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Quando la guerra è giusta per l’Occidente: dalla concezione cristiana a quella anglosassone

Come si è sviluppata la concezione della guerra nella storia occidentale, da Sant’Agostino a Machiavelli, da Von Clausewitz alle guerre del diritto

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Davanti alle tragiche vicende del conflitto in Ucraina e davanti alle pretese, da parte di molti, di stabilire in maniera netta dove stia il torto e dove la ragione, forse sono utili alcune considerazioni riferite ai diversi criteri che l’esperienza storica della tradizione del pensiero occidentale ci offre per valutare se e a quali condizioni una guerra o comunque un conflitto (anche solo a livello di sanzioni economiche) tra diverse comunità umane possa essere considerato legittimo e doveroso dal punto di vista civile e politico.

La guerra nel pensiero cristiano

Nel pensiero cristiano, che già alle sue origini identificava la guerra con uno dei quattro cavalieri che avrebbero contribuito a porre fine al mondo terreno (Apocalisse cap. 6, v. 4), a differenza di altre religioni quali ad esempio il manicheismo e l’islam, non è mai esistito il concetto di guerra “santa” (nemmeno le crociate furono considerate tali), ma piuttosto quello di guerra “giusta”.

Tale fu considerata la guerra combattuta per difendere i princìpi cristiani e combattuta secondo tali princìpi. Peraltro non fu mai dimenticata l’esistenza in ogni atto di guerra di una inevitabile componente malvagia, “demoniaca”, per usare l’espressione del pensatore e storico tedesco Gerhard Ritter (1888 – 1967), alle cui riflessioni si sono ispirate alcune delle considerazioni contenute in questo scritto.

Non fu mai negato infatti che la guerra consiste in uno “sporcarsi le mani”, ma seguendo il pensiero di Sant’Agostino (354 – 430), alla chiara e spesso cruda considerazione del peccato (insito in ogni atto di violenza) si unì la fede decisiva nella grazia divina, legata come detto ai modi e ai fini della guerra “giusta”.

Nel medioevo cristiano occidentale la guerra giusta era regolata dalla morale religiosa, doveva essere combattuta con l’approvazione della chiesa e il consenso dei sovrani “neutrali”, e doveva essere combattuta seguendo certe regole, quelle “cavalleresche” che disciplinavano l’attività militare: ogni altro tipo di guerra era equiparato alla pura e semplice violenza.

La guerra nello Stato moderno: Machiavelli

Con la crisi del mondo medievale fu necessario creare una visione della guerra distaccata da principi morali e da autorità universali non più riconosciuti da tutti, e collegata invece al benessere materiale e sociale della comunità particolare coinvolta nella stessa, quella comunità che stava avviandosi a diventare lo stato moderno.

A definire la cosa dal punto di vista teorico fu un uomo che ebbe una visione altrettanto realistica del peccato umano quale quella di Agostino, ma senza avere la sua profondità di fede nella grazia divina, Niccolò Machiavelli (1469 – 1527). Messa da parte la morale, il Segretario fiorentino giustificò la guerra in nome di quella che qualche tempo dopo fu chiamata “ragion di stato”, cioè come uno strumento, da utilizzare solo tanto in quanto fosse diretta a realizzare l’utilità generale della comunità governata dal “principe”.

Solo a queste condizioni la guerra è giustificata, in quanto è il prodotto della “virtù” del principe (e dei suoi sudditi): in caso contrario è solo “furore” distruttivo. Questa concezione fu l’unica in grado di superare le guerre di religione, durante le quali ciascuna delle parti in conflitto vantava la giustezza della propria morale verso i nemici “eretici”.

Guerra limitata e nemico legittimo

In tal modo prese sempre più forza nella civiltà europea un concetto di guerra legittima in quanto limitata dal suo fine politico, cioè dall’interesse della comunità statale, ovviamente come definito dal sovrano, che ora pretendeva anche l’obbedienza in ambito religioso (secondo il principio cuius regio eius religio).

Infatti, se è vero che, pur dopo la fine dell’ultimo grande conflitto religioso, la Guerra dei Trent’anni (con la pace di Westfalia del 1648), vi furono numerose guerre in Europa, è altrettanto vero che esse furono guerre limitate sia nel modo, nel senso che non furono mai coinvolte intenzionalmente le popolazioni civili, sia negli esiti, dato che esse non si concludevano con la “eliminazione” politica degli sconfitti, ma con una pace tramite la quale questi ultimi e i vincitori stabilivano, ovviamente da posizioni diverse, le condizioni per una nuova coesistenza pacifica, anche quando le guerre portavano alla appropriazione di parti più o meno estese del territorio di un Paese.

In quest’ottica il nemico era sempre un nemico legittimo (iustus hostis), che veniva combattuto ma solo fino al punto in cui ciò serviva agli scopi pubblici.

Guerra popolare e politica

Con le guerre napoleoniche il sistema iniziò però ad entrare in crisi: la guerra divenne, prima dal punto di vista francese poi anche da quelle delle altre potenze continentali, guerra popolare (di liberazione dall’oppressore) e in tal modo assunse in proprio un carattere politico che prima non aveva: se per Machiavelli la politica “virtuosa” era il limite della guerra giusta, per il tedesco Carl von Clausewitz (1780 – 1831) la guerra era la continuazione della politica con altri mezzi.

Guerra e politica venivano a porsi sullo stesso piano e se, in quanto atto politico la guerra di per sé poteva rappresentare un bene per lo stato, la stessa (cosa che forse non fu subito chiara) non aveva potenzialmente più limiti.

Le conseguenze devastanti si ebbero un secolo dopo: le potenze europee coinvolte nella Prima Guerra Mondiale misero da parte ogni limite e la sconfitta del nemico divenne l’unico obiettivo. Serviva dal punto di vista culturale un nuovo limite che frenasse l’elemento demoniaco della guerra per la guerra: lo portò l’intervento americano.

L’isola felice

Ma qui è necessario un passo indietro. Le guerre di religione avevano avuto un esito in parte diverso oltremanica, dove in seguito alla gloriosa rivoluzione del 1689 si era affermato il pluralismo religioso (sia pure limitato alle diverse confessioni protestanti, ma comprese quelle “radicali”), e parallelamente aveva preso sempre più corpo, aiutata ovviamente dalla condizione geografica della Gran Bretagna, una visione dello stato come una entità quasi autosufficiente, una sorta di “isola felice”, paradossalmente quasi simile a quella ideale descritta nel suo libro “Utopia“, da colui che fu una delle più celebri vittime dei conflitti religiosi britannici, Thomas More (1478 – 1535), il cancelliere cattolico contemporaneo di Machiavelli condannato a morte per la sua opposizione ad Enrico VIII (1491 – 1547).

Questa realtà statale “insulare” autonoma, difesa dalla propria Marina, era legata alle altre potenze “continentali” essenzialmente da una serie di diritti ed obblighi reciproci (gli antenati dei vari trattati commerciali dei secoli seguenti) e la guerra veniva ritenuta necessaria solo tanto in quanto questi diritti fossero minacciati. Nella cultura anglosassone la funzione di rappresentare il limite della guerra giusta venne quindi assunto non dalla politica ma dal diritto.

Il nemico come criminale

Insieme ai coloni britannici questa concezione attraversò l’Atlantico e fu fatta propria già dal loro sorgere dagli Stati Uniti d’America, destinati a diventare una potenza altrettanto “insulare” quanto quella britannica, ma in versione “maggiorata”: la si ritrova pari pari già ad esempio nello scritto n. 4 del Federalista (la raccolta di articoli a sostegno dell’approvazione della Costituzione federale), opera di John Jay (1745 – 1829).

Questa visione della guerra, se da un lato limita di molto il sorgere dei conflitti armati, dato che essi sono giustificati solo per tutelare un diritto minacciato e non per un generico motivo di interesse pubblico, dall’altro, una volta che il conflitto è iniziato, è particolarmente inflessibile verso il nemico che è considerato come colui che ha violato i diritti, cioè come una sorta di “criminale” internazionale che va sconfitto con tutti i mezzi possibili.

L’intervento degli Stati Uniti nella Prima Guerra Mondiale avvenne com’è noto in base alla violazione da parte tedesca dei diritti americani di commerciare con le potenze dell’Intesa, e ispirò dopo la vittoria una serie di trattati di pace che per la prima volta addossarono chiaramente la colpa della guerra ai perdenti e a tale scopo ridisegnarono e spezzettarono i territori degli stati sconfitti, imponendo loro sanzioni pesantissime dal punto di vista economico e sociale.

La guerra dei totalitarismi e degli Alleati

Peraltro, la precedente concezione della guerra come modo diverso di fare politica, ormai degenerata oltre i limiti indicati da Machiavelli, divenne a sua volta la bandiera degli stati autoritari e totalitari, dal fascismo, al nazismo, al comunismo, e fu all’origine della politica di dominio delle potenze dell’Asse che portò alla Seconda Guerra Mondiale, nonché di quella sovietica che ad esse si oppose.

I limiti, ma anche la radicalità della concezione anglosassone della guerra si mostrarono appieno durante il secondo conflitto mondiale, che dal punto di vista degli alleati occidentali fu una guerra non di conquista, ma di liberazione dalla tirannide e di ripristino dei diritti violati (in primis degli americani e degli alleati, ma non solo di quelli).

Il processo ai vinti

Ma fu anche una guerra senza i limiti tradizionali, sia nel coinvolgimento dei civili tramite i bombardamenti (compreso l’uso della bomba atomica), sia nel suo esito, che portò per la prima volta nella storia moderna i vincitori a processare giuridicamente i vinti (compito che forse sarebbe dovuto spettare a soggetti neutrali o “terzi”, come ogni giudice deve essere).

Guerra come continuazione del diritto

La diffusione a livello politico e culturale della concezione della guerra di tipo anglosassone, consolidatasi dopo la fine della Guerra Fredda e il crollo dell’Unione Sovietica hanno certo reso il mondo un posto migliore, garantito in gran parte dalla pax americana. Resta però la radicalità dell’impostazione delle eventuali guerre, insita nel modo di considerare il nemico e nel modo di combattere, sempre più affidato alle tecnologie aree e missilistiche distruttive per i civili.

A questo si aggiunge il fatto molto spesso la guerra è vista non tanto come una autodifesa dei diritti delle comunità statali, ma piuttosto come un mezzo per realizzare la giustizia su questa terra, o per usare una frase alla Clausewitz, una continuazione del diritto con altri mezzi.

Le guerre fatte per esportare la democrazia e i valori occidentali, da quella in Iraq e quelle di appoggio alla primavere arabe sono tipici esempi di questa concezione, che non solo viola il fondamentale principio giuridico che nessuno può essere giudice in causa propria, ma unisce alla concezione del nemico come di un colpevole da punire anche la mancanza di valutazione dell’opportunità di combattere dal punto di vista del bene pubblico, valutazione che rappresentava invece la colonna portante della concezione continentale classica ispirata in ultimo dal realismo di Machiavelli.

Legittima difesa

Invece, per giustificare la sua legittimità, una visione della guerra basata sulla legittima difesa dei diritti e degli interessi dei propri concittadini e di quelli degli stati amici da un lato deve confrontarsi con gli esiti pratici della applicazione dei principi su cui si basa e chiedersi fino a che punto valga la pena di intervenire militarmente (o di fornire armi agli alleati, di applicare sanzioni e criminalizzare senza attenuanti i nemici ecc.), e dall’altro deve tenere conto nella maniera più realistica possibile delle ragioni, cioè dei diritti, di coloro che stanno sul fronte opposto.

Solo a tali condizioni infatti una guerra che voglia essere di autodifesa dei diritti delle libertà può evitare la tentazione di cadere in una sorta violenza unilaterale portata avanti in nome della propria altrettanto unilaterale giustizia: è questa la tentazione dell’elemento “demoniaco”, presente in ogni attività bellica (e quindi anche in quella riferita all’Ucraina) che non vai mai sottovalutata.