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Non solo una disputa commerciale: il significato geopolitico dell’arma dei dazi impugnata da Trump

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L’America ha dichiarato una guerra (commerciale) contro i suoi “amici” europei, o sono i suoi “amici” che da anni le muovono una guerra strisciante? Non è una domanda dalla risposta scontata. Il principale argomento usato dai leader europei per contestare la decisione dell’amministrazione Trump di far scattare anche nei confronti dell’Ue i dazi su acciaio (25 per cento) e alluminio (10 per cento), è proprio questo: ma come, noi siamo alleati, amici, e non ci esentate? Ci trattate al pari della Cina, la vera responsabile della sovraccapacità produttiva di acciaio a livello globale?

Possibile che ai vertici delle istituzioni Ue e nelle capitali europee si abbia una visione così riduttiva di una questione che investe la natura stessa e l’equilibrio dei rapporti Usa-Ue? Dal punto di vista americano, gli europei si ricordano di essere amici degli Usa solo quando gli conviene. Il problema non è l’acciaio, e non è nemmeno solo il deficit commerciale, ma un insieme di squilibri – in molteplici ambiti: commercio, difesa, geopolitica – ormai insostenibili rispetto alle sfide che abbiamo davanti. Squilibri che da parte europea si danno per scontati, quasi fossero essi stessi i fondamenti dell’alleanza transatlantica, ma che da anni la stanno deteriorando, tanto che ormai sembra trascinarsi stancamente, quasi per inerzia. Gli Usa si accollano quasi per intero il conto per la difesa degli alleati e la sicurezza dei mari (senza non avremmo un commercio globale). L’altro dato scontato è l’apertura del mercato Usa come sbocco principale per le merci cinesi ed europee, quindi un sostegno fondamentale alla crescita globale. Apertura tuttavia non ancora corrisposta, dopo due decenni di globalizzazione, da parte della Cina e dell’Ue, tra i maggiori beneficiari in termini relativi.

Da mesi su Atlantico suggeriamo di prendere sul serio il presidente Trump, quando dice che l’America non è più disposta a pagare per tutti. Gli amici, gli alleati, se si ritengono davvero tali dovrebbero essere disponibili almeno a discutere tempi e modalità di un riequilibrio.

Dunque, la narrazione di una liberale e aperta Unione europea che resiste all’aggressione protezionista dell’America di Trump è un clamoroso ribaltamento della realtà. I dazi decisi dal presidente americano possono essere un errore, ma in tal caso si tratterebbe di un fallo di reazione, di frustrazione, per un’apertura commerciale troppo a lungo non corrisposta. Il mercato unico europeo è uno dei più chiusi e protetti. E sono soprattutto le barriere non tariffarie, quelle regolatorie, su automotive e altri prodotti a frenare le esportazioni Usa in Europa. Se gli europei si considerano così amici e alleati dell’America, perché non aprono il loro mercato ai prodotti Usa quanto quello americano è aperto ai prodotti Ue?

Un piccolo ma significativo esempio. Quante auto americane si vedono in giro sulle strade del Vecchio Continente? Molto poche: giudizio sovrano dei consumatori a favore di marchi europei e giapponesi, o inevitabile conseguenza delle barriere commerciali? Pochi sanno, per esempio, che sulle auto made in Usa esportate in Europa grava un dazio del 10 per cento, mentre su quelle europee esportate negli Usa del 2,5 per cento.

“Alla Casa Bianca c’è molto disappunto sulla disparità di trattamento delle auto all’ingresso e all’uscita dal Paese, bisogna vedere se si riescono a trovare soluzioni eque”, ha spiegato il ceo di Fca, Sergio Marchionne, che ha un canale di dialogo diretto con il presidente Usa. “Dovesse esserci una guerra tariffaria sarebbe un disastro, ma secondo me non succederà”, ha aggiunto. “Non darei peso alle dichiarazioni arroganti a livello politico. Poi le cose si sistemeranno”. Ottimismo anche dal consigliere economico del presidente Trump, Larry Kudlow, un difensore del libero mercato già consigliere di Reagan: “Una lite di famiglia” che “potrebbe essere ben risolta nei prossimi mesi”, le discussioni sono “totalmente aperte”.

Come ha più volte ripetuto, l’obiettivo di Trump non è erigere barriere, ma indurre i partner commerciali degli Stati Uniti ad abbassare le proprie. E quelle europee, come dicevamo soprattutto non tariffarie, di natura regolatoria, sono particolarmente elevate e distorsive. “Il nostro obiettivo sono scambi commerciali giusti ed equi”, ha ribadito il segretario al tesoro Usa Steven Mnuchin al termine di un tesissimo G7 dei ministri delle finanze. In una telefonata al presidente francese Macron lo stesso presidente Trump ha parlato della “necessità di ribilanciare il commercio con l’Europa”. Si legge in uno dei suoi ultimi tweet:

“Se applichiamo zero ad un Paese per vendere i suoi prodotti, e loro applicano il 25, il 50 o anche il 100 per cento ai nostri, non è giusto e non può più essere tollerato. Questo non è commercio libero e giusto, è commercio stupido”.

Poi c’è il tema euro. Pochi giorni fa su Atlantico abbiamo ricordato un’intervista in cui Theo Weigel, ex ministro delle finanze tedesco, disse che “fuori dall’euro, la Germania sarebbe nei guai”. L’enorme surplus commerciale tedesco apprezzerebbe di almeno un 30 per cento una moneta nazionale, mentre il valore dell’euro è tenuto basso dal peso delle economie dei Paesi del Sud Europa. Le esportazioni tedesche ne beneficiano, soprattutto le auto inondano il mercato americano. Se a ciò si aggiunge che da 70 anni l’ombrello Usa permette ai Paesi europei di destinare al welfare spese che altrimenti dovrebbero impiegare per la difesa, si capisce perché agli occhi di Washington la Germania rappresenti la quintessenza del free rider (scroccone) europeo.

Se la gran parte del deficit commerciale Usa con l’Europa è dovuta all’eccesso di export tedesco, non sorpende che sia soprattutto questo ad essere più colpito dai dazi Usa su acciaio e alluminio: un terzo dei prodotti siderurgici europei acquistati dagli Stati Uniti provengono infatti dalla Germania. E Trump sarebbe pronto a imporre dazi anche sulle auto di lusso europee, un vero e proprio “bastone” che il presidente americano sta agitando nei confronti di Berlino, dal momento che ancora una volta sarebbero i tedeschi i più colpiti. L’idea sarebbe addirittura quella di chiudere di fatto il mercato Usa ai costruttori tedeschi, avrebbe rivelato lo stesso Trump al presidente francese Macron.

Oltre alla questione commerciale, c’è quella geopolitica che mette ancor più la Germania nel mirino dell’amministrazione Trump: la prospettiva che la politica neomercantilista di Berlino, favorita dall’euro, finisca per ridurre l’intera Ue a cortile tedesco. Gli Stati Uniti hanno sempre sostenuto il progetto europeo, e in questo contesto nel 1990 anche la riunificazione tedesca (contro le perplessità di tutti), ma avendo in mente una Germania europea, non una Europa “germanizzata”, che oggi sotto la leadership di Berlino potrebbe assumere una posizione equidistante tra Washington e Pechino. L’impressione è che i leader europei non abbiano ancora ben chiari il significato e la portata geopolitica della disputa commerciale aperta dal presidente Trump. E’ proprio perché Washington vuole gli alleati al suo fianco, nella rivalità strategica con la Cina che segnerà il XXI secolo, come indicato nell’ultimo documento sulla sicurezza nazionale, che sta chiedendo all’Ue di ridurre le sue barriere e avere un rapporto commerciale più equo con gli Usa.

Il problema, come ci ricordano le parole ribadite venerdì dal commissario europeo al commercio Cecilia Malmstroem, è che l’Ue non accetta di entrare in alcun negoziato commerciale con gli Stati Uniti finché non verrà esentata in via definitiva dai dazi, e anzi minaccia ritorsioni, oltre ad aver presentato un ricorso al WTO. Ma per Trump i dazi sono un’arma per costringere gli europei proprio a sedersi al tavolo. Nemmeno la potente Cina ha posto tale precondizione. Pechino e Washington hanno appena avviato il terzo round negoziale di alto livello per tentare di risolvere i contenziosi bilaterali, mentre pendono ulteriori dazi Usa per 50 miliardi di dollari.

“Vogliamo bilanciare il deficit commerciale con la Cina, ma non è una questione solo di acquistare più prodotti made in Usa”, si tratta di “aprire la strada a cambiamenti strutturali nel Paese”, ha spiegato ancora Mnuchin.

La Commissione europea ha presentato ricorso al WTO non solo contro i dazi “illegali” Usa su acciaio e alluminio, ma anche contro la Cina, per la violazione dei diritti di proprietà intellettuale delle compagnie europee, cui viene richiesto, per poter operare nel gigante asiatico, di cedere a società cinesi proprietà o diritti di utilizzo dei brevetti tecnologici. E anche perché è l’industria dell’acciaio cinese, sostenuta da sussidi statali, la responsabile dell’abbattimento dei prezzi a livello globale. “Anche noi soffriamo del dumping della Cina, per questo abbiamo misure antidumping e antisussidio e abbiamo rivisto i nostri strumenti di difesa commerciale”, ha osservato il commissario Malmstroem. “Questo dimostra che non scegliamo di stare dalla parte di nessuno, stiamo solo dalla parte delle regole del sistema commerciale multilaterale”.

Insomma, una mossa per dimostrare a Washington che l’Ue non ha problemi a schierarsi dalla sua parte nella disputa con Pechino sulle questioni di comune allarme – proprietà intellettuale, trasferimenti tecnologici e sovraccapacità di acciaio. Peccato che proprio nello stesso giorno l’Alto rappresentante Federica Mogherini incontrava il ministro degli esteri cinese Wang Yi, sottolineando “l’importanza della cooperazione Ue-Cina”, in questi tempi di “incertezza”, al fine di “preservare, o costruire, la cooperazione globale”. Nel comune interesse, completava il discorso Yi, “a mantenere un regime basato sulle regole, opposto a unilateralismo e protezionismo”. Come se il problema, appunto, fosse l’America di Trump.

Essendo il meccanismo di risoluzione delle controversie del WTO piuttosto complesso e prolungato, l’Ue sta preparando le sue “misure di riequilibrio”, aumenti dei dazi su una serie di prodotti made in Usa scelti dalla Commissione, in accordo con gli Stati membri, per un valore complessivo di 2,8 miliardi di euro all’anno. Ma cresce in Europa il timore di innescare un’escalation. Le ritorsioni minacciate dall’Ue non spaventano il segretario al commercio Usa Wilbur Ross, secondo cui sono “poca cosa”. “Non vogliamo una guerra commerciale… sta all’Ue decidere se vuole prendere misure per rappresaglia. La domanda seguente sarà: come risponderà il presidente Trump? Avete visto la sua reazione quando la Cina ha deciso di replicare. Se ci sarà una escalation, sarà perché l’Ue avrà deciso di rispondere”, ha avvertito Ross in un’intervista a Le Figaro.

Se ne riparlerà al G7 dei capi di stato e di governo in programma in Canada venerdì e sabato prossimi, che si annuncia teso e difficile.

Cosa dicono i produttori italiani? Calma. “Nervi saldi e attenzione a non innescare una guerra commerciale devastante per un Paese esportatore come l’Italia, seconda potenza manifatturiera e secondo produttore di acciaio in Europa dopo la Germania”, è la linea di Federacciai, l’organizzazione degli industriali siderurgici. I prezzi dell’acciaio made in Usa sono talmente alti che il nostro resterà competitivo anche con un dazio del 25 per cento, almeno per il momento, spiega il presidente Antonio Gozzi, che esorta quindi ad “evitare di cadere nella trappola delle ritorsioni. Bisogna trattare, non è piacevole farlo con una pistola sul tavolo, ma bisogna farlo”. “Non vorrei che per boicottare le Harley Davidson o i Levi’s rischiamo di farci colpire sull’automotive, lì l’industria siderurgica italiana ed europea si farebbe davvero male”, avverte Gozzi. “Siamo esportatori netti, con dazi su Levi’s o Harley non andiamo da nessuna parte”, avverte Pasini di Feralpi.

Da una guerra commerciale protratta, nel lungo periodo, hanno da perderci tutti, ma nel frattempo a pagare il prezzo più alto sarebbero i Paesi esportatori netti. Quindi è il caso di uscire dallo stato di negazione: il presidente Trump ha il coltello dalla parte del manico, una maggiore leva negoziale, e persino una possibilità di riuscire a dividere i Paesi europei, tanto che il presidente della Commissione Juncker ha già messo le mani avanti: “Sconsiglio agli Stati membri di cedere alla tentazione di concludere accordi bilaterali con gli Usa”. I nostri nuovi ministri hanno appena giurato di “agire nell’esclusivo interesse della nazione” (anche se nella formula non è specificato quale nazione…). E’ davvero il caso di immolarsi per difendere il surplus commerciale tedesco, vero bersaglio dell’amministrazione Trump? Washington sta cercando alleati e sponde in Europa in funzione di contrappeso all’egemonia tedesca. In questa chiave vanno visti il suo rapporto privilegiato con la Francia di Macron e l’asse con la Polonia. L’Italia potrebbe essere la sponda nel Sud Europa.