europei (mentre il processo della Brexit rende tesi i rapporti tra le due sponde della Manica) e degli alleati Nato (sempre meno focalizzati sulle minacce comuni) non fosse all’altezza e arrivasse troppo a macchia di leopardo, come avviene spesso negli ultimi tempi.

Proprio nel bel mezzo dei duri negoziati sulla Brexit da parte dei principali Paesi dell’Ue è un segnale incoraggiante sulla futura partnership con Londra quanto meno sui temi della sicurezza e dell’intelligence. Tuttavia, nella diversificazione dei toni e del numero di espulsioni, si possono riconoscere gli alleati più solidi del Regno Unito: i Paesi dell’Europa orientale, dal gruppo di Visegrad ai tre Baltici; e la special relationship con Washington, che seppure non facilitata da una personalità così controversa alla Casa Bianca come Donald Trump, regge ed anzi è in ripresa rispetto agli anni di presidenza Obama. Espulsione dagli Stati Uniti di 60 “diplomatici” russi (di cui 12 all’Onu) e chiusura del consolato russo a Seattle. In realtà, nella nota della Casa Bianca si parla di “agenti di intelligence” russi, un particolare non trascurabile. Durissima l’accusa dell’ambasciatore Usa alle Nazioni Unite Nikky Haley: “Qui a New York, la Russia usa le Nazioni Unite come un rifugio sicuro per le sue attività pericolose all’interno dei nostri confini. Oggi gli Stati Uniti e molti nostri amici stanno mandando un messaggio chiaro: non tollereremo la cattiva condotta della Russia”. Si citano il “comportamento destabilizzante” di Mosca nel mondo intero, la sua “partecipazione alle atrocità in Siria”, le sue “azioni illegali in Ucraina”, e ora “l’uso di armi chimiche all’interno dei confini di uno dei nostri più stretti alleati”.

Ma questa reazione ben coordinata non vuol dire che l’Occidente, e la Nato, abbiano risolto i loro problemi o siano sulla via per risolverli. Una rondine non fa primavera. L’Occidente non è mai stato così compatto come fu durante l’era della Guerra Fredda. Ma quell’epoca è ormai lontana e oggi nemmeno la Russia costituisce più la stessa minaccia sistemica di quarant’anni fa. La percezione differisce da paese a paese, a seconda degli interessi specifici di ciascuno: da una vera e propria minaccia concreta (per i Paesi Baltici), a un irrinunciabile partner commerciale (per Francia, Italia e Germania). Senza la minaccia sovietica, le divisioni anche geopolitiche e strategiche tra le nazioni occidentali sono riemerse. Non siamo più all’interno di un ordine internazionale caratterizzato dalla competizione tra due blocchi rivali, con qualche attore “non allineato”, ma siamo immersi in un “disordine” dove tra nazioni, anche occidentali, e tra potenze regionali si svolge una competizione dalle dinamiche più simili a quelle del XIX e anche XVIII secolo.

Dunque, occorre innanzitutto risconoscere la nuova epoca in cui siamo e gli aggiustamenti che richiede, lavorare per aggiornare/ritrovare le ragioni dell’unità dell’Occidente, ridefinire le missioni strategiche dell’Alleanza atlantica. Probabilmente la Russia non è il rivale più competitivo dal punto di vista economico, né la prima minaccia strategica. Con la Russia occorre trovare un nuovo equilibrio, ma il primo passo per un dialogo davvero alla pari è dimostrare di avere la schiena dritta, far capire a chi comanda a Mosca che non riuscirà a dividere l’Europa e che i tempi dell’assenza di leadership degli Stati Uniti, della debolezza obamiana, sono andati.

E l’interesse nazionale dell’Italia in tutto questo? Non hanno fatto attendere le loro critiche alla decisione di espellere i diplomatici russi i leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, e della Lega, Matteo Salvini – quest’ultimo con toni più cauti e ragionevoli sulla necessità di non “aggravare” i rapporti con Mosca, mentre la prima con un attacco frontale al Governo Gentiloni.

Salvini e Meloni non sono ancora al governo, ma la campagna elettorale è finita e l’interesse nazionale è troppo importante per fingere (?) di non capirlo… L’Italia dovrebbe certamente tutelare il suo interesse nazionale, quando si tratta di rapporti con la Russia, più di quanto è riuscita a fare finora, per esempio sul tema delle sanzioni, ma non si può ignorare la collocazione dell’Italia in Europa, né scordare che dell’interesse nazionale fanno parte anche i legami atlantici, soprattutto quando è in gioco la sicurezza. Anche gli avvelenamenti “aggravano i problemi” e ai due giovani leader di centrodestra non dovrebbe sfuggire che il presidente Trump, cui spesso si richiamano apprezzandolo, e che certamente auspica il dialogo con la Russia, ne ha espulsi ben 60 di “diplomatici” russi.

Ma un governo dimissionario, in carica solo per gli “affari correnti”, può permettersi una decisione del genere? A mio modo di vedere sì, dal momento che si trattava di una decisione di politica estera e sicurezza nazionale non rinviabile. Si doveva decidere ad horas, perché gli altri attori internazionali non stanno ad aspettare i tempi della politica italiana… Inoltre, anche non unirsi al gruppo di Paesi che ha espulso i diplomatici russi sarebbe stata in ogni caso una decisione (e che decisione, certamente più clamorosa!). Espellerne due è una risposta forse cerchiobottista ma misurata, che conferma la nostra appartenenza europea e i nostri legami atlantici, ma allo stesso tempo segnala prudenza e consapevolezza del nostro interesse a preservare i rapporti con Mosca.