Politica

Gli ebrei italiani traditi dalla sinistra, una storia che viene da lontano

Dalla "sveglia" sul comunismo al PCI e PSI, fino alla "fuga" dal Pd dopo il 7 Ottobre: un clima infame che ha reso la sinistra sempre più infrequentabile e invotabile dagli ebrei italiani

Conte Schlein Gaza Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Negli anni ’60 e ’70, il semiologo Ugo Volli era molto attivo politicamente a sinistra: prima militante del Movimento studentesco durante il ‘68, in seguito collaboratore di Umberto Eco al DAMS di Bologna e critico teatrale per La Repubblica per più di trent’anni. Una scelta di campo maturata anche perché, in quanto ebreo nato nel 1948, per lui e la sua famiglia all’epoca le cicatrici della Shoah e delle leggi razziali erano ancora fresche.

Tuttavia, come ha raccontato lo stesso Volli nel maggio 2024 in un’intervista a Libero, negli anni di piombo ha iniziato a vedere la sua area politica sotto una diversa luce:

Il terrorismo è stata una sveglia. Una seconda sveglia fu quel poco che ho conosciuto dell’est comunista. Fu traumatica una visita in Russia che feci con Dario Fo con cui avevo un rapporto abbastanza buono come critico teatrale. Dario Fo giustificava tutto e invece la situazione che vedevamo era chiaramente catastrofica; cioè, era il fallimento e l’umiliazione con una gestione del potere anche a livello molecolare in cui la corruzione era palese.

Quando, all’inizio degli anni 2000, Volli ha iniziato anche ad occuparsi di Israele, ha scoperto che “l’avversario con cui bisognava scontrarsi polemicamente sul piano del pensiero è la sinistra non solo quella estrema, extraparlamentare ma anche buona parte della sinistra istituzionale, universitaria”.

Giornalisti ebrei allontanati

Il percorso di Volli, che da sessantottino lo ha portato a schierarsi contro i suoi ex compagni, non rappresenta un caso isolato. Sin da quando, nel 1967, dopo la Guerra dei Sei Giorni, gran parte della sinistra italiana si è allineata alle posizioni filoarabe e antisraeliane dell’Unione Sovietica, nonostante nel 1948 quest’ultima avesse appoggiato la nascita d’Israele, diversi ebrei si sono sentiti traditi da un mondo al quale sentivano di appartenere. Un fenomeno intensificatosi dopo il 7 ottobre 2023.

Già nel ’67, come ha ricordato lo storico Valentino Baldacci nel suo libro 1967 comunisti e socialisti di fronte alla guerra dei sei giorni, diversi giornalisti ebrei di sinistra furono costretti a lasciare i periodici per cui lavoravano. Fausto Coen, direttore del quotidiano comunista Paese Sera, fu costretto a dare le dimissioni, dopo essere stato contestato dalla dirigenza del PCI per essersi rifiutato di schierare la linea editoriale del giornale contro Israele. Successivamente, nel 1973 è diventato il primo conduttore di Sorgente di vita, programma televisivo della Rai dedicato alla cultura ebraica.

Ebrei nel PCI e nel PSI

Un altro ebreo italiano che ha dovuto scegliere tra la sua comunità e il suo partito è l’editore Guido Guastalla, direttore della casa editrice livornese Salomone Belforte. Intervistato nel settembre 2024 da La Verità, ha raccontato:

Sono stato convintamente comunista fino al ‘67 quando ci fu la Guerra dei Sei Giorni. Allora Emilio Sereni venne e mi disse: compagno Guastalla, devi scegliere tra la tua appartenenza ebraica e il partito. Io lo guardai e dissi: voi pensate che si possa scambiare un’appartenenza che si perpetua da 3.500 anni per una storiella che ha appena 70 anni?

Passato dall’altra parte, nel 2004 Guastalla è stato il candidato sindaco del centrodestra a Livorno.

Se tra i comunisti era questa la situazione, tra i socialisti la situazione è peggiorata soprattutto sotto la guida di Bettino Craxi, schierato su posizioni filopalestinesi. Giorgio Gangi, ebreo milanese che per il PSI fu deputato, senatore e vicepresidente della Regione Lombardia, accusò Craxi di aver estromesso i dirigenti ebrei dai vertici del partito in un’intervista del maggio 1988 al settimanale L’Europeo.

Qualche giorno prima, Gangi aveva firmato assieme ad altri esponenti ebrei del PSI un documento pubblicato sul giornale di partito Avanti!, in cui si esprimeva “profonda preoccupazione per il venir meno, da parte del segretario del partito e presidente del Consiglio, di quella tradizionale disponibilità riformista alla comprensione e alla solidarietà di fondo verso l’amica democrazia israeliana e per la patente di legittimità data ai metodi violenti e alle posizioni sempre ambigue dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ndr)”.

Dopo il 7 ottobre: fuga dal Pd

I fatti del 7 ottobre 2023 e la guerra tra Israele e Hamas hanno rappresentato un altro spartiacque per molti ebrei italiani. Lo sa bene Daniele Nahum, consigliere comunale di Milano che nel marzo 2024 ha lasciato il Pd (oggi sta con Azione). Nel discorso con il quale ha annunciato di aver lasciato il Pd, Nahum ha spiegato:

Nella mia decisione di lasciare il Partito Democratico hanno pesato diverse ambiguità sulla politica estera ed il clima che si è prodotto in vari settori del mondo di sinistra dopo il 7 ottobre. Si è sdoganata, soprattutto all’interno della giovanile del Partito Democratico, la parola genocidio in riferimento alla gravissima crisi umanitaria che sta vivendo la popolazione civile all’interno della Striscia di Gaza (…) È un termine pericoloso, falso e inadeguato utilizzato in quel contesto.

Nahum ha affermato:

Non possiamo però girarci intorno: l’utilizzo improprio e strumentale di questo termine ha scatenato un’ondata di antisemitismo, mascherata da antisionismo, che personalmente non avevo mai vissuto in 41 anni di vita. In chi lo utilizza c’è una voglia conscia e inconscia di fare passare le vittime di ieri nei carnefici di oggi, di comparare gli ebrei ai nazisti. Vogliamo dircela tutta? L’antisemitismo di destra, macchiettistico ed esecrabile di quei quattro gatti che alzano il braccio salutando il duce, è numericamente inferiore, meno diffuso e meno infiltrante rispetto a coloro che paragonano il sionismo al nazismo.

Si è ritrovata in una posizione simile anche Fabiana Di Segni, consigliere del Municipio XI di Roma, la quale nell’ottobre 2025 si è dimessa dal direttivo del circolo Pd del quartiere Marconi. Nella lettera di dimissioni, ha raccontato:

Alcuni mesi fa è stata fatta circolare e fatta firmare una lettera su Gaza, nella quale si chiedevano cose evitando deliberatamente che ne venissero informate due persone del Direttivo (una di religione ebraica, l’altra in procinto di fare il percorso verso l’ebraismo) nel silenzio assenso di molti membri che hanno ritenuto di colludere con quella volontà. (…) Infine, permane un silenzio assordante da parte dell’intero Direttivo di fronte all’ignobile trattamento riservato a Emanuele Fiano, che avrebbe meritato solidarietà e rispetto, non indifferenza. A ciò si aggiunge la totale mancanza di una presa di posizione rispetto alla dichiarazione, gravissima e inaccettabile, di un membro del Direttivo, Giacomo Pellini, che ha scritto: “si legge Israele e si chiama nazismo”.

Di Segni ha inoltre denunciato il “clima di rabbia e aggressività generatosi all’interno del Circolo dopo la vicenda della lettera segreta e del dibattito sul Medio Oriente. In più occasioni mi è stato chiesto da alcuni di esprimermi in quanto ebrea piuttosto che come cittadina italiana e membro del partito”.

Un clima infame

Tutto questo avviene in un periodo in cui la sinistra è diventata sempre più invotabile per la maggior parte degli ebrei italiani. Anche perché diversi personaggi pubblici di sinistra non si fanno più problemi a fare discorsi pieni di pregiudizi e stereotipi antisemiti.

Si va da Enzo Iacchetti, che ospite nel novembre 2025 di Bianca Berlinguer su Rete 4 ha affermato che “il sionismo controlla tutto il mondo. Le banche svizzere sono controllate da sionisti ebrei, i soldi sono lì”, sdoganando un linguaggio complottista degno dei Protocolli dei Savi di Sion (nel silenzio della Berlinguer e di Sigfrido Ranucci, anch’egli ospite del programma in quel momento), al recente editoriale su La Repubblica dello scrittore Antonio Scurati, il quale ha paragonato la guerra a Gaza alla Shoah dicendo che è un genocidio “perpetrato dalle vittime di allora”.

Non mancano inoltre gli appelli a censurare coloro che si oppongono al pensiero dominante. Tomaso Montanari, rettore dell’Università per Stranieri di Siena, dopo la censura subita da Emanuele Fiano all’Università Ca’ Foscari di Venezia ha scritto su Instagram che non inviterebbe mai esponenti dell’associazione di Fiano Sinistra per Israele a parlare nel suo ateneo, poiché “colpevoli” di non considerare un genocidio quello che succede a Gaza.

Mentre il giornalista Pablo Trincia, in risposta alle critiche rivolte a Francesca Albanese da parte di Maurizio Molinari, ha scritto: “State sempre dalla parte delle persone come lei. Denunciate e isolate gli idioti e i maligni che le criticano”.

In compenso, per cercare di difendersi dalle accuse di antisemitismo, una parte della sinistra etichetta come “buoni” solo gli ebrei che si allineano all’agenda propal. Se su La Repubblica, nell’ottobre 2024 l’editorialista Michele Serra ha definito “democratici” unicamente gli ebrei che sono contrari alla politica israeliana, nel luglio dello stesso anno Gad Lerner ha detto a La Stampa che gli ebrei che votano a destra sono “contro natura”.

Alla prova dei fatti, la maggioranza degli ebrei italiani è “contro natura” secondo i parametri di Lerner: alle elezioni dell’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) tenutesi nel dicembre 2025, hanno vinto nettamente le liste di destra, soprattutto a Roma. Prima ancora, in un’intervista rilasciata ad agosto al quotidiano La Stampa, il presidente della Comunità Ebraica di Milano Walker Meghnagi ha detto che “per fortuna c’è Meloni e la destra che ci difende. Altrimenti torneremmo al ‘38. Se al governo ci fossero Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni, a noi ebrei sparerebbero in strada. Il Pd è pieno di antisemiti”.

Un’involuzione profonda

L’aspetto più triste di tutta questa vicenda, è che gli ebrei vengono percepiti da un’ampia fetta della popolazione italiana come qualcosa di “altro” rispetto al resto della società. E questo nonostante gli ebrei abbiano dato un contributo rilevante a costruire l’Italia: numerosi furono i militari ebrei che combatterono nei moti del Risorgimento per unificare la penisola, ed ebrei erano numerosi deputati, senatori e ministri del Regno d’Italia.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, la percentuale di ebrei che combatterono come partigiani era circa tre volte superiore alla percentuale di tutti gli italiani che presero parte alla Resistenza, secondo lo storico Michele Sarfatti.

Per questo l’atteggiamento di una certa area politica nei confronti degli ebrei italiani rappresenta un’involuzione. Perché nel momento in cui uno si deve esprimere “in quanto ebreo” anziché “in quanto italiano”, l’integrazione ha già perso.

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