Esteri

Israele e Occidente, una relazione complicata. Intervista a Ugo Volli

Impopolarità di Israele ha a che fare con la "forte militanza della sinistra antisraeliana, la forte immigrazione musulmana e una forte posizione antisraeliana da parte della Chiesa"

Proteste pro-pal Convention Dem Chicago (Fox32(

Nei più di due anni trascorsi dal 7 ottobre 2023, e dall’inizio della guerra a Gaza tra Israele e Hamas, pur prevalendo sul piano militare, lo Stato ebraico è stato sconfitto sul piano mediatico: le relazioni con l’Occidente si sono indebolite, e il suo indice di gradimento nelle opinioni pubbliche è crollato ai minimi storici.

Ciò ha portato ad un incremento dell’antisemitismo che non si vedeva dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, spesso sfociato anche in episodi violenti: basti ricordare l’attentato a Washington in cui sono stati uccisi due dipendenti dell’ambasciata israeliana, quello a Manchester contro la comunità ebraica locale, che ha avuto un bilancio di due morti, e quello a Sydney dove hanno perso la vita 15 persone.

Per capire in che direzione stanno andando le relazioni tra Israele e l’Occidente, abbiamo parlato con il semiologo Ugo Volli: già collaboratore di Umberto Eco negli anni ’70, è stato docente di semiotica all’Università di Bologna e all’Università di Torino. È stato anche critico teatrale del quotidiano La Repubblica per più di trent’anni, e oggi scrive di ebraismo e Israele per diverse testate, tra cui Mosaico e Shalom (riviste ufficiali rispettivamente delle comunità ebraiche di Milano e Roma).

Le leggi attuali non bastano

NATHAN GREPPI: Il 15 gennaio, in un’audizione al Senato lei ha affermato che le leggi attuali non bastano per contrastare l’antisemitismo. Cosa dovrebbero fare le istituzioni italiane che non è stato ancora fatto?

UGO VOLLI: Ci sono già delle leggi che dovrebbero impedire i discorsi antisemiti, insieme ad altre forme di incitamento all’odio. Che non abbiano funzionato è evidente; si capisce se uno guarda i cortei antisraeliani di questo periodo, che sono spesso degenerati in discorsi violenti contro gli ebrei.

O se guarda gli episodi di cronaca, come le aggressioni a Venezia e all’autogrill di Lainate. O ancor più nelle università italiane, dove a chiunque sia anche solo sospettato di essere filoisraeliano, sionista o ebreo non è permesso parlare, come è successo a Maurizio Molinari a Napoli.

Le complicità dei media

NG: Cosa distingue il contesto italiano da altri Paesi occidentali?

UV: Le conseguenze peggiori, come in Australia o a Manchester, qui non ci sono state perché c’è stato un attento lavoro di vigilanza e prevenzione da parte delle forze dell’ordine. Quello che manca, soprattutto da parte delle forze politiche, degli intellettuali e della stampa, è la fermezza nell’isolare il discorso antisemita.

Anzi, c’è stata una notevole complicità di buona parte dei media e delle forze politiche nel propagare le menzogne usate dalla propaganda filo-Hamas.

NG: Come semiologo, lei ha studiato a lungo il mondo della comunicazione, compresa quella politica. Quali sono stati i maggiori problemi che hanno caratterizzato la comunicazione sulla guerra tra Israele e Hamas dopo il 7 ottobre?

UV: In generale, i media hanno avuto la colpa di voler ridurre l’antisemitismo a quello tradizionale di tipo razzista, che però è solo la fase novecentesca di un lungo processo. Da questo punto di vista, il contrario dell’antisemitismo era l’universalismo di stampo progressista, che però si è sempre più legato a certe rivendicazioni anticoloniali.

Partendo da questa base ideologica, estremamente diffusa nella politica europea e nordamericana, dopo il 7 Ottobre si sono sviluppate delle posizioni tali per cui si è limitato lo sguardo a Gaza, proiettando un’idea di Israele desideroso di vendetta nei confronti di un piccolo territorio, ignorando che la guerra si svolgeva su sette fronti ed era stata finanziata dall’Iran.

NG: Come hanno reagito i mass media ai fatti del 7 Ottobre?

UV: All’inizio c’è stato un breve momento di indignazione e sconcerto, che però riguardava solo la strage nei kibbutz al confine ma ignorava i missili sparati da Gaza contro Israele e il tentativo di Hamas di istigare anche gli arabi all’interno del territorio israeliano. Superato quel breve momento, la vicenda è stata raccontata nei termini di una resistenza armata che cercava di colpire la macchina da guerra israeliana.

Da questo punto di vista i media, i politici e la sinistra nelle università hanno completamente ribaltato la realtà. Sono arrivati a prendere per vere le informazioni propagandistiche delle fonti di Hamas su temi critici, come il numero delle vittime e i rifornimenti.

La seconda presidenza Trump

NG: Ad un anno dall’inizio della sua seconda presidenza, come giudica l’operato di Donald Trump nei confronti d’Israele e del Medio Oriente?

UV: È chiaro che Trump interpreta il suo ruolo secondo il suo slogan, Make America Great Again, per cui si vede come il gestore di una ripresa americana. Per quanto riguarda la politica internazionale, Trump pensa di risolvere tutto con delle trattative fatte da una posizione di forza, pensando molto alla dimensione economica.

Non è né il “maggiordomo” di Israele che appoggia a prescindere, né il “poliziotto del mondo”. Vuole sostenere Israele sul piano militare e politico, ma badando agli interessi americani, il che comporta diverse difficoltà.

L’opinione pubblica

NG: Nell’ottobre 2025, un sondaggio di BiDiMedia affermava che il 49 per cento degli italiani stava con i palestinesi, e solo il 23 con Israele.

UV: Questi sondaggi sono da prendere con molta cautela, perché spesso dipendono da come viene posta la domanda e dalle informazioni che ha la gente. Per cui, vanno prese come indicazioni di tipo generale, senza prenderle alla lettera.

Detto ciò, questo schieramento dell’opinione pubblica italiana, europea e mondiale ha che fare con la forte militanza della sinistra antisraeliana, una forte immigrazione musulmana e una forte posizione antisraeliana da parte della Chiesa.

NG: Cosa dovrebbe fare Israele per recuperare le opinioni pubbliche occidentali?

UV: Israele non può regolare la propria politica sulla base del gradimento degli europei, perché è impegnato a lottare per la propria sopravvivenza e a compiere scelte estremamente complicate. Chi dovrebbe lavorare per cambiare questi pregiudizi nell’opinione pubblica sono gli ebrei della diaspora, che tra l’altro sono quelli direttamente colpiti da queste prese di posizioni.

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