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L’hub imperiale del gas: la grande tentazione tedesca che spaventa gli Usa

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Nel precedente articolo abbiamo visto la posizione di Berlino, circa il gas russo: evitare embargo, negoziare fine guerra in Ucraina, normalizzare relazioni commerciali cioè ricorrere di nuovo e massicciamente a tale gas. Insomma, uscire dallo shock energetico con un contro-shock. Naturalmente, il negoziato andrà fatto non solo con i russi, ma pure con gli americani, perciò oggi vorremmo esplorare quali garanzie Berlino offrirebbe a questi ultimi.

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Cominciamo da un dato di realtà. Finita la guerra, i descritti fallimenti di Draghi e Biden nel procurare immantinente una fornitura alternativa al gas russo, avranno fatto sì che tale gas sarà ancora ben presente nel mercato europeo. Anzi, Mosca si troverà di fronte al classico dilemma del produttore dominante: godere di prezzi alti almeno quanto oggi, tollerando però la presenza dei produttori marginali? Oppure imporre prezzi più bassi, riconquistando quote di mercato?

Ragionevolmente, sceglierà la seconda: inonderà il mercato europeo di gas, con dei contratti a lungo termine, a prezzi pari a magari un quarto di quelli oggi pagati sul mercato spot. Molta domanda lascerebbe il mercato spot determinando, prima il crollo del prezzo ponderato, poi un crollo pure sullo spot. Guadagnando a Mosca molte simpatie in un’Europa che, dopo aver terribilmente sofferto di uno shock energetico, immensamente godrebbe di un contro-shock.

Ciò fatto, resterebbe aperta la questione del Nord Stream 2. Pure qui, ci sarà spazio di manovra: se l’Ucraina sarà divenuta un protettorato, in tal caso non vi sarà più ragione di distinguere fra i suoi tubi vecchi ed il tubo nuovo sotto il Baltico; se l’Ucraina sarà rimasta indipendente, allora un incidente interromperà i tubi vecchi e Mosca offrirà a Berlino di far partire il tubo nuovo. In entrambi i casi, un’Europa stremata dalla crisi energetica faticherebbe assai a rifiutare.

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Abbiamo scritto Europa, ma meglio avremmo fatto a scrivere Germania. Perché è vero che il gas russo a buon mercato serve a tutti gli altri Paesi europei. Ma la Germania ha un incentivo in più: di questa marea di gas che immaginiamo in arrivo, essa sarebbe l’hub. Che significa? Così si esprimeva il governo italiano, il 10 novembre 2017: lì “si formerebbero i prezzi”, chiunque altro “dovrebbe approvvigionarsi per tutto il gas russo necessario via Germania”, il prezzo all’ingrosso “diverrebbe pari a quello tedesco più i costi addizionali di trasporto”, oltre agli altri “costi addizionali che dovrebbero essere sostenuti per potenziare le interconnessioni intra-europee, che potrebbero poi riverberarsi sul prezzo all’ingrosso”. Insomma, la Germania incasserebbe le commissioni di transito e si renderebbe strutturale uno spread di prezzo col sistema tedesco (cioè, un vantaggio competitivo con le imprese degli altri Paesi) e diverrebbe la Russia del resto d’Europa (cioè, eserciterebbe un potere energetico pari a quello che subisce già oggi dalla Russia).

Può bastare, per capire perché Berlino non solo disperatamente voleva una valvola di sicurezza, in caso di nuovi casini in Ucraina, ma tale valvola la voleva tutta per sé? Diremmo di sì. Insieme, Nord Stream e Nord Stream 2 porterebbero un totale di 110 miliardi di metri cubi, circa 2/3 delle esportazioni russe in Europa, ovvero circa 1/4 dei consumi totali della Ue. Risparmiando, alla Germania, parecchie migliaia di chilometri nella lunghezza del percorso di trasporto e le commissioni di transito pagate a Kiev. Infine, a un costo talmente basso, da spedire nel dimenticatoio altri gasdotti o fonti di approvvigionamento alternative … a partire da quelle mediterranee.

Invero, rileggendo a posteriori le dichiarazioni delle Commissioni Juncker e Von der Leyen, che ostentatamente insistevano come le proprie priorità fossero la diversificazione delle fonti di approvvigionamento (del gas) e le interconnessioni (delle reti di gasdotti nazionali) … si deve dedurre che intendessero: per diversificazione, il monopolio di ingresso alla Germania e, per interconnessioni, tutto ciò che serve a distribuire meglio nel resto d’Europa la montagna di gas russo che sarebbe arrivata in Germania (ad esempio, il nuovo mastodontico gasdotto che va dal punto di sbarco di Nord Stream alla Repubblica Ceca, Eugal). Con tutti gli immaginabili profitti: un lucroso hub energetico, come si dice.

Talmente lucroso che – spiegava l’allora ministro tedesco Maas – esso sarebbe stato costruito comunque, anche se le aziende tedesche non avessero partecipato: perciò, nonostante Washington lo abbia da sempre considerato non-economico, per Berlino è sempre stato un progetto commerciale. Per Berlino soltanto, naturalmente.

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E veniamo alle garanzie che Berlino offre agli americani: garanzie di dipendere meno, in futuro, dalla Russia. Cominciamo da Nord Stream 2, inevitabilmente. Nel luglio 2021, Biden e Merkel convennero un Joint Statement, col quale la Germania non si impegnava affatto a fermare il gasdotto, nemmeno in caso di invasione dell’Ucraina … con l’unica eccezione del caso che la Ue avesse posto un embargo sull’importazione di gas russo; bensì, invece ed inequivocabilmente, a sottoporre il gasdotto per intero alle regole sulla concorrenza Ue. Condizioni che Mosca ha già accettato, pur con i consueti strascichi legali. Poi il gasdotto è stato sospeso, ma può essere avviato in ogni momento. Molto più recentemente, il presidente della Repubblica tedesco Steinmeier ha scandito che Nord Stream 2 “è stato un errore, ovviamente”, lasciando l’onere di spiegare al cancelliere Scholz. Quest’ultimo, come Steinmeier, rifiuta qualunque relazione fra Nord Stream 2 e la guerra in Ucraina (che pure noi sappiamo esistere): il conflitto “non è dovuto alla signora Merkel o al signor Steinmeier, ma all’imperialismo di Putin”. L’errore (per lui) non è il gasdotto in sé, bensì che la Germania non gli abbia affiancato, né rigassificatori LNG, né gasdotti da altri Paesi. Scandisce: “questo è l’errore vero e proprio, che mi ha infastidito per molto tempo”.

Tale cappello consente di inquadrare propriamente ciò che Berlino sta facendo, a partire dall’inizio della guerra: darsi un gran daffare, ad immaginare nuove infrastrutture di trasporto, da affiancare a Nord Stream 2. In tre direzioni.

(1) Per cominciare, ha iniziato un discorso con la Norvegia. La quale sta cercando di aumentare l’esportazione di gas, ma pare sia difficile farlo direttamente verso la Germania, causa limitazioni del gasdotto esistente, costruito nel 1999. E Berlino che fa? Non interviene sul vecchio gasdotto, come fosse veramente dedita a sostituire il gas russo. Ma pianifica un idrogenodotto nuovo di pacca, come volesse portarsi avanti ai concorrenti Paesi pure essi collegati alla Norvegia da vecchi gasdotti (Danimarca, Olanda, Belgio, Francia, UK). Come oggi non importasse l’energia di domani, ma quella di dopodomani.

Per il trasporto via tubo, infatti, non è fissato un blending ottimale col gas metano: ad oggi, è possibile in percentuali strabordanti di gas (80-90 per cento), manifestamente insoddisfacente. Per giunta, non si sa ancora garantire l’omogeneità in tutti i tratti di una tubazione meno che breve, il che limita la distribuzione a grandi clienti industriali (chimica, siderurgia, raffinazione, grandi navi, …), escludendo reti urbane e piccole utenze. Dunque, è impossibile realizzare un nuovo gasdotto oggi, già pronto ad essere usato tel quel domani al servizio del solo idrogeno. Ma sarà possibile solo dopodomani. Ciò nonostante, Berlino ha fatto grande pressione sulla Ue, perché smettesse da subito di finanziare nuovi gasdotti e finanziasse solo idrogenodotti (si sta giungendo al compromesso di finanziare solo nuovi gasdotti che trasportino alte quantità di idrogeno e solo fino al 2027-2029). Come oggi non importasse l’energia di domani, ma quella di dopodomani.

Inoltre, la Norvegia è sì il secondo esportatore di gas in Europa, poco dopo la Russia ma, al contrario di quest’ultima, non dispone di riserve di gas illimitate, quantomeno non a sud dello scomodissimo e poco esplorato Mare di Barents. In compenso, quel fortunato Paese dispone di riserve idroelettriche quelle sì immense. L’idrogeno, infatti, non è una fonte energetica come il gas, nel senso che, per produrlo, è necessario consumare un altro tipo di energia: se si tratta di un idrocarburo (petrolio, gas, …), allora si parla di idrogeno grigio; se si tratta di una fonte rinnovabile (come appunto l’idroelettrico), allora si parla di idrogeno verde … molto più pregiato in quanto molto più gretino.

Insomma, Berlino non si cura affatto di sostituire il gas russo oggi, ma di portarsi avanti con l’hub imperiale tedesco di dopodomani … dove l’idrogeno verde dalla Norvegia di dopodomani servirebbe da buon complemento al gas russo di oggi, domani e dopodomani.

(2) Parimenti intrigante è il discorso iniziato con la costruzione di tre nuovi rigassificatori sul Baltico ed il Mare del Nord, tutti insieme forse 27 miliardi di metri cubi di gas LNG, il primo provvisoriamente pronto alla fine dell’anno, ma tutti definitivamente solo entro 2-3 anni. Più importante, si tratterà di impianti concepiti per poter essere sviluppati come terminali per idrogeno. Infatti, il ministro verde Habeck è a caccia di grandi produttori di energia disposti alla scommessa: ha avuto successo ad Abu Dhabi, ma la proposta gli si è ritorta contro in Qatar, Paese che sembra preferire concentrarsi sul solido LNG di oggi, piuttosto che sull’idrogeno di dopodomani.

Quando si dice idrogeno via nave, infatti, si intende una composizione chimica o combustibile di sintesi (benziltoluene, ammoniaca, etc) … ma non è ancora fissata una composizione ottimale. Dunque, è impossibile realizzare un nuovo rigassificatore oggi, già pronto ad essere usato tel quel domani al servizio del solo idrogeno. Ma sarà possibile solo dopodomani.

Di nuovo, Berlino non si cura affatto di sostituire il gas russo oggi, ma di portarsi avanti con l’hub imperiale tedesco di dopodomani … dove l’idrogeno verde da Abu Dhabi di dopodomani servirebbe da buon complemento all’idrogeno verde dalla Norvegia di dopodomani ed al gas russo di oggi, domani e dopodomani.

(3) E non è tutto perché, alle brutte, pure la Russia può farsi gretina. Fra idrogeno grigio e idrogeno verde, esiste pure una via di mezzo: se si parte da un idrocarburo ma le emissioni di CO2 vengono catturate e immagazzinate oltre il 90 per cento, allora si parla di idrogeno blu. Orbene, la Russia, con le sue illimitate riserve di idrocarburi, può produrre idrogeno blu in quantità teoricamente illimitata. Nord Stream 2, guarda caso, è modernissimo: nel 2020 Handelsblatt avvisava che potrebbe portare sino al 70 per cento di idrogeno e Eurasia ci metteva il carico (“alla luce degli sforzi Ue per raggiungere la neutralità del carbonio, la visione delle future forniture di idrogeno russe potrebbe sicuramente attrarre alcuni dei decisori europei”). Se proprio i tedeschi si mettessero a consumare solo idrogeno, Nord Stream 2 potrebbe pure riportare in Russia tutta la CO2 prodotta dalla conversione perché sia lì immagazzinata. Certo, Berlino potrebbe rispondere che l’idrogeno blu è transitorio come il gas … ma è pure vero che la Russia, nella propria immensa vastità, potrebbe produrre pure idrogeno verde in quantità illimitata (anche se oggi non pare molto interessata).

Insomma, certamente Berlino proporrà a Washington di scambiare un oggi ed un domani russo con un dopodomani gretino. Tali sarebbero le garanzie che Berlino offrirebbe ali americani.

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Ma della risposta non saremmo tanto sicuri. Perché i punti di vista da tenere a mente sono due.

(1) Vediamo prima quello contrario, che è strategico: roba da apparati, o da Stato profondo. Anzitutto, l’intera questione dell’energia gretina deve essere giudicata per quello che è: scrive George Friedman che la strategia americana è “ridurre l’enfasi sulle fonti di energia da idrocarburi e dare il via allo sviluppo di fonti di energia alternative”, in modo da danneggiare la Russia. Quindi, la fantasia gretina non è uno scopo in sé, bensì uno strumento di politica estera: serve ad eliminare gli acquisti di energia dalla Russia, oppure non serve. E, se gli Usa accettassero le garanzie tedesche, non servirebbe.

In secondo luogo, anche ammesso che dopodomani non sarà la Russia a dominare l’hub imperiale tedesco, domani sì: nel frattempo che i nuovi terminal ad idrogeno ed i nuovi idrogenodotti attendono di essere costruiti … l’hub imperiale tedesco sarà solo l’hub imperiale russo; nel frattempo, sarà vero che (come scrive Julia Latinina) la Russia avrà messo “le briglie alla Germania”, che (come ha ripetuto Trump) “Russia owns Germany”.

In terzo luogo, attraverso il proprio hub imperiale, la Germania guadagnerebbe ulteriore potere di influenza sul resto d’Europa, con l’aggravante di esserne debitore, non più agli Usa, bensì alla Russia. Anatema per Washington. Diamo di nuovo la parola a Friedman: “l’interesse primordiale degli Stati Uniti, per il quale abbiamo combattuto il primo secolo di guerre (prima, seconda, guerra fredda) è il rapporto tra Germania e Russia, perché uniti sono l’unica forza che potrebbe minacciarci”. Certo, qualcuno potrebbe considerare come controesempio il Giappone, che ha abbandonato il progetto di un gasdotto Sakhalin-Hokkaido, ma ha molto investito negli LNG russi (Sakhalin-1, Sakhalin-2, Arctic LNG 2). Però, la situazione di quel Paese è incomparabilmente meno esposta, rispetto alla Germania: più del 90 per cento del gas non viene dalla Russia e, lì da quelle parti, Mosca gioca un ruolo assai minore che dalle nostre … quindi, Washington lascia fare.

Naturalmente, la visione strategica americana ha un solido fondamento di verità: intanto è vero che Germania e Russia uniti sono l’unica forza che potrebbe minacciare gli Usa; eppoi è pure vero che, uniti, potrebbero veramente dominare noi e i francesi e tutti gli altri europei … e cosa significhi essere dominati dai tedeschi e dai russi, ormai dovrebbero averlo capito pure i sassi. Semmai, di tale visione sono criticabili alcune degenerazioni. Come quelle descritte da Dario Fabbri nel 2017: “nei prossimi anni Washington potrebbe colpire massicciamente l’industria teutonica, insidiare qualsiasi nucleo si generi attorno alla Bundesrepublik, sconvolgere la burocrazia tedesca, incendiare l’Europa orientale”. Oppure quelle di Martin Wolf, che chiede alla Germania ed all’Italia di suicidarsi con l’embargo, al fine di offrire “una dichiarazione di volontà collettiva a difesa dei valori su cui si è fondata l’Europa del Dopoguerra”. Oppure ancora quelle del Telegraph di Londra, che esplicitamente chiede sanzioni contro la Germania.

Insomma, se Berlino non imporrà un embargo al gas russo, o se farà partire Nord Stream 2, Washington non la bombarderà, non le imporrà sanzioni commerciali, non distruggerà l’industria tedesca. Ma potrà incazzarsi parecchio, questo è vero, reagendo in modi diversi da questi, che ancora non conosciamo.

(2) Epperò, esiste pure il punto di vista a favore, che è macroeconomico. Come ha delicatamente fatto intendere la segretaria al Tesoro Janet Yellen. Prima, negli estratti di intervista pubblicati da la Repubblica: investimenti e crescita, ha detto (con tanti saluti al Patto di stabilità, ma nessun riferimento all’inflazione e a Bce) … ed è implicito che entrambe non sarebbero dati, con un embargo al gas russo. Poi, in un discorso a Washington: un immediato embargo Ue sul petrolio russo “aumenterebbe chiaramente i prezzi mondiali del petrolio” e avrebbe un impatto dannoso, non solo sull’Europa ma pure su “altre parti del mondo”. La Signora si riferiva al petrolio, ma di peggio avrebbe potuto dire del gas, visto che il petrolio russo Mosca lo può dirottare facilmente pure fuori Europa, mentre il gas assai più difficilmente … quindi, la domanda europea di gas si scaricherebbe sul resto del mondo senza l’effetto sostitutivo dell’export russo dirottato, che per il petrolio ci sarebbe. La Yellen è stata ancora più precisa: “trovare un modo per ridurre l’import di petrolio e gas in Europa, senza danneggiare il mondo intero con prezzi energetici più elevati, sarebbe l’ideale. Ed è una questione che stiamo tutti cercando di risolvere insieme”.

Notare la delicatezza con la quale Yellen risponde all’argomento strategico: colpendo col gas Germania e Italia, colpiamo pure il resto del mondo … il resto dell’impero, se il lettore preferisce. Un modo delicato per dare del rimbambito a quelli della Casa Bianca, pur senza far mostra di interessarsi ai destini dell’Europa.

Notare pure che il concetto è stato ripreso da Scholz, pure lui per opporsi all’embargo: “qualcuno sta davvero pensando alle conseguenze globali?” … purtroppo senza che l’intervistatore lo cogliesse e glielo lasciasse sviluppare. E poi pure dalla FAZ, in un compiaciuto articolo che ne rende conto, riferendo genericamente di altri apprezzamenti americani per gli sforzi di Berlino, e aggiungendo che tanti Paesi Ue si nascondono dietro la Germania.

Notare infine che il concetto è stato gravemente frainteso da Fubini, il quale lo ha letto come un invito della Yellen ad imporre: non solo un embargo sul petrolio russo, ma pure sanzioni su qualunque Paese dell’intero orbe terraqueo osi comprare il petrolio che l’Ue non comprerà più. Monsieur Fubinì o il teatro dell’assurdo.

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Orbene, Yellen estende la propria critica ad un altro aspetto della politica strategica, imposta da Biden al seguito degli apparati: il congelamento delle riserve della Banca centrale russa, cioè la sanzione-fine-di-mondo. Sappiamo che erano state disegnate alla Casa Bianca e che Yellen ne ritardava il varo. Oggi che la Casa Bianca sta valutando di sequestrare tali riserve, sinora solo congelate, per “finanziare parte della ricostruzione dell’Ucraina”, Yellen fa outing: “dovremmo pensare attentamente alle conseguenze, prima di fare questo passo, non vorrei fosse fatto alla leggera”. Siamo, quindi, in presenza di un contrasto fondamentale, fra la visione strategica della Casa Bianca e la visione macroeconomica del Tesoro. Ma sappiamo pure che la prima ha già prevalso sulla seconda. Quindi, è probabile continui a prevalere sinché Biden starà alla Casa Bianca o, almeno, sinché non avrà auspicabilmente perso le elezioni di mid-term.

Dopodiché, non è che le preoccupazioni strategiche non appartengano pure ai Rep, anzi: basti pensare a Ted Cruz. Vero che i Repubblicani non sono guerrafondai, come ha ben dimostrato Trump, ma non è detto possano permettersi di consentire un qualche accomodamento con Mosca, prima delle prossime presidenziali: un contro-shock energetico favorirebbe la rielezione di Biden, ad esempio. Perciò Berlino, se veramente vorrà procedere, deve prepararsi all’eventualità di dover pagare certi costi … quali non sappiamo, ma non saranno noccioline. Sarà Berlino disposta a pagare tali costi? Nessuno lo sa, ancora George Friedman: “il vero jolly in Europa è che … non conosciamo la posizione tedesca … Chiunque possa dirmi cosa faranno i tedeschi, mi sta spiegando i prossimi 20 anni di storia … Riflettete sulla questione tedesca, perché ora si ripresenta. Questa è la prossima sfida che dovremo affrontare”. Per Berlino, la tentazione sarà molto molto forte.