Esteri

Si scalda il motore italo-tedesco: ecco cosa vuole la coppia Meloni-Merz

Al vertice Ue i leader di Roma e Berlino dettano l'agenda: deregulation e taglio costi dell'energia (due temi oggetto delle critiche di Trump). Non abbiamo bisogno di "più Europa"

Merz Meloni (Palazzo Chigi)
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Ad un osservatore attento non sarà sfuggito che i due principali temi legati alla competitività europea trattati nel pre-vertice informale dei leader Ue, convocato da Merz, Meloni e dal premier belga Bart De Wever, ovvero eccesso di regolamentazione ed elevati costi dell’energia, sono tra le critiche mosse dall’amministrazione Trump all’Europa.

Critiche che qui hanno suscitato reazioni così indignate quanto evidentemente ipocrite, visto che ora il vento è cambiato e i leader europei sembrano pronti ad un netto cambio di rotta nel senso auspicato da Washington.

Trump è una reazione

Le leadership europee vedono solo nel presidente Donald Trump l’agente di rottura che ha posto fine all’idilliaco, o presunto tale, mondo della globalizzazione sotto una Pax Americana a buon mercato. Ma quella degli Stati Uniti guidati da Trump è una reazione. Gli europei sembrano non rendersene conto, ma l’azione che l’ha scatenata è di Russia e Cina, che negli ultimi decenni hanno tratto vantaggio dal sistema internazionale, così come dall’ingenuità e dalla pigrizia occidentali, per avanzare il loro disegno revisionista dell’ordine globale a guida Usa.

Non si poteva pensare che la superpotenza egemone stesse a guardare mentre la sua leadership veniva erosa e apertamente sfidata e non tentasse di invertire l’inerzia a suo favore. Noi europei dobbiamo solo decidere da che parte stare, se allinearci agli sforzi Usa o continuare ad assecondare l’inerzia che agevola le mire russe e cinesi.

Il motore tedesco-italiano

In questa direzione sembra muoversi il nuovo motore tedesco-italiano, come Giorgia Meloni ha definito ieri la sua sintonia (meglio non usare il termine “asse”) con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che sembra poter almeno temporaneamente mettere a riposo il motore franco-tedesco, da sempre alla guida dell’Ue ma negli ultimi due decenni responsabile di almeno due disastri: le politiche immigrazioniste e il suicidio energetico. I due leader di Germania e Italia vogliono far cambiare rotta all’Ue.

Le pericolose velleità di Macron

Le divergenze con Parigi non sono di poco conto. Innanzitutto, la premier italiana e il cancelliere tedesco hanno un approccio più pragmatico, meno velleitario, con gli Stati Uniti di Donald Trump, consapevoli della delicata fase di riequilibrio dell’Alleanza Atlantica, resa urgente dalla realtà geopolitica competitiva in cui da ormai da anni ci troviamo (anche se l’Europa tarda a riconoscerla), mentre l’Eliseo oscilla tra reazioni emotive, da orgoglio ferito, e nostalgia di grandeur.

Macron non capisce, o finge di non capire per virtuosismo europeista, che un decoupling da Washington, una “fortezza Europa” equidistante tra Usa e Cina, semmai realizzabile, significherebbe isolamento, povertà e debolezza. E infine, inevitabile sottomissione a Pechino.

Il “Buy European”, ammesso che non si traduca in “comprare francese”, ha il problema di escludere non solo cinesi, ma anche alleati e partner dell’Europa, mentre una sinergia con essi, in particolare nei settori strategici come materie prime e nuove tecnologie, dove siamo rimasti indietro, è necessaria affinché l’Occidente globale possa competere con successo con la Cina.

Dietro gli Eurobond

Non stupisce che europeisti, socialisti ed ex banchieri centrali vedano gli eurobond, rilanciati da Macron, come una sorta di pietra filosofale nella loro duplice funzione di strumento di ulteriore integrazione e stimolo all’economia, ma non c’è motivo per cui debba farne un oggetto del desiderio un governo di destra, nemmeno se italiano.

Oltre ad essere “uno dei dibattiti più divisivi”, come ha ricordato Meloni, dietro il mezzo di un debito comune, si scorge il fine ideologico – l’Europa federale – al quale negli ultimi decenni abbiamo già sacrificato troppo, in termini sia di democrazia che di benessere.

Meno Europa e stop Green Deal

La competitività, il rilancio dell’industria europea, non passa per investimenti pubblici finanziati a debito. L’Europa non ha bisogno di più integrazione, ma di meno regole (una “tabula rasa” normativa ha chiesto Merz). E di tornare al suo core business: far funzionare il mercato unico.

Non abbiamo bisogno di “più Europa”, ma di un Consiglio europeo che trasmetta indirizzi più precisi e concreti alla Commissione. Tradotto: più governi nazionali, meno burocrazia brussellese.

Parlare di deregulation e inferiori costi dell’energia oggi in Europa significa una sola cosa: rivedere, anzi fermare il Green Deal, a partire dal meccanismo di tassazione delle emissioni di carbonio (Ets), che ha un costo enorme per la nostra industria. Un costo che non potendo imporre ai produttori dei Paesi terzi tramite i “dazi climatici” del Cbam, sarebbe suicida mantenere solo sui nostri. Ci è arrivata persino Confindustria a chiederne la sospensione. “Non è lo strumento giusto, va rivisto o posticipato”, ha detto Merz.

L’attacco di Monti

Tutto questo Roma e Berlino sembrano averlo compreso, bisogna vedere se avranno forza e coraggio sufficienti. Di certo, la più convincente prova che Merz e Meloni sono sulla strada giusta, e Macron e Draghi su quella sbagliata, è l’attacco di Mario Monti all’intesa italo-tedesca via Financial Times.

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