Esteri

La storia di Nord Stream - Terza parte

Nord Stream 2: il braccio di ferro Putin-Biden, solo congelato dalla guerra in Ucraina

Completato il gasdotto e definite le modalità di gestione, lo scontro tra Mosca e Washington si è spostato sul “quando” aprirlo

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Abbiamo visto nel secondo articolo, come il presidente Usa Joe Biden si sia fatto convincere dall’allora cancelliera tedesca Angela Merkel a lasciar completare il gasdotto Nord Stream 2, al solo patto di sottoporlo alla direttiva sulla concorrenza dei mercati energetici e ciò pure in caso di invasione dell’Ucraina. La domanda non era se procedere, ma come procedere.

Si lamenta Kiev

L’Ucraina si lamentava fortemente. Abbastanza per ottenere di ricevere Merkel a Kiev il 22 agosto 2021, un incontro fra ministri dell’energia il 23 agosto, e poi un invito alla Casa Bianca il 1° settembre. Ma solo per ottenere, in tutte e tre i casi, mere rassicurazioni verbali circa la continuazione del transito del gas russo … cioè niente rispetto al gasdotto nuovo.

Sarà anche perché usava il gasdotto come una scusa per mirare al bersaglio grosso, così Yuriy Vitrenko, il capo dell’azienda energetica statale Naftogaz: “l’Ucraina, per compensare la minaccia alla sicurezza rappresentata da Nord Stream 2, avrebbe bisogno dell’adesione alla Nato” … naturalmente pure qui senza cavare un ragno dal buco.

Si lamenta Varsavia

La Polonia si univa all’Ucraina in un fondato atto d’accusa contro Biden e Merkel. Ma continuava pure ad agitare la propria autorità Antitrust. Quest’ultima non mette in questione direttamente il gasdotto (che non attraversa le acque di quel Paese), bensì il fatto che i suoi soci (alcuni dei quali hanno una presenza anche massiccia in Polonia) costituissero una società insieme.

Dopo un primo parere negativo del 22 luglio 2016, Gazprom era rimasta l’unico socio e i restanti cinque (Shell, OMV, Engie, Uniper, Wintershall) avevano sostituito il capitale con un prestito a lungo termine. Eppure venivano multati, prima il socio francese, poi Gazprom e poi, il 7 ottobre 2020, tutti i soci insieme per la bellezza di 6,5 miliardi di euro (l’intero progetto ne costa 9,5): appigliandosi capziosamente alla natura non finanziaria dei soci, nonché alla presenza di una clausola consuetudinaria di conversione del debito, in caso di mancato rimborso, in azioni.

E, tuttavia, in tema di gasdotti ad avere prevalenza è la direttiva Ue sul gas e, con essa, il regolatore dello “Stato membro in cui è situato il primo punto di ingresso”, cioè quello tedesco. A quest’ultimo spetta la parola finale.

Si lamentano gli ambientalisti

Scontente alcune associazioni ambientaliste tedesche. Denunciarono il gasdotto davanti a due autority locali (l’agenzia marittima ed idrografica-BSH e il Ministero dell’energia del Land del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove Nord Stream arriva e che più direttamente ne beneficia), che però diedero leste il proprio consenso.

Seguirono denunce e ricorsi, secondo uno schema normale, per il quale i gruppi ambientalisti poi transano, in cambio di generosi finanziamenti: così già era accaduto con Nord Stream 1, che aveva figliato due fondazioni impegnate in parecchi progetti di recupero ambientale.

Allo stesso modo, Nord Stream 2 figliò una terza fondazione, finanziata quasi interamente dal gasdotto e principalmente dedicata alla promozione ambientale. Seguirono altri ricorsi di ambientalisti esclusi dagli accordi, ma senza grande esito, visto che per la fondazione venne infine proposto lo scioglimento dallo stesso Land che la aveva istituita, ma per ragioni politiche e solo dopo l’invasione russa dell’Ucraina che vedremo. Dopodiché, la fondazione si è opposta e della faccenda è restato solo un trascinamento di polemiche molto elettorali.

Si lamenta Ted Cruz

Apparentemente inerte il Dipartimento di Stato Usa, ripeteva stancamente di voler “ridurre i rischi per l’Ucraina e i Paesi in prima linea della Nato e dell’Ue” … ma è chiaro che parlava di rischi economici, non di sicurezza. Firmava nuovi provvedimenti sanzionatori contro imprese appaltatrici coinvolte nella posa del gasdotto (20 agosto 2021 e 23 novembre 2021) … ma mai contro la società proprietaria e gestrice – NS2AG.

Per la rabbia del solito Ted Cruz, il quale urlava di sanzionare proprio quella e, per ottenere ascolto, rallentava enormemente il processo di ratifica di dozzine di alti funzionari ed ambasciatori nominati da Biden.

Sicché, la Russia poté proseguire i lavori sino a portarli a termine, il 10 settembre 2021. Esattamente come Biden aveva concesso a Merkel.

Mosca accetta le condizioni del regolatore tedesco

Ma, per la messa in esercizio, mancava ancora l’autorizzazione del regolatore tedesco: quello era ora il fronte principale. Esattamente come Merkel aveva concesso a Biden.

Il regolatore, come abbiamo visto, il 15 maggio 2020 aveva negato a Nord Stream 2 la deroga dalla direttiva Ue sul gas. Non era più in gioco l’esistenza del gasdotto, ma come i tedeschi lo gestiscononon se procedere, ma come procedere: così Merkel si era intesa con Biden e così era.

Mostrandosi tutt’altro che inedotta dell’intera faccenda, NS2AG si era adeguata e pure con qualche anticipo: il 24 giugno 2021 presentò al regolatore tedesco tutta la nuova documentazione richiesta per una istanza di certificare come gestore indipendente – pare – una propria divisione di diritto svizzero. Il che era conforme alla direttiva.

Mosca accetta pure le nuove condizioni

Tuttavia, il regolatore si inventò di non poter autorizzare alcuna separata divisione di gestione del gasdotto, a meno che quest’ultima non fosse una società di diritto tedesco. Immaginiamo in esecuzione di quella parte del Joint Statement che recita: “la Germania sottolinea che rispetterà sia la lettera che lo spirito del Terzo Pacchetto Energia per quanto riguarda Nord Stream 2 under German jurisdiction”. Un impegno che legalmente non avrebbe avuto la forza di infrangere la direttiva, ma tant’è.

Ancora una volta, NS2AG fece buon viso a cattivo gioco. La sua controproposta fu di trasferire sì la gestione ad una società di diritto tedesco, ma in un’unica società con la proprietà … e solo relativamente al tratto tedesco del gasdotto (parte che corre sul suolo e in mare per 54 km dal limite delle acque territoriali, non la ZEE).

Ciò che consentirebbe a NS2AG di non separare affatto proprietà e gestione, né della tratta tedesca né, tanto meno, della lunga tratta sottomarina. Tali documenti vennero presentati entro l’8 settembre 2021 e, il 26 ottobre 2021, il governo Merkel uscente depositò un documento obbligatorio, nel quale era scritto che il gasdotto non poneva rischi alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici.

A termini di legge, la procedura avrebbe dovuto concludersi entro quattro mesi da quella data, nel gennaio 2022, per poi passare le carte alla Ue, che può esprimere una raccomandazione entro massimo 4 mesi. Il che significava che il vecchio governo tedesco prevedeva di far partire il gasdotto entro l’estate.

Il regolatore tedesco butta la palla in tribuna

Poi accadde qualcosa. Il 26 settembre 2021 in Germania si erano svolte le elezioni generali e si attendeva la nomina del nuovo cancelliere, giunta solo a dicembre. In questo frattempo il regolatore tedesco buttò la palla in tribuna, il 16 novembre 2021, sospendendo la procedura in attesa di nuova documentazione. Per poi precisare che “non ci sarebbe stata alcuna certificazione nella prima metà del 2022”.

Apparentemente, una forma di rispetto verso il nuovo Parlamento. E può pure essere fosse tutto regolare, come avrebbe poi preteso il nuovo ministro degli esteri tedesco, la verde Baerbock:

“Questo nuovo governo, nel contratto di coalizione, ha stabilito chiaramente che, per quanto riguarda i progetti di politica energetica in Germania (questo vale pure per Nord Stream 2), si applica la direttiva europea sull’energia, per amor di verità. Ecco perché il regolatore tedesco ha sospeso il processo di certificazione”.

Il che significava che il nuovo governo tedesco prevedeva di far partire il gasdotto entro l’autunno.

Vittoria tattica per Biden

Ma può pure essere che il regolatore abbia di nuovo forzato la mano. Almeno è così che interpretava la potentissima vice segretario al Dipartimento di Stato per gli Affari europei ed eurasiatici, Victoria Nuland: “stiamo lavorando coi tedeschi … per rallentare il loro iter di certificazione del gasdotto e questo governo tedesco ha compiuto passi significativi in tal senso”.

Segno di una intensa pressione diplomatica, i cui contenuti restano, però, sconosciuti: forse le nuvole nere che si addensavano sull’Ucraina, ma non abbiamo elementi per affermarlo.

Fatto sì è che Washington era riuscita a cambiare le carte in tavola: in gioco non c’era più l’apertura del gasdotto, e nemmeno come gestirlo, bensì solo la data di tale apertura. La domanda non era più se procedere (perché Biden aveva detto sì a Merkel), e neppure più come procedere (perché NS2AG aveva detto sì al regolatore tedesco), bensì quando procedere. Una vittoria tattica significativa, bisogna ammetterlo, benché tutt’altro che definitiva.

Putin reagisce con l’arma del gas

A Putin non restava che far pressione, in due modi. Anzitutto su Merkel che, incontrandolo il 20 agosto 2021, dava seguito al proprio impegno senza obbligo di risultato, di chiedergli una estensione dell’accordo russo-ucraino: le venne risposto che si sarebbe fatto solo subordinatamente all’avvio di Nord Stream 2.

In secondo luogo, sul mercato del gas, profittando di un contesto già segnato dalla inflazione da fine Covid e dalle politiche gretine della Ue. Lì, Mosca è un attore molto particolare. (1) ha delle riserve illimitate. (2) preferisce di gran lunga i contratti a lungo termine, così Putin: il produttore “sa che venderà un certo volume minimo a un certo prezzo minimo e quindi sviluppa in modo appropriato la propria politica di investimento”.

(3) è dominante: nel 2017, l’Ue importava il 74,4 per cento del gas, di cui il 42 per cento dalla Russia. (4) è a basso costo: secondo Putin, coi suoi contratti a lungo termine la Germania riceve gas a 250-300 dollari per 1.000 metri cubi … contro i 1.000 dollari mal contati dell’attuale mercato spot; nessuno sa esattamente a che prezzo il gas russo diventi non economico, ma certamente lo era durante il Covid, quando il prezzo spot medio era di circa 85 dollari mal contati.

Naturalmente c’è il trucco: fino al Covid, il prezzo spot era di circa 200 dollari mal contati. E, infatti, i clienti si lagnavano dei contratti a lungo termine. La Commissione europea, attraverso una procedura di infrazione conclusa nel 2018, ottenne di modificarli ma non certo di impedirli. Invero, essa non solo faceva andare avanti Nord Stream 2 … ma pure fece sapere di volere più gas LNG e da altri gasdotti (come suggerivano pure gli americani), anch’essi spesso assistiti da contratti a lungo termine.

L’impennata dei prezzi

Tutto bene se tale offerta alternativa fosse stata capace di sostituire quella russa, ma non era così. Anzi, sul mercato a breve Gazprom esercita un’influenza grossa, abbassandone i prezzi se offre il proprio gas, alzandoli se non lo offre: continuava a rispettare i contratti a lungo-termine (stipulandone pure di nuovi: almeno con Ungheria, Grecia e Bulgaria), mentre assai meno gas passava fuori tali contratti. Secondo il capo della IEA Birol, Mosca tratteneva almeno 1/4 del gas che avrebbe potuto mandare in Europa.

Ma non solo, secondo Birol e pure secondo la Commissaria Verstager Mosca avrebbe pure usato le proprie partecipate in Europa (Gazprom Germania, anzitutto, società tedesca con rilevanti partecipate in Gran Bretagna) per tenere gli stoccaggi di gas al minimo, cioè di aver importato quanto meno possibile sino allo scoppio della guerra.

Assecondando così una mostruosa impennata dei prezzi del gas. Ma pure dell’energia elettrica, prodotta non solo dal gas ma pure da ogni altra fonte, perché il prodotto finale è lo stesso e non può che avere un unico prezzo (checché ne dicano Draghi e Cingolani).

Stallo messicano

Dopodiché, Putin offriva sempre la stessa soluzione: aprire Nord Stream 2. Il 6 ottobre fece dire che, per risolvere la crisi del gas serviva “il completamento della certificazione e l’autorizzazione più rapida per le forniture di gas tramite il Nord Stream 2 completato”. Il 13 ottobre, disse che Nord Stream 2 avrebbe alleviato la crisi del gas in Europa in modo significativo, ma doveva ancora affrontare un ostacolo burocratico.

Il 21 ottobre, disse che “se il regolatore tedesco consegnasse l’autorizzazione domani, 17,5 miliardi di metri cubi di gas inizieranno a fluire dopodomani”, suggerendo pure che si sarebbe potuti arrivare al pieno regime di 55 miliardi “tra la metà e la fine di dicembre” … il che era pure vero. Il 29 dicembre fece sapere che un tratto del gasdotto era stato riempito di gas e che la messa in esercizio avrebbe avuto “un impatto immediato sul prezzo sul mercato, sullo spot”.

Volendo, Berlino avrebbe potuto fermare la crisi energetica subito: accettando i nuovi contratti a lungo termine ed aprendo Nord Stream 2. Molta domanda avrebbe lasciato il mercato spot determinando, prima un calo radicale del prezzo ponderato, poi un calo pure sullo spot. E la crisi del gas sarebbe finita con un vero e proprio controshock. Invero, è evidente che molti attori in Germania si preparano alla prossima riproposizione di questo scenario, ancor oggi dopo oltre 100 giorni di guerra.

Ma Washington si opponeva. Così l’incaricato speciale di Biden, Amos Hochstein: sì, “l’unico fornitore che può davvero fare una grande differenza per la sicurezza energetica europea questo inverno è la Russia” … ma pure “se afferma che può aumentare rapidamente il flusso di gas attraverso il Nord Stream 2, dovrebbe essere in grado di farlo ora attraverso i gasdotti esistenti”.

E la domanda quando procedere restava senza risposta: subito, come voleva Mosca? In autunno, come voleva Berlino? oppure più tardi ancora, come voleva Washington?

La guerra ucraina congela lo stallo

Le cose stavano così quando la casa Bianca ebbe occasione di congelare lo stallo, mettendo apertamente sul piatto una nuova crisi ucraina, il 7-8 dicembre: lo stesso giorno in cui Scholz si insediò come nuovo cancelliere, Biden tenne Putin due ore al telefono, minacciandolo di “forti misure economiche”.

Di nuovo una vittoria tattica, della stessa natura anche se più duratura della precedente. Quindi, di nuovo tutt’altro che definitiva: solo se tali forti misure includeranno sanzioni sull’importazione di gas russo, la domanda tornerebbe ad essere se procedere. Ma sinora non è stato così e, per tale motivo, la domanda continua ad essere quando procedere, come vedremo nel prossimo articolo.