Economia

Senza soldi da Bruxelles o Washington non si vince la guerra economica alla Russia

Ecco perché una crisi biblica dell’industria italiana a causa dei prezzi insostenibili dell’energia può spalancare davvero le porte alle ingerenze russe

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Il 13 giugno ponemmo il dilemma: “Euro senza sanzioni o sanzioni senza Euro?”. Siamo contenti che, pianin pianino, le risposte stiano arrivando. Per ora, in forma di lista della spesa.

Emma Marcegaglia

Cominciamo da un’intervista di Emma Marcegaglia, il 31 agosto: “le nostre imprese devono competere con quelle americane, che pagano sette volte meno” il gas. Quindi, “adeguare i prezzi non è più possibile” alla vendita dei prodotti industriali. Quindi, “questi prezzi dell’energia … non sono sostenibili”.

Diagnosi impeccabile, dal momento che le imprese nostre che chiudono … non chiudono per il maggior costo dell’energia … ma perché la concorrenza extra-europea impedisce loro di trasferire sui clienti il maggior costo dell’energia.

È sulla prognosi che la grande ereditiera dell’acciaio si incarta. Anzitutto, quando parla al resto d’Italia come se parlasse ai propri dipendenti: i risparmi energetici vanno bene ma li facciano le famiglie; il salario minimo va bene ma non riguarda l’industria; lo scostamento di bilancio va bene se aiuta l’industria; la tassa sugli extraprofitti gli elettrici la paghino e basta; i produttori di rinnovabili si becchino un prezzo calmierato; i vincoli esterni “sono positivi”; anzi “andranno rispettati da chiunque vinca le elezioni”, dunque chissenefrega del popolo sovrano. Insomma, ciascuno dia il suo per salvare l’eredità della signora.

In secondo luogo, quando parla pure a Bruxelles come se parlasse ai propri dipendenti: metta un tetto al prezzo del gas, e formi un unico cartello di acquisto … sennò “il mercato unico rischia di rompersi … qui parliamo di sopravvivenza del mercato unico”. Minaccia vuota nella bocca dalla euristissima Marcegaglia. La quale, infatti, riduce poi la propria minaccia in polvere, quando si lascia scappare le solite fregnacce sulla Ue come unica alternativa ad “autarchia e isolazionismo”.

Maria Zakharova

Occasione troppo ghiotta perché se la facessero sfuggire a Mosca, con un commento di Maria Zakharova: “si lamenta l’ex capo dell’associazione degli imprenditori italiani e grande imprenditrice Emma Marcegaglia: oggi, la situazione è tale che gli uomini d’affari americani pagano l’elettricità sette volte meno di quelli italiani … Le sanzioni, infatti, sono diventate uno strumento di concorrenza sleale per i produttori italiani. Gli affari in Italia vengono distrutti dai fratelli d’oltremare”.

La Zakharova elabora sì sullo spunto della crisi che frantuma l’Europa: “Cingolani ha presentato il suo piano … è chiaro che questo piano viene imposto a Roma da Bruxelles (che, a sua volta, agisce su ordine di Washington)”. Ma lo fa inserendo l’argomento che Marcegaglia nemmeno ha osato pronunciare, lo stop al gas russo e le sanzioni: “decisioni politiche insensate … atti insensati … suicidio economico”.

Il tutto sulla scorta delle parole di una che è stata più volte vicepresidente e poi presidente di Confindustria, due volte presidente della Luiss, presidente della associazione delle Confindustrie europee, presidente di ENI e di chissà quanto altro ancora.

Recep Tayyip Erdogan

Per non farsi mancare niente, il tema è stato ripreso da Erdogan: il nostro “alleato” nella Nato, che alla Russia non ha messo sanzioni ma, anzi, ci commercia allegramente. Così il Sultano: “l’Europa sta raccogliendo ciò che ha seminato … Putin sta usando tutti i propri mezzi e armi, e il più importante di questi è il gas naturale. Sfortunatamente – non lo vorremmo ma – una situazione del genere si sta sviluppando in Europa … Penso che l’Europa avrà seri problemi quest’inverno. Noi non abbiamo un problema del genere”.

Un utile richiamo alla circostanza che non è solo la concorrenza americana che impedisce alle imprese italiane di trasferire sui propri clienti il maggior costo dell’energia … ma pure quella turca. E di praticamente tutti i restanti Paesi del mondo … al di fuori dell’Europa.

Ha poi torto la Zakharova, a parlare di suicidio economico? Secondo noi, no.

Roberto Cingolani

Non stupisce la gragnuola di repliche. Per Bruxelles si sarebbe trattato di “parole folli”. Per Cingolani, prima indignazione: “si figuri se l’Italia può seguire gli ordini di qualcuno”. Poi uno sberleffo: “abbiamo fatto un piano che ha dimezzato la dipendenza dal gas russo già da ora e che, nei prossimi mesi, la dimezzerà ulteriormente. Questo, probabilmente, può aver dato un po’ fastidio” a Mosca e perciò, “lo trovo un segno di nervosismo”.

Purtroppissimo, il ministro è poi costretto a dire qualcosa del proprio famigerato piano: (1) “abbiamo due anni per diventare totalmente indipendenti dal gas russo … nell’arco di 24 mesi al massimo”. Ma, fra 24 mesi l’industria sarà già fallita.

(2) Tant’è che egli soggiunge: “tengo a precisare che le aziende hanno già ottimizzato moltissimo i loro consumi, anche in vista dei costi”. Cioè, dal suo punto di vista, ogni impresa che chiude è una ottimizzazione dei consumi energetici (appropriato il commento di Tabarelli: “questa non è efficienza, è povertà”).

(3) E le aziende che non hanno chiuso già, lo faranno, così Cingolani: “abbiamo tenuto la parte industriale al momento fuori dal sacrificio … anche loro eventualmente potrebbero essere coinvolte”.

E c’è di peggio, perché (4) acciocché l’inferno dell’industria italiana non si prolunghi oltre i 24 mesi, secondo Cingolani “è assolutamente indispensabile” che il rigassificatore di Piombino sia “installato nel primo quarto dell’anno prossimo … e nel 2024 il secondo rigassificatore” a Ravenna.

Il che sarebbe sacrosanto, lo abbiamo già scritto. Purtroppissimo, Cingolani pare aver fallito l’obiettivo di collocare un primo – piccolo – rigassificatore in Sardegna, a Portovesme: i fondali del porto vanno bonificati e poi dragati, con esplosione di costi e tempi. Quindi, se il buon giorno si vede dal mattino … l’industria italiana può iniziare a bruciare legna.

Sicché, infine, il povero Cingolani si riduce ad implorare a Leuropa “un prezzo unico europeo, al gas, uguale per tutti … un price cap”, come una Marcegaglia qualunque.

Giggino Di Maio

Poco meglio il di lui collega Di Maio: “l’Italia deve intervenire calmierando le bollette”. Con che soldi? Boh. Purtroppissimo, dentro Leuro, lo Stato italiano ha i soldi che gli dà Bce: molti al tempo del QE (ieri), pochissimi senza QE (oggi), zero senza QE e coi tassi in salita in recessione (domani).

Testé, Lagarde ha alzato i tassi ufficiali al livello più alto dal 2011 e promette di alzarli ancora. Il Btp decennale al 4 per cento è superiore ai massimi toccati da Conte, ai tempi del suo primo governo would-be-sovranista.

Giampiero Massolo

Più strutturata la reazione dell’ambasciatore Massolo. Uomo dalle credenziali inattaccabili, in quanto convinto che una resa di Kiev segnerebbe “il dominio, sotto una forma o l’altra, della Russia in Europa” e che, quindi, “l’obiettivo non è solo morire per Kiev, è salvaguardare noi stessi”. Eppure, egli stesso riconosce che “le opinioni pubbliche potrebbero anche rischiare di perdere di vista questo obiettivo”. Perché?

In primo luogo, per funzionare le sanzioni richiederanno anni (“l’efficacia di un sistema sanzionatorio non si misura in settimane e neppure in mesi; va misurata su tempi più lunghi”), in quanto quelle che funzionano sono quelle che limitano la “importazione delle parti di ricambio e delle tecnologie”. E sempre ammesso e non concesso che non “si vada verso un equilibrio che regali completamente i russi alla Cina”.

In secondo luogo e nel frattempo, c’è il rischio che la “razionalizzazione dei consumi” di gas non sia “moderata ed equilibrata”, in quanto il potenziale di ricatto russo è “non irrilevante”. Per evitarlo, abbiamo bisogno di prodotti energetici, al posto di quelli russi e “ai prezzi più bassi possibile”.

Il che accadrà a condizione che: (1) Washington finanzi degli sconti sul prezzo del gas LNG, che “non lo si può chiedere alle aziende americane, ma si può fare un discorso con l’alleato americano”; (2) Bruxelles proceda ad “adottare un regime del tetto del gas che non sia diretto solo verso Mosca, ma verso tutti i produttori” e (3) proceda a “fare la sua parte sui sostegni e andare incontro ai Paesi che sopportano maggiori sacrifici”.

Insomma, o Bruxelles e Washington ci sganciano la grana … oppure, più prima che poi, Roma si arrenderà allo Zar. E lo dice Massolo: dalle credenziali inattaccabili.

Conclusioni

Tutto ciò considerato, ci dica il lettore quale sia il problema maggiore: l’ingerenza del portavoce del ministero degli esteri russo? O la crisi biblica dell’industria italiana?

Chi risponde il primo, deve essere convinto che la seconda aiuti la difesa dell’Ucraina. Del che non sapremmo logicamente capacitarci, in quanto davvero non capiamo come noi si possa aiutare Kiev tanto meglio quanto più siamo impoveriti. Invero, a noi pare l’esatto contrario: se l’industria italiana non fosse in biblica crisi, la Zakharova si sarebbe dedicata ad altro.