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Gli Usa di Trump chiedono alla Russia il rilascio di 150 prigionieri politici e religiosi. In Europa leggeremo la notizia?

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No, questa notizia sui giornaloni europei non la leggerete. La “narrazione” su Trump non prevede né spazio a dati economici letteralmente sensazionali (Borsa ai massimi, disoccupazione sotto il 4 per cento, più posti di lavoro offerti che manodopera disponibile, crescita da anni d’oro reaganiani) né a qualunque notizia che possa “deviare” dallo stereotipo del supercafone, del cowboy rozzo, del “cialtrone in chief”, come si affannano a scrivere alcune inconsolabili vedove obamiane e clintoniane.

E invece un altro capitolo reaganiano è in corso di scrittura da parte dell’amministrazione Trump: come negli anni Ottanta, un’attenzione ai dissidenti, ai prigionieri di coscienza, alle minoranze politiche e religiose oppresse.

Ne è testimonianza la limpida dichiarazione di lunedì del Dipartimento di Stato Usa che ha chiesto alla Russia il rilascio di oltre 150 prigionieri politici e religiosi, aggiungendo che Mosca è tornata alla “crudele pratica da era sovietica della repressione del dissenso”.

C’è il caso di Oleh Sentsov, il filmaker ucraino che si è opposto all’annessione russa della Crimea, e che ora è in sciopero della fame in un carcere russo. Sta scontando una sentenza di 20 anni di prigione, chiaramente per motivi politici. C’è il caso di Oyub Titiyev, un attivista dei diritti umani perseguito per false accuse di traffico di droga, o quello di Ruslan Zeytullaev, un altro attivista accusato di terrorismo dopo essersi opposto agli eventi in Crimea. Sul versante religioso, sono detenuti testimoni di Geova, cinque leader di Scientology, e i seguaci di un teologo turco.

A molti appariranno casi laterali, marginali. Ma è molto significativo, e vorrei dire nella migliore tradizione americana, che proprio mentre si prepara un possibile summit Trump-Putin, la Casa Bianca, oltre a preparare i dossier geopolitici, economici e militari, apra anche il capitolo dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Il Dipartimento di Stato Usa contesta il ritorno di metodi tipicamente sovietici: confinare alcuni prigionieri in strutture psichiatriche, tenere processi a porte chiuse, spostare alcuni deteniti in località lontanissime e inaccessibili per i familiari, togliere ad esponenti di minoranze religiose la patria potestà su figli e minori.

Peccato che l’Europa, troppo impegnata nel chiacchiericcio politicamente corretto e nella caccia “liberal” contro Trump, non trovi tempo per sostenere queste buone cause.