C’è un preponderante – e perlopiù in malafede – fraintendimento riguardo la nuova strategia di sicurezza nazionale Usa, e in particolare l’analisi sull’Europa in essa contenuta. In gran parte dovuto al tentativo da parte delle élite europeiste, e dei loro sostenitori nei media, di nascondere all’opinione pubblica europea le responsabilità politiche dello stato comatoso in cui versa il Continente e le cantonate ideologiche alla base di una serie di scelte suicide.
Come ha scritto lo storico Niall Ferguson su The Free Press, “nella loro fretta di offendersi a nome degli europei, il commentariato mainstream ha in gran parte perso di vista il fatto che gran parte della nuova strategia di sicurezza nazionale è un vero e proprio guazzabuglio di idee piuttosto convenzionali“.
Un’Europa debole e non allineata
In realtà, come abbiamo già provato a spiegare, l’amministrazione Trump suona l’allarme di una “cancellazione” della civiltà europea non per giustificare un abbandono del nostro Continente ai rivali sistemici, ma perché gli Stati Uniti hanno più che mai bisogno di una Europa vitale e allineata nella competizione tra grandi potenze del XXI secolo – ed è davvero ciò che scrivono nero su bianco.
Se l’Europa non inverte le tendenze attuali – declino economico, crisi demografica, sostituzione etnica e culturale, perdita di identità, dipendenza dalle potenze rivali – non riuscirà ad essere un partner affidabile e questo rappresenta un serio tema di sicurezza nazionale per gli Usa.
Washington teme un’Europa debole, frammentata e impotente sul piano militare, una realtà che è già oggi davanti ai nostri occhi, e giunge ad una conclusione che noi stessi dovremmo riconoscere: il progetto di integrazione europea, concepito nel Dopoguerra e sostenuto dall’America precisamente per avere un’Europa forte, coesa, capace di resistere alle minacce e alle influenze malevoli esterne, sta fallendo nel suo obiettivo primario agli occhi degli americani, anzi è la principale causa della debolezza, della frammentazione e dell’impotenza dell’Europa.
La strategia Usa quindi non mira a impedire l’emergere di un’Europa forte. Al contrario, proponendo di trasferire agli europei le responsabilità di difesa e sicurezza del loro Continente in termini di forze convenzionali, in modo da potersi concentrare sugli altri fronti della Guerra Fredda 2.0 con la Cina, gli americani chiedono all’Europa di correggere la rotta, la avvertono che smetteranno di sovvenzionare un’Europa debole e non allineata ai loro interessi.
Il problema non è la forza dell’Europa, ma la sua debolezza, il suo rifiuto di riconoscere e accettare le proprie responsabilità nella Seconda Guerra Fredda, il che la espone a dipendere dagli stessi avversari sistemici da cui si pretende che gli Stati Uniti debbano proteggerla. Ieri la Russia, oggi la Cina.
Lo vediamo in ambiti quali l’energia e le materie prime critiche, fattori competitivi cruciali. Mentre l’amministrazione Trump sta correndo per mettere in sicurezza le catene di approvvigionamento nei settori strategici, l’Europa non ha nemmeno cominciato a cambiare postura con la Cina. L’industria tedesca, e quindi europea, per sopravvivere si sta consegnando a Pechino (nella NSS si cita espressamente il caso della chimica).
L’Ue come ostacolo politico
A Washington vedono che i Paesi dell’Unione europea non hanno la volontà e la capacità di occuparsi della propria sicurezza, non hanno visione strategica né capacità militari e proiezione di potenza. Contribuiscono troppo poco alla Nato, non sono in grado di armare l’Ucraina e riarmare se stessi. I vincoli Ue, sia strutturali che contingenti, come le politiche green, appaiono un impedimento fin qui insormontabile. Non può sorprendere quindi che vedano l’Ue come un ostacolo politico piuttosto che un partner strategico.
Ciò che gli Stati Uniti stanno cercando di fare è forzare l’Europa a cambiare rotta. La NSS parla testualmente di “promuovere la grandezza europea”. E se questo non è possibile con l’Ue – anzi, come abbiamo più volte sostenuto su Atlantico Quotidiano e nelle puntate di Red Pill, se l’Ue è un ostacolo, dovranno riuscire a farlo i singoli Stati. Gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti e della comunità transatlantica, dell’Occidente, vengono prima della sopravvivenza dell’Unione europea.
L’Ue si considera una potenza morale, un progetto da “fine della storia”, nel senso di fine a se stessa, un nuovo paradigma capace di superare per sempre un passato di guerre mondiali e di garantire un futuro di pace e benessere.
In realtà, come ha osservato Ulrich Speck, “gli europei non hanno reinventato la politica. Si sono trovati semplicemente in una posizione molto comoda: gli Stati Uniti si occupavano dell’ordine e della sicurezza europei e globali, Russia e Cina sembravano felici di commerciare e cooperare”.
Gli europei avrebbero dovuto impegnarsi a mantenere questo sistema in equilibrio, evitando di tirare eccessivamente la corda americana e di trarne profitto come se non ci fosse un domani, e praticando maggiore cautela con Russia e Cina, da cui invece si sono resi sempre più dipendenti. Adesso devono ricostruire le loro economie e le loro capacità militari e devono farlo in fretta.
L’Europa non è sola
Se si esce dagli asfittici circoli politici e mediatici eurolirici, non mancano commentatori e analisti che vedono le cose per come sono.
“L’Europa non è sola tra due nemici” e Trump non è uno dei due nemici, avverte per esempio Velina Tchakarova rispondendo a Nathalie Tocci. Gli europei devono abbandonare la loro mentalità vittimistica e comprendere che non possono restare nel mezzo della “biforcazione globale e sistemica che coinvolge economia, tecnologia, energia, finanza, infrastrutture e difesa”. Devono scegliere da che parte stare.
L’Europa è la prima linea centrale di uno dei due sistemi globali in questo nuovo confronto. Cina e Russia destabilizzano l’Europa attraverso una guerra revisionista, la leva energetica, la penetrazione tecnologica, il supporto militare a duplice uso e le operazioni di influenza politica. Gli Stati Uniti, sia sotto le amministrazioni democratiche che repubblicane, si stanno spostando verso una postura hemispheric-first, una tendenza a lungo termine accelerata ma non iniziata da Trump. Ma l’America non è l’avversario dell’Europa. È una grande potenza che sta ricalibrando l’ampiezza del suo sforzo strategico. Confondere un alleato cruciale con un nemico esistenziale è un errore d’analisi fondamentale.
La novità della nuova NSS è che “smette di fingere che l’Europa sia un fornitore di sicurezza paritario” e proclama “senza mezzi termini l’aspettativa americana che l’Europa debba assumersi la responsabilità primaria del proprio continente, mentre gli Stati Uniti si concentrano sulla difesa dell’emisfero occidentale e sulla dissuasione della Cina nell’Indo-Pacifico”. Come si legge nel documento Usa:
Tra i nostri numerosi alleati e partner annoveriamo decine di nazioni ricche e sofisticate che devono assumersi la responsabilità primaria delle loro regioni e contribuire molto di più alla nostra difesa collettiva.
Di questa responsabilità fa parte farsi carico dell’Ucraina, non come un peso ma come la propria fortezza lungo la nuova cortina di ferro.
Il conto della lunga vacanza
Non è un “tradimento”, ma un riequilibrio. Ed è qualcosa che “le élite europee sapevano segretamente ma si sono rifiutate di esprimere pubblicamente: nella Seconda Guerra Fredda l’Europa non può contare sugli Stati Uniti come principale fornitore di hard power“. Non è un abbandono, è il conto di 30 anni di illusioni e “trascuratezza strategica”, o come l’ha chiamata Andrew A. Michta, della “vacanza dalla storia” che noi europei ci siamo presi.
Non per colpa dell’America, ma perché siamo ancora in uno “stato di negazione” del mondo in cui viviamo. Un mondo di “hard power, sfere di influenza e blocchi tecno-industriali”. “L’America si sta ricalibrando, dopo decenni di garanzie di sicurezza illimitate, mentre l’Europa spera ancora che le regole degli anni ’90 possano essere resuscitate attraverso dichiarazioni e diplomazia”, osserva Tchakarova.
L’Europa ha nascosto la sua “passività strategica” dietro “prediche morali” e “attivismo regolatorio”. Eppure, “non è a corto di risorse; è a corto di volontà politica e di mentalità per agire. Non è a corto di influenza; è a corto di coraggio”.
Certo, l’idea che l’Europa venga “abbandonata” è rassicurante, consolatoria, perché crea una “via di fuga psicologica” dalle sue responsabilità. Ma l’Europa non è “sola”, è esposta per la sua mancanza di visione e di azione.
Un pilastro dell’Occidente
Basta con il vittimismo, l’Europa deve diventare un “pilastro credibile” dell’Occidente. E ciò richiede la correzione di rotta delineata nel documento Usa. Una “autonomia strategica” che non significhi equidistanza, ma liberarsi da dipendenze e vulnerabilità. Deve essere “disposta e in grado di difendersi, pur rimanendo pienamente ancorata al sistema transatlantico”.
Gli americani sono stanchi di aspettare, la loro richiesta è chiara: un’Europa culturalmente europea, militarmente autosufficiente a livello di forze convenzionali, economicamente favorevole agli Stati Uniti e allineata agli interessi strategici Usa nel confronto con la Cina.
Come ha osservato Doug Stokes, “questa è la nuova realtà: gli Stati Uniti stanno assicurando la propria solvibilità. Stanno reindustrializzando, proteggendo i propri confini e concentrandosi sulla competizione economica con la Cina. Stanno facendo esattamente ciò che una nazione sovrana dovrebbe fare. La lezione per l’Europa non è quella di implorare Washington di tornare allo status quo, ma di emulare questo realismo sovrano“.
Gli Stati Uniti rimangono il perno dell’Occidente, ma un perno non può reggere una ruota che si sgretola. Ritirando la sua coperta di sicurezza incondizionata, l’amministrazione Trump sta costringendo l’Europa a decidere… L’era del free ride è finita. L’era della responsabilità sovrana è iniziata. L’America ha fatto la sua scelta; ora l’Europa deve fare la sua.
Serpeggia la tentazione di scommettere su una sconfitta di Trump alle midterm, ma sarebbe l’ennesima illusione. L’epoca dei pasti gratis è finita, nemmeno un Congresso o un presidente democratici potrebbero permettersi di tornare indietro, sebbene potrebbero indorare la pillola con toni più adulatori. È ora di dismettere reazioni emotive e analisi consolatorie, e di sedersi a negoziare un nuovo patto transatlantico.
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