Esteri

Ecco perché Biden rischia una guerra mondiale su tre fronti

L’amministrazione “sta minimizzando” la gravità degli attacchi iraniani in Medio Oriente. Così incoraggia chi vuole picconare l’ordine internazionale a guida Usa

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USS Carney (video Pentagono) USS Carney

“Gli Stati Uniti sono ad un passo da una guerra mondiale che potrebbero perdere“. Questa bomba è stata sganciata qualche settimana fa, su Foreign Policy, da Aaron Wess Mitchell, ex vice segretario di Stato per l’Europa e l’Eurasia dell’amministrazione Trump. Non è più un’ipotesi di scuola, se guardiamo ai conflitti in corso in “due delle tre regioni strategicamente più importanti del mondo”, che richiedono tutte l’attenzione di Washington, e alle potenze che li hanno scatenati: Russia e Iran.

Se la Cina decidesse di lanciare un attacco a Taiwan, avverte Mitchell, “la situazione potrebbe rapidamente degenerare in una guerra globale su tre fronti, coinvolgendo direttamente o indirettamente gli Stati Uniti”. Sarebbe la “crisi mondiale del nostro tempo”.

Pechino sta intensificando i suoi sforzi per prepararsi a scenari “estremi”, incluso un conflitto con l’Occidente, scrive la corrispondente per la Cina del Wall Street Journal. È noto, per citare due esempi, che la Marina militare cinese ha ormai raggiunto e superato numericamente quella Usa – e continua a crescere ad un ritmo superiore – e che Pechino sta da tempo accumulando materie prime strategiche.

Lo stallo in Ucraina

Ma fermandoci ai due conflitti già in corso, dobbiamo registrare il fallimento della controffensiva ucraina e la sfida diretta agli Usa in Medio Oriente. Sul fronte ucraino, è finito il tempo delle illusioni. Mentre il segretario della Nato avverte che “dobbiamo essere preparati anche alle cattive notizie”, i media mainstream anche più ottimisti e allineati all’amministrazione Biden stanno cambiando musica, eseguendo uno spartito che sembra dettato da Washington per preparare l’opinione pubblica ad una via d’uscita – che ovviamente Putin potrebbe a questo punto non concedere facilmente.

Il motivo è presto detto e su Atlantico Quotidiano l’avevamo segnalato in tempi non sospetti: gli insufficienti e tardivi aiuti militari a Kiev. Sia per incertezza strategica che per incapacità produttiva, sia europea che americana. Il momento giusto per provare a respingere i russi oltre i confini pre-invasione si è presentato nell’estate-autunno 2022, ma l’abbiamo sprecato non fornendo agli ucraini le armi necessarie, perché a Washington non hanno mai voluto una sconfitta russa, né rischiare di provocare una escalation.

Da qui gli aiuti con il contagocce: appena sufficienti per permettere agli ucraini di resistere, ma non per aiutarli a vincere. Un delicato equilibrio che ora rischia di saltare. Ricorderete che molte armi negate a Kiev nel 2022, nel timore di una escalation, sono state alla fine promesse e consegnate in questi mesi. Troppo poco, troppo tardi. Ma la questione meriterebbe un articolo a parte.

Attacchi Houthi nel Mar Rosso

Vanno anche peggio le cose in Medio Oriente, dove dal 7 ottobre non solo Israele, ma anche le forze statunitensi nella regione, in Siria e in Iraq, sono sottoposte a continui attacchi da parte delle milizie filo-iraniane, con poche e limitatissime reazioni da parte Usa – e mai prendendo di mira direttamente il mandante: il regime di Teheran.

Particolarmente preoccupanti i quattro attacchi in cinque ore, con missili e droni, lanciati dagli Houthi contro tre navi mercantili, e sembra anche contro la USS Carney, nel Mar Rosso. Attacchi che rappresentano una sfida diretta alla supremazia marittima Usa, uno dei cardini, anzi forse il principale cardine dell’ordine internazionale.

Politico.com ha riportato la “frustrazione” di alcuni funzionari del governo Usa per la “deliberata minimizzazione da parte dell’amministrazione Biden di una grave minaccia per le forze americane”.

Il Pentagono e il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan non hanno voluto confermare che la Carney fosse tra gli obiettivi. Sebbene uno dei droni fosse diretto proprio verso il cacciatorpediniere Usa, il Centcom ha dichiarato di non poter valutare se fosse il bersaglio.

Ma altri funzionari a conoscenza delle discussioni hanno affermato che le forze navali statunitensi sono chiaramente sotto minaccia nel Mar Rosso e nel Golfo Persico: “Sarebbe difficile trovare un precedente in cui hanno dovuto affrontare una simile sfida nella regione”. L’amministrazione Biden “sta minimizzando la gravità della situazione nel Mar Rosso per evitare un’escalation”.

Che una milizia sostenuta dall’Iran possa impunemente attentare alla sicurezza dei traffici marittimi internazionali, e quindi all’economia globale, in uno degli snodi più strategici, sotto la sorveglianza della Marina Usa, rappresenta già una escalation.

Ruolo dell’Iran

“Non è solo un problema degli Stati Uniti, è un problema internazionale”, ha commentato il vicepresidente dei capi di Stato maggiore, ammiraglio Christopher Grady. “C’è senza dubbio un ruolo iraniano in tutto questo. Quindi assomiglia un po’ ad una escalation orizzontale”. “Abbiamo tutte le ragioni per credere che questi attacchi, sebbene siano stati lanciati dagli Houthi nello Yemen, siano pienamente consentiti dall’Iran“, ha dichiarato il Centcom.

Tra l’altro, il regime iraniano, a cui l’amministrazione Biden ha scongelato decine di miliardi di dollari di fondi sotto sanzioni, si è reso responsabile anche di attacchi in territorio Usa. Come ha confermato al Congresso il direttore dell’FBI Chris Wray: “L’Iran ha tentato di assassinare un ex consigliere per la sicurezza nazionale sul suolo americano, ha tentato di rapire e poi di uccidere un giornalista americano (a New York, ndr)… ha condotto un attacco informatico contro un ospedale pediatrico nel New England…”.

All’attacco Houthi nel Mar Rosso gli Usa non hanno ancora risposto, come hanno fatto invece diverse volte colpendo le milizie filo-iraniane in Siria e Iraq – ma mai direttamente l’Iran. Presi singolarmente, questi attacchi sembrano poca cosa, ma presi tutti insieme rappresentano una sfida all’ordine internazionale a guida Usa e un test della determinazione di Washington a difenderlo.

Deterrenza insufficiente

Il fatto che il mandante di questi attacchi, il regime iraniano, resti impunito lancia un messaggio di debolezza che rischia di incoraggiare ulteriori e più gravi sfide. Il vice ammiraglio in pensione John Miller, ex comandante della 5a flotta, ha affermato che “non stiamo prendendo la cosa sul serio”, aggiungendo che gli attacchi sia in mare che in Iraq e Siria “sono rimasti in gran parte senza risposta”. “Non stiamo scoraggiando nessuno in questo momento”, ha concluso.

Non crediamo che alla Casa Bianca sfugga il quadro complessivo, ma se sommiamo l’incertezza strategica in Ucraina, le sanzioni alla Russia e all’Iran aggirate, le “linee rosse” oltrepassate, Teheran che impunemente usa i suoi proxies per attaccare Israele e la presenza Usa nella regione, minacciando la sicurezza della navigazione, allora la deterrenza Usa ne esce piuttosto ammaccata e il rischio che la Cina decida di approfittarne aumenta.

Occidente impreparato

Nel suo articolo, Mitchell ha ricordato che l’esercito Usa di oggi “non è progettato per combattere guerre contro due principali rivali contemporaneamente”, come hanno chiarito le ultime due strategie di difesa nazionale e come ha confermato anche il Congresso. Nel caso di un attacco di Pechino a Taiwan, gli Stati Uniti avrebbero difficoltà ad affrontarlo mantenendo il flusso di sostegno all’Ucraina e a Israele.

Non è questione di declino. Il problema, spiega Mitchell, è che “a differenza degli Stati Uniti, che devono essere forti su tutti e tre i fronti, ciascuno dei suoi avversari – Cina, Russia e Iran – deve essere forte solo nella propria regione per raggiungere i suoi obiettivi”.

Inoltre, se nei conflitti passati gli Stati Uniti sono stati in grado di produrre più armi dei loro avversari, e se hanno potuto raddoppiare in breve tempo il rapporto debito pubblico/Pil, oggi non è più così. Per questo, dovrebbero prepararsi al peggiore scenario: “Una preparazione efficace è la strada verso una migliore deterrenza; le misure volte ad aumentare la preparazione alla guerra inviano un chiaro segnale agli avversari che l’aggressione è per loro più rischiosa della stabilità e della pace”.

Non impiccarsi al green

Prepararsi non solo garantendo che Ucraina, Israele e Taiwan, i Paesi in prima linea nei tre fronti, abbiano le armi necessarie per difendersi, ma anche ricostituendo la propria base industriale e spingendo gli alleati a fare altrettanto.

“In tutto l’Occidente, i governi e i cittadini dovranno rivalutare le priorità“. Prima fra tutte la transizione green. Non ha senso “legarsi” a politiche climatiche “estremamente costose che indeboliscono la crescita economica in un momento in cui la Cina sta costruendo centrali a carbone al ritmo di due a settimana”. Gli europei, conclude Mitchell, dovranno “riconsiderare la loro avversione all’energia nucleare”, i progressisti americani le “restrizioni autoimposte che limitano la capacità Usa di aumentare la produzione di energia”.

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