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“Togliere l’amicizia” a Putin non basta: dove sbaglia Biden e dove sbagliano i “realisti”

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Occorre una nuova guerra ideologica contro i modelli gemelli, cinese e russo. E la promozione della libertà individuale, senza compromessi, è l’unica arma a disposizione

“Nel corso della nostra storia abbiamo imparato questa lezione: quando i dittatori non pagano un prezzo per le loro aggressioni, provocano più caos. Continuano a muoversi. E i costi e le minacce per l’America e per il mondo continuano ad aumentare”.

Così il presidente Joe Biden vede la guerra in Ucraina, motivando la scelta di far pagare un alto prezzo (economico) alla Russia per la decisione di Putin di invadere l’Ucraina. Il discorso non fa una piega. Ma il mondo avrebbe bisogno di un nuovo Reagan, non di un nuovo Carter. E purtroppo, Biden è molto più vicino a Carter che a Reagan. Parla, in termini di principi, della difesa della democrazia e della libertà, però non vuole prendere in considerazione l’idea che la forza militare sia necessaria per dissuadere i dittatori dal compiere una nuova aggressione.

La Russia, secondo Biden, può essere piegata se viene “unfriended” da tutto il resto del mondo, come se, in un grande social network, venisse bannata dalle maggiori piattaforme e non avesse più modo di esprimere la sua idea. Esattamente come è successo con Trump, bannato dai maggiori social network in modo spontaneo, o spintaneo, ma sicuramente assecondando gli interessi dei Democratici. Nel mondo, però, non basta togliere l’amicizia. Non basta congelare i conti in Occidente di qualche decina di miliardari russi. Non basta neppure espellere le banche moscovite dal circuito dei pagamenti internazionali. Uno Stato non è un’azienda in cerca di profitto e intento a difendere la propria reputazione, non è neppure un politico a caccia di consensi e di finanziatori. Uno Stato, potente come quello russo, è semmai un apparato fondato sulla violenza, sulle armi, sull’ideologia. Se alla metaforica “opzione nucleare” finanziaria, la Russia rispondesse con una concreta opzione nucleare (senza virgolette), anche solo minacciandola concretamente, il mondo verrebbe improvvisamente riportato alla realtà. Basterebbe un test: alla vista del fungo, la musica cambia di colpo.

Invece di Biden, i “realisti” vorrebbero un Kissinger. Ma sarebbe ancora peggio. Kissinger, prima da consigliere per la sicurezza nazionale, poi da segretario di Stato, negli anni cruciali dal 1968 al 1976, si è specializzato nell’arte della resa. È stato il Metternich del XX Secolo: nel tentativo di difendere un ordine ed un metodo che non c’erano più, ha perso tutte le battaglie. Ha cercato di giocare al gioco degli imperi e della loro stabilità ed equilibrio di potere, in un mondo di rivoluzionari. Ha sbagliato praticamente tutto: ha perso il Vietnam cercando un compromesso al ribasso, ha perso in Pakistan per di più dopo aver chiuso un occhio su un genocidio, non ha perso in Indonesia, ma ha dovuto tollerare un altro genocidio. Ha perso soprattutto la scommessa dello sdoganamento della Cina perché ha garantito una polizza vita al regime che attualmente è il maggior antagonista degli Usa. Ha perso la “distensione” garantendo all’URSS il periodo di maggiore espansione territoriale oltre che ideologica. Ha vinto solo in un caso: in Cile. Dove però ha dovuto contraddire se stesso e ricorrere al regime change.

I “realisti”, come si vede anche oggi, non hanno mai avuto una visione lucida della realtà, non tengono conto del fattore umano, ignorano la forza di religioni e ideologie. Hanno tutti sbagliato previsioni con l’URSS (che fosse per loro sarebbe ancora in piedi) e men che meno capiscono la Russia. Kissinger è fra i peggiori dei realisti, perché ha sempre ritenuto che, di fronte alla minaccia di Mosca, noi dovremmo concederle una sua “sfera di influenza”, che include ovviamente l’Ucraina. Senza tener conto dell’effetto destabilizzante che avrebbe un espansionismo russo su tutta l’Europa e, ovviamente, senza tener conto neppure del parere dei popoli inglobati in questa sfera di influenza. Ieri i realisti giuravano che Putin non avrebbe mai attaccato (perché gli equilibri non si toccano e gli attori politici sono razionali). Oggi che Putin ha invaso, ritengono che gli ucraini debbano arrendersi subito e noi non dobbiamo fare o dire nulla per contrastare l’aggressione (sempre per lo stesso motivo).

Serve, invece, un nuovo Reagan. Perché fu l’unico che, in un mondo di rivoluzionari, seppe promuovere una controrivoluzione efficace. Da un lato usò la superiorità militare dell’Occidente per scongiurare qualunque aggressione: i sovietici non ebbero mai dubbi che un passo falso sarebbe costato loro la distruzione totale. Nella corsa agli armamenti, con un mix di propaganda e di passi concreti, ottenne di nuovo la superiorità tecnologica sul nemico. Ma, nel frattempo, sgretolò le basi dell’avversario. Alimentò tutto il dissenso che c’era al suo interno. Fece esplodere le sue contraddizioni. Affrontò a viso aperto l’ideologia del nemico, dimostrandone la fallacia e riportando così nel campo occidentale anche i più demoralizzati fra gli alleati democratici. Oggi ci vorrebbe un nuovo Reagan che, da un lato rilanci la sfida dello scudo stellare: quel che per allora era un progetto quasi utopistico, oggi può diventare realtà in tempi utili. Al tempo stesso occorre una nuova guerra ideologica contro un modello russo, gemello diverso del modello cinese. Così come la Cina è solo nominalmente un regime comunista, ma di fatto è diventata uno Stato etico fondato sui valori tradizionali cinesi, così è la Russia: uno Stato etico fondato su valori tradizionali (ora stabiliti anche per legge) che punta all’espansionismo imperiale. È quello il modello che va aggredito. E la promozione della libertà individuale, senza compromessi, è l’unica arma ideologica a disposizione.