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Contrordine compagni: Trump ha ragione, la Cina non è la paladina del libero commercio

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Ricordate a gennaio dello scorso anno, il Gotha finanziario globale riunito a Davos e tutte le principali testate, italiane e internazionali, ai piedi del leader cinese Xi Jinping, dipinto come “alfiere della globalizzazione” e del libero commercio? Niente di più lontano dalla realtà, una vera e propria fake story, accreditata dai mainstream media e dai cosiddetti “esperti” pronti a bersi la propaganda di Pechino pur di dar sfogo al loro pregiudizio anti-Trump. Ma era ancora fresco lo shock per la vittoria di Donald Trump, che proprio in quei giorni si insediava alla Casa Bianca.

Ci ha pensato lo stesso presidente Usa, nel suo intervento alla Davos di quest’anno, a spazzare via l’ipocrisia europea e globalista.

E proprio oggi che a colpi di dazi sta mettendo in pratica ciò che aveva promesso in campagna elettorale, almeno qualcuno, qui in Europa, dell’establishment economico e finanziario sta lentamente tornando sulla Terra. Anche se ovviamente le guerre commerciali non le vuole nessuno, e tutti sappiamo che nel medio-lungo periodo fanno male a tutti, il presidente Trump che accende i potenti fari di Washington sulle pratiche commerciali scorrette della Cina comincia a incassare qualche timido sostegno, seppure a denti stretti, tra i membri dell’élite europea riuniti a Cernobbio.

Come riporta Bloomberg, non proprio un house organ “trumpiano”, investitori ed economisti convenuti al meeting primaverile Ambrosetti sulle rive del Lago di Como, esprimono naturalmente preoccupazione per i venti di guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, eppure molti di loro ammettono che le rimostranze di Trump per la competizione scorretta della Cina non sono affatto infondate. E, soprattutto, sono note. Da anni sia l’amministrazione Obama che l’Unione europea avevano tentato di affrontare il problema con i tradizionali strumenti diplomatici, ricevendo da Pechino assicurazioni verbali che non si sono mai trasformate in una reale disponibilità a discuterne.

I dazi sull’importazione di auto, per esempio, ammontano al 2,5 per cento negli Stati Uniti, al 10 per cento in Europa e al 25 per cento in Cina. Altro che protezionismo di Trump… si direbbe semmai che da anni è in corso una guerra commerciale contro gli Stati Uniti. Pechino non sta solo violando regole e spirito degli accordi, tanto che sia Europa che Stati Uniti non vogliono riconoscergli lo status di economia di mercato in seno al WTO, ma quel che più preoccupa è che obbliga le compagnie europee e americane che vogliono operare in Cina a cedere, con le buone o con le cattive, know how tecnologico e proprietà intellettuali alle concorrenti cinesi, mentre le compagnie cinesi aiutate dallo stato fanno shopping compulsivo di aziende europee ad alto tasso di tecnologia e innovazione.

L’Unione europea ha già i suoi dazi anti-dumping, protegge la sua agricoltura con le unghie e con i denti, e si sta anch’essa dotando di strumenti di difesa dalle acquisizioni cinesi in settori di rilievo tecnologico e strategico. “Reciprocità” è la parola chiave che si sente sempre più pronunciare anche in Europa.

Nella guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina però l’Europa potrebbe fare la fine del vaso di coccio tra i vasi di ferro. Il suo ruolo dovrebbe essere quello di favorire una “de-escalation”, osserva Heiner Flassbeck, professore onorario all’Università di Amburgo ed ex funzionario del governo tedesco: “Trump ha almeno un argomento valido, e cioè che ci sono paesi – incluso il mio, la Germania – che hanno surplus commerciali enormi, e questo non è un aspetto fisiologico di un commercio aperto”.

A Cernobbio, scrive Bloomberg, molti sperano che le focose parole di Trump possano essere solo una strategia negoziale. La scoperta dell’acqua calda… Trump l’aveva spiegato fin dalla campagna elettorale: la sua intenzione è di rinegoziare “i cattivi accordi”, gli accordi dannosi per l’America, e di ridurre gli squilibri commerciali. I dazi (a cui hanno fatto ricorso anche altri presidenti, come lo stesso Reagan) non sono l’atto di fede protezionista di un’America che abbandona la sua storica vocazione al libero commercio per chiudersi in se stessa, come molti commentatori hanno erroneamente concluso all’indomani dell’elezione di Trump, bensì la leva negoziale che gli Stati Uniti hanno, in quanto massima potenza importatrice, per riequilibrare i rapporti commerciali, dopo che per oltre due decenni gli altri hanno approfittato della sua unilaterale apertura. Dunque, ci sono ampi margini negoziali per trovare soluzioni e concludere accordi soddisfacenti, a patto che lo si voglia.