Economia
IL COMMENTO

Sigarette, chi esulta per la stangata ha perso la bussola

Se il fumo fa male, non significa che lo Stato debba tassarlo sempre di più. Il liberalismo difende le scelte individuali e chiede meno tasse

Segui nicolaporro.it su Google CLICCA QUI
Ascolta l'articolo
0:00 / --:--

Leggere certi commenti sotto l’articolo sull’aumento delle accise sulle sigarette lascia francamente perplessi. «Un pacchetto dovrebbe costare 1000 euro», scrive qualcuno. Un altro sostiene che «a 29 euro a pacchetto» andrebbe benissimo. E c’è chi liquida la questione con un semplice «cavoli di chi fuma».

Ora, mettiamoci d’accordo su una cosa: fumare fa male. Non c’è bisogno di negarlo, né di fare apologia del tabacco. Ma questa non è la domanda. La domanda, per chi si definisce liberale, è un’altra: il fatto che una scelta individuale sia dannosa autorizza automaticamente lo Stato ad aumentare le tasse su quella scelta?

La risposta liberale dovrebbe essere piuttosto semplice: no.

Il principio liberale non cambia in base a ciò che ci piace

Il punto del liberalismo è proprio questo: la libertà individuale non può dipendere dal fatto che le scelte degli altri ci piacciano oppure no. Se oggi applaudiamo perché lo Stato aumenta le accise sulle sigarette «perché fanno male», domani quale sarà il limite? L’alcol fa male, quindi perché non aumentare ancora le accise sulle bevande alcoliche? Lo zucchero in eccesso può avere conseguenze sulla salute: perché non una sugar tax sempre più pesante? La carne rossa può essere oggetto di raccomandazioni sanitarie: perché non tassarla? E così via.

A quel punto il principio non è più «lo Stato tassa il meno possibile». Diventa: lo Stato può tassare ciò che ritiene opportuno, purché trovi una buona ragione morale per farlo. È esattamente il contrario della mentalità liberale.

Se le tasse aumentano, la domanda è perché

C’è poi un’altra questione che dovrebbe interessare particolarmente chi si proclama liberale: le accise sul tabacco non sono una semplice politica sanitaria. Nel 2024 il comparto dei tabacchi ha prodotto circa 15,2 miliardi di euro di entrate fiscali, tra accise e Iva: 11,4 miliardi di accisa e 3,8 miliardi di Iva. E il gettito è cresciuto del 3,39% rispetto al 2023, nonostante la contrazione di lungo periodo dei consumi.

La stessa documentazione parlamentare sulla legge di Bilancio 2026 mette nero su bianco il risultato finanziario delle nuove misure: 213 milioni di maggior gettito nel 2026, 465,8 milioni nel 2027 e 796,9 milioni nel 2028. Quindi sì, c’è una motivazione sanitaria. Ma c’è anche, banalmente, un gettito fiscale. E quando lo Stato incassa miliardi da un determinato consumo, sarebbe ingenuo fingere che la questione sia esclusivamente quella di «salvare i fumatori da loro stessi».

Prima ti tasso il reddito, poi anche ciò che compri

Il problema delle accise è ancora più evidente se si guarda al sistema fiscale nel suo complesso. Il cittadino che compra un pacchetto di sigarette ha già pagato le imposte sul reddito con cui lo acquista. Poi, al momento del consumo, paga accisa e Iva. L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ricorda che sulle sigarette si applica l’Iva al 22%, oltre all’accisa, composta da una parte specifica e da una componente proporzionale al prezzo.

Non significa che ogni imposta indiretta sia illegittima. Significa però che bisogna smettere di raccontare la favola secondo cui ogni nuovo aumento fiscale sarebbe automaticamente virtuoso se colpisce un consumo considerato poco salutare. Un liberale dovrebbe chiedersi prima di tutto se esista davvero la necessità di aumentare il prelievo. E, se esiste una necessità di bilancio, dovrebbe chiedersi perché non si parta dalla spesa pubblica. La sequenza liberale dovrebbe essere l’opposto: prima si tagliano gli sprechi, poi si riducono le tasse. Non prima si cercano nuovi consumi da tassare e poi si trova una giustificazione morale.

La morigeratezza è sempre stata utile al potere

C’è peraltro un paradosso interessante. La convinzione che la sobrietà, la disciplina e il controllo dei comportamenti siano funzionali alla produttività non è affatto una scoperta del moderno Stato salutista. Max Weber ha costruito una parte fondamentale della sua analisi del capitalismo proprio sul rapporto fra ascesi, disciplina, lavoro e produttività nell’etica protestante. La sua tesi, poi molto discussa e sottoposta a numerose revisioni dalla ricerca successiva, collegava la disciplina della vita quotidiana e la valorizzazione del lavoro allo sviluppo dello spirito capitalistico.

Anche la storia britannica dell’industrializzazione offre esempi significativi. Nell’Ottocento le inchieste parlamentari registravano una fortissima concentrazione dell’ubriachezza nel sabato sera, giorno tradizionale di pagamento dei salari. E nel Novecento il caso sovietico è ancora più esplicito: nel 1985 Gorbaciov lanciò una pesantissima campagna contro l’alcol proprio mentre le autorità consideravano l’abuso di alcol una causa di assenteismo e bassa produttività.

La morale è semplice: uno Stato, un’impresa o una religione possono avere ottime ragioni per preferire cittadini sobri, disciplinati e produttivi. Ma questo non significa che un liberale debba automaticamente trasformare quelle preferenze in nuove tasse.

Il bene superiore è una strada senza fine

Ed è qui che i commentatori che esultano per le accise dovrebbero fermarsi un momento. Se il criterio è «a me quella cosa fa schifo, quindi tassiamola», il liberalismo è già finito. Perché domani qualcun altro potrà applicare lo stesso principio a una cosa che piace a noi. Il punto non è difendere il fumo. Il punto è difendere la libertà anche quando viene esercitata in modo che personalmente non condividiamo.

Un adulto può scegliere di fumare, bere, mangiare male, praticare sport rischiosi o vivere in maniera poco salutare. Finché la sua scelta non lede i diritti altrui, il compito dello Stato non dovrebbe essere quello di educarlo attraverso il portafoglio. Altrimenti la libertà diventa una concessione subordinata al giudizio del legislatore su ciò che è «buono» per noi.

Il vero bersaglio dovrebbe essere la spesa

C’è infine un’ironia nella vicenda delle accise sul tabacco. Chi esulta perché lo Stato riesce a spremere qualche centesimo in più da un fumatore dovrebbe ricordare che 15,2 miliardi di euro di entrate fiscali dal comparto del tabacco sono già una somma tutt’altro che irrilevante. E il nuovo calendario fiscale continua ad aumentare il gettito: quasi 1,47 miliardi di euro aggiuntivi nel triennio 2026-2028 secondo le stime parlamentari.

Se davvero vogliamo un Paese più liberale, la domanda da fare non dovrebbe essere «quanto possiamo ancora aumentare le accise?». Dovrebbe essere: quanto possiamo tagliare la spesa pubblica per poter ridurre le tasse?

Il fumatore non è più o meno libero perché paga 25 centesimi in più. E il non fumatore non diventa più libero perché qualcun altro viene tassato. La libertà fiscale funziona soltanto se vale anche quando a essere tassato è qualcun altro.

Enrico Foscarini, 3 ottobre 2026

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Iscrivi al canale whatsapp di nicolaporro.it

SEDUTE SATIRICHE

Caro Beppe, cercati un altro aeroporto - Vignetta del 03/10/2026 - Sedute Satiriche di Beppe Fantin

Caro Beppe, cercati un altro aeroporto

Vignetta del 03/10/2026
L'inferno è pieno di buone intenzioni