Economia

Gas, il vero grande gioco dell’Italia: divenire l’hub del Centro Europa e battere l’hub imperiale tedesco

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Abbiamo visto come Berlino non abbia intenzione di consentire alla Ue di imporre un embargo sul gas russo, perché completamente dedita alla costruzione del proprio hub imperiale… come le consentono i due gasdotti Nord Stream 1 e 2, il secondo dei quali è sospeso ma può essere fatto partire in ogni momento. Di fronte a tutto questo, l’Italia come dovrebbe porsi?

In primo luogo, prendendo atto di essere stata ignorata tre volte: la prima da Bruxelles che, mentre lasciava costruire i precedenti, impediva l’equivalente italiano detto South Stream; la seconda da Obama che lasciava iniziare Nord Stream 2; la terza da Biden che lo lasciava completare. Alla prima, il generale Giuseppe Cucchi descriveva il “progressivo, accelerato disfacimento … delle strutture multilaterali su cui facevamo affidamento”, volendo significare che la Ue si rivelava puro strumento di una Germania ormai da annoverare fra i nostri “amici tutt’altro che tali”. Alla terza, Alberto Negri riassumeva così: “Mutti, mammina Merkel, ha vinto la partita che noi abbiamo perso”.

In secondo luogo, rimettendo insieme i cocci, casomai la guerra in Ucraina ci stia offrendo una seconda chance. Andiamo a vedere i cocci.

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(1) Cominciamo dalla produzione nazionale. A quanto ammontino le riserve italiane, non è noto. Il governo le stima in 92 miliardi di metri cubi, ma il sindaco di Ravenna dice 350-500 miliardi nel solo Alto Adriatico ed apparentemente a basso costo di estrazione. Ad essi andrebbe aggiunto tutto il resto: ad esempio il bacino Alghero-Provenzale, che pare estremamente promettente. Eppure Draghi parla di “sfruttare le concessioni esistenti” per la miseria di aggiuntivi 2 miliardi di metri cubi: nuove concessioni e nuove esplorazioni non sono veramente in programma.

D’altronde, è stato Draghi a varare il PiTESAI (meglio noto come piano regolatore anti-trivelle): introdotto dal governo Conte I, ab initio sospendeva nuove istanze di prospezione e ricerca, complicava l’iter di quelle già presentate. Né la versione finale, varata da Draghi, poneva rimedio alle limitazioni geografiche che escludono, ad esempio, il vasto bacino più vicino a Venezia. Riassume AssoRisorse: approvando il PiTESAI, Draghi ha imposto la revoca di 42 istanze e permessi di ricerca su 45 “e di fatto l’azzeramento delle attività future, sia a terra che a mare”; nonché inserito il 70 per cento delle concessioni esistenti in aree definite “non idonee”, talché “20 saranno revocate e 45 soggette a verifica, per stabilire il prosieguo o meno delle attività”.

E la ragione la ha spiegata personalmente Sua Competenza: “diversificare le forniture, aumentare il contributo delle fonti rinnovabili che (ripeto e continuo a ripetere) resta l’unica strategia fondamentale nel lungo periodo” perché “l’ambiente, la transizione ecologica è un po’ l’essenza stessa di questo governo”. E poi ancora: il gas naturale “come combustibile di transizione, e insisto su transizione”. Draghi il gretino No-Triv.

(2) Su cosa punta? Sul gas LNG. Che arriva nei rigassificatori. Ne esistono tre, un primo a La Spezia per 3,4 miliardi di metri cubi, uno secondo più grande a Livorno per 3,75 miliardi, un terzo a Rovigo per 8 e presto 9 miliardi di metri cubi. Dei quali sfruttati circa 12,4 miliardi nel 2019, quindi ne avrebbero potuti ricevere forse altri 3,75 mal contati.

Di nuovi veri e propri rigassificatori, ne sono progettati tre: il primo di Iren e Sorgenia a Gioia Tauro; il secondo dell’Enel a Porto Empedocle, che si è fatta bloccare dalla Soprintendenza anche se non ha ancora gettato la spugna; il terzo a Trieste, ma nel frattempo abbandonato asseritamente a causa di interferenze con l’attività portuale. Anche per questo, il ministro Cingolani si è affidato a Snam per procurare quattro rigassificatori galleggianti (le cd navi Frsu – Floating Storage and Regasification Units). Le prime due piccoline per il nord ed il sud della Sardegna, una contrattualizzata giusto ieri l’altro. Le altre due ben più grandi (5 miliardi di metri cubi annui ciascuna) e da rendere operative entro il primo trimestre 2023: una da comprare e destinata a Piombino, la seconda da affittare e destinata a Ravenna (ma si è proposta pure Trieste). Solo in subordine a Brindisi o Taranto, poiché i progetti nel Mezzogiorno scontano di dover essere poi collegati alle dorsali di distribuzione verso il settentrione e di essere, quindi, in concorrenza con i paralleli sforzi di aumentare l’import via gasdotti mediterranei: considerazione che fa premio su certi miraggi indicati dal governo e dallo stesso Draghi. Di tutti, Ravenna pare il più capace ad ospitare il vero e proprio rigassificatore (magari al largo) che dovrà poi sostituire la grande nave Frsu in affitto, nonché una capacità di stoccaggio potenzialmente assai ampia. Quanto alle resistenze di gretini e nimby vari, a vincerle servono i continui annunci di impossibili piani di razionamento delle forniture.

Che Snam trovi le due grandi navi Frsu, nonostante la forte concorrenza, è plausibile. Che i tempi siano quelli rapidi indicati da Cingolani, meno: Snam stima di poter avere la prima nave nel 2023 e la seconda nel 2024; e, per rendere operativo un rigassificatore a terra o galleggiante, occorrono in media rispettivamente 36 e 12-18 mesi a partire dall’ottenimento dei permessi. Perciò Draghi starebbe battagliando col ministro dei beni culturali Franceschini … che avrebbe promesso di procedere con sollecitudine, ma sempre attraverso percorsi bizantini, che non ricalcano l’eguale avvenuto esproprio delle competenze di quel ministro in materia di impianti di produzione di energia rinnovabile.

Come si vede, apparentemente il governo non agisce con rapidità. E una ragione forse c’è: il prezzo del mercato spot in Europa oggi (1.000 dollari mal contati per 1.000 metri cubi) è superiore a quello in Asia (che non è rifornita via gasdotti) e, perciò, le navi metaniere vengono qui anziché lì. Se, come abbiamo ipotizzato, concluso un armistizio in Ucraina la Russia inonderà il mercato europeo di gas con contratti a lungo termine (oggi a 250-300 dollari secondo Putin) via gasdotto (magari pure Nord Stream 2), allora i prezzi spot in Europa scenderanno di nuovo e le navi metaniere andranno tutte in Asia. Nel qual caso, chi mai pagherà i costi dei nuovi rigassificatori a quel punto fermi?

Ci sono quattro soluzioni. La prima è che l’inondazione di gas russo avvenga pure tramite LNG: vero è che la Russia si fa vanto di esportare LNG normale, non da fracking come quello americano, ma le sue capacità sono ancora relativamente limitate e, dunque, tale possibilità può essere esclusa. La seconda è che lo Stato italiano si impegni a coprire i costi dei nuovi rigassificatori se fermi (come già succede per il rigassificatore di Livorno), riversandoli in bolletta. La terza è che gli impianti li acquisisca lo Stato, per poi affittarli ad operatori privati (come accade in Germania con le navi Frsu) a prezzi indicizzati, rivalendosi in bolletta. La quarta è che i rigassificatori siano assistiti da contratti di fornitura di lungo-termine a prezzi sostenibili, cioè non distanti dai contratti a lungo termine sul gas russo. Su quest’ultima strada pare essersi incamminato il governo italiano: dal Qatar potrebbero arrivare circa 3 miliardi di metri cubi in più; dall’Egitto 3; dal Congo Francese 5; dal Mozambico 3 a salire; dall’Angola forse 1,5 e domani si vedrà. Dei prezzi di fornitura non sappiamo alcunché ma la quantità totale è più meno corrispondente alla somma delle due navi di Cingolani e della capacità residua degli impianti esistenti. Evidentemente, di un eventuale nuovo vero e proprio rigassificatore non si potrebbe parlare, se non in sostituzione della nave Frsu in affitto o in presenza di altri contratti di fornitura ancora.

(3) Fra l’Albania e la Puglia corre il TAP, che porta il gas azero giunto attraverso la Turchia. Lo avemmo a piccola compensazione per la perdita del South Stream e quanto meno viene in Italia e non verso i Balcani e l’Austria, come prevedeva un fallito progetto di distribuzione (Nabucco) … ma si tratta di meno di 1/6 di ciò che avrebbe trasportato South Stream: 8.1 miliardi di metri cubi nel 2021, 10 nel 2022.

Draghi ha fatto sapere di puntare più in alto: “dobbiamo ragionaresu un possibile raddoppio della capacità”. Snam gli ha risposto che il raddoppio si può costruire in un anno, ma solo “in presenza di produzione”, mentre loro si occupano “non della parte upstream, ma del tubo”: un modo gentile per dire no. Infatti, Draghi pare ignorare che gli ulteriori 10 miliardi di metri cubi dovrebbero giungere dal Turkmenistan, Paese molto vicino a Mosca; grazie ad un ulteriore gasdotto che passerebbe sotto il Mar Caspio, mare controllato da Mosca; o addirittura giungere dalla Russia. E passare attraverso la Turchia, cioè precisamente il Paese che riceve il gas russo che doveva arrivare col South Stream, e che ora giunge col Turk Stream: una copia del precedente, tranne che è grande la metà e sbarca nella Turchia europea anziché nell’attigua Bulgaria. Una beffa, insomma.

(4) A meno che Draghi non abbia in mente di intubarci altro gas. In effetti, in Albania è in progetto un rigassificatore al quale è cointeressata la solita Snam, normalmente inteso a servire l’Albania e poi semmai i Balcani … ma non si sa mai. D’altronde si ricorda un altro vecchio progetto, già autorizzato da Tirana, di costruire un grande rigassificatore per rifornire l’Italia: originariamente inteso al servizio di un gasdotto mai costruito ed alternativo al TAP … chissà mai che non venga ripreso per servire proprio il TAP.

(5) Poco più a sud del TAP è progettato il gasdotto Poseidon, al quale abbiamo già dedicato un articolo su Atlantico Quotidiano. In sintesi, andrebbe dalla Grecia alla Puglia, come continuazione di un gasdotto che verrebbe attraverso Cipro e Creta dai giacimenti di Israele, EastMed. Purtroppo, quest’ultimo è stato ostacolato da Ankara in ogni modo possibile (pure questo lo vedemmo su Atlantico) e definitivamente affondato da Biden per bocca della Nuland: Washington vuole che il gas israeliano vada in Turchia e via gasdotto e che lì sostituisca il gas russo. Al proposito impossibile non segnalare un farsesco articolo del direttore de la Repubblica, il quale immagina la Turchia come “ponte energetico” per il gas israeliano verso l’Europa … roba che nemmeno al circo.

Quel che avanzerà, se avanzerà, giungerà in Europa solo via navi metaniere LNG. E, infatti, in visita in Israele il ministro Giorgetti ha parlato di LNG e rinviato EastMed al futuribile “trasporto dell’idrogeno verde”.

(6) Quanto al resto del gas del Levante, esso viene fatto salpare dai due impianti di liquefazione egiziani di Idku e Damietta. Ma l’Egitto preferirebbe un gasdotto e, per aggirare l’ostacolo turco, ha suggerito un tubo fra sé e Creta, eventualmente allungabile ai due estremi, verso Cipro e verso la Grecia continentale.

Pure qui, si è messa di mezzo la Turchia (lo vedemmo su Atlantico): il 28 novembre 2019 ha siglato con Tripoli un accordo bilaterale di delimitazione delle rispettive ZEE, cui ha risposto un accordo bilaterale fra Atene e Il Cairo che rivendicavano le stesse aree di mare. L’accordo turco-libico era fantasioso e contrario alla convenzione internazionale di Montego Bay, quello greco-egiziano conforme alla convenzione, ma non è questo il punto: l’accordo turco-libico chiude ogni passaggio per un gasdotto fra Levante ed Europa. In una simile occasione attorno a Cipro, Ankara ha già dimostrato di voler usare la flotta per imporre il proprio punto di vista e l’Italia ha già dimostrato di farsela sotto dalla paura.

(7) Poi c’è la Libia. Alla quale l’Italia è legata dal gasdotto che va in Sicilia, il Green Stream o tubo di Melita: 520 chilometri, posati da Saipem in sei mesi ed inaugurati da Berlusconi e Gheddafi. Ha una portata massima di 11 miliardi di metri cubi, assai poco sfruttata dopo la guerra di Obama del 2011: nel 2021 arrivarono appena 3,2 miliardi. Ha grossi vantaggi: può trasportare idrogeno in blending fino ad un 20 per cento e, soprattutto, è posato sui fondali del canale di Sicilia molto più bassi di quelli che dividono il Levante dalla Grecia, dunque aumentarne la portata sarebbe poco costoso. Eppoi di gas ce n’è quanto se ne vuole: intanto quello della Libia, anche se non subito visto che nessuno ci investe da 11 anni; eppoi, proprio lì potrebbe passare il famoso gas del Levante, attraverso un tubo fatto correre per il deserto egiziano e libico sino al tubo di Melita.

Pure qui, si è messa di mezzo la Turchia, impegnandosi militarmente a sostegno del governo di Tripoli, in lotta con quello di Bengasi. Precedentemente Tripoli aveva chiesto lo stesso aiuto all’Italia ma solo per sentirselo negare, sia dal governo Conte I coi ministri Moavero e Salvini, sia dal Conte II col ministro Di Maio. Il quale sempre rifiutò con l’argomento che “non c’è soluzione militare, ma solo dialogo politico”. Lo stesso Di Maio che oggi manda armi a Kiev … evidentemente convinto che, per l’Italia, l’Ucraina sia più importante della Libia. Lo stesso Giggino che oggi “non porrà veti su sanzioni al gas russo” … cioè, prima perde la Libia e poi vuol fare a meno pure del gas russo che è così difficile non acquistare perché lui ha perso la Libia. Il peggior ministro degli esteri italiano dal 1861.

Poi, naturalmente, la Libia è la Libia e l’attuale governo di Tripoli (amico dei turchi al punto da aver nel 2021 riconfermato l’infame accordo del 2019 sulle ZEE) è di nuovo sfidato da Bengasi, pur senza apparente successo. Ankara ha ancora truppe a protezione di Tripoli e vedremo che combinerà: la Libia era citata fra i temi discussi dalla Nuland ad Ankara e l’assenza di qualsivoglia cenno nelle interviste lascia temere che Biden abbia di nuovo calato le brache. Avvenimenti per noi importanti almeno quanto quelli di Kiev … ma alla Farnesina c’è Giggino.

Fossimo in Draghi, negozieremmo oggi con gli americani, scambiando il nostro sostegno alle sanzioni ed alla adesione di Svezia e Finlandia alla Nato, con un ritiro turco dalla Libia. Ma non pare aria.

(8) Poi c’è l’Algeria, alla quale abbiamo dedicato un articolo su Atlantico. In sintesi, prima che la Nuland promettesse il gas del Levante alla Turchia, il suo capo Blinken era già stato ad Algeri, ad incoraggiare il rilancio della produzione di gas e delle esportazioni verso l’Italia. Dopo di lui è venuto Draghi.

La parte più intrigante della faccenda è che da lì avevano fatto sapere di considerare il nostro Paese come il proprio cliente più importante, ma pure come “un emissario dei Paesi europei”, nel senso che “cercherà di garantire un aumento delle forniture per soddisfare le esigenze dei Paesi europei”. Naturalmente non oggi … perché oggi di gas algerino non ce n’è abbastanza. Ma domani o dopodomani, quando sarà stato scovato e messo in produzione, chissà.

(9) Poi c’è la Spagna, che non ha il gas. Lo importa dall’Algeria da due gasdotti dei quali avevamo detto. La Spagna, però, pure ha i rigassificatori: più precisamente, 6 dei 24 impianti esistenti in Europa, per volume 1/3 delle capacità del continente. Non che di gas ne arrivi già abbastanza (per esempio Madrid non provvede a rifornire il Marocco che lo ha chiesto) ma, teoricamente, la capacità ci sarebbe. La Spagna, poi, ha tanta energia eolica e solare e sarebbe, quindi, un buon posto per farci idrogeno da gas LNG con cattura della CO2 (idrogeno blu) e da energie rinnovabili (idrogeno verde).

Problema: non si riesce a portarlo via di lì perché dalla Spagna alla Francia passano solo due piccoli gasdotti. Poi ce ne è un terzo progettato, il MidCat, ma di appena 7,5 miliardi di metri cubi e sospeso nel 2019. Berlino oggi mostra interesse, ma è un fatto momentaneo, in attesa che vengano pronti i nuovi rigassificatori che si sta costruendo da sé. Tant’è che Bruxelles si agita solo debolmente e Parigi può liberamente perdurare nel proprio sovrano disinteresse, facendo notare che ci vorrebbero anni, che sarebbero da rifare tutta la rete francese ed i collegamenti con la Germania, che è meglio aspettare che maturino le tecnologie dell’idrogeno e che, comunque, la Francia punta sul nucleare. Sicché, il poco gas che arriva dalla Spagna in Italia viene trasportato da piccole navi gasiere: una soluzione miseranda.

Ed ecco l’opportunità per noi, sulla quale si buttava il vecchio ad di Snam Alverà: “è impensabile che in Spagna ci sia una capacità enorme di rigassificazione e che non si riesca a spostarla verso il resto dell’Europa … servirebbe con urgenza un collegamento fisico … si potrebbe immaginare un gasdotto sottomarino che colleghi la Spagna con l’Italia”. Così, il nuovo ad di Snam Venier siglava con la spagnola Enagas un protocollo d’intesa per uno studio di fattibilità tecnica, specificando che il gasdotto avrebbe una capacità di 15-30 miliardi di metri cubi aggiuntiva rispetto all’eventuale MidCat cioè indipendente da esso.

Tale eventuale nuovo gasdotto non può essere una compensazione pagata alla Spagna per la perdita di peso in Algeria, giacché si parla di gas che Madrid esporterebbe, non importerebbe. Evidentemente, si conta su un aumento delle forniture LNG importante, così Alverà: “un domani queste strutture porteranno anche il sole del Texas nelle fabbriche europee attraverso gas liquefatto decarbonizzato”. Deve essere che Washington non si fida dei piani annunciati da Berlino e si cautela … il che spiega certe parole di Sua Competenza: “mi è stato disvelato come il Mediterraneo sia strategico molto più che in passato. Si stanno ridisegnando le interconnessioni oggi per il gas, domani per l’idrogeno”, può diventare un “hub di energia”.

Quanto a noi, ed ammesso che i rigassificatori di Cingolani (e magari pure uno grosso in Albania) siano nel frattempo stati costruiti, i 15-30 miliardi di metri cubi sarebbero esorbitanti rispetto ai nostri consumi nazionali e non possono che essere destinati alla riesportazione. Così Venier: “la Spagna ha una enorme capacità di stoccaggio che, tramite l’Italia, potrebbe essere dirottata verso l’Europa Centrale”. Insomma, il gas rigassificato e l’idrogeno spagnoli … se proprio i francesi non lo vogliono far passare verso la Germania … lo facciamo passare noi. E con un bel, canonico gasdotto.

(10) Infine, ciò che c’è da fare in Italia. Anzitutto, le due dorsali nazionali da espandere e convertire gradualmente a idrogeno e le strutture di stoccaggio … ma andrebbero fatte comunque e diamole per lette. Soprattutto, il collegamento dall’Italia all’Europa oltre le Alpi. Dove sappiamo sarà probabilmente in azione l’hub imperiale tedesco. Ma con tutti i suoi problemi di dipendenza dalla Russia, quindi non è detto non ci sia spazio. Recentemente Markus Söder, presidente della Baviera e già grande sostenitore di Nord Stream 2, ha detto: “abbiamo bisogno di un gasdotto dall’Europa meridionale alla Germania meridionale”.

Attraverso le Alpi, esistono due gasdotti: il principale viene dall’Austria e porta gas russo. Un secondo attraversa la Svizzera ed è stato reso bidirezionale, il Transitgas. Un terzo progettato che dalla Baviera scendeva a Tarvisio e anch’esso bidirezionale, è stato abbandonato nel 2014 dai soci tedeschi, il TGL. Magari sarebbe il caso di fare una chiacchierata con il presidente Söder.

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Quanto gas e idrogeno potremmo mandare oltre le Alpi, dipenderà da quanto riusciremo a farne arrivare. Contando che prima di tutto ci serve per sostituire il gas russo e già sarebbe tantissimo. Ma il vero grande gioco è divenire l’hub del Centro Europa: profittare della guerra in Ucraina, che ha rimesso l’Italia nelle condizioni precedenti alla grande vittoria tedesca, oggi e sino alla prossima contromossa di Berlino. Prenderci la rivincita sulla sconfitta storica infertaci dalla Kulona con Nord Stream 1 e 2. Poter dire, dopo l’ultima mano: “Mutti, mammina Merkel, ha perso la partita che noi abbiamo vinto”.