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Euro senza sanzioni o sanzioni senza Euro? I Nein a Draghi e il dilemma Italia

Dateci i soldi, oppure saltano le sanzioni, oppure salta l’Euro. I quattro avvertimenti di Draghi: a Biden, Berlino e Bce

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Mario Draghi

C’eravamo divertiti, lo scorso 11 marzo su Atlantico Quotidiano, ad osservare le trovate di Sua Competenza di fronte all’incipiente crisi del Btp. Vero funambolo, egli trovava nuovi nomi per la stessa vecchia richiesta, rivolta ai tedeschi: dateci i soldi. Ovviamente, gli avevano risposto Nein. Ma il funambolo persevera testardo.

Sua Competenza persevera

Il 10-11 marzo, poco dopo quell’articolo, a Versailles egli entrò col bastone e tornò bastonato (“i bisogni finanziari dell’Ue, per rispettare gli obiettivi di clima, gli obiettivi di difesa e una politica dell’energia sono molto grandi … Ovviamente, i bilanci nazionali non hanno questo spazio e … occorre una risposta di natura di politica di bilancio).

Il 18 marzo ripeté la richiesta incontrando Sánchez, Costa e Mitsotakis (“avremo davanti, negli anni a venire, investimenti molto significativi nella difesa. E queste spese – come altre ormai necessarie per rispondere alle sfide strategiche sovranazionali – non sono affrontabili a livello nazionale: occorre una risposta europea).

Il 23 marzo nel discorso al Parlamento (“la pandemia di Covid-19 ha visto … la creazione del programma NgEU. Dobbiamo mostrare la stessa ambizione e lungimiranza in risposta alla guerra in Ucraina, e alle sue conseguenze politiche, economiche, sociali”). Poi in replica alla Camera (il “non ho alcun dubbio che occorra essere ottimisti sulla capacità di risposta dell’Ue”). Poi in replica al Senato (“abbiamo avuto questa straordinaria esperienza del NgEU … altrettanto occorrerà fare per finanziare questi enormi sviluppi nel clima, nell’energia, nella difesa”).

Il 2 maggio in conferenza stampa (“noi potremmo continuare a fare interventi per sostenere l’economia di fronte al prezzo dell’energia, ma non se ne esce solo col bilancio nazionale qui, occorre essere sostenuti dall’Europa”).

Il 3 maggio al Parlamento europeo (ampliare il SURE, “per fornire ai Paesi che ne fanno richiesta nuovi finanziamenti per attenuare l’impatto dei rincari energetici” e un nuovo NgEU “per quanto riguarda gli investimenti di lungo periodo in aree come la difesa, l’energia, la sicurezza alimentare e industriale”). Poi in replica (“non sono cifre che si possono affrontare con i bilanci nazionali”).

Il 9 giugno all’Ocse (“responsabilità e solidarietà devono andare di pari passo – a livello nazionale ma anche europeo … replicare alcuni degli strumenti congiunti che ci hanno aiutato a riprenderci rapidamente dalla pandemia”) e pare Mattarella lo abbia ripetuto alla Von der Leyen.

Il 23-24 giugno al Consiglio europeo, fa sapere la Repubblica, “si spenderà con forza”. Ma per ora il tema non è manco in agenda.

Il fallimento è ormai manifesto

Insomma, Sua Competenza passa i mesi a ripetere sempre lo stesso concetto: dateci i soldi. Ma la risposta è sempre Nein.

La novità di questi giorni è che se ne è accorta pure la grande stampa. Così Barbera: “sa che il no dei Paesi nordici è quasi invalicabile”. E poi ancora: “le probabilità di vincere le resistenze dei Paesi nordici sono molto basse”. Bingo!

Come l’ha presa Super Mario? Per capirlo bisogna porre attenzione ai suoi avvertimenti. Che sono rivolti: due verso Washington, uno verso Berlino ed uno verso Francoforte.

I due avvertimenti di Draghi a Washington

Il primo avvertimento: “gli obiettivi di clima, gli obiettivi di difesa e una politica dell’energia sono molto grandi … l’alternativa è questa: o si dà una risposta, oppure l’alternativa è semplicemente che questi obiettivi non vengono conseguiti”. Il secondo: “sostenere l’economia, perché queste sanzioni così forti diventino sostenibili”. Cioè, se non ci date i soldi, non completeremo la diversificazione energetica, né faremo il riarmo e, anzi, un altro governo tornerà a commerciare con la Russia.

Destinatario: Biden, evidentemente. Il quale, come vedemmo, avrebbe in animo di convincere i tedeschi a finanziare le sanzioni ed il riarmo del resto d’Europa, oltre che i propri. In altri termini, a farci fare gli americani coi soldi dei tedeschi. Tali avvertimenti, Sua Competenza li trasmise al presidente in persona, l’11 maggio a Washington. Gli disse:

“Questa guerra produrrà cambiamenti drastici in Europa. Siamo sempre stati vicini in Europa, ma dopo questa guerra lo saremo molto di più e lo dovremo diventare molto di più. So che lei è un amico dell’Europa e posso contare sul suo sostegno. E la risposta che lui mi ha dato è: sì indubbiamente sono sempre stato un amico dell’Europa e il sostegno per quel che è necessario ci sarà”.

Super Mario cercò di mettere a frutto la promessa presidenziale, il 18 maggio ricevendo la prima ministra finlandese alla quale ripeté l’annosa richiesta: “il percorso di integrazione europea, che Italia e Finlandia sostengono, non è completo. La guerra in Ucraina ci mette davanti a sfide strategiche enormi, che non possiamo affrontare da soli, con i singoli bilanci nazionali. Dobbiamo adottare strumenti aggiuntivi … Questo è il momento delle scelte e vogliamo che l’Ue scelga di essere protagonista”.

Orbene, se c’è un Paese col quale Biden ha guadagnato credito è la Finlandia, per averla accettata nella Nato. Eppure niente, dalla prima ministra solo fredde parole sulla necessità di accelerare la transizione ecologica e, “per quanto riguarda la Finlandia, noi vogliamo principalmente difendere il nostro Paese”. Nein in finlandese si dice Ei. Ma è un Nein pure a Biden, mica solo al nostro.

L’avvertimento di Draghi a Berlino

Il terzo avvertimento è il protezionismo: “questa situazione, se non affrontata, ha il potenziale di fratturare il sistema economico europeo, conducendoci sul protezionismo”. Qui parla in codice: per lui, l’Euro è necessario a tutelare il mercato unico, ciò che lo stesso Draghi pretende di considerare come il vero obiettivo della moneta unica. Lo ha detto a Lubiana, ripetuto a Francoforte e ripetuto ancora nel discorso di congedo a Sintra.

Ma parla in codice. A svelarlo è stato l’Eccellentissimo Conte Nobile di Filottrano, Cingoli e Macerata e commissario europeo, Paolo Gentiloni: “la recessione minaccia di distruggere la zona euro”. Certo, si riferiva a “la recessione da Covid”, ma il contesto di finanza pubblica è lo stesso. In altri termini, quel che Sua Competenza intendeva dire, è che “questa situazione, se non affrontata, ha il potenziale di fratturare la moneta unica”, non il sistema economico europeo … “conducendoci alla Lira”, non al protezionismo.

Purtroppissimo, gli ha risposto l’Eurogruppo: nel contesto delle trattative sul completamento della unione bancaria, insiste perché le banche italiane smettano di comprare Btp. La FAZ infierisce, con un articolo ed un corsivo, spiegando che lo spread “ha un effetto disciplinante”. Tutto come ai bei vecchi tempi di prima della guerra.

L’avvertimento di Draghi a Bce

Il quarto avvertimento è l’esplosione dello spread. Così Super Mario: “non ci sono rischi” solo se l’economia cresce ma, “se l’economia dovesse indebolirsi” per le sanzioni o “perché i mercati finanziari sono abbastanza agitati, in quel caso …”, in quel caso, sì. Poi ancora: “per il momento non mi aspetto ecco grandi traumi, comunque vedremo insomma vedremo” e “io non sono lo scudo contro qualunque evento va bene quindi sono un umano e per cui le cose succedono”. Interessante che tali considerazioni non le abbia ripetute a Washington: l’avvertimento è rivolto all’Europa, evidentemente.

Sua Competenza dettava pure le condizioni: Bce avrebbe dovuto tenere fermi i tassi (“nell’Eurozona, i prezzi sono aumentati dell’8,1 per cento a maggio rispetto all’anno precedente. Tuttavia, se escludiamo elementi come energia e cibo, l’aumento è solo circa la metà … in Italia si è attestato a maggio al 2,9 per cento”) e magari offrire uno scudo anti-spread.

Purtroppissimo, gli ha risposto Bce, giovedì: QE terminato il 1° luglio; PEPP ripreso solo per motivi connessi alla pandemia; menzionata “la futura riduzione del portafoglio”; annunciata una serie di rialzi dei tassi ufficiali.

Quanto allo scudo anti-spread, Lagarde ha parlato come la regina dei falchi: esprimendo un interesse assolutamente generico, limitato al solo caso che la trasmissione di politica monetaria sia talmente compromessa da mettere a repentaglio il conseguimento della stabilità dei prezzi e pure facendo sapere che, da quel caso, saremmo lontani.

La Troika

Lagarde stavolta non lo ha detto, ma è evidente: alla bisogna c’è sempre la Troika. Come spiega Micossi: lo scudo anti-spreadnon è fattibile. Esso richiederebbe infatti, per mantenere allo stresso tempo il desiderato grado di restrizione, che la banca centrale si mettesse ad acquistare titoli italiani cedendo al mercato titoli tedeschi dal suo portafoglio … L’alternativa è quella di demandare quel compito di gestione, dei debiti sovrani dell’Eurozona in pancia alla Bce, al Mes”. E, dentro l’Euro, il ragionamento non fa una grinza.

Sua Competenza non è sostanzialmente ostile: quando dice dateci i soldi, in cambio, offre nuova condizionalità, cioè altra svalutazione interna. Per esempio un patto sociale che garantisca la moderazione salariale, cioè il mancato adeguamento dei salari italiani all’inflazione. E, per portarsi avanti, cerca di evitare uno scostamento di bilancio.

Ma è da sempre ostile alla versione radicale di tali condizionalità, rappresentata dal Nuovo Trattato Mes, che occorrerebbe comunque ratificare prima di accedere a qualunque prestito e che prevede la preliminare ristrutturazione del debito pubblico. Col conseguente cascame di fallimenti bancari e bailin di massa. Condizioni talmente impossibili, da far pensare che tedeschi e olandesi le abbiano dettate (nel 2018) per impedirne l’accettazione e costringere, infine, l’Italia a levare il disturbo. Un balletto interrotto solo dal Covid col PEPP, ma era l’ora d’aria.

Orbene, se già non si poteva nemmeno immaginare che l’Italia sopportasse quelle condizioni in allora, tanto meno si può immaginare che le sopporti oggi: insieme alle sanzioni, cioè allo shock energetico.

Draghi ha inquadrato il dilemma

Insomma, a Super Mario non gliene va bene una, come mostra il nervosismo del ministro Franco. E, all’Ocse, ha messo insieme tutte le minacce: darci i soldi, “rafforzerebbe il sostegno popolare al nostro sforzo sanzionatorio congiunto e contribuirebbe a preservare la stabilità finanziaria in tutta l’area dell’euro”. Cioè, letto in negativo: dateci i soldi, oppure saltano le sanzioni, oppure salta l’Euro.

In effetti, per Roma, dentro l’Euro l’unica via d’uscita sarebbe denunciare le sanzioni e fabbricarsi un controshock energetico, mettendosi ad importare materie prime russe sotto sanzione e gas russo come non ci fosse un domani. Ma significherebbe una rottura con gli Stati Uniti, abbiamo visto il colloquio con Biden e non accadrà, almeno con questo presidente del Consiglio. Anzi, Draghi l’americano appoggia l’embargo al gas russo (per la via surrettizia del tetto al prezzo del gas) ed ha avviato la diversificazione per davvero, non per finta come in Germania.

Quindi, l’Euro è nei guai. D’altronde abbiamo letto tutti Salvatore Rossi scandire: “si riaffaccia uno spettro mai davvero fugato, la rottura dell’euro … evenienza improbabile, anzi improbabilissima, ma non esclusa per definizione”. Perciò, dentro le sanzioni, l’unica via d’uscita è imporre il controllo dei movimenti dei capitali ex-65 Tfue … garantendo così il finanziamento del Btp e, quindi, il mantenimento delle sanzioni, ma avviando la dissoluzione dell’Euro. Né il ricorso alla soluzione autoritaria risolverebbe alcunché, visto che qualunque forma di colpo di stato comporterebbe comunque il controllo dei movimenti dei capitali.

Come si vede, alla fine Sua Competenza ha inquadrato il vero dilemma: o (1) l’Euro senza sanzioni, ovvero (2) le sanzioni senza l’Euro.

Come il dilemma verrebbe sciolto da Bce

Quanto a Bce, la scelta è istituzionalmente obbligata: (1) l’Euro senza sanzioni. Come? Beh … facile, facendo finire la guerra. Sulla base del presupposto, corretto, che l’inflazione non è dovuta alla guerra, ma la guerra impedisce la fine dell’inflazione.

Così la Lagarde: “l’inflazione ha ripreso ad aumentare in misura significativa, principalmente a causa dei rincari dei beni energetici e alimentari, anche per l’impatto della guerra” e dovrebbe durare “per qualche tempo … specialmente nel breve periodo”; tuttavia, “una volta venute meno le attuali circostanze negative”la moderazione dei costi dell’energia … dovrebbe determinare un calo dell’inflazione”.

Laddove è impossibile non identificare tali circostanze negative con le sanzioni. Se ne è accorto persino Monsieur Fubinì: “si può pensare all’inflazione europea più come a una tassa … che paghiamo … per materie prime il cui prezzo oggi è scandito dal rombo dei cannoni nel Donbass. Tacessero questi, quello crollerebbe”.

È bene notare che la fine dell’inflazione non significa necessariamente deflazione, così Daniel Gros: “l’aumento dei prezzi dell’energia data prima della guerra e riflette un aggiustamento tecnico dei prezzi dopo anni di stagnazione”. Cioè, costoro non si aspettano che il contro-shock energetico in Europa trascini in negativo l’indice generale dei prezzi. Bensì che, semplicemente, lo stabilizzi attorno al mitico obiettivo del 2 per cento.

Il problema di tale piano è che è troppo ambizioso. Con le parole di Jeffrey Sachs: “porre fine alla guerra attraverso … un risultato negoziato, basato sulla neutralità e sicurezza dell’Ucraina, insieme alla fine delle sanzioni e al ritiro delle forze russe dall’Ucraina”. Ma rinuncerà Putin alle conquiste ormai ottenute? E poi per un risultato negoziato servirebbe troppo tempo: basti dire che, per tenere l’Italia nell’Euro, occorre che la fine della guerra arrivi prima dello spread Btp-Bund oltre 400 … dopo sarebbe tardi.

Come il dilemma verrebbe sciolto dai tedeschi

Il piano di Bce conosce una variante. Sempre fare finire la guerra … ma in un modo più rapido.

È il piano russo-tedesco, del quale abbiamo parlato su Atlantico Quotidiano: attendere non la pace, ma un armistizio laqualunque; poi farsi inondare, non di tutta l’energia e le materie prime russe, ma solo di gas e anche attraverso Nord Stream 2; senza bisogno di togliere le sanzioni, dal momento che gas e gasdotti non sono soggetti. A determinare un vero contro-shock energetico in Europa, basterebbe ed avanzerebbe.

Un piano meno ambizioso di quello di Bce, ma più realistico: un armistizio laqualunque è certamente più veloce da ottenere, rispetto ad un risultato negoziato. Eventualmente veloce abbastanza da giungere prima dello spread Btp-Bund oltre 400.

Come il dilemma verrebbe sciolto dagli americani

Se le cose andassero secondo il piano di Bce o quello dei tedeschi, alla fine ci troveremmo con la bassa inflazione di partenza, tassi ufficiali non più negativi, senza più QE e con l’Italia a pezzi ma ancora nell’Euro. Ma pure con il gas russo: che è ciò contro cui gli americani stanno combattendo la guerra in Ucraina.

Plausibilmente, per gli americani, qualunque prezzo è accettabile, a fronte dell’obiettivo strategico: la continuazione della guerra economica permanente alla Russia. Di fronte al dilemma, scelgono senz’altro (2) le sanzioni senza l’Euro.

Due articoli lo testimoniano: per Mastrolilli, a Washington interessa “il sostegno attivo dell’Italia all’Ucraina e la condanna della Russia”; per Stefano Folli ciò che importa è non “spostare l’asse della nostra politica estera verso Mosca e Pechino” pur dentro la crisi finanziaria. Ovvio che, a la Repubblica, preferirebbero salvare capra e cavoli: l’Euro e le sanzioni. Ma, fra i due, sanno che Washington ha già scelto.

Cosa converrebbe agli italiani

Se il piano di Bce o quello tedesco avesse successo, per l’Italia tornerebbero i vecchi guai. Così ancora Daniel Gros: “quando Bce sarà riuscita a riportare l’inflazione al 2 per cento, il livello reale dei tassi potrebbe diventare insostenibile per un Paese come l’Italia”. In tal caso, continua Gros ma pure Bini Smaghi, ci sarebbe solo lo OMT, cioè la Troika. Troika che oggi è impossibile in quanto – come abbiamo detto – dentro lo shock energetico, non si può nemmeno immaginare che l’Italia sopporti pure la Troika. Ma fuori dallo shock energetico sì.

A quel punto ricomincerebbe il vecchio balletto, fra €risti italiani che implorano condizioni benevole e nord europei che le impongono impossibili. Perché, dentro lo shock energetico, non si può nemmeno immaginare che la Germania sopporti pure la Lira. Ma fuori dallo shock energetico sì.

Insomma, l’Italia non è posta di fronte all’alternativa fra imporre o non imporre il controllo dei movimenti dei capitali ex-65 Tfue. Ma fra imporlo dopo, se l’armistizio laqualunque giungerà prima dello spread Btp-Bund oltre 400, ovvero imporlo prima, se l’armistizio laqualunque giungerà dopo lo spread Btp-Bund oltre 400.

Come finirà?

Siccome consideriamo l’Euro un tormento, speriamo nel secondo caso. Quindi, stiamo con gli americani. Ma a decidere non siamo noi.

Biden ha dimostrato parecchia debolezza verso i tedeschi: come mostra la piccola vicenda finlandese che abbiamo narrato e, prima ancora, la grande storia del nuovo gasdotto sotto il Baltico. Berlino, al contrario, ha dimostrato parecchia forza, come dimostrano specularmente tali due esempi. Ma a decidere non sono manco loro.

A decidere la partita sarà Putin: che dovrà scegliere se concedere l’armistizio laqualunque prima dello spread Btp-Bund oltre 400, regalando così all’Euro qualche altro anno di tormenti, oppure no ed accelerare l’inevitabile destino.