Attraverso la vicenda di Kurt Rosenberg, il 25 aprile ritrova la sua verità storica: la Liberazione italiana fu resa possibile dall’avanzata delle forze alleate contro il nazifascismo.
Il 25 aprile appartiene alla categoria delle ricorrenze civili che l’Italia commemora con zelo, ma non comprende a sufficienza. L’anniversario della Liberazione si consuma spesso in una polemica che ne altera il significato, mettendo in ombra ciò che accadde alla fine della Seconda Guerra Mondiale: il collasso dell’Europa hitleriana.
Bisogna ricordare ai “resistenti” dalla memoria selettiva che nell’aprile 1945 il Terzo Reich era giunto allo stremo. La Wehrmacht arretrò, gli Alleati risalirono la penisola dal Mezzogiorno e il nazifascismo perse il controllo del continente che aveva sconquassato.
Il libro “Tutto iniziò da quel finestrino” di Ugo Rosenberg (Edizioni Croce) riporta il 25 aprile alla sua verità storica. Kurt Rosenberg, un ebreo polacco perseguitato dalle ideologie totalitarie, attraversò i principali scenari del Novecento: la distruzione della Polonia, l’inquietante accordo fra nazismo e stalinismo, la deriva sanguinosa dei Balcani, l’Italia delle leggi razziali e l’avanzata delle forze alleate, che resero possibile la liberazione della penisola.
Il volume ripercorre la biografia del padre dell’autore sulla base di lettere, fotografie e documenti inediti, riconducendo la storia europea all’esperienza di una vita.

La fine del microcosmo polacco
Il racconto inizia con la spensierata gioventù di Kurt a Bielsko, una città della Polonia meridionale dove ebrei, polacchi e tedeschi hanno sempre convissuto pacificamente. All’inizio degli anni Trenta la vita quotidiana scorreva regolare, e gli abitanti del luogo non potevano immaginare ciò che il futuro avrebbe riservato loro. Nel 1938 Kurt conseguì il diploma di maturità e fu ammesso all’Accademia del Commercio Estero di Cracovia, nonostante il numerus clausus imposto agli studenti ebrei.
Quel microcosmo cominciò a disgregarsi. L’antisemitismo conobbe un’improvvisa recrudescenza e le aggressioni a sfondo razziale si moltiplicarono nelle aule dell’università. Il patto Molotov-Ribbentrop spartì la Polonia fra la Germania di Hitler e l’Unione Sovietica di Stalin, mutando il destino di milioni di persone con la freddezza di un atto notarile. In quel momento crollò una civiltà di confine, formata dall’incontro secolare di minoranze etniche, lingue e tradizioni diverse.
L’altra faccia della tirannide europea
Dopo l’invasione tedesca della Polonia, la famiglia Rosenberg cercò rifugio a Leopoli. Ma la fuga dall’occupazione nazista non portò alla salvezza: la città cadde presto sotto il controllo sovietico, e il potere staliniano si dispiegò in tutta la sua pervasività attraverso la polizia politica, la sorveglianza e la repressione delle élite straniere.
Quando il Commissariato del popolo per gli affari interni (Nkvd) arrestò Herman Rosenberg, padre di Kurt e ufficiale polacco, il destino della sua famiglia sarebbe cambiato per sempre. A distanza di qualche anno, il nome del padre sarebbe comparso fra le vittime del massacro di Katyn.
Per un ebreo polacco, la fine del Terzo Reich non cancellò l’altra faccia della tirannide europea. Chi aveva conosciuto l’Nkvd, non poteva leggere gli eventi dell’Europa orientale come un dramma a senso unico. La Polonia fu decapitata dall’intesa fra il regime hitleriano e la dittatura staliniana, benché oggi si tenda a rimuovere, o quanto meno ad attenuare, le responsabilità del comunismo sovietico.
Il varco nel convoglio
Nella notte fra il 12 e il 13 aprile 1940, durante una deportazione effettuata dai sovietici, Kurt si ritrovò in un vagone stipato di donne e bambini. In alto si aprì una fessura minima; il ragazzo osservò il soldato di guardia, ne studiò i movimenti e, dopo aver atteso l’istante propizio, si arrampicò lasciandosi cadere all’esterno, aiutato da un ferroviere polacco che accettò di compromettersi pur di salvarlo. Il libro deve il suo titolo proprio a quest’evento.
L’episodio colpisce per la sua forza simbolica: il vagone serrato, il corpo che si piega verso una fessura d’aria, la mano tesa di un ferroviere polacco. In pochi istanti si concentra la verità di un secolo, nel quale la deportazione fu una tecnica del potere e la salvezza il frutto di gesti individuali. Da lì in avanti, la fuga di Kurt smise di essere una vicenda privata e si inserì nella rovina europea.
La fuga di Kurt Rosenberg
Kurt fuggì con gli amici d’infanzia Wolf e Janek lungo una porzione d’Europa che andava disfacendosi sotto il peso della guerra. Nella cosmopolita Bucarest credette di aver trovato una tregua; ma il pogrom del gennaio 1941, scatenato dalla Guardia di Ferro, erede del movimento di Corneliu Zelea Codreanu, travolse anche quell’illusione e lasciò nelle sinagoghe incendiate e nei corpi riversi al suolo la prova che l’antisemitismo non si esaurisse nell’universo tedesco. L’odio antiebraico trovò in molti Paesi complicità locali e tradizioni già predisposte a saldarsi con il radicalismo del tempo.
A Belgrado i profughi ebrei erano in attesa di partire per l’allora Mandato britannico di Palestina. Rosenberg ricorda l’esitazione del Foreign Office, deciso a contenere i flussi migratori verso la Terra d’Israele, la prudenza di Londra nei confronti del mondo arabo e il ruolo svolto dal Gran Muftì di Gerusalemme nel campo filo-tedesco.
La tragedia ebraica si mosse così in un intreccio di diplomazia, interessi strategici e ostilità ideologiche che avrebbe lasciato un’impronta profonda anche nel Dopoguerra.
L’Italia delle leggi e degli uomini
L’arrivo in Italia non attenuò il pericolo. Le leggi razziali restavano in vigore e l’arbitrio amministrativo incombeva sulla vita dei protagonisti. Trieste, Venezia, Roma, e poi l’internamento in Abruzzo ribadirono la precarietà di quei giovani ebrei polacchi in fuga: la loro salvezza rimase appesa a documenti improvvisati e a timbri ricostruiti con astuzia.
Accanto all’apparato del regime fascista, però, comparvero uomini e donne che scelsero di agire seguendo l’umanità. I funzionari che chiusero un occhio, le famiglie umili che offrirono loro una stanza, i contadini che divisero il pane, i piccoli amministratori disposti ad assumersi un rischio reale. Queste persone mostrarono come, persino nei sistemi oppressivi, potessero sopravvivere piccole, grandi forme di generosità.
Il 25 aprile nella sua verità storica
Quando il fronte angloamericano risalì la penisola, la vicenda di Kurt entrò nella storia militare della Liberazione. Dopo aver oltrepassato le linee, si unì alle truppe polacche aggregate agli eserciti occidentali, entrando nell’orbita del II Corpo d’Armata polacco e legando il proprio destino alla campagna che contribuì a restituire l’Italia alla libertà. La biografia individuale si fuse con il movimento generale della guerra europea.
La Liberazione fu resa possibile dalla sconfitta militare del nazifascismo, e quella sconfitta fu opera degli Alleati: britannici, americani, polacchi, canadesi, indiani, neozelandesi e altri reparti della coalizione anti-hitleriana restituirono all’Italia lo spazio entro cui rinacque una vita politica libera. La Resistenza ebbe grandezza morale e civile, ma se riuscì a prevalere fu solo merito degli Alleati.
L’eredità della Liberazione
Per chi proveniva dalla Polonia occupata, il 1945 non ebbe ovunque lo stesso volto. In una parte d’Europa si riaprì la strada della ricostruzione civile; nell’altra cominciò una nuova subordinazione, stavolta sotto il segno sovietico. Il libro di Rosenberg chiarisce questa tendenza, inserendola nel corso di una vita che è rimasta refrattaria a ogni addomesticamento.
L’Italia conobbe il primo destino. Per questo motivo, è opportuno riportare il 25 aprile alla sua collocazione autentica: non una semplice festa nazionale, ma il punto italiano di una vittoria che ha riscritto le sorti dell’Europa occidentale.
Una memoria da preservare
Nel Dopoguerra Kurt Rosenberg si stabilì a Roma, dove intraprese la carriera giornalistica e ritrovò l’amico d’infanzia Karol Wojtyła, ormai asceso al soglio pontificio con il nome di Giovanni Paolo II. La sua vita ritrovò una forma attorno alla triplice appartenenza che l’aveva accompagnato lungo tutto il secolo: ebraica, polacca e italiana.
Il libro di Ugo Rosenberg rievoca i capitoli più atroci del Novecento. Nel suo arco narrativo, che assomiglia quasi a una favola scampata alla catastrofe, si susseguono la tragedia degli ebrei d’Europa, stretti fra dispotismi concorrenti, la liberazione del continente, il legame fra la salvezza dei singoli e la vittoria delle forze alleate. Alla fine, rimane un’immagine sola: il ragazzo che si lasciò cadere da un finestrino per tornare a vivere.
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