Come ha rivelato Bild, nemmeno 48 ore dopo il loro arrivo, i 15 soldati tedeschi giunti in Groenlandia sono ripartiti, “senza alcun annuncio, notifica o altra spiegazione“. Il portavoce della missione sul posto “non ha risposto alle domande o alle chiamate” e “nessuna spiegazione è stata fornita nemmeno da Berlino”, afferma il quotidiano tedesco. L’ordine di tornare è stato ricevuto “solo questa mattina molto presto” e “nessuna spiegazione è stata data alle truppe sul campo”. I soldati sono ripartiti in silenzio e le attività pianificate non hanno mai avuto luogo.
Un problema di comprensione?
Assume così sempre più i contorni di una barzelletta, come aveva suggerito il ministro della difesa Guido Crosetto, l’arrivo in Groenlandia di una trentina di soldati europei (non per modo di dire, in totale 33). Alcuni Paesi europei, tra cui Francia Germania, avevano evidentemente pensato di mandare un messaggio a Donald Trump. Ebbene, purtroppo per loro il messaggio è stato recepito e Trump ha reagito annunciando l’adozione di dazi del 10 per cento sui prodotti di quei Paesi a partire da febbraio.
Commentando la cosa da Seul, la premier Giorgia Meloni ha fatto sapere di aver parlato con Trump e avergli detto di ritenere un “errore” la sua decisione, ma ha anche voluto smarcarsi dall’iniziativa dei partner europei:
Credo non sia stato chiaro il messaggio che arrivava dall’Europa: questa è la percezione che ho avuto, che non fosse chiara la ragione – che era positiva dal mio punto di vista – delle iniziative che si stavano portando avanti. Per questo sto dicendo che secondo me c’è anche un problema di interpretazione di quello che si stava facendo. (…) Il rischio era che le iniziative di alcuni Paesi europei fossero lette in chiave anti-americana, invece non era quella l’intenzione, gli attori che preoccupano sono per tutti altri, però questo messaggio mi è sembrato che non fosse affatto chiaro.
“L’Europa schiera truppe in Groenlandia per inviare un messaggio a Trump“, titolava il Wall Street Journal, mentre il Financial Times riportava che “diplomatici europei hanno detto che l’obiettivo era mostrare agli Stati Uniti che la Danimarca e altri erano seri riguardo alla sicurezza artica, non per rispondere alle minacce di Trump”.
Meloni ha quindi cercato di disinnescare la mina: “il tema non è creare un’escalation ma dialogare, la strada giusta è lavorare insieme per rispondere ad una preoccupazione che ci coinvolge tutti”, ha detto la premier. Anche il segretario della Nato Mark Rutte fa il pompiere e rende noto di aver parlato anche lui con Trump “riguardo alla situazione della sicurezza in Groenlandia e nell’Artico. Continueremo a lavorare su questo e attendo con impazienza di incontrarlo a Davos più tardi questa settimana”.
Va colto che la Meloni abbia voluto offrire una via d’uscita a tutti spiegando che l’invio di truppe europee in Groenlandia non era una iniziativa anti-Usa, è stata comunicata male, rischiando un’interpretazione errata a Washington, e che la crisi deve essere gestita in ambito Nato, non con sanzioni o un’escalation.
Una provocazione
Ne comprendiamo le ragioni, ma la tesi dell’equivoco, un “problema di comprensione e comunicazione”, non regge. Inviare dall’oggi al domani 33 soldati per piantare una bandierina non è una politica, non una deterrenza credibile rispetto alle mire di potenze ostili nell’Artico, è una provocazione, negli stessi giorni in cui Vance e Rubio incontravano a Washington i ministri degli esteri di Danimarca e Groenlandia. E così è stata recepita dalla Casa Bianca, che ha risposto con una provocazione al quadrato.
Eppure, il segretario di Stato Marco Rubio l’aveva spiegato: il presidente Trump non è uno che gioca, “quando ti dice che farà qualcosa, quando ti dice che affronterà un problema, lo intende sul serio. Lo mette in atto. Non giocate con questo presidente, non la farete franca”.
Rischio escalation
Prevedibile la nuova ondata di reazioni emotive miste a panico nelle cancellerie europee. Da chi poteva arrivare la prima risposta isterica? Esatto, da Emmanuel Macron, che ha annunciato di voler chiedere l’attivazione dello strumento anti-coercizione dell’Ue. Concepito e approvato per contrastare l’aggressività commerciale di Pechino – ben più penetrante sull’economia europea di quella Usa – non è mai stato attivato contro la Cina, ma Parigi vorrebbe attivarlo contro gli Usa.
Un’escalation inutile da cui gli europei hanno solo da perdere. Tra l’altro, non è detto che ci siano i numeri per attivare lo strumento anti-coercizione o altre rappresaglie commerciali, perché Trump ha non a caso preso di mira i singoli Paesi che hanno inviato soldati in Groenlandia e difficilmente il resto dei Paesi Ue, tra cui l’Italia, vorranno andare allo scontro.
Non ci sarà un’invasione militare Usa della Groenlandia, se non altro perché servirebbe l’autorizzazione del Congresso – estremamente improbabile – ma in Europa si continua a usarla come spauracchio per evitare di rispondere seriamente a Washington.
La posizione di Giorgia Meloni appare quella più saggia in questo caos: avvertire Trump che sta commettendo un errore e che dividere l’Occidente non conviene a nessuno, ma offrire al presidente Usa di affrontare insieme i problemi che sta ponendo, che sono reali. Ma “insieme” non può più significare che poi, al dunque, il conto della sicurezza lo pagano gli Stati Uniti.
La battaglia per l’Artico
Come osservato, il percorso della Groenlandia verso l’indipendenza, che sembra tracciato, non è sostenibile dal punto di vista geopolitico. Un’isola enorme, con una popolazione irrisoria, che non può stare in piedi da sola dal punto di vista economico, ma è strategica sia per la posizione geografica sia per le materie prime, ha bisogno di un protettore. E questo protettore non può più essere la Danimarca.
Come ha spiegato ieri il segretario al tesoro Scott Bessent, “gli Stati Uniti proiettano forza, gli europei proiettano debolezza“, “la battaglia per l’Artico è reale anche se non sarà quest’anno” e con la Groenlandia parte degli Usa “non ci sarà conflitto”. Viceversa, non ci sarà sufficiente deterrenza e la determinazione danese, ed europea, prima o poi verrà messa alla prova, come in Ucraina.
Mentre i leader danesi oggi minimizzano la minaccia cinese e russa, l’anno scorso il Danish Defense Intelligence Service (DDIS) ha pubblicato una valutazione in cui mette in guardia senza mezzi termini sulle ambizioni militari di Pechino e Mosca e sulla loro espansione attorno alla Groenlandia e all’Artico. “La Cina si sta preparando per una presenza militare nell’Artico” e “gli interessi artici a lungo termine della Cina includono la Groenlandia“, si legge nel rapporto, che evidenzia anche le attività cinesi nell’Artico con mezzi aerei, marittimi e sommergibili.
A spese Usa
Se il problema “possiamo affrontarlo all’interno della Nato”, come dice Kaja Kallas, significa fondamentalmente a spese Usa (gli europei riescono a malapena e controvoglia a sostenere Kiev), è comprensibile che gli Stati Uniti preferiscano sopportare lo stesso onere ma possedendo la Groenlandia. Stephen Miller a Fox News non ci ha girato intorno, riferendosi all’approccio degli europei:
Vogliono che spendiamo centinaia di miliardi di dollari per difendere un territorio per loro che è il 25 per cento più grande dell’Alaska, a spese 100 per cento americane. Ma dicono che mentre lo facciamo, appartiene al 100 per cento alla Danimarca.
Possiamo convincerli del contrario? Per essere considerati una risorsa e non un peso nella Seconda Guerra Fredda, gli europei devono investire nella forza militare, dimostrare che possono ottenere risultati, come sostenere Kiev e respingere la penetrazione economica e l’influenza politica cinese. Esattamente il contrario di ciò che stiamo vedendo. La sicurezza collettiva dell’Occidente non si costruisce con i comunicati stampa e l’indignazione morale, ma con capacità militari reali, controllo delle materie prime e delle catene di approvvigionamento strategiche.
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