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	<title>Economia</title>
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	<description>Il giornale di Nicola Porro</description>
	<lastBuildDate>Wed, 19 Aug 2026 13:28:59 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
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		<title>Se non vi piace il capitalismo, andate a Cuba (e gettate gli smartphone)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabrizio Bonali]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Aug 2026 14:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pillole Ricossiane]]></category>
		<category><![CDATA[Javier Milei]]></category>
		<category><![CDATA[sergio ricossa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli scritti di Sergio Ricossa, economista e liberale vero, per leggere il presente</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In uno dei suoi recenti interventi il Presidente dell’Argentina, <strong>Javier Milei,</strong> ha ricordato che nel suo paese è in corso la costruzione di un sistema liberale che dovrà svilupparsi per i prossimi 100 anni e chi non è d’accordo può lasciare l’Argentina per andarsene a Cuba o in Venezuela o in qualche altro paradiso simile. Una delle caratteristiche principali di coloro che aspirano alla distruzione del progresso capitalistico per un ritorno pauperistico a chissà quale paradiso terreste socialista, è quella di sputare nel piatto dove mangiano.</p>
<p>Criticano in ogni forma il capitalismo e lo fanno usando tutta la tecnologia e il progresso che il capitalismo ha messo anche a loro disposizione. Usufruiscono dei benefici e delle tecnologie che il capitalismo ha creato e diffuso e allo stesso tempo continuano a denigrarlo. <strong>Inneggiano alla decrescita per un ritorno al paradiso bucolico socialista,</strong> e lo fanno comunicando via social utilizzando lo smartphone. Ed è un eterno ritorno: <strong>ogni nuova generazione di anticapitalisti</strong> se ne esce sostenendo che in passato si viveva meglio. Invece in passato si viveva peggio, questo è il fatto.</p>
<p>Nel suo meraviglioso libro “<em>Storia della Fatica- Quanto, dove e come si viveva</em>” (Armando Editore – 1974), già cinquantadue anni orsono <strong>Sergio Ricossa,</strong> con le sue incredibili, ma per lui consuete, arguzia e preveggenza, effettuava un’analisi, tutt’ora attualissima, al confine tra economia e storia, tra demografia e sociologia, tra tecnologia e statistica, sugli impressionanti sforzi compiuti dall’umanità per riuscire a giungere a vivere come viviamo. E sull’ignoranza di chi, ancora oggi, è<strong> immerso nei grandi vantaggi che industrializzazione e progresso tecnologico</strong> hanno consentito, e non sa quasi nulla dello sforzo e delle meraviglie tecnologiche e organizzative che sono servite per arrivare a questi livelli di tenore di vita, e così diffusi.</p>
<p><strong>Scriveva Ricossa:</strong> &#8220;Siamo figli di una civiltà industriale che non conosciamo: viviamo in mezzo a macchine di cui ignoriamo il modo di funzionare, e lavoriamo in una economia che obbedisce a regole sulle quali sappiamo poco o nulla. Ogni sera decine di milioni di persone guardano un apparecchio, chiamato televisore, che è un perfetto oggetto misterioso: realizza il prodigio di farci vedere quel che sta accadendo magari all’altro capo del mondo, ma non quello di farci chiedere come sia stata possibile l’invenzione della televisione, chi l’abbia concepita, e perché il lusso di possedere una tale scatola magica se lo possano permettere quasi tutti, e non solo pochi privilegiati. <strong>Zworykin,</strong> l’uomo che forse più di ogni altro contribuì all’invenzione, è un nome che quasi nessuno ha sentito nominare: a quest’uomo non si innalzano monumenti e non si intitolano le vie; i libri di storia generalmente tacciono di lui. Di conseguenza la nostra civiltà industriale non è nostra affatto, non sentiamo che ci appartenga; la giudichiamo male, ma siamo incapaci di confrontarla sensatamente con le altre diverse; il suo destino, che è vulnerabile, ci lascia indifferenti. Ci comportiamo come se fosse piovuta dal cielo, senza alcuno sforzo nostro e dei nostri avi, quasi dovesse soddisfare un nostro diritto naturale; e pensiamo spesso che, senza alcuno sforzo nostro, abbia l’obbligo di darci sempre di più, sempre di meglio. Un qualunque intoppo, per esempio un ostacolo ai rifornimenti di petrolio, ci coglie di sorpresa. Un qualunque difetto ci indigna” (Ibid).</p>
<p><strong>Basta sostituire la parola “televisore” con “smartphone”</strong> e il gioco è fatto: siamo fermi lì, tutto è dovuto, tutto è piovuto dal cielo, non ne capiscono niente e nel dubbio sparano a zero sul capitalismo cattivone.</p>
<p>Come dice Milei, <strong>se l’economia di mercato e gli standard che ha creato sono così insopportabili</strong>, agli insoddisfatti rimane pur sempre la possibilità di trasferirsi nei paradisi dell’economia socialista. Chi come noi resterà, invece, tra le maglie del capitalismo, cercherà di sfruttare al meglio anche gli ultimi ritrovati del progresso, come l’intelligenza artificiale che purtroppo, almeno per il momento, non riesce a supplire interamente all’ignoranza naturale.</p>
<p>Fabrizio Bonali, 19 agosto 2026</p>
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		<title>L&#8217;Imu continua a produrre ruderi</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/limu-continua-a-produrre-ruderi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Spaziani Testa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 17:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oltre 635mila edifici sono ormai classificati come unità collabenti: un patrimonio che si deteriora mentre cresce il peso della tassazione</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Continua ad aumentare <strong>il numero degli immobili ridotti in ruderi.</strong> Secondo i dati appena diffusi dall&#8217;Agenzia delle entrate, ed elaborati dalla Confedilizia, sullo stato del patrimonio immobiliare italiano. Le cosiddette &#8220;unità collabenti&#8221; – cioè i fabbricati totalmente in rovina, inseriti nella categoria catastale F/2 – hanno raggiunto nel 2025 quota 635.754 nel 2025, con un incremento dell&#8217;1,1% rispetto all&#8217;anno precedente <strong>(quando erano 629.022).</strong></p>
<p>È però <strong>il confronto con il periodo pre-Imu</strong> a evidenziare la portata del fenomeno: dal 2011, anno di introduzione dell’imposta comunale sugli immobili, il numero di ruderi è passato da 278.121 a 635.754: un incremento di circa il 129%, che segnala una vera e propria emergenza.</p>
<p>Al degrado materiale si accompagna un degrado sociale. Questi edifici <strong>– per circa il 90% di proprietà di persone fisiche –</strong> diventano ruderi spesso per effetto del solo trascorrere del tempo, ma in molti casi anche per azioni volontarie dei proprietari, come la rimozione del tetto, finalizzate a sottrarsi alla tassazione patrimoniale. L’Imu, infatti, si applica anche agli immobili dichiarati “inagibili o inabitabili”, fino a quando essi non vengano formalmente classificati come unità collabenti.</p>
<p>La politica non può continuare a <strong>ignorare</strong> che una parte significativa del nostro patrimonio immobiliare – spesso costituita da immobili di scarsissimo o nullo valore economico, situati in aree ormai spopolate – continua a deteriorarsi e in casi sempre crescenti addirittura a divenire fatiscente. Occorre salvare quella che dovrebbe essere considerata a tutti gli effetti una risorsa nazionale. Servono politiche capaci di intervenire su più fronti, dalle infrastrutture alla rigenerazione urbana, dalla riqualificazione al rilancio dei territori.</p>
<p>Ma è indispensabile affrontare anche <strong>il nodo dell&#8217;Imu</strong>, una patrimoniale che, gravando ogni anno su immobili spesso privi di qualsiasi redditività, contribuisce ad accelerarne il degrado anziché favorirne il recupero.</p>
<p>Giorgio Spaziani Testa, 10 agosto 2026</p>
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		<title>Pomodori, ristoranti e nuovi schiavi: la balla degli immigrati “indispensabili”</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/pomodori-ristoranti-e-nuovi-schiavi-la-balla-degli-immigrati-indispensabili/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 16:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[pomodori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I raccolti sono rimasti quasi invariati, mentre i ristoranti sono raddoppiati. Dietro il mantra “senza immigrati si ferma tutto” c’è un ragionamento ben preciso</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando si parla di <strong>immigrazione</strong>, chi non ne vuole vedere le implicazioni negative ci ricorda che <a href="https://www.nicolaporro.it/sedute-satiriche/la-vignetta-di-fantin-12-07-2026/">senza immigrati non avremmo chi raccoglie i pomodori</a> e <strong>i ristoranti non sarebbero in grado di operare</strong>. Beh, noi siamo curiosi, ci facciamo domande.</p>
<p>Partiamo dai <strong>pomodori</strong>. Non è facile trovare dati, ma cercando un po’ scopriamo che tra il 2015 e il 2025 la ‘produzione’ di pomodori in Italia (quindi il frutto del lavoro di raccolta) è passata da 5,5 a 5,8 milioni di tonnellate, una differenza quindi insignificante. Lecito ipotizzare che anche dal 2000 al 2015 non ci sia stato significativo incremento. Se quindi eravamo in grado di raccogliere pomodori a inizio millennio, senza l’esercito di sfruttati che abbiamo ora, dovremmo essere capaci di farlo anche ora.</p>
<p>Non è obiettivo di questo scritto fare le solite, ma sempre appropriate, considerazioni sulla spinta al ribasso dei ‘compensi’ che è stata consentita dall’immigrazione che subiamo nel nostro Paese. Ragioniamo solo sui volumi. Semplicemente, sembra proprio che gli immigrati clandestini <strong>non siano così necessari</strong>. Fornisce interessanti spunti di riflessione anche l’<strong>analisi del mercato della ristorazione</strong>.</p>
<p>Affidandoci a <strong>Unioncamere</strong> scopriamo che tra il 2011 e il 2019 il numero di ‘imprese di ristorazione’ è passato da 112.234 a 142.958, un incremento di quasi il 30% in 8 anni. Non è azzardato stimare che nei circa 25 anni dall’inizio del nuovo millennio a oggi, l’incremento sia stato intorno al 100%. L’esperienza quotidiana di ciascuno non può che confermare questa stima. Diversamente dal caso dei pomodori, è qui evidente il maggior fabbisogno di personale; facile quindi in questo caso difendere l’immigrazione giustificandone la necessità.</p>
<p>Sicuramente oggi si mangia fuori casa molto più del passato (merita altra analisi il fenomeno del ‘delivery’). È anche vero che sono cresciuti i flussi dall’estero, e i turisti naturalmente ‘mangiano fuori’: l’Istat ci dice che gli stranieri che visitano il nostro Paese sono passati tra il 2014 e il 2024 da 187 a 254 milioni, incremento del 36%, immaginiamo quindi almeno il 70-80% da inizio millennio. Resta <strong>il dubbio</strong> sulla possibilità che la maggiore offerta di lavoro si sarebbe potuta coprire con ‘italiani veri’ per dirla come il famoso cantante (a proposito, sarebbe ora considerato razzista?)</p>
<p>Ma cosa significa questo incremento così materiale? La prima considerazione è che chi difende l’immigrazione che subiamo (non è una scelta, è subita – a questo proposito consigliamo lettura di <a href="https://substack.com/home/post/p-207635122" target="_blank" rel="nofollow">altro scritto</a> &#8211; stia, immaginiamo inconsciamente, quasi <strong>giustificando una forma di schiavismo</strong>, specialmente se è vero che gli italiani non si trovano per via dei salari meno attrattivi. Certo, sui giornali leggiamo dell’immigrato arrivato col barcone che si laurea, di quello che diventa calciatore, di quello che (toh…) apre un ristorante, ma senza indottrinamento si riesce a cogliere la differenza tra eccezione e regola.</p>
<p>La seconda è sull’<strong>evoluzione dei costumi</strong>. Qualcuno ha mai provato a immaginare il nostro Paese tra cinquant’anni? Visto quanto si mangia fuori e quanto si ordina cibo cucinato a casa, quante donne (ops…mi è scappato il maschilismo) e uomini saranno in grado di cucinare? Non si rischia di perdere una tradizione, il nostro ‘mangiar bene’, la fama internazionale, la diffusione della nostra cucina nel mondo? Certo, il numero di ristoranti è aumentato così tanto da dover forse richiedere lavoratori non italiani, ma ci sta bene? Al lettore la risposta; l’importante è che non esageriamo col consumo di pomodori però.</p>
<p>Miro Lontano, 3 agosto 2026</p>
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		<item>
		<title>Il risiko del potere: chi prepara il prossimo salto nei posti che contano</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/il-risiko-del-potere-chi-prepara-il-prossimo-salto-nei-posti-che-contano/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luigi Bisignani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Aug 2026 12:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ministeri, banche e Viale dell'Astronomia: i protagonisti del capitalismo italiano continuano a muoversi in vista delle prossime partite</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’ambizione non va mai in ferie. Non è l’occasione che fa l’uomo ambizioso. È l’uomo ambizioso che non perde l’occasione. Dall’ex mondo Finmeccanica a Mediobanca, dal Monte dei Paschi in fiamme a Confindustria in ebollizione, la commedia umana italiana vanta una lunga locandina di personaggi: Roberto Cingolani, Vittorio Umberto Grilli, Luigi Lovaglio, fino all’“uomo d’acciaio” Antonio Gozzi, per citarne alcuni.</p>
<p>Uno dei protagonisti del cartellone è certamente <strong>Roberto Cingolani,</strong> ex ministro della Transizione Ecologica ai tempi di Mario Draghi, ora convinto di succedere – ancora non si sa per conto di chi – a Guido Crosetto alla Difesa in un prossimo governo.</p>
<p>Mr. Transizione Ecologica, già ai tempi della cattedra a Lecce brigava da scienziato. Quando si rassegnò a non essere preso in considerazione per il Nobel per la Fisica, riuscì comunque, con sinistra e destra consociate, a far arrivare fondi nell’amato Salento. Continuò poi con l’IIT di Genova, sempre secondo una rigorosa logica bipartisan. Come dire: <em>Franza o Spagna purché se magna</em>. E con un programma così ricco da attirare perfino l’attenzione dei watchdog di Roars, che si chiedevano come mai avesse ottenuto – caso pressoché unico in un’Italia ricca di premi Nobel e di scienziati riconosciuti in tutto il mondo – circa un miliardo di euro nell’arco di quindici anni.</p>
<p>Poi venne la stagione con <strong>Matteo Renzi</strong> e il Pd, tra il post-Expo e lo Human Technopole, decollato però soltanto dieci anni dopo grazie alla sapiente opera dell’ex rettore della Bocconi, Gianmario Verona. A seguire ci fu il carro di Beppe Grillo e dei Cinque Stelle – odiatori apicali di Renzi e, ancora oggi, vero punto debole del campo largo – dopo, con il governo Draghi, si piazzo’ come ministro della Transizione Ecologica. E fu lo stesso Draghi, con il suo prode stratega Francesco Giavazzi, a traghettarlo verso Meloni, che lo accolse con benevolenza. Benevolenza ricambiata, con scelte, tuttavia, mai realmente condivise, fino a seminare zizzania perfino tra i ministri del governo mentre era alla guida di Leonardo.</p>
<p>Ma più forte è l’ambizione, più grande diventa l’occasione. Così, generali e ammiragli raccontano divertiti di aver ascoltato le mire di Cingolani come futuro ministro della Difesa del campo largo.</p>
<p>Dall’alta tecnologia all’alta finanza il passo è breve. E il pensiero non può che andare a <strong>Vittorio Umberto Grilli</strong>, già al Mef dapprima come ragioniere, poi Dg ai tempi di Tremonti e del Cavaliere e, infine, ministro con Mario Monti. Insomma, un commis per tutte le stagioni. La sua ambizione sembra adesso concentrata soprattutto sulla pecunia. Certo, guadagnare appena il 3% di quanto incassa Jamie Dimon – potente Ceo di JPMorgan – non gli dà pace.</p>
<p>Ed eccolo allora operare per l’elezione della lista <strong>Lovaglio</strong> all’assemblea per il rinnovo del CdA del Monte dei Paschi di Siena e, per settimane, attivissimo nel disegnare un’alternativa credibile all’Opas di Intesa. L’obiettivo: assicurarsi un congruo incremento del “povero” compenso da presidente di Mediobanca (appena 1,3 milioni di euro) o, ancora meglio, la presidenza di Generali, con gli oltre 10 milioni di Philippe Donnet come benchmark e la prospettiva di un significativo ritocco verso l’alto. Peccato che, questa volta, l’ambizione abbia perso l’occasione, complice la resistenza dei francesi di Crédit Agricole e dell’algido guzzettiano Massimo Tononi.</p>
<p>Se si nomina Grilli non si può dimenticare <strong>Luigi Lovaglio</strong>, il “piccolo Napoleone”, come l’ha definito magistralmente il direttore del Sole 24 Ore, Fabio Tamburini. Anche lui, però, ha avuto la sua Waterloo con la fuga di BPM, con re Carlo Messina nei panni del duca di Wellington.</p>
<p>Era riuscito nel capolavoro di riprendersi il Monte alleandosi con due carneadi come Tortora e Corradini, salvo poi metterli da parte. Ha congedato cortesemente addirittura gli avvocati che gli avevano progettato il blitz, per richiamare <em>in articulo mortis</em> un usato sicuro per tutte le fazioni – da De Benedetti a Berlusconi –: quell’avvocato Sergio Erede, da sempre<em> longa manus</em> proprio di Grilli e ora anche di Delfin.</p>
<p>Anche nel piccolo mondo di Confindustria le maschere non mancano. Il presidente di Federacciai <strong>Antonio Gozzi</strong> non ha mai mandato giù la sconfitta contro <strong>Emanuele Orsini.</strong> Eppure, raccontano i soliti maligni, nella partita non aveva risparmiato neppure qualche colpo basso contro il futuro presidente. Non è bastato. Orsini, nel frattempo, si è fatto rispettare dai sindacati e apprezzare, in modo bipartisan, da <strong>Giorgia Meloni</strong> a <strong>Elly Schlein.</strong></p>
<p>Così Gozzi è già ripartito, con due anni d’anticipo, per la prossima corsa a Viale dell’Astronomia con una lobby trasversale che vede in prima fila la senatrice renziana Raffaella Paita. C’è chi lo chiama ancora “il Professore”. Ma più che le aule universitarie, <strong>Gozzi sembra preferire quelle del potere</strong>, con la stessa passione con cui segue la sua Virtus Entella.</p>
<p>Da presidente di categoria ama vestire i panni del paladino delle imprese energivore. Peccato che nei corridoi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy qualcuno sottolinei come la sua Duferco continui a fare ottimi affari proprio nel business dell’energia e strizzi l’occhio verso Pechino.</p>
<p>Vecchio socialista di scuola craxiana, a Gozzi manca forse soltanto uno pseudonimo d’autore: Ghino di Tacco, lo stesso scelto da Bettino Craxi per firmare i suoi corsivi sull’Avanti.</p>
<p>Per questa lunga marcia Gozzi ha arruolato Vincenzo Marinese, imprenditore siculo-veneziano chiamato a presidiare il fronte del Nord-Est e a logorare un possibile rivale: <strong>Leopoldo Destro</strong>, figlio di una purosangue della politica veneta, Giustina Mistrello Destro, prima donna sindaco di Padova e parlamentare di Forza Italia per diverse legislature.</p>
<p>Ma tutti sanno come funziona davvero. Le candidature si annunciano, le cordate si costruiscono, i veti si incrociano. Poi, alla fine, c’è sempre qualcuno che pesa più degli altri. E a Viale dell’Astronomia, per molti, quel nome resta ancora <strong>Emma Marcegaglia.</strong> Senza il suo placet, la strada verso la presidenza resta tutta in salita. E Gozzi lo sa bene.</p>
<p>Luigi Bisignani per Il Tempo, 2 agosto 2026</p>
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		<title>Consiglio a Meloni: devi abolire il bollo auto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicola Porro]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 17:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[bollo auto]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La premier faccia come Berlusconi: una misura chiara e liberale. Le risorse? Si trovano tagliando spese inutili</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Esattamente venti anni fa, in realtà era inizio aprile, <strong>Silvio Berlusconi</strong> si presenta al decisivo faccia a faccia contro <strong>Romano</strong> <strong>Prodi</strong>, da Bruno Vespa. Ha un asso nella manica. I sondaggi lo davano sotto. Palazzo Chigi era lontano. E la spara: «Se gli italiani ci scelgono, aboliamo la <strong>tassa sulla casa».</strong> L’Ici, come allora si chiamava. Ci fu un immediato rimbalzo nei sondaggi, e alla fine le elezioni vennero perse davvero per un soffio: i famigerati 24mila voti di differenza. Il governo che nacque durò poco e si andò, dopo soli due anni, a elezioni anticipate. Come usava un tempo. Berlusconi continuava a rilanciare la sua promessa: «Approveremo l’abolizione dell’Ici al primo Consiglio dei ministri». Vinse e dopo 19 giorni cancellò l’imposta. In tempo per evitare che si pagasse financo la prima rata che era dovuta a giugno di ogni anno.</p>
<p>L’imposta sugli immobili se la era inventata Giuliano Amato, certamente ottimo giurista, ma disastroso economista, nel 1992. Doveva essere una tantum e la chiamò straordinaria. La replicò, ovviamente, anche l’anno dopo, rendendola permanente. Almeno fino a Berlusconi. <strong>Poi Monti la rimise in piedi</strong>, sempre con la stessa scusa di Amato: l’emergenza.</p>
<p>E qui vale la pena fare una prima notazione. Nessuno nega le emergenze: per carità. Ma perché nella mente soprattutto dei nostri tecnici, quando c’è modo di non avere scrupoli, si tende sempre ad agire sul lato delle entrate e mai su quello delle uscite? Mah. Dopo Monti anche la sinistra si accorse che quella imposta era la più odiata dagli italiani. E la rifece fuori. Eppure così non era stata giudicata per quindici anni. Il problema è che per il contribuente l’abitudine è un potente isolante. Anche quando quell’abitudine è terribile.</p>
<p>Cosa insegna questa storia di ieri, alla politica di oggi? Soprattutto a quella di centrodestra che governa? Molte cose che vale la pena ricordare. La prima è che <strong>toccare la casa è radioattivo per un governo liberale</strong>. Ha fatto bene la premier a prendere subito posizione contro le solite richieste di revisione del Catasto. Il problema dei registri pubblici non sono certo i valori delle case (questi possono essere anche bassi, ma se le aliquote sono alte si fanno danni), semmai la loro disomogeneità di Catasto per immobili che hanno medesimi valori di mercato. Il governo invece ha fatto malissimo ad alzare del 23 per cento (e cioè dal 21 al 26) la cedolare secca sui secondi immobili locati con formula breve. Non ha preso gettito (circa 17 milioni), ha ridotto il numero di affitti plurimi e, quel che conta, ha dato un segnale punitivo ai proprietari di casa. <strong>Fare una figuraccia per quattro spiccioli, si chiama ideologia: e non liberale</strong>.</p>
<p>Ma la seconda lezione che questo governo può trarre è in positivo. Berlusconi aveva compreso, inconsapevolmente o grazie alle lezioni di Antonio Martino, un insegnamento della scienza delle finanze italiana di fine Ottocento (Amilcare Puviani e Maffeo Pantaleoni, tra tutti). Quella che ispirò molti studiosi della scuola di Chicago. Cosa dicevano questi illustri studiosi? Semplice, e cioè che la tassa più facile da imporre, da parte del sovrano, deve essere alla fonte, piccola ma diffusa, e poco trasparente. Meglio se su oggetti che su persone. Ora prendete questo ragionamento e ribaltatelo.<strong> Dove ha ridotto le imposte questo governo?</strong> Conti alla mano si parla di più di 20 miliardi. Sostanzialmente in tasse sul lavoro: ha ridotto il cuneo fiscale, cosa che chiedono tutti, e ha ridotto scaglioni delle imposte sul reddito, alleviando il peso tributario soprattutto alle fasce più deboli. Benissimo. Anche se un pezzo di queste riduzioni fiscali sono state pagate dalla classe media, in termini di minori detrazioni. Lasciamo perdere per un attimo questo ragionamento. E andiamo al dunque.</p>
<p>Se un sovrano tassa, cioè ti fa male, nascondendo il modo in cui lo fa, o meglio occultandolo, vi sembra politicamente intelligente fare altrettanto quando invece di tassare intendete detassare? Non facendolo percepire? <strong>Quel paravento di Renzi si inventò gli 80 euro in forma di credito fiscale</strong> così che comparisse direttamente in busta paga e guarda caso a maggio del 2014: un mese prima delle Europee in cui ebbe il massimo dei consensi. Il governo Meloni ha speso un mucchio di soldi, e ha fatto bene, per rendere permanente un taglio al cuneo fiscale dello <em>zerovirgola</em>, che val molto più degli 80 euro di Renzi. Ottimo. Ma vallo a spiegare in una piazza o in un talk show televisivo. Dove lo vedete? Come lo percepite? Anzi lo date per scontato. Nessuna «evocazione del beneficio», come la chiamava Puviani.</p>
<p>Il che, per chi scrive, non ha solo un valore politico. Ma soprattutto economico. I contribuenti non hanno alcuna percezione di una riduzione fiscale e, in un contesto macroeconomico difficile, si chiedono retoricamente che cosa possa fare in più il governo per loro. Non solo non si innesca un fenomeno ricchezza, quello che porta a un incremento dei consumi, ma anzi si rivendica una maggiore espansione fiscale.</p>
<p>In realtà <strong>il governo ha una nuova Ici su cui lavorare</strong>. E si chiama <strong>bollo auto.</strong> Come per gli immobili ha una dimensione federale. E come per le case, riguarda praticamente tutti gli italiani. Esattamente come la patrimoniale sui nostri quartierini, anche quella sulle quattro ruote ha un valore medio di circa <strong>200 euro per italiano</strong>. Anche se il gettito (fonte Aci) è doppio rispetto alla vecchia Ici: sette miliardi. La sua abolizione porterebbe alle stesse reazioni negative (di sinistra e tecnici europei) che dovrebbero confortare ogni liberale. E soprattutto <strong>la sua visibilità per i contribuenti sarebbe evidente</strong>: questo è il governo che ha abolito il bollo sulle auto.</p>
<p>Come per l’Ici si dovrebbe subito individuare un meccanismo di ristoro delle Regioni, che perderebbero il gettito totalmente a loro riservato. E si dovrebbe adottare il modello Cottarelli, per tacciare ogni critica sensata: <strong>individuare esattamente le spese, puntualmente, da cancellare per finanziare il bollo</strong>. Occorre fare delle scelte di politica fiscale finalmente liberale. Servono sette miliardi: tagliamo quel fondo e quell’altro. È vero che gli interessi di pochi (coloro che ricevono quei fondi) sembrano più rumorosi di quelli dei tanti (gli automobilisti), ma la politica non è forse decidere.</p>
<p>Rispetto all’abolizione della patrimoniale sulla casa, viene meno inoltre un argomento che allora fu molto dibattuto; la regressività. Gli italiani più poveri avevano esenzioni per la prima casa, e dunque erano poco interessati alla cancellazione dell’Ici. Sulle auto è esattamente il contrario. A parte quattro spicci recuperati dal superbollo, <strong>tutti pagano il bollo anche se hanno una Ritmo diesel o una vecchia e scassata Mercedes</strong> maggiorenne. Piuttosto, oggi, le uniche esentate dal bollo sono le auto elettriche: non esattamente strumento di mobilità della working class. Certo il bollo non lo pagano (e dunque non avrebbero alcun beneficio) le biciclettiste con secchiello di fiorellini di corso Venezia a Milano. Non avranno alcuna detassazione dalla manovra governativa, ma si potranno comunque ritenere soddisfatte dalla felice circostanza per la quale gli operai e gli impiegati italiani hanno pagato loro la corsia riservata a loro davanti al portone del palazzo.</p>
<p>C’è un’ulteriore questione che un liberale di governo potrebbe rivendicare. E cioè che <strong>l’auto è libertà</strong>. E che le sconsiderate politiche green europee l’hanno annientata. La cancellazione del bollo rappresenterebbe solo il 10 per cento dei quattrini che Giorgetti e Leo incassano ogni anno dagli automobilisti (per l’ultimo annuario Aci sono 71 miliardi, di cui 39 solo per imposte sui carburanti), ma sarebbe anche un segnale: l’auto è la nostra civiltà. Il governo non può detassare il gasolio, perché l’Europa non glielo permette; deve incentivare le auto aziendali green, perché ha firmato il Pnrr; ebbene, <strong>detassi tutti dalla tassa di possesso</strong>.</p>
<p>Una cosa infine bisogna cogliere dalla lezione del 2006 di Berlusconi: non si riduca all’ultimo. E, soprattutto, indichi subito cosa tagliare. Non si azzardi ad aumentare alcuna imposta. Ma tagli: su più di mille miliardi di spesa pubblica decida politicamente quale “cliente” vuole dispiacere. Non avrà che l’imbarazzo della scelta: ma, appunto, scelga.</p>
<p>Nicola Porro, 1° agosto 2026</p>
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		<title>Affitti, parte la svolta: cosa cambia davvero per proprietari e inquilini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Spaziani Testa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2026 08:30:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Affitti]]></category>
		<category><![CDATA[sfratti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Governo scommette su maggiori garanzie per i proprietari. Con incentivi fiscali e aiuti agli inquilini, potrebbero arrivare più case disponibili e prezzi più contenuti</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>È iniziato, in Commissione Giustizia al Senato, l’iter parlamentare del disegno di legge del Governo sul <strong>rilascio degli immobili.</strong> Ciò che conta, però, è la filosofia del disegno di legge. <strong>Fornire ai proprietari maggiori garanzie</strong> nella fase di rientro in possesso degli immobili locati significa dare loro più fiducia. Più fiducia significa più immobili sul mercato, condizione indispensabile anche per contenere i canoni. L’obiettivo, insomma, non è avere più sfratti, ma più affitti.</p>
<p>Un risultato che sarebbe più facilmente raggiungibile introducendo anche <strong>incentivi fiscali per i proprietari</strong> (come l’azzeramento dell’Imu per chi sceglie i contratti a canone concordato) e contributi al pagamento dei canoni per gli inquilini a basso reddito.</p>
<p>Giorgio Spaziani Testa, 28 luglio 2026</p>
<p><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/affitti-italia-rincari-2019-2025-stipendi-casa/" target="_blank" rel="noopener">Affitti, rincari fino al 50% dal 2019</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/affitti-e-condomini-politica-fermati-non-servono-nuove-leggi-ma-meno-leggi/" target="_blank" rel="noopener">Affitti e condomini, politica fermati: non servono nuove leggi, ma meno leggi</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il Palio del Monte: la corsa che da vent&#8217;anni decide il destino della finanza italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luigi Bisignani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2026 18:30:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[mps]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal caso Antonveneta al risiko bancario di oggi: i protagonisti, gli interessi e le domande rimaste aperte dietro la banca più antica del mondo</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quest’estate <strong>il vero Palio non si correrà in Piazza del Campo il 16 agosto.</strong> Si corre già adesso, intorno al <strong>Monte dei Paschi di Siena</strong>, con Bpm pronta a scendere in campo contro IntesaSanpaolo di Carlo Messina, il vero mossiere dei banchieri italiani. In palio non c’è soltanto una banca. C’è un pezzo della storia economica italiana.</p>
<p>Fondata nel 1472, Mps è la banca più antica del mondo. In oltre cinque secoli, ha attraversato guerre, crisi e cambi di regime. Ma la scossa che ancora oggi ne attraversa le fondamenta ha un nome preciso: Antonveneta. <strong>Per anni l’attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sui suoi fantini</strong>. Giuseppe Mussari e Antonio Vigni sono diventati i volti di una stagione raccontata come la più grande tragedia bancaria italiana: Alexandria, Santorini, Nomura, il Mandate Agreement, inchieste che hanno occupato i titoli dei quotidiani per mesi. Col tempo, però, le sentenze giudiziarie hanno ridimensionato molte delle accuse iniziali, imponendo una rilettura di quella stagione.</p>
<p>La domanda decisiva, però, non riguarda i fantini. <strong>Riguarda chi preparò la corsa.</strong> Perché una banca territoriale, controllata da una fondazione espressione della propria città, finì al centro della più grande partita bancaria europea? Per comprenderlo bisogna tornare all’estate del 2007, quando la battaglia per Abn Amro coinvolse Royal Bank of Scotland, Fortis e Banco Santander in un’operazione destinata a ridisegnare gli equilibri del credito continentale. Antonveneta, entrata nell’orbita di Santander, divenne improvvisamente il tassello destinato a Siena. La banca spagnola partecipò all’acquisto e allo smembramento di Abn Amro, rivendendo Antonveneta al Monte solo sei mesi dopo e realizzando una consistente plusvalenza. Tutto legittimo, ça va sans dire. Ma proprio l’estrema velocità della sequenza rende quell’operazione una delle più discusse della storia bancaria europea.</p>
<p>In Piazza del Campo direbbero che qualcuno aveva preso la rincorsa molto prima degli altri. Con il passare degli anni, il dibattito si è spostato su un interrogativo più ampio: <strong>non solo perché il Monte avesse accettato quel prezzo, ma quale fosse stato il ruolo della Vigilanza nell’autorizzare un’operazione di tale portata.</strong> Davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario, il capo della Vigilanza di Banca d’Italia dell’epoca, Carmelo Barbagallo, ricostruì dettagliatamente la cronologia delle verifiche e delle autorizzazioni. Da allora, il punto non è più stato soltanto quanto Mps avesse pagato Antonveneta, ma in quale contesto finanziario e regolamentare quella decisione fosse maturata. Antonveneta fu acquisita da Mps senza una preventiva due diligence: non fu un caso che le sofferenze di Mps raddoppiarono e che il salvataggio della banca poi costò, negli anni, almeno 20 miliardi di euro ai cittadini italiani.</p>
<p>A quella corsa parteciparono, direttamente o indirettamente, alcuni protagonisti della finanza internazionale destinati a segnare i due decenni successivi: Mario Draghi era governatore della Banca d’Italia e aveva raccolto il testimone da <strong>Antonio Fazio</strong>, dopo una stagione che aveva diviso il Paese sul ruolo della Vigilanza e sul rapporto fra mercato, banche e interesse nazionale. Anna Maria Tarantola era preposta alla Vigilanza creditizia e finanziaria di Palazzo Koch. Andrea Orcel, allora <strong>ai vertici di Merrill Lynch,</strong> seguiva alcune delle principali operazioni che stavano ridisegnando il credito europeo. La sua posizione avrebbe poi alimentato numerose riflessioni, poiché Merrill Lynch partecipò sia all’operazione che portò allo smembramento di Abn Amro sia alla successiva cessione di Antonveneta al Monte dei Paschi. Così, mentre Santander consolidava la propria posizione internazionale, Royal Bank of Scotland inseguiva il sogno di diventare il più grande gruppo bancario europeo e Fortis partecipava a una corsa che, di lì a poco, sarebbe stata travolta dalla crisi finanziaria globale. Guardata oggi, quella fotografia assomiglia più a una riunione di contradaioli prima della mossa che a una complessa operazione di mercato.</p>
<p>Poi arrivò <strong>il 2008, il crac di Lehman Brothers</strong> e il mondo cambiò. E, con esso, anche il destino del Monte. La narrazione ricorda quasi esclusivamente il prezzo pagato per Antonveneta, come se quella cifra esaurisse ogni spiegazione. In realtà quel prezzo fu soltanto il punto di caduta di una partita molto più ampia, nella quale si incrociavano la grande finanza internazionale, le autorità di vigilanza, gli advisor, le fondazioni bancarie e gli equilibri politici di un Paese che stava entrando nella più grave crisi economica del Dopoguerra.</p>
<p>Non fu soltanto il Monte a perdere la corsa. <strong>L’acquisizione di Abn Amro</strong> si rivelò uno dei più clamorosi errori strategici della finanza europea: Royal Bank of Scotland dovette essere salvata e nazionalizzata, Fortis fu smembrata con l’intervento degli Stati del Benelux. Solo Santander riuscì a uscire indenne dalla Piazza, godendo della plusvalenza derivante dalla rapidissima cessione di Antonveneta.</p>
<p>Quando, nel 2012, Banca d’Italia impose una discontinuità manageriale, uscirono di scena Giuseppe Mussari e Antonio Vigni e giunsero Alessandro Profumo e Fabrizio Viola. Profumo non era un banchiere qualsiasi. Era il manager legato al Pd con lo sguardo verso Mosca che aveva guidato UniCredit nella sua espansione internazionale, aveva attraversato l’inquietante vicenda degli investitori libici nel capitale del gruppo e, proprio in quegli anni, <strong>sedeva anche nel consiglio di sorveglianza della russa Sberbank,</strong> oltre a ricoprire incarichi internazionali in Itaú Unibanco. Nessun elemento, di per sé, censurabile. Nondimeno la domanda politica restava: era la figura chiamata semplicemente a risanare una banca locale oppure il Monte era ormai diventato il terreno di gioco di interessi che superavano ampiamente i confini di Siena?</p>
<p>Furono gli anni dell’esposto sul <strong>Mandate Agreement,</strong> della devastazione reputazionale, della fuga dei depositi, dell’intervento pubblico, dell’esplosione dei crediti deteriorati, della morte di David Rossi. Una lunga stagione nella quale il dibattito politico sembrò spesso limitarsi alla ricerca di responsabilità individuali.</p>
<p>La ricostruzione fornita da Barbagallo alla Commissione parlamentare e le successive pronunce giudiziarie hanno rafforzato una convinzione:<strong> la storia del Monte non può essere letta soltanto attraverso il prisma delle responsabilità degli amministratori,</strong> ma va inserita nella più ampia trasformazione del sistema bancario italiano ed europeo e nella progressiva distanza tra i luoghi formali della vigilanza e i luoghi effettivi del potere finanziario.</p>
<p>Molti dei protagonisti di allora hanno continuato a occupare posizioni di primissimo piano. Draghi è diventato presidente della Banca centrale europea e poi presidente del Consiglio. Orcel guida oggi UniCredit. Profumo ha ricoperto altri importanti incarichi industriali. <strong>Tarantola è stata presidente della Rai.</strong> Santander è rimasta uno dei grandi protagonisti della finanza globale. Royal Bank of Scotland e Fortis hanno invece pagato duramente la crisi internazionale. Mps è rimasto per anni il simbolo di una sconfitta nazionale.</p>
<p>Ma il destino, come il Palio, è beffardo.E così, la banca che sembrava destinata a sopravvivere soltanto grazie alla bombola di ossigeno dello Stato torna oggi protagonista del grande risiko bancario. E quando i fantini sono già a cavallo, la corsa cambia protagonisti. <strong>Entra in Piazza Nicoletta Fabio, sindaco di centrodestra di Siena,</strong> che alzando il drappo della sua città, chiede pubblicamente sostegno a Giorgia Meloni e al suo fido scudiero Giancarlo Giorgetti.</p>
<p>Alla Fabio si aggiunge<strong> Eugenio Giani</strong>. Il dinamico presidente della Regione Toscana, con accanto il suo sottosegretario Bernard Dika, un ‘Gianni Letta in miniatura’,che ha chiesto al Governo di fermare la vendita dell’ultima quota pubblica del Monte, il 4,863% ancora detenuta dal MEF. Perché a Siena lo sanno bene:<strong> il Palio non lo vince chi tira meglio le redini,</strong> ma chi ha scelto meglio il cavallo. E oggi, a Piazza del Campo come a Palazzo Chigi, la domanda non è più chi correrà. È di chi sarà il cavallo e che lingua parlerà il fantino. Speriamo non il francese.</p>
<p>Luigi Bisignani per Il Tempo, 27 luglio 2026</p>
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		<title>Perché dobbiamo temere il Chat Control dell&#8217;Ue (spiegato facile)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Bonelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 18:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[chat control]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un voto controverso del Parlamento europeo rilancia il dibattito sulla sorveglianza delle comunicazioni private e sul futuro della crittografia</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Negli scorsi giorni il parlamento europeo ha approvato <strong>il Chat Control 1.0,</strong> un’iniziativa che sulla carta mira a contrastare l’abuso sessuale sui minori online ma che all’atto pratico solleva gravi interrogativi sulla libertà individuale e sulla riservatezza delle comunicazioni digitali.</p>
<p>Infatti, questa normativa permette alle <strong>piattaforme online di scansionare volontariamente tutti i messaggi</strong> privati degli utenti alla ricerca di materiale pedopornografico. Sostanzialmente tutti i cittadini dell’UE saranno colpevoli fino a prova contraria e pertanto meritevoli di vedere le proprie conversazioni private svendute alla ricerca di qualcosa di illecito.</p>
<p>Dopo una serie di tentativi falliti al Parlamento Europeo,<strong> il 9 luglio 2026</strong> la proposta ha ottenuto il via libera grazie a una votazione farsa il giorno prima della pausa estiva. La maggioranza ha votato no, con 314 voti a favore del rigetto e 276 contrari (più 17 astensioni) eppure il regolamento è stato esteso fino all’aprile 2028.</p>
<p><strong>L’assurdità del meccanismo</strong> è evidente: nonostante in varie votazioni di questi mesi la maggioranza degli europarlamentari abbia espresso contrarietà, la proroga è passata proprio perché il “no” in quest’ultima votazione non ha raggiunto la soglia dell’assoluta maggioranza (361 voti su 720). Una maggioranza relativa ha votato contro, ma la norma è stata approvata per default grazie a un cavillo procedurale. Un esito paradossale che mina la credibilità democratica del Parlamento europeo.</p>
<p>Tra gli europarlamentari italiani, hanno votato a favore del Chat Control 1.0 esponenti di <strong>Forza Italia</strong> (alla faccia della loro presunta linea liberale, Silvio perdonali!) e del <strong>Partito Democratico</strong> (gruppo S&amp;D), contribuendo così al risultato finale.</p>
<p><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/atlanticoquotidiano/quotidiano/aq-politica/chat-control-lunione-europea-e-linferno-delle-buone-intenzioni/" target="_blank" rel="noopener">Chat Control: l&#8217;Unione europea e l&#8217;;inferno delle buone intenzioni</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/atlanticoquotidiano/quotidiano/media/chat-control-tutti-sorvegliati-stasera-red-pill-episodio-86-ore-22/" target="_blank" rel="noopener">Chat Control: tutti sorvegliati. Stasera Red Pill episodio 86 (ore 22!)</a></li>
</ul>
<p>Ma quindi,<strong> come funziona questo Chat control?</strong> Le piattaforme di messaggistica non crittografata end-to-end, come Instagram Direct, Snapchat, Skype o Gmail, potranno ora attivare scanner automatici sui contenuti degli utenti. L’obiettivo è individuare immagini o testi sospetti legati a sfruttamento minorile e segnalarli alle autorità. I rischi per la privacy digitale sono evidenti: la scansione di massa di comunicazioni private rappresenta una forma di sorveglianza generalizzata che potrebbe violare i principi fondamentali dell’Unione e dei singoli Stati. Anche se un emendamento al momento esclude esplicitamente le app con crittografia end-to-end (come WhatsApp), rimangono dubbi sull’effettiva impermeabilità di questi sistemi e sulla possibilità che in futuro si tenti di aggirarla.<br />
Inoltre, gli algoritmi di intelligenza artificiale utilizzati per il riconoscimento non sono infallibili: falsi positivi potrebbero portare a segnalazioni ingiuste, invadendo la vita privata di persone innocenti.</p>
<p>E ciò che spaventa di più è il tentativo di approvare chat control 2.0, che assicurerebbe<strong> la possibilità di controllare i messaggi privati dei cittadini</strong> (persino quelli crittografati end-to-end) alla stessa Unione Europea. Un angosciante grande fratello dove saremmo tutti sorvegliati. In quel caso, il destino dell’Unione sarebbe segnato: non più un insieme di popoli e Stati liberi e liberali, ma una copia farlocca e subdola della Cina.</p>
<p>Alessandro Bonelli, 13 luglio 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/perche-dobbiamo-temere-il-chat-control-dellue-spiegato-facile/">Perché dobbiamo temere il Chat Control dell&#8217;Ue (spiegato facile)</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Altro che piano Mattei, l&#8217;Italia ha bisogno del &#8220;piano Milei&#8221;</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/altro-che-piano-mattei-litalia-ha-bisogno-del-piano-milei/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/altro-che-piano-mattei-litalia-ha-bisogno-del-piano-milei/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabrizio Bonali]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2026 14:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pillole Ricossiane]]></category>
		<category><![CDATA[Javier Milei]]></category>
		<category><![CDATA[pillole]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nicolaporro.it/articoli/?p=332024</guid>

					<description><![CDATA[<p>Gli scritti di Sergio Ricossa, economista e liberale vero, per leggere il presente</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/altro-che-piano-mattei-litalia-ha-bisogno-del-piano-milei/">Altro che piano Mattei, l&#8217;Italia ha bisogno del &#8220;piano Milei&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi 15 anni le <strong>leggi di bilancio o manovre finanziare</strong> varate dai governi che si sono succeduti si sono attestate intorno ai 30 miliardi annui, in alcuni anni andando ben oltre questa cifra e in altri, come quello in corso, standone al di sotto intorno ai 22 miliardi. Sono cifre importanti, a volte definite di “lacrime e sangue”, perché intervengono sulle maggiori voci strutturali della spesa pubblica.</p>
<p><strong>Ma l’Italia quanto spende ogni anno?</strong> La spesa pubblica annua italiana è arrivata a circa 1200 miliardi, una cifra da capogiro che comprende le spese correnti relative a stipendi, pensioni e welfare; le spese in conto capitale per investimenti in infrastrutture e la spesa in interessi per la remunerazione del debito pubblico. Quest’ultima vale intorno ai 100 miliardi, quella per la sanità circa 150. Quindi, <strong>se c’è una cosa che non manca in Italia, sono i soldi</strong>. Il problema è da chi e come vengono spesi.</p>
<p><strong>La spesa pubblica cresce costantemente</strong>, è un sistema che si auto giustifica e non si pone freni. Un mostro che divora risorse le spende a volte in maniera incomprensibile e spesso senza che qualcuno ne risponda. Una delle metafore elaborate dalla cosiddetta scuola della Supply-side economics è quella che indica la necessità di “affamare la bestia” (“starve the beast”). Se dai 10 kg di fieno alla bestia e le dici di mangiarne solo 9 perché è necessario risparmiare e spendere di meno, la bestia mangerà tutti i 10 kg. L’unica soluzione è darle 9 kg.</p>
<p><strong>La spesa pubblica funziona allo stesso modo</strong>, gli appelli a spendere meno e meglio non ottengono risultati. Anzi, la richiesta è sempre quella di aumentare le entrate, cioè aumentare la pressione fiscale. È ragionevole considerare che dei 1200 miliardi spesi ogni anno almeno il 10% (per essere ottimisti) siano spesi male o per mantenere strutture e canali di spesa inutili. L’equivalente di 4 manovre finanziarie!</p>
<p>È necessario ridurre e razionalizzare la spesa pubblica, riducendo la pressione fiscale per lasciare più risorse alla spesa e all’investimento privato. <strong>Bisogna “affamare la bestia”</strong>, o, come diceva <a href="https://www.nicolaporro.it/ci-mancano-reagan-e-wojtyla/" target="_blank" rel="noopener">Ronald Reagan</a> “ridurre la paghetta al bambino spendaccione”.</p>
<p>Uno dei processi più interessanti in corso al momento su questo terreno è il lavoro titanico che<a href="https://www.nicolaporro.it/atlanticoquotidiano/quotidiano/aq-esteri/cura-milei-largentina-riparte-a-dispetto-dei-profeti-del-disastro/" target="_blank" rel="noopener"><strong> il presidente Milei</strong> ha impostato in Argentina</a>. Economista di livello, Milei è stato raccontato per lo più riguardo agli aspetti folkloristici della sua campagna elettorale. In realtà <strong>è un economista che conosce molto bene la materia</strong>, citando a memoria l’opera dei maggiori esponenti della Scuola Economica Austriaca, del calibro di von Hayek e von Mises.</p>
<p>Certamente l’Argentina partiva da una situazione molto difficile e per certi versi quasi compromessa, ma il lavoro di Milei incentrato sul cardine del controllo, riduzione e razionalizzazione della spesa pubblica ha portato in questi primi anni a risultati significativi.<strong> Inflazione, povertà e rischio paese: minimi da 8 anni</strong>. Attività economica ed esportazioni ai massimi storici (sia in valore che in quantità). Debito pubblico del Tesoro: minimi da 9 anni; credito al settore privato: massimi da 8 anni.</p>
<p>Certamente il successo del programma dipenderà dalla continuità delle riforme, dalla capacità di consolidare i cambiamenti istituzionali e dalla prosecuzione del processo di liberalizzazione economica. Ma forse una riflessione andrebbe fatta anche in Italia: si parla di Piano Mattei per l’Africa non sarebbe male iniziare a pensare ad un <strong>“Piano Milei”</strong> per la razionalizzazione della spesa pubblica europea ed italiana.</p>
<p>Fabrizio Bonali, 12 luglio 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/altro-che-piano-mattei-litalia-ha-bisogno-del-piano-milei/">Altro che piano Mattei, l&#8217;Italia ha bisogno del &#8220;piano Milei&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>Autovelox, la rivoluzione: 3 su 10 saranno spenti. E le multe? Restano valide?</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/autovelox-la-rivoluzione-3-su-10-saranno-spenti-e-le-multe-restano-valide/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jul 2026 18:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[autovelox]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In vigore il nuovo decreto: Nuovi standard di omologazione e tarature annuali</p>
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		<title>Qual è il vero Fentanyl che droga le nostre economie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicola Porro]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 17:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[economie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli stipendi sono bassi? La soluzione non era il reddito di cittadinanza, lo dicono i dati. E per aumentare le buste paga l'unica ricetta è liberale</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La sinistra talvolta si comporta come quell&#8217;ex tossico che rivede lo spacciatore sotto casa e pensa: dai, solo una volta. L&#8217;idea fissa si chiama <strong>reddito di cittadinanza</strong>. È stato archiviato, sostituito dall&#8217;Assegno di Inclusione, e da allora l&#8217;occupazione è banalmente cresciuta. L&#8217;occupazione è salita a 24,34 milioni di cittadini, circa 270mila posti di lavoro in più in un anno: a maggio il tasso di disoccupazione è sceso al 5,0%, il livello più basso dall&#8217;inizio della serie storica nel 2004. E la disoccupazione giovanile? Al 15,1%, un altro minimo storico.</p>
<p><strong>Il reddito di cittadinanza non era un ammortizzatore sociale. Era un sedativo di massa</strong> mascherato da conquista di civiltà. Funzionava esattamente come il Fentanyl funziona sul corpo: intorpidisce il dolore, la fatica di cercare lavoro, il fastidio di accettare un impiego non perfetto, l&#8217;incertezza di reinventarsi, e nel farlo spegne anche la voglia di reagire. Ti senti protetto. Nel frattempo diventi uno zombie economico: presente sulla carta, assente dal mercato.</p>
<p>Se lo Stato ti paga per stare fermo, e il lavoro disponibile paga poco più del sussidio, la scelta razionale è restare fermi. Non è cattiveria, è incentivo. Lo spiegava Milton Friedman meglio di chiunque altro: non esistono pasti gratis, esistono solo conti che qualcun altro sta pagando al posto tuo, e nel frattempo ti sta anche disabituando a pagarteli da solo. Il reddito di cittadinanza aveva inoltre lo sconsiderato effetto di <strong>agevolare il lavoro nero e sottopagato</strong>: l&#8217;assegno di stato diventava un&#8217;integrazione di quanto si otteneva fuori busta.</p>
<p>La vera domanda politica da porsi oggi non è quanto distribuire a chi non lavora, <strong>ma perché chi lavora guadagni così poco</strong>.</p>
<p>Qui la ricetta liberale non è il sussidio, è la libertà di produrre ricchezza senza che lo Stato la sequestri prima ancora che nasca: cuneo fiscale che strangola le <strong>buste paga</strong>, tassazione che punisce chi assume, una giungla di vincoli contrattuali che scoraggia le imprese dal pagare di più perché ogni euro in più costa il doppio in oneri. Se il problema sono gli stipendi bassi, la risposta non è un assegno pubblico che compete con il salario: la risposta è liberare il salario dalle catene che lo Stato stesso gli ha messo.</p>
<p>Nicola Porro, 8 luglio 2026</p>
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		<title>Addio al contante? L’ultima fregatura sarà l’IA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Max Del Papa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jun 2026 12:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[IA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando l’innovazione diventa vulnerabilità globale</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è in giro un’euforia artificiale per l’intelligenza artificiale nel senso che pare generata automaticamente e in modo inevitabile, quasi per dovere di fiducia nelle magnifiche sorti e progressive. Tutti, anche <strong>Federico Rampini</strong> che è un pragmatico consapevole delle complessità del mondo ma ne canta le lodi, dice di questa entità prodigiosa che ha cambiato, che sta cambiando ogni giorno, ogni ora il modo di produrre e di gestire, dunque di pensare, nell’eterna sfida tra America e Cina mentre l’Europa resta statalista, resta obsoleta.</p>
<p>Sì, d’accordo, il vecchio continente è vecchio, si perde nelle rendite di posizione, si trastulla coi filosofi, per dire i parolai che influiscono sul dibattito culturale che nel mondo pragmatizzato significa niente. Mentre quelli nuovi sposano <strong>l’economia missilistica</strong> che in un volo di Borsa trasforma quattromila metalmeccanici in nuovi miliardari.</p>
<p>Ma una nuvola che organizza, che decide e quindi pensa al posto tuo, cambia il tuo modo di pensare o in definitiva lo amputa? Tutti pazzi per la IA e bisogna pure adeguarsi,<strong> il luddismo mitologico,</strong> il comunismo reazionario di stampo difensivo per carità no, ma nell’ubriacatura generale nessuno osa ricordare come chi inventa la barca inventa anche il naufragio.</p>
<p>Prendiamo le faccende finanziarie, che poi sono quelle che, diversamente dall’amore dei poeti, son quelle che muovono il mondo pragmatizzato. Hanno brigato decenni per eliminare il contante sul presupposto che, siccome si poteva fare, allora andava fatto, che è il comandamento definitivo, benché irresponsabile, della tecnologia sovrana. E i <strong>complottisti</strong> dicevano che era per far guadagnare di più le banche, per tracciarci.</p>
<p>Ma la faccenda era solo all’inizio e se il naufragio può essere titanico lo sarà perché il corollario del comandamento tecnologico è che se tutto ciò che può essere fatto deve essere fatto, allora anche ogni distruzione sarà inevitabile. Sentite cosa racconta questa <strong>Cristalina Georgieva</strong>, che si conosce poco ma è la burocrate messa a capo del<strong> Fondo Monetario Internazionale:</strong> i modelli di intelligenza artificiale servono a identificare “vulnerabilità di cybersecurity con rapidità e scala impensabili fino ad ora”, possono correggere queste vulnerabilità e proteggere il sistema finanziario dagli attacchi, però “nelle mani sbagliate” possono anche distruggere il sistema finanziario “e questo ci mette in una posizione di recupero”.</p>
<p>Di recupero? Il formulario modernista serve a non dire che non ci sono rimedi, che se lo strumento casca “nelle mani sbagliate” si può annientare la ricchezza teorica mondiale e questo lo può fare anche un ragazzino col cappuccio. Quello che la Cristalina non aggiunge, ma a chi ancora mantiene la facoltà di pensare è subito chiaro, è che <strong>la IA serve come arma definitiva</strong> allo stesso modo dei virus di laboratorio con relativi vaccini, allevati solo dagli Stati Uniti in 500 laboratori criminali nel mondo, quaranta o cinquanta solo in Ucraina come appena ammesso dalla Tulsi Gabbard un attimo dopo essersi dimessa dalla National Intelligence, ufficialmente per assistere il marito malato.</p>
<p>Cristalina non fa che confermare la vecchia massima pedestre o campestre, chi inventa la barca inventa il naufragio, ma le sue considerazioni sono di sconcertante e perfino agghiacciante banalità, si fermano all’elogio del fatalismo: ogni Paese dovrebbe avere gli elementi di <strong>cybersecurity</strong> necessari ma, disgraziatamente, non esiste una organizzazione mondiale e difficilmente ne avremo una.</p>
<p>Come a dire: <strong>ognuno per sé e Dio o la IA per tutti.</strong> E il livello di saggezza delle élite a fronte dell’ambivalenza della nuvola, enormi opportunità, enormi rischi, sarebbe questo? Era meglio la consapevolezza dell’Uomo Ragno, “da grandi poteri discendono grandi responsabilità”: qui pare l’esatto contrario e predicare che “le economie avanzate devono trovare un modo di difendersi perché se c’è una grande debolezza verrà sfruttata e i sistemi finanziari sono integrati” equivale semplicemente a dire: siamo in balia di noi stessi e di ciò che abbiamo creato.</p>
<p>La metafora è quella, ridicola ma terrificante, del robot che in <strong>Cina</strong> improvvisamente è impazzito, ha preso a calci un povero bambino e poi se n’è andato in un tripudio di saltelli spastici. Però gli avevano messo una parrucca azzurra, per renderlo più clownesco o “pride”, perfino laggiù. Che succede se la IA si mette a tirare calci? Che non resta più niente.</p>
<p>Prima si crea lo strumento, la nuvola, poi ci si accorge che non si hanno difese, infine si invitano gli Stati a spendere di più per le difese che non si hanno:<strong> la IA sarà pure la risposta allo statalismo parassitario</strong>, ma com’è che per un verso o per l’altro finisce per rifluire nel parassitismo statalista? E non è che ti lasciano alternativa: sapendo che col contante annientare la ricchezza finanziaria è più difficile, ti cancellano il contante, così ci vuole niente. Dice Cristalina nel modo più trasparente: “Mythos (uno dei modelli della intelligenza artificiale) può distruggere tutto ma è solo l’inizio”. Ah, annamo bene, come direbbe la sora Lella: questo dovrebbe rassicurarci? In un certo senso sì, in un senso catartico, come quando arriva la prima strage islamista a Modena e tutti pensano, senza dirlo: almeno ci siamo tolti il pensiero.</p>
<p>Sì, saremo, siamo antiquati, novecenteschi, abituati ad affrontare il tempo che non aspetta nessuno con le estenuanti speculazioni, come per retaggio di un pensiero che neppure coltiviamo più, forse solo per non affrontare il problema, per esorcizzarlo perdendo il tempo che ci brucia, ma in questa nebbia che ci avvolge una percezione la manteniamo: stiamo accettando tutto ciò che pareva mentalmente, fisiologicamente inaccettabile, oltre il distopico, oltre <strong>l’alienazione</strong>.</p>
<p>Stragi quotidiane, decapitazioni abituali, cannibalismi, intelligenze che possono fare tutto a cominciare dal cancellarci, automi che prendono a calci bambini. Insomma stiamo mutando geneticamente, sempre meno umani, sempre più protesi di funzioni. <strong>E che facciamo per salvarci?</strong> I meme, gli spiritosi sui social, il video del bambino preso a calci in faccia dal <strong>robot parruccato ha fatto 125 milioni di visite</strong>, per lo più divertite, come infanti crudeli che, non avendo ancora una coscienza, ridono allo spettacolo della torta in faccia, del disgraziato che precipita da un burrone e non distinguono se è una comica o la realtà. Del resto, se pure è la realtà e secondo una burocrate finanziaria non c’è rimedio, che resta se non ridere?</p>
<p>Max Del Papa, 13 giugno 2026</p>
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		<title>Patrimoniale, istruzioni per Schlein: ecco perché non funziona</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/patrimoniale-sulla-casa-una-follia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 15:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[patrimoniale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il caso Irlanda dimostra che aumentare la tassazione sui patrimoni e sui capitali fa scappare investimenti e ricchezza</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Rilanciata come la madre di tutte le proposte da <strong>Elly Schlein la patrimoniale è tornata</strong> e lotta in mezzo a noi. La vuole Nicola Fratoianni, la esalta Ernesto Maria Ruffini che si sta allenando a bordo campo in attesa di un possibile pareggio alle prossime politiche, ma soprattutto ne fa nuovo elemento di persuasione e di pressione verso il nostro governo Vladis Dombroviskis che a nome della Commissione europea nelle raccomandazioni inserisce lo spostamento della tassazione dal lavoro alla rendita e la revisione del catasto.</p>
<p>Ma Bruxelles, come al Nazzareno, tace sulla <strong>sindrome irlandese</strong> che è la dimostrazione più evidente che la patrimoniale affossa l’economia. Eppure, come l’Ue ha sussurrato la parola patrimoniale ecco le vestali dell’Unione intonare un peana alle tasse. Ha cominciato Romano Prodi che, nostalgico del suo fu ministro dell’economia <strong>Tommaso Padoa Schioppa,</strong> ha giurato che la “patrimoniale è bellissima”.</p>
<p>Si è accodata <strong>Elsa Fornero</strong> che col governo di Mario Monti sperimentò la patrimoniale imponendo l’Imu sulla prima casa. Nonostante questo, il governo Monti ha il record dell’incremento del debito pubblico in un arco temporale dato. I molti che hanno cercato di opporsi a questa albagia fiscale hanno puntato l’attenzione sulla difficile praticabilità della patrimoniale.</p>
<p>Si è giustamente osservato: a quale livello di ricchezza scatta? Comprende gli immobili, su cui peraltro in Italia c’è già un consistente prelievo, o solo le rendite finanziare? E come si fa a diversificare un trattamento fiscale tra chi detiene e azioni o titoli di Stato? Un incremento di fiscalità sui Btp creerebbe non trascurabili problemi di collocamento dei titoli con sgradevolissime conseguenze sul bilancio pubblico. E’ strano però che nessuno si sia riferito ai dati di Eurostat che peraltro rivelano ciò che tutti sanno: <strong>la prima regola europea è l’ipocrisia.</strong></p>
<p>Perché l‘Europa che caldeggia la patrimoniale è la medesima Europa che rende esplicito con i numeri quanto sia nociva. E’<strong> il caso Irlanda.</strong> Prendendo l’ultimo bollettino economico di Eurostat si certifica che “Nel primo trimestre del 2026 il Pil destagionalizzato è diminuito dello 0,2% nell&#8217;area dell&#8217;euro e dello 0,1% nell&#8217;Ue rispetto al trimestre precedente. Nel quarto trimestre del 2025, il Pil era aumentato dello 0,2% in entrambe le aree”.</p>
<p>Sia detto per inciso: perdurando i conflitti in Iran e in Ucraina è assai probabile che anche nel secondo trimestre si abbia un dato negativo il che certificherebbe a livello tecnico che l’Europa è in recessione. Cosa questo significhi per la credibilità dell’Ue come “potenza” sullo scacchiere globale è facile da intuire e quanto questo mortifichi la muscolarità delle dichiarazioni e delle azioni Ursula von der Leyen che ci vuole armati fino ai denti solo per fare un piacere al suo sodale il cancelliere (di latta) tedesco <strong>Friedrich Merz</strong> è di elementare intuizione.</p>
<p><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/la-patrimoniale-non-e-giustizia-sociale-e-il-fallimento-della-politica/" target="_blank" rel="noopener">Schlein disco rotto, parla solo di patrimoniale</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/ef-economia/patrimoniale-extraprofitti-schlein-landini-autogol/" target="_blank" rel="noopener">Patrimoniale e tassa extraprofitti: gli autogol di Schlein e Landini</a></li>
</ul>
<p>Ma il dato più allarmante è che <strong>con un’inflazione al 3,1%</strong> e supposta in salita la Bce si prepara a rialzare i tassi il che significa rallentare ancora l’economia se non addirittura agevolare la stagflazione. Sono considerazioni da farsi a tempo debito. Ciò che più interessa è capire perché il dato del Pil dell’Eurozona è negativo; la colpa è principalmente dell’Irlanda.</p>
<p>Possibile che un’economia relativamente modesta come dimensioni abbia condizionato i dati dell’intero continente? Sì possibile perché <strong>l’Irlanda nel primo trimestre ha fatto il meno 12,1 % di pil</strong> (già aveva avuto un ribasso del 4 per cento nell’ultimo trimestre dello scorso anno il che determina un crollo di quasi 17 punti nel prodotto interno loro irlandese) interamente dovuto alle tasse. Dublino ha affidato la sua rinascita economica al regime fiscale agevolato concesso alle multinazionali del farmaco e dell’hi-tech (a capitale soprattutto americano) che hanno stabilito nell’isola verde le loro sedi europee per beneficiare di una tassa piatta del 12,5%.</p>
<p>È bastato <strong>l’adeguamento in base alla Global minimum tax</strong> voluta dall’Europa del regime fiscale al 15% per far scappare i capitali. Tra licenziamenti, flussi finanziari deviati e trasferimento di capitali l’Irlanda ha perso in meno di quattro mesi il 27% della sua economia. A cui si è aggiunta la delocalizzazione e la contrazione degli insediamenti di big pharma dovuta sia alla diminuzione di domanda post-pandemia sia all’aumento delle tasse.</p>
<p>Va considerato che l’incremento fiscale è stato dell’appena 2,5%, ma ha determinato <strong>un crollo del pil del 12,1%.</strong> E’ argomento più che sufficiente per dimostrare come la patrimoniale non solo sia impraticabile in un mondo globalizzzato dove a spostare masse di capitali enormi basta un clic, ma sia dannosa.</p>
<p>A meno che – e qui va svelata l’ipocrisia italiana ed europea – la patrimoniale non la si voglia applicare solo sugli immobili. <strong>In Italia circa l’80% delle famiglie è proprietario di casa</strong> e non è per un accidente che a parlare di patrimoniale siano Prodi e la Fornero che della tassazione della prima casa sono stati gli epigoni e che perfettamente si accordano con la richiesta di Dombrovskis di rivedere il catasto.</p>
<p>Se da una parte la sindrome irlandese dimostra che<strong> la patrimoniale sui capitali è di fatto una sciagura</strong> per le casse pubbliche– e si dovrebbe ristudiare la curva di Laffer, ma avremo occasione di riparlare – dall’altra rende esplicito che in Italia quando si parla di patrimoniale si pensa solo a una cosa: tassare gli immobili. E’ il caso di tenerlo a mente qualora si dovesse votare.</p>
<p>Carlo Cambi, 9 giugno 2026</p>
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			</item>
		<item>
		<title>L’Ue ci dà flessibilità. Ma per il green, non per i carburanti</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/lue-ci-da-flessibilita-ma-per-il-green-non-per-i-carburanti/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/lue-ci-da-flessibilita-ma-per-il-green-non-per-i-carburanti/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jun 2026 08:33:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[flessibilità]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[Patto di Stabilità]]></category>
		<category><![CDATA[ue]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nicolaporro.it/articoli/?p=323760</guid>

					<description><![CDATA[<p>La Commissione Ue apre alla flessibilità sulle spese per l’energia, ma solo per gli investimenti: ecco cosa filtra da Bruxelles</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/lue-ci-da-flessibilita-ma-per-il-green-non-per-i-carburanti/">L’Ue ci dà flessibilità. Ma per il green, non per i carburanti</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="286" data-end="817">Prima di stappare lo champagne, meglio leggere bene la nota in piccolo. Da Bruxelles arriva sì un’apertura sul dossier <strong>energia</strong>, ma siamo lontani dalla svolta che qualcuno potrebbe vendere come un trionfo italiano. La <strong>Commissione Ue,</strong> dopo trattative e valutazioni andate avanti fino all’ultimo, sarebbe orientata a concedere <strong>una “certa” flessibilità sulle spese energetiche</strong>. Ma attenzione: non per tutto, non subito e non per mettere soldi freschi nelle bollette di famiglie e imprese. La porta si aprirebbe solo sugli investimenti green.</p>
<p data-start="819" data-end="1349">Tradotto: <a href="https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/energia/meloni-von-der-leyen-flessibilita-ue-crisi-energia-accise/">se l’Italia sperava in margini più larghi</a> per interventi immediati contro il caro-energia, dovrà ridimensionare le aspettative. Bruxelles sembra pronta ad <strong>accogliere solo una parte della richiesta italiana</strong>, inserendo gli investimenti energetici dentro la clausola di salvaguardia già prevista per derogare al Patto nel caso delle spese per la difesa. Una mezza apertura, insomma. O, se preferite, il solito compromesso europeo: abbastanza per dire che qualcosa si è mosso, troppo poco per dire che il problema è risolto.</p>
<p data-start="1351" data-end="1838">Il punto è proprio questo. Il <strong>caro-energia</strong> è un’emergenza che morde adesso. Le imprese pagano adesso. Le famiglie pagano adesso. La competitività italiana si gioca adesso. E invece la risposta rischia di essere ancora una volta spostata sul terreno degli investimenti futuri, dei programmi, delle linee europee, dei fondi da riprogrammare, delle solite architetture finanziarie che sembrano sempre imponenti sulla carta e poi, alla prova dei fatti, arrivano tardi o non arrivano affatto.</p>
<p data-start="1840" data-end="2287">Nei giorni scorsi i riflettori erano puntati anche sull’ipotesi di una <strong>linea di credito specifica per l’energia</strong>. Sarebbe stata una misura diversa dalla semplice possibilità, già evocata dall’esecutivo Ue, di riprogrammare i fondi di Coesione verso il capitolo energetico. Ma al momento non è chiaro se questa idea verrà davvero confermata. E già questo dice molto: quando l’emergenza è concreta, la risposta europea resta avvolta nel condizionale.</p>
<p data-start="2289" data-end="2821">A fine aprile <strong>Ursula von der Leyen</strong> aveva ricordato che nei vari programmi europei ci sarebbero 300 miliardi disponibili per investimenti in energia, di cui 95 miliardi non ancora investiti. Numeri enormi, come sempre. Poi però si scopre che gran parte di quelle risorse sono prestiti del Recovery, fondi di Coesione e Modernisation Fund. Quest’ultimo, per inciso, non riguarda l’Italia, essendo destinato ai Paesi con Pil pro capite inferiore al 75% della media Ue nel periodo di riferimento usato dalla direttiva Ets, cioè il 2013. Non solo.</p>
<p><strong>Bruxelles starebbe pensando ad una flessibilità temporanea per il 2026 e 2027 dello 0,3%</strong>, ma solo per le spese legate agli investimenti per la decarbonizzazione e l&#8217;efficientamento energetico. Flessibilità sì, insomma. Ma non per il taglio delle accuse. L&#8217;Italia dovrebbe quindi attivare la clausola dell&#8217;1,5% per la Difesa e all&#8217;interno di questo potrebbe utilizzare lo 0.3%, cioè 6,5-7 miliardi all&#8217;anno, per l&#8217;energia verde.</p>
<p data-start="2823" data-end="3377">Ecco allora il rischio: spacciare per grande risultato una soluzione che, nella migliore delle ipotesi, finanzia investimenti di medio-lungo periodo e, nella peggiore, diventa <strong>l’ennesima castroneria green</strong>. Bellissima nei comunicati, inutile nel tamponare l’emergenza. Perché una fabbrica che oggi paga energia a prezzi insostenibili non viene salvata da un piano che forse produrrà effetti tra anni. E una famiglia con le bollette alte non si consola sapendo che da qualche parte, in qualche programma europeo, esistono miliardi teoricamente disponibili. La linea della Commissione, del resto, appare chiara: investimenti sì, sussidi no. Lo ha ribadito anche <strong>Valdis Dombrovskis</strong>, chiedendo che le misure contro il caro-energia siano &#8220;temporanee e mirate&#8221;. Poi ha aggiunto: &#8220;Si tratta di uno shock dell&#8217;offerta e non si può risolvere uno shock dell&#8217;offerta stimolando la domanda&#8221;. E ancora, bisogna considerare &#8220;anche delle esigenze di sostenibilità fiscale&#8221;.</p>
<p data-start="3783" data-end="4222">Sul piano teorico, il ragionamento può anche avere una sua logica. Ma la politica non può vivere solo di teoria. Se il problema è l’offerta, allora servono più produzione, più infrastrutture, più diversificazione, più realismo energetico. Non bastano le formule rituali sulla transizione, né i soliti vincoli che finiscono per rendere l’Europa bravissima a raccomandare prudenza e molto meno brava a garantire energia a prezzi competitivi.</p>
<p data-start="4224" data-end="4653">Nel frattempo <strong>l’Italia resta sotto osservazione</strong>. Nel pacchetto di Primavera del Semestre Europeo dovrebbe essere confermata la procedura per deficit eccessivo, alla luce del deficit al 3,1% del Pil nel 2025. Eventuali miglioramenti saranno valutati in autunno. Bruxelles dovrebbe inoltre ribadire la raccomandazione al consolidamento dei conti e al rispetto del percorso di rientro concordato con il Consiglio il 21 gennaio 2025.</p>
<p data-start="4655" data-end="5175">Quel percorso stabilisce un limite massimo alla crescita della spesa pubblica netta: 1,3% nel 2025, 1,6% nel 2026, con una traiettoria gradualmente meno restrittiva man mano che il deficit si avvicina alla soglia del 3%. Il problema è che i dati del Dfp mostrano per il 2025 una crescita della spesa netta dell’1,9%, quindi oltre il limite previsto. La Commissione dovrà valutarlo, tenendo però conto anche dell’accelerazione nell’assorbimento dei fondi del Pnrr, che il quadro europeo consente di sottrarre dal calcolo.</p>
<p data-start="5177" data-end="5794">Non scatteranno comunque conseguenze automatiche. Le nuove regole prevedono un &#8220;conto di controllo&#8221; — il cosiddetto &#8220;control account&#8221; — che registra gli scostamenti rispetto al percorso concordato. Una deviazione superiore allo 0,3% del Pil su base annua o allo 0,6% in termini cumulati può aprire un esame formale. Ma anche qui Bruxelles precisa. &#8220;Non c&#8217;è alcun automatismo che consenta di parlare di un margine di scostamento possibile dello 0,3%&#8221;, spiega un funzionario europeo: &#8220;La Commissione deve comunque valutare se il Paese ha adottato misure efficaci per rispettare il percorso di aggiustamento concordato&#8221;.</p>
<p data-start="5796" data-end="6131">Morale: l’Italia ottiene forse un po’ di spazio, ma dentro una gabbia che resta stretta. E sull’energia la soluzione vera non può essere l’ennesimo giro di parole tra flessibilità, clausole, investimenti e fondi da riallocare. Serve una risposta capace di incidere subito sui costi e, insieme, una strategia energetica meno ideologica.</p>
<p data-start="6133" data-end="6313" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Per ora, invece, siamo al <strong>solito film europeo</strong>: grandi numeri, molta prudenza, poco ossigeno immediato. Altro che trionfo. Qui c’è da sperare che la toppa non sia peggiore del buco.</p>
<p>Franco Lodige, 2 giugno 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/lue-ci-da-flessibilita-ma-per-il-green-non-per-i-carburanti/">L’Ue ci dà flessibilità. Ma per il green, non per i carburanti</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>Da Carlo Magno a SuperMario: così l’Europa trasforma Draghi in una leggenda intoccabile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvatore Di Bartolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 May 2026 09:52:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Draghi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal Britannia alla pandemia: le ombre rimosse dietro la celebrazione europea di Mario Draghi</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/da-carlo-magno-a-supermario-cosi-leuropa-trasforma-draghi-in-una-leggenda-intoccabile/">Da Carlo Magno a SuperMario: così l’Europa trasforma Draghi in una leggenda intoccabile</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il conferimento del Premio Carlo Magno di Aquisgrana a <strong>Mario Draghi</strong> si inserisce perfettamente in una dinamica ormai ben rodata: la trasformazione di alcune figure politiche europee in icone levigate, ripulite dalle asperità del loro percorso e riconsegnate al pubblico come simboli rassicuranti, quasi personaggi eroici da saga cavalleresca.</p>
<p>Il copione è noto. L<strong>’uomo del “whatever it takes”</strong> diventa, per magia narrativa, non solo il salvatore dell’euro, ma anche il consigliere silenzioso e infallibile del futuro europeo. Una sorta di Carlo Magno contemporaneo: niente spada, niente cavallo, solo spread e grafici. E come per ogni eroe costruito a posteriori, la storia viene setacciata con cura chirurgica: ciò che serve alla leggenda si ingrandisce, il resto si dissolve nella nebbia dell’oblio — o, a seconda dei casi, dell’imbarazzo.</p>
<p>Eppure, al di fuori del piedistallo accuratamente lucidato da certa stampa, esiste un Draghi molto meno marmoreo e molto più controverso. Si potrebbe ricordare, ad esempio, il suo ruolo di Direttore generale del Tesoro negli anni delle grandi privatizzazioni italiane. Si potrebbe anche evocare, nel dibattito pubblico, l’episodio che sancì l’inizio della stagione della liquidazione dell’industria di Stato: <strong>la crociera a bordo del Britannia del 2 giugno 1992,</strong> passaggio simbolico in cui l’Italia ridisegnò il proprio rapporto con il capitalismo globale.</p>
<p>Poi c’è la vicenda della pandemia. Qui “<strong>SuperMario”</strong> torna in versione esecutiva, da Presidente del Consiglio, e si cala nei panni dell’architetto di un modello sanitario ed economico fortemente centralizzato e, per molti versi, senza eguali nelle democrazie occidentali. Un impianto che ha prodotto effetti dirompenti sul tessuto economico italiano e sul delicato equilibrio tra misure emergenziali e libertà individuali — ma che, nella narrazione più levigata, tende a ridursi a un semplice esercizio di “buona gestione”.</p>
<p>Senza dimenticare il capitolo del Superbonus. Nato sotto il suo predecessore, ai tempi del governo Conte II, viene poi prorogato e ampliato anche dall’esecutivo guidato da Draghi. Una misura che, da incentivo edilizio, si trasforma rapidamente in uno dei casi più emblematici di politica fiscale espansiva: nella versione ufficiale, un volano per la crescita; nella pratica, un <strong>dossier sempre più ingombrante</strong> per i conti pubblici.</p>
<p>E così il contrasto si fa inevitabile: da un lato il “Carlo Magno” europeo, celebrato per aver stabilizzato l’euro nei momenti più critici e per aver indicato una traiettoria possibile all’Unione; dall’altro, una biografia politica decisamente <strong>meno marmorea</strong>, fatta di snodi controversi, decisioni discutibili e conseguenze che continuano a pesare — anche quando la narrazione ufficiale preferisce voltarsi dall’altra parte.</p>
<p>Così, mentre ad Aquisgrana <strong>si lucidano le medaglie</strong> e si rifinisce la statua del salvatore della moneta unica, il resto della storia — quella più complessa, meno celebrativa e molto meno utile al racconto — continua a restare accuratamente ai margini della cornice.</p>
<p>Salvatore di Bartolo, 30 maggio 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/da-carlo-magno-a-supermario-cosi-leuropa-trasforma-draghi-in-una-leggenda-intoccabile/">Da Carlo Magno a SuperMario: così l’Europa trasforma Draghi in una leggenda intoccabile</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>John Elkann: l’uomo che sta svuotando i simboli dell&#8217;industria italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvatore Di Bartolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 May 2026 10:30:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Ferrari Luce]]></category>
		<category><![CDATA[john elkann]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalla Fiat alla Ferrari, da Juventus a Repubblica: come la gestione della galassia Agnelli-Elkann solleva dubbi sul futuro dell’industria e dell’identità italiana</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/john-elkann-luomo-che-sta-svuotando-i-simboli-dellindustria-italiana/">John Elkann: l’uomo che sta svuotando i simboli dell&#8217;industria italiana</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è stato un tempo in cui i grandi marchi dell’industria italiana avevano un’identità precisa. <strong>Fiat</strong> significava produzione e lavoro. <strong>Ferrari</strong> evocava passione, velocità, genio meccanico. Maserati rappresentava eleganza sportiva. La Juventus incarnava una cultura sportiva vincente. Repubblica e La Stampa erano centri di influenza culturale e politica.</p>
<p>Oggi, invece, osservando ciò che è diventato il mondo costruito attorno alla <strong>galassia Agnelli-Elkann</strong>, emerge una sensazione sempre più netta: non siamo davanti a una strategia di rilancio, ma a una lunga e silenziosa operazione di liquidazione.</p>
<p>Non una liquidazione formale, naturalmente. Nessuno chiude davvero i marchi. Nessuno spegne le insegne. Al contrario: i brand restano vivi, continuano a fatturare, vengono valorizzati finanziariamente. Ma nel frattempo perdono progressivamente ciò che li aveva resi unici: <strong>identità, radicamento,</strong> funzione industriale, riconoscibilità culturale. È questa la vera cifra della gestione Elkann.</p>
<p><strong>John Elkann non ragiona come un industriale novecentesco.</strong> Non costruisce sistemi produttivi, non difende filiere nazionali, non sviluppa una visione industriale italiana. Ragiona piuttosto come un gestore globale di asset: ottimizza, razionalizza, aggrega, scorpora, vende. In questa logica, i marchi non sono simboli da custodire, ma strumenti finanziari da valorizzare, alleggerire o cedere al momento opportuno.</p>
<p>La parabola della Fiat è forse il caso più emblematico. Per oltre un secolo è stata il cuore dell’industria italiana. Oggi il marchio sopravvive dentro Stellantis come una componente di un conglomerato multinazionale senza identità nazionale. Le fabbriche italiane vengono progressivamente ridimensionate,<strong> la produzione arretra,</strong> i centri decisionali si allontanano. La Fiat non è stata chiusa: è stata dissolta lentamente dentro una struttura globale in cui l’Italia pesa sempre meno.</p>
<p>Lo stesso schema si è visto con<a href="https://www.nicolaporro.it/che-strano-il-silenzio-di-landini-sulla-panda-in-serbia/" target="_blank" rel="noopener"><strong> Magneti Marelli</strong></a>, uno dei gioielli tecnologici italiani nel settore automotive. Venduta. Un patrimonio industriale costruito in decenni trattato come un asset sacrificabile dentro una più ampia operazione finanziaria.</p>
<p>Poi Comau. Una delle eccellenze europee nella robotica e nell’automazione industriale, settore strategico nel mondo dell’intelligenza artificiale e della manifattura avanzata. Invece di diventare <strong>il pilastro</strong> di una grande politica industriale italiana, è stata progressivamente separata e destinata alla vendita.</p>
<p><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/john-elkann-re-mida-al-contrario/" target="_blank" rel="noopener">John Elkann, re Mida al contrario</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/ci-voleva-del-talento-per-fare-una-ferrari-cosi-brutta/" target="_blank" rel="noopener">Ci voleva del talento per fare una Ferrari così brutta</a></li>
</ul>
<p>E ancora Iveco, altro storico simbolo dell’industria italiana, prima scorporato in due divisioni e poi ceduto. Il metodo è sempre identico: <strong>si scorpora, si razionalizza, si vende</strong>. Pezzo dopo pezzo. Marchio dopo marchio. Non esiste più un’idea di sistema industriale italiano. Esiste soltanto un portafoglio di asset da amministrare.</p>
<p>Ma il punto più interessante è che la stessa dinamica investe anche realtà che non appartengono direttamente al mondo industriale. La Juventus, ad esempio, appare da anni prigioniera di una <strong>gestione senz’anima:</strong> enormi investimenti economici, continui cambi di strategia, ossessione per il marketing globale e risultati sportivi troppo spesso inferiori alle aspettative.</p>
<p>Nel settore editoriale, poi, la parabola è ancora più simbolica. <strong>La Repubblica e La Stampa</strong> sono state progressivamente svuotate fino alla cessione. Anche qui la logica è stata quella della gestione finanziaria: razionalizzare, scorporare, vendere.</p>
<p>E poi c’è <strong>Ferrari</strong>. Il marchio più iconico d’Italia continua a produrre utili straordinari e a rappresentare un gigante del lusso mondiale. Ma proprio qui emerge il nodo culturale della questione. Sempre più appassionati hanno la sensazione che Ferrari stia smarrendo la propria anima per trasformarsi definitivamente in un marchio premium globale governato dalle logiche della finanza e del marketing internazionale.</p>
<p>Le recenti scelte stilistiche e industriali hanno accentuato questa percezione. Non è soltanto una questione estetica. È il timore che Ferrari venga progressivamente <strong>separata dalla cultura tecnica,</strong> sportiva ed emotiva che l’aveva resa un mito irripetibile.</p>
<p>Ed è qui che emerge la vera domanda politica e culturale: cosa resta di un Paese quando i suoi grandi marchi vengono trasformati in semplici <strong>strumenti finanziari?</strong></p>
<p>Perché il problema non è la modernizzazione. Nessuno pretende di tornare indietro di decenni. Il problema è un altro: quando ogni scelta viene subordinata esclusivamente alla logica finanziaria, inevitabilmente si perde qualcosa che non può essere misurato in un bilancio trimestrale. Si perdono identità, visione industriale, orgoglio e legame con il territorio.</p>
<p>E forse è proprio questa la sensazione che cresce oggi attorno alla figura di John Elkann: quella di un uomo che non sta guidando la trasformazione dei grandi marchi italiani, ma il loro progressivo <strong>smantellamento</strong>.</p>
<p>Salvatore di Bartolo, 29 maggio 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/john-elkann-luomo-che-sta-svuotando-i-simboli-dellindustria-italiana/">John Elkann: l’uomo che sta svuotando i simboli dell&#8217;industria italiana</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Ferrari elettrica, sciagurata marchetta green. Ma il mercato è più intelligente</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/ferrari-elettrica-sciagurata-marchetta-green-ma-il-mercato-e-piu-intelligente/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bernaudo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2026 10:32:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[ferrari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una Ferrari senza rombo è come un concerto senza musica, un Brunello analcolico, una birra calda. Non sono bastati nemmeno il Papa e il Capo dello Stato con le loro benedizioni istituzionali, perché il mercato ha una liturgia tutta sua e gli azionisti non concedono indulgenze. Alla fine, come sempre, per questa sciagurata marchetta green [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/ferrari-elettrica-sciagurata-marchetta-green-ma-il-mercato-e-piu-intelligente/">Ferrari elettrica, sciagurata marchetta green. Ma il mercato è più intelligente</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Una <strong>Ferrari</strong> senza rombo è come un concerto senza musica, un Brunello analcolico, una birra calda. Non sono bastati nemmeno il Papa e il Capo dello Stato con le loro benedizioni istituzionali, perché il mercato ha una liturgia tutta sua e gli azionisti non concedono indulgenze.</p>
<p>Alla fine, come sempre, per questa <strong>sciagurata marchetta green</strong> è arrivato il conto: un tonfo da 5 miliardi, perché puoi convincere giornalisti, influencer e burocrati, puoi corrompere politici e sguinzagliare lobbisti, ma convincere clienti e azionisti è un altro sport.</p>
<p>Adoro il mercato.</p>
<p>Andrea Bernaudo, 28 maggio 2026</p>
<p><strong>Leggi anche:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/ci-voleva-del-talento-per-fare-una-ferrari-cosi-brutta/">Ci voleva del talento per fare una Ferrari così brutta</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/ef-economia/ferrari-luce-borsa-prezzo-record-elettrico-analisi/">Ferrari: perché la nuova elettrica delude il mercato</a></li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/ferrari-elettrica-sciagurata-marchetta-green-ma-il-mercato-e-piu-intelligente/">Ferrari elettrica, sciagurata marchetta green. Ma il mercato è più intelligente</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Ci voleva del talento per fare una Ferrari così brutta</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/ci-voleva-del-talento-per-fare-una-ferrari-cosi-brutta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvatore Di Bartolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2026 10:16:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[ferrari]]></category>
		<category><![CDATA[john elkann]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La nuova "Luce", interamente elettrica, viene contestata e non convince il mercato. Il problema: le manca tutta l'identità italiana del cavallino</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/ci-voleva-del-talento-per-fare-una-ferrari-cosi-brutta/">Ci voleva del talento per fare una Ferrari così brutta</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ci voleva talento. Perché riuscire a dissipare in meno di vent’anni un patrimonio economico, culturale, simbolico e popolare costruito dalla famiglia Agnelli in oltre un secolo sembrava impossibile. E invece <strong>John Elkann</strong>, con pazienza notarile e freddezza finanziaria, è riuscito nella titanica impresa.</p>
<p>L’ultima fotografia di questo declino ha quattro ruote e un nome che sembra uscito da un brainstorming senz’anima: “Ferrari Luce”. Un prodotto che, per molti appassionati, rappresenta l’esatto opposto di ciò che Ferrari è stata nella sua storia: visceralità, ossessione meccanica, eleganza feroce, <strong>identità italiana.</strong> E non è soltanto una questione estetica. È la sensazione che anche l’ultimo tempio rimasto intatto dell’universo Agnelli stia diventando un marchio globale senz’anima, progettato più per gli algoritmi della finanza che per gli uomini che hanno il Cavallino nel sangue.</p>
<p>Ed è qui il punto: John Elkann non ha ereditato semplicemente delle aziende. <strong>Ha ereditato dei simboli</strong>. E i simboli non si amministrano come un fondo d’investimento.</p>
<p>La galassia costruita dagli Agnelli era piena di contraddizioni, certo. Ma possedeva una forza precisa: produceva identità. Fiat era Torino. <strong>Ferrari era il mito italiano della velocità</strong>. Lancia rappresentava l’ingegneria raffinata e sperimentale. Alfa Romeo era passione meccanica e sportività popolare. Juventus era insieme popolo, potere e ossessione per la vittoria. Persino <em>Repubblica</em> e <em>La Stampa</em> incarnavano un pezzo riconoscibile del dibattito culturale e politico italiano.</p>
<p><strong>Leggi anche:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/ef-economia/ferrari-luce-borsa-prezzo-record-elettrico-analisi/">Ferrari: perché la nuova elettrica delude il mercato</a></li>
</ul>
<p>Oggi basta guardare l’elenco delle realtà passate sotto la gestione Elkann per cogliere il senso di un declino generale: Fiat, Lancia, Alfa Romeo, Maserati, Magneti Marelli, Comau, Iveco, Juventus, Scuderia Ferrari, <em>Repubblica,</em> <em>La Stampa</em>. Realtà diversissime tra loro, ma accomunate da una sensazione sempre più evidente: <strong>perdita di identità, ridimensionamento, alienazione dal proprio pubblico storico,</strong> smarrimento della propria funzione originaria. Come se tutto ciò che tocca la galassia Elkann finisse lentamente trasformato in qualcosa di più freddo, più globale, più finanziario e inevitabilmente più vuoto.</p>
<p>Il problema, però, non è soltanto economico. È culturale.</p>
<p>Gli Agnelli — con tutti i loro limiti — avevano un’ambizione quasi monarchica: lasciare un segno nella storia italiana. E<strong>lkann sembra invece incarnare il paradigma del manager contemporaneo</strong>: minimizzare il rischio, internazionalizzare tutto, neutralizzare i conflitti, compiacere i mercati. Ma aziende come Ferrari o Juventus non possono essere gestite soltanto con la logica del rating e della governance. Perché vivono di passione, identità, appartenenza. Ed è infatti questo il sentimento sempre più diffuso tra ex dipendenti, tifosi, appassionati e osservatori: alienazione.</p>
<p>Ferrari non viene contestata perché evolve. <strong>Ferrari viene contestata quando sembra smettere di sapere cosa sia</strong>. È una differenza enorme. Nessun ferrarista pretende di vivere nel 1975. Ma chi ama Ferrari pretende che il marchio continui a trasmettere ciò che Enzo Ferrari aveva costruito: ossessione tecnica, brutalità competitiva, bellezza irripetibile. Quando invece il prodotto appare pensato soprattutto per soddisfare mercati, trend ESG, focus group e investitori internazionali, allora si rompe qualcosa.</p>
<p>E il paradosso finale è che John Elkann verrà probabilmente celebrato dai mercati come un manager razionale, prudente, moderno. Bilanci, fusioni, valorizzazioni finanziarie, governance globale: tutto impeccabile. Ma la storia industriale non si misura soltanto con i report trimestrali. <strong>Si misura con ciò che sopravvive nell’immaginario collettivo</strong>.</p>
<p>E, sotto questo aspetto, l’impressione è devastante: l’uomo che avrebbe dovuto custodire l’eredità Agnelli passerà probabilmente alla storia come colui che l’ha svuotata dall’interno, lentamente, elegantemente, irreversibilmente.</p>
<p>Salvatore Di Bartolo, 27 maggio 2026</p>
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		<title>Lagarde e l&#8217;ossessione per le regole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2026 07:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Christine Lagarde]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Ue si auto-impone vincoli mentre il mondo corre. Nelle economie aperte, le regole devono respirare. Se non respirano, soffocano</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In Europa c’è una strana liturgia: gli Stati chiedono flessibilità, la Bce risponde con un “no” che sembra pre-registrato. È successo di nuovo. L’Italia – insieme ad altri Paesi – chiede <strong>una deroga al Patto di stabilità</strong>. <strong>Christine Lagarde</strong>, senza nemmeno prendere fiato, ribadisce: “Attenersi alle regole”.</p>
<p>Regole. Parola magica. O meglio: parola comoda. Perché quelle regole non sono leggi di natura, ma <strong>numeri inventati a tavolino trent’anni fa</strong>, quando l’economia correva con un motorino e non con un razzo. Eppure vengono trattate come se fossero scolpite sul marmo.</p>
<p>La Lagarde difende il 3% e il 60% come se fossero <strong>formule di Einstein</strong>. Non lo sono. Sono convenzioni. E come tutte le convenzioni, funzionano finché servono. Quando diventano un freno, si cambiano. Punto.</p>
<p>Il paradosso è che l’Europa predica modernità, innovazione, transizione, resilienza… e poi resta inchiodata a parametri<strong> nati quando internet faceva rumore</strong>. Gli altri Paesi – Stati Uniti in testa – riscrivono le regole quando serve. Noi invece ci facciamo dire “no” da un algoritmo burocratico.</p>
<p>E allora la domanda è semplice: può un’istituzione indipendente impedire agli Stati di adattare le regole quando la realtà cambia?</p>
<p>Perché qui non si parla di capricci politici, ma di necessità. Di investimenti. Di crescita. Di evitare che l’Europa resti <strong>l’unico continente che si auto-impone vincoli</strong> mentre il resto del mondo corre. La verità è che la pianificazione rigida funziona solo nei sistemi chiusi. Nelle economie aperte, le regole devono respirare. Se non respirano, soffocano. E a soffocare non è la BCE: sono i cittadini.</p>
<p>Ezio Pozzati, 25 maggio 2026</p>
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		<title>C&#8217;è uno studioso che elogia l&#8217;economia di nazisti e comunisti cinesi</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/ce-uno-studioso-che-elogia-leconomia-di-nazisti-e-comunisti-cinesi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo Lottieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 May 2026 15:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[economia mista]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[nazismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La vera lezione dei totalitarismi, dal nazismo alla Cina comunista: lo Stato non abolisce il mercato, lo usa per dominare meglio</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In un thread avviato da uno statalista figlio di statalista (intellettuali persuasi che il socialismo sia l’orizzonte ultimo), trovo questa notazione: “Che l&#8217;<strong>economia mista</strong>, cioè in parte pubblica ed in parte privata, fosse migliore di quelle totalmente pubbliche o private era già stato constatato con la<strong> Germania nazista</strong>. Ed oggi ancora di più con il <strong>comunismo modello cinese</strong>. Non capisco il perché di errori così grossolani da parte di studiosi attenti e seri. Si erano tutti fatti irretire da chi e/o cosa?”.</p>
<p><strong>Mi colpiscono due cose</strong> in questa esaltazione dell’economia nazista tedesca e comunista cinese.</p>
<ol>
<li>La <strong>totale mancanza di rigore morale e intellettuale</strong> di chi, pur studioso di scienze sociali, crede che un mix di azioni giuridiche e rispettose dell’altro e azioni, invece, violente e aggressive sia da preferirsi a un ordine di giustizia.</li>
<li>L’<strong>incapacità a chiedersi</strong> per quale motivo i regimi più feroci e totalitari, e in qualche modo più efficaci nel conseguire tali risultati, abbiano proprio adottato quell’economia mista che riesce a corrompere i soggetti liberi, legandoli indissolubilmente a sé.</li>
</ol>
<p>Carlo Lottieri, 22 maggio 2026</p>
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		<title>La grande illusione della spesa pubblica: a guadagnarci sono i più forti</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/la-grande-illusione-della-spesa-pubblica-a-guadagnarci-sono-i-piu-forti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo Lottieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2026 10:30:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[Mamdani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nei sistemi democratici, tasse e spesa pubblica finiscono spesso per favorire chi ha più potere economico.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="0" data-end="358">In linea di massima, un’analisi realistica delle <strong>dinamiche politiche</strong> nei regimi rappresentativi mostra come la spesa pubblica sia prevalentemente a favore dei più forti, che sono in grado di orientarla a proprio vantaggio. Allo stesso tempo, le realtà economicamente più rilevanti riescono a farsi costruire un sistema fiscale favorevole ai propri interessi.</p>
<p data-start="360" data-end="599">Ovviamente questa è una considerazione molto generale e possono esservi eccezioni — per esempio forme di ridistribuzione dai ricchi ai poveri — ma, anche in questi casi, <strong>le grandi realtà economiche</strong> hanno sempre la possibilità di spostarsi. (<strong>Mamdani</strong> forse non lo sa, o finge di non saperlo, ma è così.)</p>
<p data-start="360" data-end="599"><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li data-start="360" data-end="599"><a href="https://www.nicolaporro.it/mamdani-e-gia-game-over/" target="_blank" rel="noopener">Mamdani è già game over</a></li>
</ul>
<p data-start="664" data-end="833" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Di conseguenza, chi difende <strong>l’espansione della spesa pubblica</strong> e della tassazione finisce, nella sostanza, per schierarsi dalla parte dei più forti e contro i più deboli.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/la-grande-illusione-della-spesa-pubblica-a-guadagnarci-sono-i-piu-forti/">La grande illusione della spesa pubblica: a guadagnarci sono i più forti</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>Questa locandina di FdI nasconde un trucco</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/questa-locandina-di-fdi-nasconde-un-trucco/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bernaudo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 13:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[fdi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nicolaporro.it/articoli/?p=319554</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’Italia continua a sopravvivere non grazie allo Stato ma nonostante lo Stato. Serve una rivoluzione liberale</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La locandina di <strong>Fratelli d’Italia</strong> che celebra il “7-0” del governo Meloni è un piccolo manuale di propaganda, ma col trucco. Il trucco infatti è tutto nella scelta dell’anno base: il 2022. L’anno della coda <strong>Covid</strong>, della crisi energetica, dell’inflazione esplosa, dei lockdown liberticidi, dei mercati nel panico e del caos economico internazionale epocale.</p>
<p>In pratica i Fratelli d’Italia <strong>prendono il momento peggiore degli ultimi decenni e lo usano per autocelebrarsi</strong> sul fisiologico rimbalzo successivo. Suvvia.. È come entrare in ospedale per farsi rianimare dopo un incidente quasi mortale e vantarsi mesi dopo perché il paziente è stato estubato.</p>
<p>Tutti i numeri della locandina poi diventano molto meno impressionanti appena si fa il confronto serio col 2018-2019, cioè con l’ultimo periodo economico normale pre-Covid. L’inflazione? Certo che oggi è più bassa rispetto al 2022. <strong>Ma nel 2019 era già praticamente a zero</strong>. Quindi non c’è nessun “miracolo Meloni”: è semplicemente rientrato lo shock globale, anche grazie alla stretta delle BCE. Lo spread? <strong>Qui la propaganda diventa quasi comica</strong>. Perché lo spread non è il voto scolastico del governo: è la differenza tra titoli italiani e tedeschi. E infatti può scendere anche perché peggiora la Germania o no? Negli ultimi anni hanno pesato grave crisi industriale tedesca, rallentamento dell’economia tedesca e rialzo dei Bund. <strong>Non è che improvvisamente l’Italia sia diventata Singapore o abbia scoperto Hayek</strong>.</p>
<p>Nel frattempo però c’è un dato che i Fratelli d’Italia evitano accuratamente di mettere nei manifesti: il debito pubblico. Rispetto al 2019 è peggiorato. Eravamo intorno al 134,8% del PIL, oggi siamo ancora oltre il 137%. Cioè dopo anni di bonus, PNRR, spesa pubblica record e propaganda patriottica, il macigno statale è più grande di prima. E la crescita? <strong>Nel 2018 l’Italia cresceva circa dello 0,9%. Oggi viaggiamo intorno allo 0,5%</strong>, altro peggioramento, rispetto ad una situazione stagnante da decenni.</p>
<p>Dov’è il boom economico?</p>
<p>La borsa vola? Certo. <strong>Ma sono salite quasi tutte le borse occidentali</strong>. Nel frattempo il Paese reale continua a soffocare sotto pressione fiscale record, costo del lavoro, burocrazia e dirigismo. La disoccupazione è più bassa rispetto al pre-Covid ed è probabilmente il dato migliore che il governo possa rivendicare. Ma anche qui basta guardare sotto il tappeto: salari reali erosi, produttività stagnante, sempre più giovani emigrano e milioni di inattivi fuori dal mercato del lavoro.</p>
<p>Ma il “7-0” diventa quasi involontariamente satirico: dopo anni di governi di destra, sinistra, tecnici, europeisti e sovranisti il modello economico italiano è rimasto identico: più Stato, più spesa pubblica, più debito, più tasse, più burocrazia, più interventismo.<strong> Nessuna vera rivoluzione liberale. Nessuna drastica riduzione del peso pubblico</strong>. Nessuna liberalizzazione. Nessuna motosega contro il Leviatano statale.</p>
<p>L’Italia continua a sopravvivere non grazie allo Stato o a questo Governo, ma nonostante lo Stato e nonostante questo Governo. La soluzione non è fare propaganda sui rimbalzi post-Covid. Questa maggioranza di governo<strong> non può continuare a vivere di rendita</strong> perché dall’altra parte c’è una delle peggiori sinistre d’Europa e il partito della patrimoniale.</p>
<p>La soluzione è <strong>liberare finalmente l’economia italiana dalla zavorra pubblica</strong> che la soffoca da decenni e dalla prepotenza dei partiti politici dominanti che invadono l’economia per ingrassare le proprie fila e aumentare il proprio potere di controllo.</p>
<p>Andrea Bernaudo, 13 maggio 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/questa-locandina-di-fdi-nasconde-un-trucco/">Questa locandina di FdI nasconde un trucco</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>Dall&#8217;Ue arriva la &#8220;exit tax&#8221;: paghi pure se cambi residenza</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/dallue-arriva-la-exit-tax-paghi-pure-se-cambi-residenza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bernaudo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2026 10:14:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il dossier da incubo dell'Europa di cui nessuno parla: vogliono abolire la competizione fiscale tra Stati. Ed è un pericolo</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/dallue-arriva-la-exit-tax-paghi-pure-se-cambi-residenza/">Dall&#8217;Ue arriva la &#8220;exit tax&#8221;: paghi pure se cambi residenza</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è “più Europa”. È più cappio fiscale coordinato. Non è un’opinione mia o degli “euro-scettici” , lo hanno scritto nero su bianco nei documenti della Commissione europea. Nel report ufficiale sulla “wealth taxation” pubblicato ad aprile 2026 (DG TAXUD), si parte da una premessa chiarissima: <strong>le imposte su patrimoni, successioni e trasferimenti </strong>sono state “erose” negli ultimi decenni e<strong> vanno rafforzate</strong>. Perché &#8211; testuale &#8211; c’è un enorme trasferimento di ricchezza in arrivo dalla generazione dei <em>baby boomers</em>. Una nuova base imponibile da intercettare. Sembra di vivere un incubo. Ma nel documento i nostri eurotartassatori lo spiegano bene, lo faranno in modo chirurgico: registri patrimoniali di alta qualità, scambio automatico di informazioni sempre più esteso, unità specializzate sugli <em>high net worth individuals</em>, <em>enforcement</em> rafforzato, cooperazione internazionale strutturata. Uno scenario che avrebbe fatto impallidire George Orwell.</p>
<p>Ma continuano… perché serve una “exit tax coordinate”, per <strong>tassare anche i guadagni quando cambi residenza</strong>. Non potrai più sfuggire al cappio fiscale, non importa dove vai, il sistema ti controlla, ti segue e ti espropria del frutto dei tuoi risparmi e del tuo lavoro. Non hanno in mente solo una patrimoniale europea unica, ma <strong>qualcosa di più raffinato e diabolico</strong>: la costruzione di un’infrastruttura che rende progressivamente inutile la concorrenza fiscale tra Stati. Quella che qui in Italia i nostri sedicenti liberali e liberal chiamano dolcemente “l’armonizzazione fiscale”.</p>
<p>E qui sta la grande truffa politica!</p>
<p>Da anni ci raccontano che <strong>l’armonizzazione fiscale serve a “livellare il campo”</strong> ad evitare il dumping fiscale dei paesi “canaglia”. In realtà le canaglie sono questi esattori europei che intendono eliminare l’unico limite al potere fiscale degli Stati: la possibilità che tu possa scegliere un altro ordinamento. Se tutti tassano allo stesso modo, non puoi più nemmeno scappare. <strong>Negli Stati Uniti la competizione fiscale è fisiologica</strong>. Un punto fermo ed irrinunciabile. In Europa è vista come un problema da eliminare e ormai sono pronti.</p>
<p>Il linguaggio dei documenti è chiarissimo: <strong>la mobilità dei contribuenti</strong> è un rischio per il gettito. Va gestita, ridotta, neutralizzata. Dalla ideologia dirigista e predatoria alla tecnica raffinata, il gioco è fatto. E l’Italia? È il candidato perfetto per essere spremuto. Un Paese con pressione fiscale tra le più alte d’Europa, debito strutturalmente fuori scala e un patrimonio privato accumulato dalla <strong>propensione al risparmio dei contribuenti</strong>.</p>
<p>Case, risparmi, successioni: la vera base, il bottino imponibile. E qui arriva il paradosso politico italiano. Mentre tutto questo viene scritto nei documenti ufficiali europei, <strong>i sedicenti “liberali” italiani che fanno</strong>? Continuano a invocare “più Europa”. Da Forza Italia ad Azione, passando per l’area liberal-democratica, la linea è sempre stata la stessa: più integrazione, più coordinamento, più armonizzazione. <strong>Cioè esattamente ciò che riduce la concorrenza fiscale.</strong> Questa è una contraddizione strutturale gravissima un cancro che deve essere estirpato.<br />
Perché senza concorrenza tra Stati: non c’è limite al prelievo, non c’è alternativa per cittadini e imprese e non c’è un freno al Leviatano.</p>
<p>Nel Parlamento europeo esistono forze che su questo punto sono più nette: il gruppo European Conservatives and Reformists Group, partiti come Alternative für Deutschland, ma la verità è che questa battaglia non è centrale e che anche <strong>questi partiti non combattono come dovrebbero</strong>. E senza una battaglia centrale e frontale, la direzione è già scritta.</p>
<p>Per questo il punto 1 del programma dei Liberisti Italiani è l’unico che va al cuore del problema: difendere la <strong>concorrenza fiscale tra Stati</strong> e fermare l’armonizzazione fiscale. Perché alla fine è tutto lì. O gli Stati competono, oppure si coordinano per tassarti ovunque tu sia. E in Europa hanno già scelto, con la complicità dei sedicenti “liberali” e liberal di casa nostra.</p>
<p>Andrea Bernaudo, 5 maggio 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/dallue-arriva-la-exit-tax-paghi-pure-se-cambi-residenza/">Dall&#8217;Ue arriva la &#8220;exit tax&#8221;: paghi pure se cambi residenza</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il “grande successo” dei governi italiani? 400 miliardi e un’economia ferma</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/il-grande-successo-dei-governi-italiani-400-miliardi-e-uneconomia-ferma/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/il-grande-successo-dei-governi-italiani-400-miliardi-e-uneconomia-ferma/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bernaudo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 16:58:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[pnrr]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il primato? Sì quello dei falliti, dei buffaroli e degli accattoni</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/il-grande-successo-dei-governi-italiani-400-miliardi-e-uneconomia-ferma/">Il “grande successo” dei governi italiani? 400 miliardi e un’economia ferma</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra bonus nazionali e fondi europei (<strong>PNRR</strong>) i governi italiani degli ultimi anni hanno fatto arrivare in Italia finora circa <strong>400 miliardi di euro,</strong> se ne sono vantati e se ne vantano come successi mirabolanti, per il “bene comune”. Tutti soldi che avrebbero dovuto “rilanciare l’economia”, “sostenere la crescita” e bla bla bla.</p>
<p>Invece<strong> ci hanno solo indebitato</strong>, distorcendo la concorrenza ed il mercato con operazioni di pianificazione politica e dirigismo economico. Hanno dimostrato ancora una volta quanto <strong>siano fallimentari le loro idee</strong> sull’intervento pubblico nell’economia, sulle pianificazioni centraliste e sull’illusione che lo Stato possa sostituirsi al mercato.</p>
<p>Governi di sinistra, di centro, di destra e a 5 stelle. Un unico blocco. <strong>il partito del “+ Stato!”.</strong></p>
<p>Intanto lo stock del <strong>debito pubblico italiano</strong> continua a crescere e si avvia ad essere il più alto dell’area Euro, mentre la crescita è inesistente: le previsioni parlano di uno 0,5% scarso, la metà della media europea, che già è lontana anni luce dalle economie che corrono davvero. Ma quale primato?</p>
<p>Andrea Bernaudo, 1° maggio 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/il-grande-successo-dei-governi-italiani-400-miliardi-e-uneconomia-ferma/">Il “grande successo” dei governi italiani? 400 miliardi e un’economia ferma</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Affitti e condomini, politica fermati: non servono nuove leggi, ma meno leggi</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/affitti-e-condomini-politica-fermati-non-servono-nuove-leggi-ma-meno-leggi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Spaziani Testa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2026 09:30:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[contratti di locazione]]></category>
		<category><![CDATA[immobiliare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nicolaporro.it/articoli/?p=316881</guid>

					<description><![CDATA[<p>Semplificare conviene: più spazio a autonomia privata, giurisprudenza e contrattazione</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/affitti-e-condomini-politica-fermati-non-servono-nuove-leggi-ma-meno-leggi/">Affitti e condomini, politica fermati: non servono nuove leggi, ma meno leggi</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In campo <strong>immobiliare</strong> giungono frequentemente – da parte di esponenti politici e di associazioni varie – mirabolanti propositi di riforme più o meno salvifiche su questa o su quella parte della legislazione, dal condominio agli affitti. La realtà è che – come accade in molti altri settori – in tema di immobili non occorrono ulteriori leggi, ma semmai meno leggi.</p>
<p>Restiamo ai due esempi fatti: quelli del <strong>condominio</strong> e degli <strong>affitti</strong> (ma il discorso è il medesimo per altre materie).</p>
<p>Sul condominio<strong> non c&#8217;è particolare necessità di introdurre nuove regole</strong>. La normativa non è certo perfetta (non lo era prima della riforma del 2012, non lo è dopo il suo varo), ma l’esperienza dimostra che, per migliorare il funzionamento della vita condominiale, sono più efficaci, da un lato, le elaborazioni della giurisprudenza e, dall’altro, un’attenta cura dei regolamenti: piccole costituzioni private, fondate sull’autonomia dei proprietari, che sostituiscono l’imposizione esterna attraverso regole condivise e responsabilità reciproca.</p>
<p>Del resto, chi propone nuove leggi sul punto – anche qui soccorre l’esperienza – è solitamente animato da interessi corporativi o economici. Così le proposte finiscono per risolversi quasi sempre in <strong>richieste di albi e registri ad excludendum,</strong> di obblighi e certificazioni di vario genere a vantaggio di professionisti e imprese in cerca di lavoro garantito, e così via. Meglio di no.</p>
<p>Stesso discorso per la locazione. <strong>La legge del 1998 sugli affitti abitativi</strong> funziona bene (altra cosa è il tema degli sfratti, che abbisogna comunque di snellimenti, non già di nuove norme, e il Governo sta per intervenire in questa direzione). E funziona sia nella parte dei contratti liberi, sia in quella affidata alla trattativa fra associazioni dei proprietari e sindacati degli inquilini.</p>
<p><strong>I contratti a canone concordato</strong>, in particolare, continuano a rispondere all’esigenza per la quale furono pensati: quella di portare – attraverso il confronto fra i rappresentanti delle due parti contrattuali – a una risposta equilibrata ed efficace alle esigenze abitative di fasce di popolazione prive sia delle risorse per affrontare i canoni di mercato, sia dei requisiti per rivolgersi all’edilizia economica e popolare. In assenza di un Milei italiano, meglio non rischiare di peggiorare la situazione.</p>
<p>Semmai c’è da intervenire sulla normativa del 1978 in tema di <strong>locazioni commerciali.</strong> Ma, ancora una volta, non per regolamentare, bensì per deregolamentare. Come ha appena fatto il decreto-legge 25, che ha stabilito la non applicazione delle norme in materia di locazioni di immobili a uso diverso dall’abitativo contenute nella legge n. 392 del 1978, a vantaggio di quelle del Codice civile, ai contratti stipulati dai titolari di attività economiche colpite dagli eventi meteorologici verificatisi a partire dal 18 gennaio 2026. Il tutto, all’evidente fine di facilitare l’apertura di nuove attività, superando le ingessature di una normativa ipervincolistica. <strong>Servono meno leggi, non più leggi.</strong></p>
<p>Giorgio Spaziani Testa, 30 aprile 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/affitti-e-condomini-politica-fermati-non-servono-nuove-leggi-ma-meno-leggi/">Affitti e condomini, politica fermati: non servono nuove leggi, ma meno leggi</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>Conte, c’è la “sentenza”: il 3% sforato per il Superbonus</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 15:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[corte dei conti]]></category>
		<category><![CDATA[Dfp]]></category>
		<category><![CDATA[superbonus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Corte dei Conti certifica: il deficit non rientra sotto il 3% nel 2025 e il superbonus pesa ancora sui conti pubblici. La propaganda è finita, resta il conto.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La<strong> Corte dei Conti</strong> ha appena certificato una verità che per anni è stata coperta da slogan, spot televisivi e narrazioni tossiche: il <strong>Superbonus</strong> continua a pesare come un macigno sui conti dello Stato. E mentre qualcuno ancora racconta la favola del “moltiplicatore”, dei “posti di lavoro creati” e del “costo zero”, i numeri dicono una cosa molto più semplice: <strong>il conto lo stanno pagando i contribuenti</strong>. E soprattutto c&#8217;è un dettaglio che fa la differenza: non è solo il ministro Giorgetti a puntare il dito contro la folle misura voluta da Giuseppe Conte e dai giallorossi, ma la Corte dei Conti.</p>
<p>L’audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato è stata, per chi ha voglia di leggere oltre i tecnicismi, una vera pietra tombale su <strong>una delle operazioni più dissennate mai concepite in materia fiscale</strong>. La Corte spiega infatti che l’Italia nel 2025 non riuscirà a riportare il deficit sotto il 3 per cento del Pil, soglia simbolica e sostanziale prevista dalle regole europee. “Nel confronto con le stime del documento programmatico di finanza pubblica, aggiornate in occasione della NTI 26-28, il dato di consuntivo del 2025 evidenzia un peggioramento del livello di indebitamento, di circa 0,1 punti percentuali di Pil (per poco meno di 600 milioni)&#8221;, spiega la Corte: &#8220;Tale peggioramento, rispetto alla stima precedente, non consente di raggiungere il traguardo della discesa al di sotto del parametro europeo del 3 per cento del Prodotto, rinviando all’esercizio successivo il momento di uscita dalla procedura di disavanzo eccessivo”. Traduzione simultanea dal burocratese: non ce la facciamo. Ancora una volta. E non ce la facciamo perché la spesa pubblica continua a correre più delle entrate. Lo Stato incassa di più, ma spende ancora di più. Il classico schema italiano: quando arriva ossigeno, non si usa per ridurre il debito o abbassare le tasse, si usa per alimentare la spesa.</p>
<p>Ma la parte più interessante arriva dopo, quando la Corte individua con precisione una delle cause di questo scostamento: “L’accelerazione della spesa primaria è ricollegabile sostanzialmente alla componente in conto capitale (+11,6 miliardi) e riguarda, in primo luogo, i contributi agli investimenti, rivisti al rialzo di 6,1 miliardi per effetto della maggiore spesa legata ai <strong>bonus edilizi</strong>; va tuttavia segnalato anche l’andamento particolarmente positivo degli investimenti fissi lordi (3,5 miliardi), anche sotto la spinta dei programmi Pnrr, e delle altre spese in conto capitale (+2 miliardi)”. Eccolo lì, il convitato di pietra. Il Superbonus. O meglio, l’universo dei bonus edilizi costruito negli anni come se il bilancio pubblico fosse una carta di credito senza plafond. La verità è che questa misura è stata la sintesi perfetta del peggior statalismo italiano: si decide dall’alto chi deve spendere, in cosa deve spendere, come deve spendere, e poi si promette che paga Pantalone. Solo che Pantalone, alla fine, siamo noi. Il Superbonus non è stato capitalismo, non è stato libero mercato, non è stata crescita. È stata spesa pubblica mascherata da incentivo fiscale.</p>
<p>La Corte dei conti lo dice con toni istituzionali, ma<strong> il significato è devastante:</strong> “Sul superbonus le analisi che si sono sviluppate nelle ultime settimane sono molteplici. E’ indubbio che la misura, per come è nata, non ha permesso sin dall’inizio di avere un precisione dei dati, anche se sono stati introdotti correttivi nel corso degli anni”. Una frase che dovrebbe far arrossire chiunque abbia difeso quel modello. Non “ha avuto qualche eccesso”. Non “è stata perfettibile”. No. Non ha consentito fin dall’inizio di avere precisione dei dati. In sostanza: nessuno sapeva quanto sarebbe costata davvero. Si è legiferato al buio, con il bilancio dello Stato come cavia. Una follia che in qualunque azienda privata avrebbe prodotto licenziamenti immediati.</p>
<p>Per anni ci hanno raccontato che il Superbonus si autofinanziava grazie al gettito Iva, all’emersione del nero, all’aumento del Pil. La famosa teoria del <strong>“si ripaga da solo”</strong>. Era la versione edilizia dell’albero delle monete. Peccato che nel frattempo il costo complessivo sia lievitato a livelli enormi, ben oltre le stime iniziali, come ampiamente documentato. E mentre il debito saliva, il mercato dell’edilizia veniva drogato: prezzi dei materiali esplosi, manodopera introvabile, lavori gonfiati, truffe seriali, imprese nate e sparite nel giro di pochi mesi. <strong>Il danno non è stato soltanto contabile. È stato culturale</strong>. Perché ha rafforzato l’idea tossica che in Italia si possa crescere non producendo di più, ma ottenendo un bonus. Non innovando, ma intercettando sussidi. Non competendo, ma fatturando allo Stato. È la mentalità assistita elevata a modello economico. Certo, adesso la Corte prova a chiudere con una nota di speranza: “Si va sempre più riducendo l’importo che non è sotto controllo. Sembrerebbe che siamo verso una coda finale”. Bene. Meglio tardi che mai. Ma attenzione: la coda finale dei costi non cancella il danno già fatto.</p>
<p>E qui si apre il capitolo politico, perché da mesi M5s e Pd accusano il governo di non saper gestire i conti, di rallentare il Paese, di essere incapace perfino di uscire dalla procedura di infrazione. Il solito repertorio dell’opposizione: scaricare sul presente i guasti del passato. Ma la Corte dei Conti, con la freddezza dei numeri, certifica esattamente ciò che il ministro Giorgetti ripete da tempo: se oggi l’Italia fatica a rientrare nei parametri europei e a chiudere la stagione del disavanzo eccessivo, una delle ragioni decisive è il peso dei bonus edilizi. E chi quei bonus li ha voluti, difesi, ampliati e trasformati in bandiera politica? Giuseppe Conte e il Movimento 5 Stelle, con il Pd spesso in comoda scia. Insomma, chi oggi grida allo scandalo per i ritardi del governo dovrebbe prima spiegare il disastro che ha lasciato in eredità.</p>
<p>Non si tratta di una sortita di un esponente del governo, di una reazione del ministro Giorgetti o della stilettata di un leader di partito. La Corte dei Conti certifica che <strong>se non possiamo uscire dalla procedura di infrazione lo dobbiamo al Superbonus</strong>. E quindi M5s, Pd e compagnia cantante dovrebbero guardarsi allo specchio e provare a evitare ulteriori figuracce. Perchè i bonus edilizi hanno avuto e continuano ad avere effetti devastanti sul nostro Paese. E accusare il centrodestra delle problematiche attuali non solo è ridicolo, ma anche patetico.</p>
<p><strong>Leggi anche:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/ef-economia/superbonus-deficit-istat-giorgetti-procedura-ue/">Perché l’Italia supera il deficit/pil? Il M5S chieda a Conte: “Colpa del superbonus”</a></li>
</ul>
<p>Perché ogni miliardo bruciato in un incentivo mal congegnato è un miliardo sottratto a impieghi migliori. Meno tasse sul lavoro. Meno investimenti strutturali. Più risorse per sanità e sicurezza. Più spazio per sostenere chi è davvero in difficoltà. Invece abbiamo scelto di finanziare cappotti termici pagati anche oltre il loro costo reale e ristrutturazioni con rendimento spesso privato e beneficio pubblico dubbio. Negli ultimi anni numerosi esperti hanno più volte evidenziato come il Superbonus sia diventato uno dei principali fattori di tensione sui conti pubblici italiani, costringendo poi i governi successivi a inseguire toppe normative, blocchi delle cessioni, correzioni continue e contenziosi. <strong>È il solito copione</strong>: la politica distribuisce consenso oggi, i tecnici raccolgono macerie domani. La lezione dovrebbe essere semplice, ma in Italia nulla è semplice: quando lo Stato promette pasti gratis, il conto arriva sempre. E di solito è molto più salato del previsto.</p>
<p>Franco Lodige, 28 aprile 2026</p>
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		<title>&#8220;Meno spesa vuol dire meno Europa&#8221;. Il piano di Ursula per l&#8217;Ue che verrà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 07:28:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Patto di Stabilità]]></category>
		<category><![CDATA[ue]]></category>
		<category><![CDATA[ursula Von der Leyen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Bruxelles dice no ad allentare il patto di stabilità, come chiesto di Italia e Spagna. E la Germania vuole spostare i fondi altrove</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Una frase di <strong>Ursula von der Leyen</strong> merita di essere letta con attenzione, perché dentro quelle poche righe c’è tutto il metodo europeo degli ultimi anni: <em>o pagate di più oppure avrete meno Europa.</em> Tradotto dal burocratese di Bruxelles: o gli Stati membri mettono altri soldi sul tavolo, oppure bisogna rinunciare a qualcosa. Il punto, naturalmente, è capire a cosa e soprattutto chi decide. &#8220;Senza nuove risorse proprie, la scelta è netta &#8211; ha detto Ursula -: maggiori contributi nazionali o minore capacità di spesa. Queste sono le uniche opzioni possibili. Una minore capacità di spesa significherebbe meno Europa proprio dove l’Europa ha bisogno di fare di più&#8221;.</p>
<p>Il <strong>nuovo bilancio</strong> pluriennale dell’Unione, quello che coprirà il periodo 2028-2034, vale circa 2 mila miliardi di euro. Una cifra enorme, quasi ipnotica, che però non risolve il problema politico di fondo: l’Europa continua ad allargare le proprie ambizioni senza aver mai chiarito fino in fondo chi deve sostenerne il costo e con quali priorità. Ogni sette anni si ripete lo stesso copione. Si convocano i leader, si alzano i toni, si evocano emergenze strategiche, e alla fine si apre la solita trattativa tra chi paga di più e chi riceve di più.</p>
<p>Da una parte ci sono i cosiddetti Paesi frugali, con Germania e Olanda in prima fila. Dall’altra i Paesi che difendono la Politica agricola comune e i fondi di coesione, tra cui Italia, Spagna, Polonia e Francia. Non è una novità, ma stavolta il confronto è più aspro perché la Commissione ha deciso di rimettere mano all’architettura stessa del bilancio, accorpando capitoli storici e spostando risorse verso <strong>nuove priorità</strong>: competitività, intelligenza artificiale, tecnologia quantistica, difesa, sicurezza, energia.</p>
<p>Detta così sembra una modernizzazione inevitabile. E in parte lo è: nessuno pensa seriamente che l’Europa possa ignorare la corsa tecnologica globale o il tema della sicurezza. Il problema è un altro. Come spesso accade a Bruxelles, si costruisce il futuro<strong> facendo i conti senza l&#8217;oste</strong>. La posizione tedesca, espressa con nettezza da Friedrich Merz, è altrettanto chiara: niente nuovo debito comune, niente eurobond, niente espansione della spesa senza tagli altrove. È una linea coerente con la tradizione tedesca e con gli equilibri interni di Berlino. Ma anche qui c’è una domanda che resta sospesa: si può chiedere all’Europa di essere più forte su difesa, industria, energia e geopolitica mantenendo però gli stessi strumenti di ieri? Nel frattempo Italia e Spagna hanno chiesto <strong>maggiore flessibilità sul Patto di stabilità</strong> e <strong>nuove misure per affrontare la crisi energetica</strong>. La risposta della Commissione è stata fredda: le regole non si toccano e, semmai, usate meglio i fondi già disponibili.</p>
<p><strong> Leggi anche:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/atlanticoquotidiano/quotidiano/aq-economia/perche-e-il-momento-di-sospendere-e-riformare-il-patto-di-stabilita/">Perché è il momento di sospendere (e riformare) il Patto di Stabilità</a></li>
</ul>
<p>Il paradosso è che tutti vogliono “più Europa”, ma nessuno si mette d&#8217;accordo sul &#8220;come&#8221;. Così il negoziato sul bilancio diventa lo specchio perfetto dell’Unione: grande nelle dichiarazioni, complicata nelle decisioni, prudentissima quando c’è da scegliere davvero. Significa semplicemente ricordare che l’Europa <strong>non è un fine astratto, ma uno strumento</strong>. E uno strumento funziona solo se migliora la vita concreta dei cittadini, non se serve soltanto a produrre nuovi capitoli di spesa e nuove conferenze stampa.</p>
<p>Franco Lodige, 25 aprile 2026</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Dover fare meno deficit non è una sconfitta</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/dover-fare-meno-deficit-non-e-una-sconfitta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicola Porro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Apr 2026 18:30:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La verità, vi prego, sulla spesa pubblica e la disperazione per quel 3,1%: continuare a giocare con il fuoco fa male. Soprattutto ai nostri figli</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/dover-fare-meno-deficit-non-e-una-sconfitta/">Dover fare meno deficit non è una sconfitta</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è qualcosa di surreale <a href="https://www.nicolaporro.it/zuppa-di-porro/zuppa-di-porro-del-24-aprile-2026/" target="_blank" rel="noopener">nel dibattito di queste ore sul <strong>deficit</strong> italiano al 3,1%</a>. Da una parte il governo che quasi si lamenta di quei maledetti 600 milioni che avrebbero evitato di permanere nella procedura europea. Dall&#8217;altra l&#8217;opposizione che stappa bottiglie come se avesse scoperto l&#8217;acqua calda: <em>Non ce l&#8217;hanno fatta</em>. Detto per di più da chi ha prodotto centinaia di miliardi di debito aggiuntivo fa ridere.</p>
<p>Perché qui il punto non è quel decimale. Il punto è capire se davvero vogliamo <strong>continuare a giocare con il fuoco della spesa pubblica</strong> come se fosse un diritto acquisito. Spoiler: non lo è. Anzi, diciamolo chiaramente: quel 3,1% è quasi una manna. Sì, forse esageriamo, ma seguite il ragionamento. Un limite alla spesa rappresenta un freno, un richiamo alla realtà in un Paese che <strong>ha trasformato il deficit in una scorciatoia politica</strong>. Non siamo gli unici per la verità. Un governo debole come quello francese sta chiudendo con un saldo in rosso quasi doppio del nostro.</p>
<p>Il vero problema non è uscire dalla procedura. Il vero problema è cosa succede quando si esce. <strong>Perché quando dai più spazio al deficit, dai più potere alla politica di spendere</strong>. La storia italiana insegna una cosa molto semplice: la politica, quando può spendere, spende. Sempre. E non per riformare e men che mai per ridurre le imposte. Spende per distribuire. Bonus, incentivi, sussidi, micro-misure che fanno titoli e consenso ma che lasciano il conto a qualcun altro. Indovinate a chi? Ai nostri figli.</p>
<p>Allora la domanda vera è: chi stabilisce cos&#8217;è un&#8217;emergenza? Perché ogni volta che si apre il rubinetto del deficit, lo si fa in nome dell&#8217;emergenza. Pandemia, energia, inflazione, guerra, clima. Tutto è emergenza. E quando tutto è emergenza, niente lo è davvero. E soprattutto: quando si comincia a fare deficit, si sa dove si inizia ma non si sa mai dove si finisce.</p>
<p><strong>L&#8217;opposizione</strong> <strong>oggi attacca il governo</strong>. Ma dimentica con una certa disinvoltura di aver lasciato conti pubblici che definire fragili è un eufemismo. Anni di spesa allegra, di crescita zero e di debito accumulato senza una strategia. Oggi paghiamo il deficit del Superbonus.</p>
<p>I<strong>l governo, dal canto suo, dovrebbe evitare i lamenti</strong>. Perché non essere riusciti a scendere sotto il 3% non è una tragedia. È semmai un promemoria: attenzione, qui non c&#8217;è spazio per fare tutto quello che si vuole. E forse è un bene. Perché la tentazione di usare il deficit come leva politica è fortissima. Oggi 600 milioni, domani qualche miliardo. Poi si aggiusta, si dirà. Poi si vedrà. Poi cresceremo. È sempre la stessa storia. E invece no. Ogni euro di deficit, anche quello sotto il 3 per cento, costruisce un mattoncino in più di debito. Ogni debito è una cambiale fatta in conto di qualcuno che non vota oggi: i cittadini di domani.</p>
<p>E allora forse dovremmo avere il coraggio di dirlo: <strong>meno deficit non è una sconfitta</strong>. È una forma di disciplina. Di responsabilità. Di serietà. Non fa vincere le elezioni, certo. Ma evita di perdere il futuro. E in un Paese liberale dovrebbe bastare.</p>
<p>Nicola Porro, IlGiornale, 24 aprile 2026</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Ecatombe Volkswagen, l&#8217;annuncio choc: &#8220;Un milione di auto in meno&#8221;</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/ecatombe-volkswagen-lannuncio-choc-un-milione-di-auto-in-meno/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2026 13:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Volskwagen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p> La crisi strutturale dell’auto europea costringe il colosso tedesco Volkswagen a una cura dimagrante senza precedenti: i numeri choc</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/ecatombe-volkswagen-lannuncio-choc-un-milione-di-auto-in-meno/">Ecatombe Volkswagen, l&#8217;annuncio choc: &#8220;Un milione di auto in meno&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Volkswagen</strong> mette il piede sull’acceleratore, ma nella direzione opposta rispetto a quella a cui ci si era abituati nei decenni dell’espansione globale: ridurre. E ridurre parecchio. Il gruppo tedesco sta infatti preparando un intervento pesante sulla propria struttura industriale mondiale, con un <strong>taglio</strong> della capacità produttiva che potrebbe arrivare<strong> fino a un milione di veicoli entro il 2028</strong>. Non si tratta di un aggiustamento cosmetico, ma di una revisione profonda che fotografa un cambio di fase ormai evidente: il mercato dell’auto, soprattutto in Europa, non è più quello dei tempi d’oro. Anzi, la crisi è senza fine.</p>
<p>A confermarlo è lo stesso amministratore delegato <strong>Oliver Blume</strong>, che in una conversazione con <em>Manager Magazin</em> ha messo nero su bianco il nuovo paradigma industriale del gruppo. La diagnosi è semplice e, per certi versi, spietata: &#8220;La sovraccapacità non è sostenibile nel lungo periodo&#8221;. Ancora più netto il giudizio sul passato recente: i modelli di previsione costruiti sui volumi storici &#8220;non sono più realistici&#8221; nel contesto attuale. Parole che non lasciano grandi margini di interpretazione.</p>
<p>E badate bene: <strong>la strategia di ridimensionamento non nasce oggi</strong>. Negli ultimi anni Volkswagen ha già eliminato circa un milione di unità di capacità produttiva in Cina. Ora il baricentro del taglio si sposta sull’Europa, dove è previsto un intervento analogo: un altro milione di unità in meno entro il 2028, concentrato sugli impianti dei marchi Volkswagen e Audi. Il risultato finale sarà una capacità produttiva globale ridotta dagli oltre 12 milioni di veicoli annui a circa 9 milioni. Un numero che, nelle intenzioni del management, dovrebbe essere più coerente con una domanda mondiale ormai stabilizzata e lontana dai picchi del passato. Senza dimenticare la piaga della transizione suicida: gli investimenti milionari per l&#8217;auto green hanno causato gravi danni a tutto il settore, soprattutto a quelle aziende &#8211; come Volkswagen, appunto &#8211; che <a href="https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/ef-economia/volkswagen-renault-crisi-elettrico-piani-industriali/">hanno deciso di continuare a investire soldi su soldi</a> nonostante la riluttanza dei consumatori a possedere veicoli alla spina.</p>
<p>Il punto centrale è il seguente: dopo la fase eccezionale della pandemia, <strong>il mercato si è assestato su livelli più bassi</strong>. Si parla di circa 9 milioni di auto l’anno, contro gli 11 milioni del 2019. Un ridimensionamento che non è ciclico, ma strutturale. E che si intreccia con una serie di fattori esterni: dai dazi commerciali introdotti negli Stati Uniti durante la presidenza di Donald Trump alla crescente competizione cinese, passando per la debolezza cronica del mercato europeo e le tensioni geopolitiche legate alla guerra in Medio Oriente. Blume, in questo quadro, rivendica comunque lo sforzo di efficientamento interno: &#8220;Stiamo facendo progressi senza precedenti nella riduzione dei costi, ma continuiamo a essere gravati da capacità in eccesso&#8221;.</p>
<p><strong> Leggi anche:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/ef-economia/auto-elettrica-fallimento-industria-europea-crisi-stellantis-renault-volkswagen/">Auto: le follie green sono costate 100 miliardi ai costruttori</a></li>
</ul>
<p>Dietro i numeri industriali c’è però inevitabilmente anche il tema occupazionale. Il riassetto della capacità produttiva si traduce infatti in un<strong> ridimensionamento del personale</strong>. Come evidenziato da Milano Finanza, a fine 2024 Volkswagen ha già raggiunto un accordo con il consiglio di fabbrica per la riduzione di 35 mila posti di lavoro in Germania. Ma il percorso non sembra finire qui: considerando anche gli altri marchi del gruppo, Porsche inclusa, il totale potrebbe arrivare a circa 50 mila posti in meno entro il 2030. Una dinamica che mostra come la ristrutturazione non sia marginale, ma centrale nella strategia di difesa dei margini e della sostenibilità finanziaria del gruppo. In altre parole: meno volumi, meno costi, meno occupati, almeno nella fase di transizione.</p>
<p>Nel frattempo, però, Volkswagen non rinuncia a cercare <strong>nuove leve di crescita</strong> fuori dall’Europa. Anche perchè non c&#8217;è altra strada. Gli Stati Uniti restano un obiettivo strategico, anche attraverso il progetto del marchio Scout, su cui il gruppo sta lavorando con attenzione. Non si escludono partnership industriali per condividere rischi e investimenti, mentre resta aperta anche l’ipotesi di una futura quotazione del brand. Intanto è in costruzione un nuovo stabilimento in Carolina del Sud, destinato a diventare uno dei perni del rilancio sul mercato nordamericano. Una doppia traiettoria, quindi: da un lato il ridimensionamento in Europa e Asia, dall’altro la ricerca di una nuova espansione negli Stati Uniti. Il tutto dentro un settore che non cresce più come un tempo e che obbliga anche i colossi storici a cambiare pelle. Qualcuno dovrà porsi delle domande prima o poi.</p>
<p>Franco Lodige, 21 aprile 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/ecatombe-volkswagen-lannuncio-choc-un-milione-di-auto-in-meno/">Ecatombe Volkswagen, l&#8217;annuncio choc: &#8220;Un milione di auto in meno&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>La multa per lo smart working è da regime di massima sicurezza</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/la-multa-per-lo-smart-working-e-da-regime-di-massima-sicurezza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Romiti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 11:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Arriva l’obbligo da parte dei datori di lavoro di una informativa almeno annuale circa i rischi per la salute e la sicurezza</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/la-multa-per-lo-smart-working-e-da-regime-di-massima-sicurezza/">La multa per lo smart working è da regime di massima sicurezza</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il nostro <strong>sistema economico</strong>, già ampiamente soffocato da norme e protocolli di ogni genere, si arricchisce di una ulteriore “perla”: l’obbligo da parte dei datori di lavoro di una informativa almeno annuale circa i rischi per la salute e la sicurezza che dei propri dipendenti in smart working.</p>
<p>Il provvedimento, che personalmente considero demenziale, rientra nella Legge annuale sulle Piccole e Medie Imprese (L.n. 34/2026), e già il fatto che <strong>esiste una legge annuale</strong>, a prescindere dal settore, la dice lunga su una Paese che, evidentemente, ha sedimentato da decenni l’idea molto costruttivista – secondo un termine coniato da grande economista Friederich von Hayek – che la felicità si possa raggiungere solo attraverso un decreto, ossia un atto deliberato della sfera politico burocratica.</p>
<p>Tant’è che, proprio in nome e per conto del <strong>potere supremo delle scartoffie legali</strong>, le sanzioni per chi non adempie alla norma sono esemplari: fino a 7.403,96 euro di multa (notare la finezza dei centesimi) e con la possibilità dell’arresto da due a quattro mesi per i datori di lavoro che non consegnano almeno una volta all’anno detta informativa scritta sia al dipendente interessato e sia al rappresentante aziendale della sicurezza.</p>
<p>A questo punto ci potremmo chiedere se tra gli eventuali rischi che corrono i lavoratori che <strong>operano attraverso un computer</strong> o un qualsiasi altro dispositivo, rischi che dovranno essere accuratamente vagliati e certificati, vi è anche quello di cadere dalla sedia o, ancora peggio, o quello di annoiarsi oltre ogni ragionevole tolleranza. In quest’ultimo caso attenzione agli eventuali sbadigli, potrebbero segnalare qualche problema legato alla pesantezza di un lavoro leggero per definizione.</p>
<p>E mentre noi siamo alle prese con una <strong>crisi energetica</strong> che potrebbe rivelarsi catastrofica per l’Italia, mi sembra veramente una buona cosa quella di tutelare chi opera all’interno della propria abitazione. Alla prudenza non bisogna mai mettere un limite.</p>
<p>Claudio Romiti, 7 aprile 2026</p>
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		<title>Aerei senza carburante: la verità che rischia di rovinare l’estate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 07:30:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[aeroporti]]></category>
		<category><![CDATA[carburante]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Scali contingentati, costi in salita e mezze rassicurazioni: mentre tutti minimizzano, i problemi iniziano già adesso</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Altro che estate serena: nei cieli italiani si accende una spia che sarebbe da non ignorare. Il tema è sempre lo stesso — il <strong>carburante</strong> — e il copione comincia a ripetersi con una certa inquietante regolarità. <a href="https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/ef-economia/carburante-aeroporti-italiani-linate-venezia-bologna-treviso-hormuz/">Prima quattro aeroporti, poi altri scali</a>. E ora tocca anche a <strong>Brindisi</strong>, dove i Notam — i bollettini aeronautici — certificano una realtà semplice: il carburante non basta per tutti. Tradotto: le compagnie dovranno arrangiarsi, caricando il necessario già dall’aeroporto di partenza per coprire anche le tratte successive. A Brindisi, infatti, restano disponibili “quantità limitate”, destinate esclusivamente ai voli statali, di soccorso e sanitari. Tutti gli altri? Si organizzino.</p>
<p><strong>Non è un caso isolato</strong>. Limitazioni analoghe sono state segnalate anche a Reggio Calabria e Pescara. E nei giorni scorsi Air Bp Italia — ramo italiano del gigante britannico dell’energia — aveva già messo le mani avanti parlando di distribuzione contingentata in scali strategici come Milano Linate, Venezia, Treviso e Bologna. A questo punto la domanda è inevitabile: stiamo davvero parlando solo di traffico intenso per le festività pasquali, come sostiene Enac, oppure ci sono effetti più profondi legati alle tensioni internazionali? Perché il sospetto, neanche troppo nascosto, è che il <strong>blocco nello Stretto di Hormuz</strong> stia già iniziando a presentare il conto.</p>
<p>D’altronde i <strong>numeri</strong> non mentono: circa il 30% del carburante per aerei utilizzato in Europa arriva dall’estero. E se il flusso si inceppa, anche solo parzialmente, le conseguenze arrivano dritte sulle piste di decollo. Non a caso compagnie come Ryanair e Lufthansa hanno già lanciato l’allarme su cosa potrebbe accadere se la crisi nel Golfo Persico dovesse protrarsi fino a maggio o giugno. Il problema, peraltro, non è solo italiano. In Asia — destinazione principale del greggio che passa da Hormuz — alcuni aeroporti stanno già facendo i conti con criticità simili. E a questo punto diventa difficile raccontarsi che sia tutto sotto controllo.</p>
<p>Nel frattempo, per chi sta pianificando le vacanze, il quadro si complica. Le mete già escluse per guerre o instabilità — Ucraina, Russia, Medio Oriente, Sudan, Congo, Haiti, Yemen — si sommano a quelle problematiche per crisi interne, come Cuba. E sopra tutto questo aleggia l’incognita più concreta:<strong> il costo e la disponibilità del carburante</strong>. Non stupisce quindi la denuncia di Assoviaggi Confesercenti: &#8220;il turismo organizzato sta continuando a subire una doppia penalizzazione: carburante su livelli molto elevati e un dollaro forte rispetto all&#8217;euro, fattori che incidono direttamente sui costi del trasporto aereo e, di conseguenza, sull&#8217;offerta dei pacchetti di viaggio&#8221;. E chi pensa di cavarsela organizzando tutto da solo, forse dovrebbe rifare i conti. Perché tra assicurazioni, rincari e possibili disservizi, il rischio è concreto. Il Codacons avverte che una polizza contro la cancellazione può arrivare a pesare fino all’8% del costo totale della vacanza. E attenzione: non copre tutto, tra franchigie, limiti e clausole di esclusione. Certo, sulla carta esistono tutele. Se un volo viene cancellato dalla compagnia — anche per mancanza di carburante — il passeggero ha diritto al rimborso o a una riprotezione. Ma tra teoria e pratica, spesso, passa un mondo.</p>
<p>Intanto da Brindisi<strong> provano a rassicurare</strong>. &#8220;Gli aeromobili provenienti da Milano, Bologna e Venezia hanno fatto rifornimento a Brindisi riducendo significativamente la scorta, che verrà comunque ripristinata nella giornata di domani mattina&#8221;, spiega il presidente di Aeroporti di Puglia, Antonio Maria Vasile. &#8220;Si tratta di effetti indiretti connessi alle problematiche registrate da altri scali&#8221;. E ancora: &#8220;al momento non c&#8217;è alcuna emergenza per quanto riguarda la disponibilità di carburante negli scali pugliesi. La situazione è sotto controllo, anche e soprattutto a Brindisi e non c&#8217;è alcun motivo per creare preoccupazioni o allarmismi&#8221;. &#8220;Le forniture di carburante continuano regolarmente &#8211; aggiunge il presidente Adp &#8211; e non c&#8217;è alcun rischio di carenza imminente. Aeroporti di Puglia sta gestendo la situazione con la professionalità di sempre e attraverso un monitoraggio costante, in modo da garantire che tutto proceda normalmente&#8221;.</p>
<p>Ma i possibili razionamenti potrebbero estendersi anche ad <strong>altri settori</strong>? Al momento, la situazione non è critica, ma alcuni segnali indicano una fragilità nelle catene di approvvigionamento energetico. Il comparto più esposto, oltre all’aviazione, è quello dei trasporti. Logistica, trasporto su gomma e marittimo dipendono fortemente dai carburanti fossili e potrebbero risentire per primi di eventuali riduzioni delle forniture. In uno scenario intermedio, questo si tradurrebbe principalmente in un aumento dei costi, con effetti a cascata sui prezzi dei beni e dei servizi.</p>
<p>Anche il settore industriale potrebbe essere coinvolto. Le industrie energivore, come quelle chimiche e metallurgiche, sono particolarmente vulnerabili alle oscillazioni del prezzo e della disponibilità del petrolio. Una contrazione delle forniture potrebbe portare a rallentamenti produttivi e a una minore offerta di prodotti sul mercato. Per quanto riguarda i consumatori, eventuali impatti diretti restano al momento meno probabili. Tuttavia, in scenari più severi, non si possono escludere misure di contenimento dei consumi, come limitazioni alla vendita di carburante o politiche di razionalizzazione della mobilità. Insomma, <strong>sottovalutare la problematica sarebbe un errore madornale.</strong></p>
<p>Franco Lodige, 7 aprile 2026</p>
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		<title>La crisi è dietro l&#8217;angolo. Ora Trump riveda i suoi obiettivi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Romiti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 10:31:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Donald Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le stime di S&#038;P e i nuovi scenari macroeconomici accendono il timore di un forte impatto su Europa e USA, con l’Italia tra i Paesi più esposti</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“Se la crisi causata dalla <strong>guerra all&#8217;Iran</strong> – riporta un lancio dell’Ansa &#8211; colpirà particolarmente duro l&#8217;Europa, nel Continente è l&#8217;Italia a subire l&#8217;impatto più forte con una crescita che nel 2026 viene dimezzata allo 0,4% da 0,8% precedente. Lo si legge nelle nuove stime macroeconomiche di <strong>Standard &amp; Poor&#8217;s</strong> contenute nel suo <a href="https://www.spglobal.com/ratings/en/research/economic-research" target="_blank" rel="nofollow"><strong>Global Economic Outlook</strong></a>&#8220;.</p>
<p>Sempre secondo S&amp;P, anche le prospettive di crescita degli Stati Uniti, permanendo l’attuale crisi in Medio Oriente, sarebbero da rivedere decisamente al ribasso. Ed <strong>in Europa le cose potrebbero andare molto male:</strong> “se lo shock petrolifero fosse più severo e durasse oltre lo scenario di base – scrive l’agenzia di rating -, l&#8217;inflazione potrebbe superare il 5% a maggio/giugno, mandando l&#8217;economia in recessione tecnica a metà anno&#8221;.</p>
<p>Quindi, numeri alla mano, i quali hanno sempre la testa dura, mi sembra evidente che D<strong>onald Trump debba rivedere i suoi piani,</strong> soprattutto nel caso la guerra contro l’Iran dovesse prolungarsi a tempo indeterminato. Il rischio di innescare una recessione globale sembra oramai dietro l’angolo e nessuno, neppure in America, credo che voglia correre un simile rischio.</p>
<p>Se il Tycoon non vuol passare alla storia come <strong>una colossale pietra d’inciampo</strong> non solo per il nostro governo, ma anche per la stabilità dell’economia mondiale, a questo punto deve mandare segnali concreti e non slogan improvvisati a seconda del momento.</p>
<p>Claudio Romiti, 4 aprile 2026</p>
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		<item>
		<title>Carburanti, la mossa del governo: prorogato il taglio delle accise</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Apr 2026 07:38:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[accise]]></category>
		<category><![CDATA[carburanti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Via libera del Consiglio dei ministri al nuovo decreto legge carburanti: fino a quanto sarà attivo</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/carburanti-la-mossa-del-governo-prorogato-il-taglio-delle-accise/">Carburanti, la mossa del governo: prorogato il taglio delle accise</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Via libera del <strong>Consiglio dei ministri</strong> al nuovo decreto legge carburanti che proroga il taglio delle accise fino al primo maggio.</p>
<p>È stato &#8220;approvato un decreto legge&#8221;, ha spiegato il ministro Giancarlo Giorgetti, perché c&#8217;è &#8220;l&#8217;urgenza&#8221; che giustifica il provvedimento e &#8220;tampona la situazione fino al 1° maggio&#8221;. Io costo per le casse dello Stato ammonta a 500 milioni e le risorse &#8220;sono state recuperate da Ets a CO2 che non erano state utilizzate, avendo premura di non toccare quelle per il sollievo agli energivori&#8221;.</p>
<p>Inoltre, ha aggiunto il ministro dell&#8217;Economia, &#8220;c&#8217;è un intervento mirato sulle <strong>aziende agricole</strong>, cui viene esteso il taglio delle imposte già adottato per le pesca. Il decreto recepisce anche l&#8217;accordo con le associazioni di categoria Transizione 5.0&#8243;. Infine &#8220;c&#8217;è un intervento anche su Simest per le imprese che lavorano sull&#8217;export&#8221;.</p>
<p>Restano ovviamente i problemi. L&#8217;Italia, come un po&#8217; tutta Europa, è appesa alle decisioni di Donald Trump. Giorgetti è convinto che &#8220;se la situazione non cambia sarà inevitabile&#8221; la deroga Ue sui vincoli di bilancio e al 3% del deficit.</p>
<p><em>Articolo in aggiornamento</em></p>
<p><iframe title="Conferenza stampa del Consiglio dei Ministri n. 167" width="500" height="375" src="https://www.youtube.com/embed/K61XTsB_02E?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/carburanti-la-mossa-del-governo-prorogato-il-taglio-delle-accise/">Carburanti, la mossa del governo: prorogato il taglio delle accise</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>Dieci anni fa ci lasciava il grande Sergio Ricossa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabrizio Bonali]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 15:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pillole Ricossiane]]></category>
		<category><![CDATA[sergio ricossa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli scritti di Sergio Ricossa, economista e liberale vero, per leggere il presente</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/venti-anni-fa-ci-lasciava-il-grande-sergio-ricossa/">Dieci anni fa ci lasciava il grande Sergio Ricossa</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 2 marzo del 2016 ci lasciava<strong> il grande Sergio Ricossa. </strong>Professore ordinario di politica economica e finanziaria presso la Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Torino, Ricossa è stato il <strong>maggiore economista liberale, liberista e libertario italiano del dopoguerra.</strong> Accademico dei Lincei, è stato membro della prestigiosa Mont Pélerin Society (di cui fu anche vice Presidente) frequentata da personalità di caratura nazionale ed internazionale del calibro di Luigi Einaudi, Bruno Leoni e premi Nobel come Friedrich August von Hayek.</p>
<p>La sua produzione accademica e scientifica, accanto ad un monumentale Dizionario di Economia (1998), vede contributi che spaziano da<strong> una poderosa critica del modello di Piero Sraffa</strong> con opere come Teoria unificata del valore economico (1981), ad altri lavori come Aspetti attuali della teoria economica neoclassica (1981) fino ad arrivare ad un vero classico contemporaneo cioè a quel La fine dell’economia.</p>
<p>Saggio sulla perfezione (1986 e poi rieditato da Rubbettino-Facco nel 2007) in cui Ricossa definendo con chiarezza le categorie del “perfettismo” e dell’”imperfettismo”, <strong>mostra la sua grande abilità nell’indagare la vastità delle questioni economiche</strong> in ogni loro accezione teorica e pratica.</p>
<p>Oltre alla rigorosa attività scientifica, Ricossa ha svolto una importante e vastissima attività di scrittore ed editorialista,<strong> paladino delle idee libertarie</strong> e polemista attento e sagace nel panorama italiano.</p>
<p>Elzevirista e saggista di rango, editorialista de<strong> La Stampa e de Il Giornal</strong>e, è noto per la grande produzione di saggi anche a carattere divulgativo, opere che questa rubrica cerca di contribuire a mantenere vive affinché il pensiero e la lezione di Sergio Ricossa siano conosciuti ed applicati.</p>
<p>Una caratteristica della grandezza di certi pensatori è la <strong>preveggenza</strong>, con una capacità di analisi che, come certi classici della letteratura, descrive la complessa realtà della vicenda umana con una profondità che il tempo non può scalfire.</p>
<p><strong>Ricossa aveva questo dono</strong>, al quale se ne affianca un altro di stampo più squisitamente letterario. In letteratura sono noti gli incipit scoppiettanti di un altro grande piemontese, <strong>Giuseppe Fenoglio</strong>; nel caso di Ricossa spicca l’originalità e la bellezza di molti titoli delle sue opere divulgative, come ad esempio: Come si manda in rovina un Paese, oppure Manuale di sopravvivenza ad uso degli Italiani onesti, e ancora Maledetti economisti, La fine dell’economia, I pericoli della solidarietà, Dov’è la scienza nell’economia, Straborghese.</p>
<p>Ed infine, alcuni lavori meno conosciuti, scritti circa cinquant’anni orsono e ancora di <strong>una attualità impressionante,</strong> come I fuochisti della vaporiera e lo straordinario Storia della Fatica, dei quali parleremo nelle prossime pillole di questa rubrica.</p>
<p>Fabrizio Bonali, 4 marzo 2026</p>
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		<item>
		<title>Il gran capo del Forum di Davos si dimette per il caso Epstein</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/il-gran-capo-del-forum-di-davos-si-dimette-per-il-caso-epstein/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 13:42:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Forum di Davos]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Terremoto al World Economic Forum: il Ceo se ne va, ecco perché</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 26 febbraio 2026, Børge Brende, presidente e amministratore delegato del <strong>World Economic Forum</strong> (WEF), ha annunciato le sue dimissioni. Una decisione inaspettata, arrivata dopo l’avvio di un’indagine indipendente sui suoi rapporti con <strong>Jeffrey Epstein.</strong> L&#8217;annuncio segue la pubblicazione di documenti del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, che descrivono incontri e scambi di comunicazioni tra Brende ed Epstein. Queste interazioni includono tre cene di lavoro e contatti via e-mail e SMS.</p>
<h2>L’indagine e il caso Epstein</h2>
<p><strong>Il Dipartimento di Giustizia ha recentemente reso pubblici alcuni documenti</strong> che hanno riacceso l&#8217;interesse per i legami tra Epstein e diversi esponenti politici, finanziari e reali internazionali. Tra questi, c&#8217;è Børge Brende, che ha dichiarato che i suoi contatti con Epstein sarebbero stati esclusivamente di natura professionale. Epstein, un finanziere condannato per reati sessuali, è morto nel 2019 mentre si trovava in carcere. Questa nuova ondata di informazioni sui rapporti di Epstein con figure di alto profilo ha avuto ripercussioni importanti, coinvolgendo anche il Forum di Davos e, di fatto, portando alla decisione di Brende di fare un passo indietro.</p>
<h2>Un leader al centro di riforme e sfide globali</h2>
<p>Børge Brende, ex ministro degli Esteri norvegese, era alla guida del World Economic Forum dal 2017. Durante il suo mandato, ha contribuito a riforme interne e ha guidato l&#8217;organizzazione attraverso momenti complessi come la pandemia. I copresidenti del forum, André Hoffmann e Larry Fink, hanno ringraziato Brende per il suo contributo. “<strong>La sua dedizione e la sua leadership sono state fondamentali durante un periodo cruciale</strong>”, hanno dichiarato. Nel frattempo, il consiglio ha annunciato che Alois Zwinggi assumerà temporaneamente la guida del WEF fino alla nomina di un successore permanente.</p>
<h2>Un caso che scuote politica e finanza globale</h2>
<p>Lo scandalo Epstein continua a estendere le sue ombre su vari settori della politica e della finanza globale. Tra i nomi citati negli <strong>&#8220;Epstein files&#8221;</strong> compaiono figure di spicco come Bill Clinton e <a href="https://www.nicolaporro.it/il-principe-in-manette-andrea-fratello-del-re-arrestato-per-il-caso-epstein/" target="_blank" rel="noopener">il principe Andrea del Regno Unito</a>. Alle rivelazioni relative a Brende si sono aggiunte altre accuse che coinvolgono personalità influenti. Buckingham Palace, ad esempio, ha dichiarato che collaborerà con le autorità in merito alle accuse mosse contro Andrea Mountbatten-Windsor, fratello di Re Carlo III, che ha negato qualsiasi illecito.</p>
<h2>Le prossime mosse del World Economic Forum</h2>
<p>Il World Economic Forum ha dichiarato che la transizione sarà gestita con trasparenza per garantire continuità all&#8217;organizzazione. Al momento non è stata annunciata una data precisa per il completamento dell’indagine sui legami di Brende, né per la nomina di un successore. Intanto, il caso Epstein continua a essere al centro dell&#8217;attenzione globale, con nuove rivelazioni che coinvolgono esponenti di spicco di vari settori.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/il-gran-capo-del-forum-di-davos-si-dimette-per-il-caso-epstein/">Il gran capo del Forum di Davos si dimette per il caso Epstein</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>In difesa dell&#8217;individuo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabrizio Bonali]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jan 2026 15:38:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pillole Ricossiane]]></category>
		<category><![CDATA[Javier Milei]]></category>
		<category><![CDATA[sergio ricossa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli scritti di Sergio Ricossa, economista e liberale vero, per leggere il presente</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Le democrazie sono ciclicamente sotto l’attacco di culture collettiviste che schiacciano le libertà individuali invece di tutelarle, che sfornano norme a dismisura per controllare la vita altrui imponendo princìpi che aggradano all’apparato statale di turno, il quale, utilizzando arbitrariamente il denaro pubblico e l’autorità che gli è conferita, <strong>manipola a suo piacimento informazione, risorse e mercati.</strong></p>
<p>Ne deriva una economia distorta da interventi per lo più guidati da interessi ideologici (ad esempio,<strong> auto solo elettriche, fine delle caldaie a gas e fine delle rispettive filiere produttive e occupazionali, obbligo di confezioni monouso, tappi in plastica che non si staccano,</strong> etc); concorsi truccati per far avanzare chi conviene e non chi merita; bandi mirati in modo che “i bene informati” possano vincerli a discapito degli onesti; informazione distorta sui media di ogni ordine e grado per convincere l’opinione pubblica della bontà di tutto ciò, sempre fatto, ben inteso, a fin di bene!</p>
<p>Eppure la libertà non muore, e come un fiume carsico riaffiora ed avanza sulle gambe di grandi uomini. Nel mese di maggio dell’anno 1891 <strong>Papa Pecci, Leone XIII,</strong> pubblica l’enciclica Rerum Novarum nella quale si legge: “Non è giusto che il cittadino e la famiglia siano assorbiti dallo Stato: è giusto invece che si lasci all’uno e all’altra tanta indipendenza di operare quanta se ne può, salvo il bene comune e gli altrui diritti.[…]Il governo è istituito da natura non a beneficio dei governanti, bensì dei governati [….] Società privata è quella che si forma per concludere affari privati, come quando due o tre si uniscono a scopo di commercio. Ora, sebbene queste private associazioni esistano dentro lo Stato e ne siano come tante parti, tuttavia in generale, e assolutamente parlando, non può lo Stato proibirne la formazione. Poiché il diritto di unirsi in società l’uomo l’ha di natura, e i diritti naturali lo Stato deve tutelarli, non distruggerli; [….] È necessario procedere in ciò con somma cautela per non invadere i diritti dei cittadini, e non fare il male sotto pretesto del bene pubblico”.</p>
<p>Nel mese di maggio dell’anno 1999,<strong> Sergio Ricossa</strong> pubblica un articolo dal titolo “Io, liberale pentito” nel quale si legge: “L’anarco-individualista non è asociale per principio. La contrapposizione individuo-società è stupida. Ogni società è formata da individui, che decidono liberamente di collaborare fra loro con vantaggio di tutti.  La società è al servizio dell’individuo  non viceversa. Dello Stato si può fare a meno (o si può ridurlo al minimo), della società no, salvo che si rinunci agli enormi vantaggi della divisione del lavoro, così bene illustrarti da Adam Smith. Hayek ha completato Smith osservando: &#8216;Siccome ogni individuo sa poco, e in particolare raramente sa chi di noi sa fare meglio, ci affidiamo agli sforzi indipendenti e concorrenti dei molti, per propiziare la nascita di quel che desidereremo quando lo vedremo&#8217;. Dunque,<strong> il libertario ha fiducia nella società libera.</strong> Il socialista non ha fiducia nella società, ritiene che essa vada guidata dal di fuori, da un pianificatore, una <em>esperta</em> autorità, un controllore al di sopra dei controllati. Così si avvia il circolo vizioso: chi controlla i controllori, e i controllori dei controllori. E dal circolo vizioso si esce solamente se si ammette il diritto della società di autogovernarsi. Ciò implica la tolleranza e il rispetto reciproco”. (Sergio Ricossa, Da liberale a libertario, cronaca di una conversione – Leonardo Facco Editore, 1999).</p>
<p>Nel mese di maggio dell’anno 2024, l’economista professor <strong>Javier Milei</strong> (attuale presidente della Repubblica Argentina) tiene un discorso a Los Angeles presso il Milken Institute, nel quale dice: &#8220;Anche se l’Argentina deve essere il caso più paradigmatico nella storia del mondo occidentale del fallimento delle idee collettivistiche, non siamo un’eccezione ma rappresentiamo la regola. Ogni volta che è stato tentato, <strong>il socialismo è stato un fallimento economico</strong>, un fallimento sociale, un fallimento culturale e, inoltre, poiché è una filosofia che va contro la natura umana, i suoi artefici non hanno avuto altro strumento per attuarlo se non l’assassinio di 150 milioni di esseri umani”.</p>
<p>Due mesi prima, in un discorso pronunciato al CPAC aveva concluso dicendo: ”Il messaggio è il seguente: non permettete al socialismo di avanzare, non sostenete la regolamentazione, non sostenete l’idea dei fallimenti di mercato, non permettete l’avanzamento dell’agenda omicida e non lasciatevi trasportare dal canto delle sirene della giustizia sociale!”. (Leonardo Facco: Javier Milei, Libertà …..chiave della prosperità – Leonardo Facco Editore , 2024).</p>
<p>Forse è maggio il mese in cui a volte fioriscono le migliori idee di libertà. Un filo che unisce epoche e culture anche molto diverse, nelle opere di <strong>persone di grande statura intellettuale e morale, unite da princìpi di umanità</strong>: difesa dell’individuo, della vita e della libertà.</p>
<p>Fabrizio Bonali, 21 gennaio 2026</p>
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		<title>Editoria, cambia tutto: Del Vecchio si è comprato un altro giornale (anzi quattro)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Jan 2026 21:37:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>LMDV Capital finalizza l’offerta per il gruppo Monrif</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Leonardo Maria Del Vecchio</strong>, presidente di LMDV Capital e noto per essere il figlio del fondatore di Luxottica, ha annunciato l’acquisizione della maggioranza di <strong>Editoriale Nazionale.</strong> L’acquisizione comprende testate storiche come &#8220;Il Giorno&#8221;, &#8220;La Nazione&#8221;, &#8220;Il Resto del Carlino&#8221; e &#8220;QN &#8211; Quotidiano Nazionale&#8221;. Il consiglio di amministrazione del gruppo Monrif, guidato da Andrea Riffeser Monti, ha accettato l’offerta vincolante presentata da LMDV Capital.</p>
<h2>I dettagli dell’operazione finanziaria</h2>
<p>La società di investimento LMDV Capital, creata da Leonardo Maria Del Vecchio, acquisirà oltre il 70% delle azioni di Editoriale Nazionale. Secondo le informazioni fornite, l’operazione ha un valore stimato tra i 50 e i 60 milioni di euro. Editoriale Nazionale, che rappresenta circa l’8,5% del mercato dell’editoria italiana con una media di 95 mila copie quotidiane, entrerà così a far parte del vasto portafoglio di investimenti della holding di Del Vecchio.</p>
<h2>Un progetto di lungo periodo per il settore dell’editoria</h2>
<p>Leonardo Maria Del Vecchio ha sottolineato che l’acquisizione rientra in un progetto industriale di lungo periodo, con l’obiettivo di rafforzare il valore dell’informazione di qualità nel Paese. Del Vecchio ha dichiarato: “Crediamo nel valore dell’informazione di qualità e nell’autonomia delle redazioni. Il nostro impegno è investire con capitale paziente, mettendo tecnologia e competenze al servizio del lavoro giornalistico.”</p>
<h2>I commenti di Andrea Riffeser Monti</h2>
<p>Andrea Riffeser Monti, presidente del gruppo Monrif, ha accolto con entusiasmo l’accordo. Ha affermato: “Siamo felici e onorati di questo accordo con Leonardo Maria Del Vecchio, che rafforza il futuro di un’informazione libera e responsabile, oggi più che mai essenziale per la democrazia del nostro Paese.”</p>
<h2>Verso una nuova era per l’editoria italiana</h2>
<p>L’acquisizione di Editoriale Nazionale segue l’ingresso di LMDV Capital nel capitale de &#8220;Il Giornale&#8221;, avvenuto lo scorso dicembre con una quota del 30%. Con queste operazioni, Leonardo Maria Del Vecchio punta a creare un grande gruppo editoriale, confermando il suo interesse a sviluppare un modello di crescita sostenibile in un settore strategico per il Paese.</p>
<h2>Prossimi passaggi</h2>
<p>Dopo l’accettazione dell’offerta da parte del gruppo Monrif, saranno necessari circa due mesi per completare tutte le procedure formali. Una volta concluso l’accordo, LMDV Capital inizierà un confronto con giornalisti e redazioni per definire un percorso condiviso e finalizzare la transizione verso un nuovo modello organizzativo.</p>
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		<title>O lei o lui</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bernaudo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jan 2026 15:30:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'Ue non è il tempio del liberalismo, semmai il suo esatto contrario. O si sta col mercato libero o con la governance tecnocratica</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In Italia esiste una curiosa forma di <strong>schizofrenia politica</strong> con la quale noi abbiamo reciso qualsiasi rapporto: gli ambienti liberal-socialisti e liberal-democratici. Cercano di occupare uno spazio politico abusivamente, ammiccano a <strong>Javier Milei</strong> &#8211; lodandone il coraggio, il mercato libero, il taglio della spesa pubblica &#8211; invocano al tempo stesso “più Europa” come soluzione a ogni problema.</p>
<p><strong>Ma l’Unione Europea attuale non è il tempio del liberismo</strong>: è l’esatto contrario, è diventata l’epicentro del dirigismo regolatorio, dell’armonizzazione fiscale verso l’alto, della pianificazione green e dell’espansione burocratica. Milei combatte esattamente questo modello.</p>
<p>Sostenere Milei e sostenere questa Unione Europea significa aver capito che c’è <strong>uno spazio elettorale nell’area liberista e libertaria</strong>, tentare di usurparla. La loro non è una sintesi politica, è una contraddizione palese.</p>
<p><strong>O si sta con il mercato</strong> e lo Stato minimo, <strong>o si sta con la governance tecnocratica</strong>. Le due cose insieme sono solo retorica di basso livello.</p>
<p>Andrea Bernaudo, 19 gennaio 2026</p>
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		<title>Pressione fiscale e povertà, smontiamo la disinformazione</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/pressione-fiscale-e-poverta-smontiamo-la-disinformazione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonino Papa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 09:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esauriti gli argomenti, i leader dell’opposizione tornano ad attaccare il Governo ricorrendo alla consueta retorica populista</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle ultime settimane, gli argomenti di dibattito politico tra governo ed opposizione si sono concentrati principalmente su <strong>pressione fiscale e povertà</strong>; temi diventati il fulcro delle discussioni pubbliche, alimentando confronti accesi sia in Parlamento che sui media.</p>
<p>Come spesso accade, però, le argomentazioni di chi ha l’intento di screditare il Governo, non hanno basi solide, ovvero si ricorre all’utilizzo della distorsione delle informazioni (o omissione di elementi di esse) al fine di “raggirare” le masse poco informate o che non approfondiscono. Ciò genera sentimenti di rabbia e odio nei confronti dei governanti, soprattutto da parte delle classi più deboli in gravi difficoltà finanziarie; <em>mood</em> che le opposizioni cavalcano servendosi dei sindacati per organizzare vere e proprie “sommosse a fini sovversivi” travestite da scioperi. <strong>Urge, pertanto, fare chiarezza, e “restituire la parola ai numeri”.</strong></p>
<h2>La pressione fiscale</h2>
<p>La formula per calcolare la pressione fiscale, che non si identifica soltanto con aumento o diminuzione delle aliquote, è alquanto semplice. Pertanto, <strong>considerando che da quando si è insediato l’attuale Governo le aliquote non sono aumentate,</strong> e che abbiamo circa 1 milione di posti di posti di lavoro in più (dati ISTAT), ad aumentare sono le entrate, ovvero imposte e contributi versati dai nuovi occupati; a ciò si aggiunga anche il recupero dell’evasione ed è così spiegato “l’aumento della pressione fiscale” che, oltretutto. Rispetto al 2022 (43,5%), è addirittura diminuita visto che il dato 2024 è del 42,6%.</p>
<p>Il presunto aumento rispetto al 2023 è dell’1,2% ed è dovuto alle dinamiche poc’anzi descritte in aggiunta al <strong>fiscal</strong> <strong>drag</strong> (aumento dei redditi nominali dovuto all’inflazione da cui derivano aliquote IRPEF più elevate), ad un introito IVA maggiore ed aumento dei contributi sociali. Ergo… le cause dell’<strong>aumento della pressione fiscale</strong> non sono da ascrivere a politiche attive dell’attuale Esecutivo (la cui “colpa” è aver creato occupazione) bensì ai citati fenomeni. A questo punto è lecito pensare che i leader dell’opposizione siano “ignoranti” in materia o “bugiardi”, delle due l’una perché la realtà è data dai numeri.</p>
<h2>La povertà</h2>
<p>Altro cavallo di battaglia del cosiddetto <strong>Campo Largo</strong> è la povertà<strong>,</strong> ovvero ciò che a detta di guru dell’economia e della finanza del Movimento Cinque Stelle, sarebbe stata “abolita”. Anche in questo caso i dati smentiscono i Masaniello dell’allegra brigata che pur di racimolare qualche voto per “mandare a casa la Meloni” truffano (politicamente) gli elettori; veniamo al sodo.</p>
<p>Nel 2012, quando fu mandato a casa <strong>Berlusconi</strong> da coloro che avrebbero dovuto “rimettere a posto, il Paese”, la popolazione sotto la soglia di povertà era costituita da circa 2.6 milioni di individui pari al 4.4% dei residenti, nel 2022, ovvero dopo dieci anni di Governi dei “professori” (non legittimati da alcun Parlamento eletto, o da alcuna elezione vinta) abbiamo 5.7 milioni di italiani in condizioni di povertà assoluta che rappresentano il 9,7% della popolazione. Se la matematica non è un’opinione… durante i governi degli illuminati la povertà è raddoppiata; con quale faccia <strong>Elly &amp; Co</strong> si presentano agli elettori addossando all’attuale Governo il problema della popolazione sotto la soglia di povertà?</p>
<p>A titolo informativo, dal 2022 ad oggi l’indice di povertà è stabile con tendenza discendente. Ciò non è sinonimo di benessere o assenza di criticità; certamente, però, è un primo passo parte di un programma a lungo termine mirato a risollevare la Nazione intervenendo per gradi in tutti i settori; <strong>chi è all’opposizione dovrebbe apprezzare il lavoro di un Governo</strong> (i cui risultati finora raggiunti sono stati riconosciuti da tutto il mondo) anziché fomentare le masse sulla base di vere e proprie menzogne.</p>
<h2>Il lupo perde il pelo ma non il vizio</h2>
<p>Purtroppo, siamo abituati all’infimo livello di coloro che si auto-definiscono “l’intellighenzia” di questo Paese e che hanno sempre dimostrato di agire allo stesso modo, ossia cercare di delegittimare e screditare gli avversari, con metodi leciti e non, diffondendo falsità ed avvalendosi di parte della magistratura e delle organizzazioni sindacali con l’intento di sovvertire la reale volontà degli elettori. <strong>Così hanno agito con Berlusconi, idem con Salvini,</strong> ora è il turno della Presidente Meloni, lo spartito è sempre lo stesso e la musica non cambia.</p>
<p>Ciò che manca in gran parte degli italiani, sfortunatamente, è la cultura di base, la corretta informazione e l’accettazione dell’esistenza di individui che hanno vedute differenti. Fenomeni come questi, unici, ovvero di leader che addirittura diffamano all’estero il Governo della propria Nazione, derivano dall’assenza di princìpi basilari dell’etica e della responsabilità che comporta il diritto di voto che, personalmente, garantirei previo esame perché il voto è come un’arma e per poter esercitare questo diritto senza far danni bisogna dimostrarlo.</p>
<p>Antonino Papa, 19 dicembre 2025</p>
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		<title>Oggi dobbiamo festeggiare una grande vittoria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Suor Anna Monia Alfieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2025 16:18:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Imu]]></category>
		<category><![CDATA[istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[scuola paritaria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Approvato l'emendamento che esonera dal pagamento dell'Imu tutti gli istituti privati che erogano il loro servizio chiedendo alle famiglie una retta inferiore al costo medio studente</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Desidero portare all&#8217;attenzione di tutti i cittadini quello che ritengo rappresentare una vera svolta per la società italiana. È stato, infatti, approvato l&#8217;emendamento che <strong>esonera dal pagamento dell&#8217;Imu tutte le scuole paritarie</strong> che erogano il loro servizio chiedendo alle famiglie una retta inferiore al costo medio studente, così come quest&#8217;ultimo viene definito annualmente con apposita circolare dal Ministero dell&#8217;Istruzione e del Merito. Desidero ringraziare il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il ministro dell&#8217;Economia, Giancarlo Giorgetti, il viceministro Maurizio Leo, e gli onorevoli che hanno presentato l&#8217;emendamento, ispirato  dall&#8217;on. Gusmeroli: Romeo, Garavaglia, Bergesio, Minasi, Minasi, Dreosto, Testor.</p>
<p><strong>Mi sia consentito questo ringraziamento</strong> perché credo sia doveroso da parte mia e di chi è interessato alla garanzia di tutti i diritti, ivi compreso quello alla libertà di scelta educativa, ringraziare chi si è fatto promotore di un atto di giustizia. Confido che l&#8217;approvazione di questo emendamento non venga presentata come una vittoria delle scuole paritarie, come una vittoria delle scuole dei preti e delle suore, come l&#8217;ennesima prova dell&#8217;ingerenza della Chiesa nella politica a sfregio della laicità dello Stato: <strong>sarebbero tutte narrazioni disoneste</strong>. Quello che è avvenuto altro non è se non la vittoria del diritto, la garanzia del quale dovrebbe essere scontata ma sappiamo che così non è stato, se vi è stato bisogno di un emendamento e di un confronto per ottenerlo.</p>
<p>Se la scuola pubblica statale è esente dal pagamento dell&#8217;Imu, perché la scuola paritaria, pubblica come quella statale, così come definito dalla legge 62/2000, doveva essere soggetta al pagamento, se, per il servizio svolto, le scuole, per evitare la spaccatura della società, chiedono rette simboliche, ossia inferiori al costo medio studente? Quello che parrebbe scontato in realtà ha avuto bisogno di essere normato. Lo sappiamo: per affrontare determinati temi <strong>occorre avere grandissimo coraggio</strong> perché occorre andare contro l&#8217;ideologia che attanaglia la scuola. Ecco perché è doveroso ringraziare chi ha avuto il coraggio di andare avanti, nonostante tutto e nonostante tutti allineando le scuole paritarie all’Europa al capitolo Imu.</p>
<p>Dunque ringrazio tutte le forze politiche, la società civile, le Istituzioni, la stampa, tutti coloro che hanno compreso che quella dell&#8217;Imu è una battaglia di civiltà. Ora andiamo avanti, occorre compiere ancora molti passi ma quello dell&#8217;Imu rappresenta il passo fondamentale, presupposto per compiere quelli successivi. <strong>La politica è davvero la più alta forma della carità</strong> perché chi svolge il proprio mandato istituzionale onestamente e rettamente può farsi promotore e realizzatore di scelte che cambiano radicalmente in meglio la vita dei cittadini, specie quelli più poveri. Perché<strong> l&#8217;esenzione dall&#8217;Imu non salva le scuole dei ricchi, salva quelle scelte dai poveri</strong>, salva i presidi di civiltà, di sicurezza, di tenuta sociale.</p>
<p>Suor Anna Monia Alfieri, 19 dicembre 2025</p>
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		<item>
		<title>Condominio, più burocrazia e costi. Ora è rivolta contro la norma folle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 13:58:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Condominio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal conto corrente ai revisori obbligatori, nel ddl sulla riforma del condominio troppe complicazioni per i proprietari secondo la Lega</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/condominio-piu-burocrazia-e-costi-ora-e-rivolta-contro-la-norma-folle/">Condominio, più burocrazia e costi. Ora è rivolta contro la norma folle</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="337" data-end="757">Per fortuna c&#8217;è chi dice no. La <strong>proposta di riforma del condominio</strong> firmata da Fratelli d’Italia non convince la <strong>Lega</strong>, che ne evidenzia limiti e criticità. Fonti del Carroccio parlano apertamente di una &#8220;riforma bis del condominio, così come ipotizzato dalla proposta di legge 2692&#8221; che &#8220;presenta evidenti criticità e non è condivisa&#8221;. Una posizione netta, che richiama l’attenzione sugli effetti concreti del ddl più che sulle intenzioni dichiarate.</p>
<p data-start="759" data-end="1197">Il disegno di legge – composto da 17 articoli e presentato dalla deputata di FdI Elisabetta Gardini insieme ad altri nove parlamentari – punta a riscrivere la governance dei condomìni. Come noto, l’obiettivo è superare la gestione affidata ai cosiddetti condomini-amministratori, i vicini di casa che coordinano le assemblee e tengono i conti, introducendo invece figure professionali con requisiti stringenti e iscrizione a un albo presso il Mimit.</p>
<p data-start="1199" data-end="1713">È soprattutto<strong> sul piano economico</strong> che la Lega solleva perplessità. Una delle novità più rilevanti riguarda i rapporti con i fornitori: in caso di morosità, questi non dovrebbero più rivalersi esclusivamente sui condomini inadempienti, ma potrebbero attingere direttamente al conto corrente condominiale e, in seconda battuta, rivolgersi anche a chi è in regola con i pagamenti. Una modifica che cambia radicalmente l’equilibrio attuale e che, secondo i critici, rischia di penalizzare proprio i condomini virtuosi.</p>
<p data-start="1715" data-end="2235">Il ddl introduce inoltre l’obbligo di amministratori laureati e di un revisore nei condomìni con più di 20 proprietari. Una scelta motivata dal fatto che &#8220;il 35 per cento del contenzioso civile in Italia è rappresentato da controversie condominiali e, tra queste, le impugnazioni dei rendiconti e i procedimenti per la riscossione forzosa dei contributi condominiali rappresentano una parte sempre più significativa&#8221;. Dati che giustificano l’intervento, ma che non dissipano i <strong>dubbi sui costi aggiuntivi per i cittadini.</strong></p>
<p data-start="2237" data-end="2676">Altra stretta riguarda i <strong>pagamenti</strong>, che dovranno avvenire esclusivamente su conti intestati al condominio: i versamenti &#8220;sono eseguiti su specifico conto corrente, postale o bancario, intestato al condominio medesimo&#8221;. E in caso di debiti, i creditori &#8220;possono agire sulle somme disponibili sul conto corrente condominiale per l&#8217;intero credito vantato e, in via sussidiaria, sui beni dei condomini nella misura della morosità di ciascuno&#8221;.</p>
<p data-start="2678" data-end="2977">Sul fronte della sicurezza, l’articolo 3 prevede che le informazioni sulle parti comuni siano &#8220;verificate e certificate&#8221; da società specializzate. L’amministratore viene rinnovato automaticamente di anno in anno, salvo decisione contraria dell’assemblea, mentre il revisore resta in carica due anni.</p>
<p data-start="2678" data-end="2977"><strong>Leggi anche:</strong></p>
<ul>
<li data-start="2678" data-end="2977"><a href="https://www.nicolaporro.it/siete-in-condominio-stangata-in-arrivo-la-proposta-di-legge-e-devastante/">Siete in condominio? Stangata in arrivo: la proposta di legge è devastante</a></li>
</ul>
<p data-start="2979" data-end="3406">La filosofia del provvedimento è esplicitata nell’introduzione, dove si parla della necessità di superare la figura &#8220;ormai anacronistica del condomino-amministratore privo di qualsivoglia formazione, il quale non può più garantire gli interessi del condominio e degli altri soggetti coinvolti, ancor meno quelli economico-sociali&#8221;. Un’impostazione che la Lega giudica eccessivamente rigida, soprattutto per i piccoli condomìni.</p>
<p data-start="3408" data-end="4073">Le perplessità, peraltro, non arrivano solo dalla politica. L’Anammi, associazione degli amministratori immobiliari, avverte che la riforma &#8220;non farebbe che rendere ancora più onerosa l&#8217;attività&#8221; senza offrire &#8220;soluzioni realistiche ai problemi di gestione&#8221;. Il presidente Giuseppe Bica sottolinea che &#8220;inserire nella gestione delle parti comuni e del bilancio addirittura una seconda professionalità significa aumentare le spese per i nostri condòmini&#8221;, ricordando che la morosità è già cresciuta di almeno il 20%. E aggiunge che &#8220;lo stesso obbligo di revisione dei bilanci rappresenta un costo pesantissimo, che sarà scaricato sui cittadini e sui professionisti&#8221;.</p>
<p data-start="4075" data-end="4403" data-is-last-node="" data-is-only-node="">In sintesi, la Lega invita a una riflessione più attenta sugli effetti pratici della riforma, soprattutto in termini di costi, responsabilità e ricadute sui condomini in regola. Un richiamo alla prudenza che punta a correggere il testo prima che diventi l’ennesimo intervento normativo destinato a complicare la vita quotidiana. La domanda, come sempre, è semplice: stiamo davvero semplificando la vita ai cittadini o stiamo costruendo un altro castello normativo che finirà per pesare – economicamente e burocraticamente – su chi abita e paga regolarmente? In attesa della risposta, una cosa è certa:<strong> questa riforma non convince tutti. E forse non a caso</strong>.</p>
<p>Franco Lodige, 18 dicembre 2025</p>
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		<title>Caldaie, niente più controlli? Cosa cambia (e perché non va fatta retromarcia)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimo Balsamo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Dec 2025 13:49:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[caldaie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Caldaie, la sicurezza è il paravento dietro cui si nasconde una tassa che qualcuno non vuole perdere: ecco perchè</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/caldaie-niente-piu-controlli-cosa-cambia-e-perche-non-va-fatta-retromarcia/">Caldaie, niente più controlli? Cosa cambia (e perché non va fatta retromarcia)</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è una parola che in Italia mette tutti d’accordo: semplificazione. Appena la pronunci, scatta l’applauso automatico. Eppure, quando si scava sotto la superficie, spesso si scopre che la “difesa della sicurezza” nasconde altro: una tassa di fatto che qualcuno non vuole mollare. È il caso dei controlli sulle<strong> caldaie domestiche</strong>. Il ministero dell’Ambiente sta lavorando a una bozza di decreto che introduce una razionalizzazione di buon senso: stop alle ispezioni in presenza per gli impianti sotto i 70 kilowatt (cioè la stragrande maggioranza delle caldaie italiane) e un controllo di efficienza energetica ogni quattro anni come standard nazionale. Meno burocrazia, meno costi, più proporzionalità. Apriti cielo. Le associazioni di categoria parlano di disastro annunciato, di rischio per la sicurezza, di attentato all’ambiente. Ma vale la pena dirlo con chiarezza: qui non siamo davanti a un problema di sicurezza, bensì alla difesa di un balzello che garantisce incassi certi a chi quei controlli li fa.</p>
<p>Partiamo dai fatti. Oggi milioni di famiglie sono obbligate a sottoporre la propria caldaia a verifiche periodiche in presenza, spesso ripetitive, costose e poco utili. La<strong> bozza del Mase</strong> non elimina la manutenzione né i controlli: semplicemente distingue tra impianti industriali e caldaie domestiche, introducendo verifiche documentali da remoto e fissando uno standard nazionale ogni quattro anni. Le Regioni, se vogliono fare di più, potranno farlo, ma dovranno spiegare perché. Una piccola rivoluzione liberale, in un Paese che vive di adempimenti inutili.</p>
<p><strong>Le critiche arrivano puntuali</strong>. L’Associazione Riscaldamento Senza Emissioni parla di un sistema che rischia di diventare “meno verificabile”. Secondo il presidente Riccardo Bani, &#8220;Ridurre i controlli su milioni di caldaie non rende il sistema più sicuro, lo rende solo meno verificabile&#8221;. E ancora: &#8220;In questo contesto, la digitalizzazione rischia di diventare un alibi per arretrare sul fronte della prevenzione. I dati sugli incidenti legati al gas dimostrano che il rischio non è teorico, ma concreto: tra il 2019 e il 2023, il Comitato Italiano Gas ha censito 1.119 incidenti legati al gas canalizzato per uso civile, con 128 vittime e 1.784 persone ferite. Numeri che spostano il tema dalla semplificazione amministrativa alla sicurezza delle case&#8221;.</p>
<p>Numeri drammatici, certo. Ma il punto è un altro: quegli incidenti non sono causati dall’assenza di un bollino o di una visita rituale, bensì da impianti vecchi, installazioni sbagliate, comportamenti irresponsabili. Pensare che una verifica standardizzata, spesso puramente formale, sia la diga contro le tragedie è <strong>un’illusione burocratica</strong>.</p>
<p>Poi c’è l’Unione Artigiani, che chiede di riscrivere il decreto perché farebbe un favore ai “proprietari irresponsabili”. Secondo il segretario generale Marco Accornero, la bozza rappresenta &#8220;un passo indietro per sicurezza domestica, salute, efficienza energetica e tutela ambientale&#8221;. E l’associazione parla di &#8220;un incentivo ad evadere la manutenzione, con ricadute dirette sulla sicurezza delle abitazioni, sui consumi energetici e sulla qualità dell&#8217;aria&#8221;. Tradotto: meno controlli obbligatori significa meno fatture garantite. Perché diciamolo senza ipocrisie: il sistema attuale funziona come una tassa occulta, pagata da milioni di cittadini anche quando l’impianto è perfettamente a norma. Un meccanismo che non distingue tra chi fa manutenzione corretta e chi no. Tutti dentro, tutti a pagare.</p>
<p>Si arriva persino al paradosso delle sanzioni da 2.000 a 12.000 euro sui limiti di temperatura e accensione, che – come ricordano gli stessi critici – “non possono che essere riscontrati fisicamente”. E allora? Davvero pensiamo che serva un esercito di ispettori nelle case degli italiani per controllare il termostato? Confartigianato, Cna e Casartigiani insistono: &#8220;I controlli e la manutenzione delle caldaie domestiche sono essenziali per la sicurezza, la tutela della salute e la qualità dell’aria&#8221;. Nessuno lo nega. Ma una cosa è la manutenzione, altra cosa è l’obbligo di controlli ripetuti, centralizzati e a pagamento, che finiscono per colpire sempre i soliti noti: i cittadini onesti.</p>
<p><strong>La verità è semplice: allungare i tempi di revisione è giusto</strong>. È una scelta di buon senso, che riduce costi inutili, responsabilizza i proprietari e toglie di mezzo una burocrazia che spesso serve più a chi incassa che a chi vive nelle case. La sicurezza non si difende moltiplicando carte e timbri, ma con regole chiare, controlli mirati e responsabilità individuale. Il resto è solo difesa di rendita.</p>
<p>Franco Lodige, 17 dicembre 2025</p>
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		<title>Caro Porro, gli artigiani sono in difficoltà ma a nessuno interessa</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/caro-porro-gli-artigiani-sono-in-difficolta-ma-a-nessuno-interessa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[La Posta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Dec 2025 17:26:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[La posta dei lettori]]></category>
		<category><![CDATA[partigiani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ritenute che bloccano la liquidità e assenza di difesa da parte delle associazioni: così le piccole imprese restano sole</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
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<div dir="ltr">
<p>Mi chiedo <strong>dove fossero le associazioni degli artigiani quando il nostro ministro dell’Economia ha aumentato la ritenuta d’acconto sui bonifici parlanti</strong> dall’8 all’11%. Oggi Confartigianato si lamenta per l’eliminazione o la riduzione delle certificazioni sulle caldaie, ma allora dov’era?</p>
<p>L’11% di trattenute sui bonifici parlanti non riguarda solo la manodopera, ma anche i materiali. Questo comporta, a fine anno, un disavanzo economico molto importante per le imprese artigiane, con gravi difficoltà nel far fronte alle spese correnti, al pagamento delle tasse e delle tredicesime ai dipendenti.</p>
<p>A tutto questo si aggiunge il fatto che le somme trattenute da gennaio a dicembre vengono recuperate solo dopo 7–8 mesi, tra luglio e agosto dell’anno successivo, con la dichiarazione dei redditi, senza che lo Stato riconosca alcun interesse per il denaro anticipato.</p>
<p><strong>Oltre al danno, la beffa:</strong> a novembre lo Stato ci chiede anche l’acconto delle imposte per l’anno successivo, pur avendo già incassato somme considerevoli attraverso le ritenute d’acconto. A questo punto la domanda è inevitabile: cosa dovremmo fare noi artigiani? Come possiamo pagare le tredicesime e mantenere in equilibrio i conti aziendali?</p>
<p><strong>È su questi temi concreti che ci aspettiamo una presa di posizione chiara e tempestiva da parte delle associazioni di categoria</strong>, a tutela delle imprese che ogni giorno lavorano, investono e garantiscono occupazione.</p>
<p>Maurizio Monardo, Artigiano settore Ascensori,  16 dicembre 2025</p>
</div>
</blockquote>
</div>
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]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Stato tiranno: arriva l&#8217;obbligo di tovaglie monocolore e arredi grigi</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/stato-tiranno-arriva-lobbligo-di-tovaglie-monocolore-e-arredi-grigi/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/stato-tiranno-arriva-lobbligo-di-tovaglie-monocolore-e-arredi-grigi/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Dec 2025 14:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[como]]></category>
		<category><![CDATA[stato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La delirante regola a Como che obbligherà gli esercizi commerciali a sottostare al volere degli amministratori locali</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nuove tensioni a <strong>Como</strong> attorno al <strong>regolamento comunale</strong> che disciplina le concessioni per l’occupazione di suolo pubblico da parte di bar e ristoranti. In una città che negli ultimi anni ha conosciuto una crescita costante delle presenze turistiche – e con esse l’aumento di tavolini, dehors e attività di somministrazione all’aperto – la bozza di regolamento in arrivo in Consiglio comunale rischia di cambiare radicalmente il volto del centro e delle piazze.</p>
<p>Il provvedimento, che approderà domani in commissione per poi essere votato dal Consiglio comunale nel mese di gennaio, prevede una sensibile <strong>riduzione degli spazi concessi agli esercenti</strong>. La superficie occupabile non potrà infatti superare il doppio della superficie interna destinata alla somministrazione e, in ogni caso, non potrà eccedere i 90 metri quadrati. Un tetto che di fatto dimezza il limite massimo oggi consentito. Sin qui, discutibile ma niente di fantascientifico.</p>
<p>La follia arriva dopo e puzza molto di ingerenza dello Stato, nella sua espressione dell&#8217;amministrazione comunale, sulla libertà imprenditoriale. Particolarmente stringenti saranno infatti le norme previste per il centro storico. Sotto i portici non sarà più possibile collocare tavolini e sedute, <strong>mentre gli arredi dovranno rispettare criteri estetici uniformi e molto rigidi</strong>. Tavoli, sedie, porta menù e fioriere dovranno essere esclusivamente di <strong>colore grigio antracite;</strong> gli ombrelloni ammessi soltanto in tonalità <strong>bianco perla,</strong> con tanto di riferimento cromatico indicato nella bozza di regolamento; le tovaglie dovranno essere in <strong>tinta unita,</strong> mettendo al bando fantasie e colori.</p>
<p>Il testo vieta inoltre una lunga serie di elementi considerati incompatibili con il nuovo assetto urbano: niente divanetti, paraventi, mobiletti, panchine, cestini per i rifiuti o decorazioni di vario genere. Una stretta che, secondo molti operatori, rischia di incidere non solo sull’estetica dei locali, ma anche sulla <strong>sostenibilità economica delle attività</strong>, soprattutto in una città dove la ristorazione all’aperto rappresenta una parte significativa dell’offerta turistica.</p>
<p>A sollevare ufficialmente le prime contestazioni è stata <strong>Confcommercio,</strong> che ha criticato i tempi ristretti del provvedimento e la mancanza di un reale percorso di confronto con le categorie coinvolte. L’associazione ha segnalato al sindaco <strong>Alessandro Rapinese</strong> l’assenza di una fase di condivisione preventiva, sottolineando come regole così incisive rischino di avere ricadute occupazionali e di mettere in difficoltà numerosi esercizi. Lui però non sembra voler fare passi indietro: &#8220;Mi permetto di dare un grossissimo consiglio a tutti gli esercenti &#8211; <a href="https://www.laprovinciadicomo.it/stories/premium/como-citta/tavolini-a-como-chi-non-e-in-regola-non-avra-il-rinnovo-della-concessione-o_3519743_11/" target="_blank" rel="noopener nofollow">le parole del primo cittadino</a> &#8211; Controllate bene la concessione che avete in mano e, se avete difficoltà nel comprendere il documento, rivolgetevi al vostro avvocato mentre se siete in grado di capirlo verificate che sia perfettamente legittima e non scaduta. In quel caso vi do un consiglio da amico, sbaraccate tutto subito e, quando avete finito di togliere l’ultimo tavolino, venite subito in Comune. Non prima&#8221;. Se infatti verranno rivelate occupazioni abusive &#8220;nel biennio precedente&#8221; non verrà firmata alcuna nuova concessione. E sulle tovaglie monocolore: &#8220;Una volta approvato dal consiglio comunale il regolamento sarà legge &#8211; dice &#8211; e verrà applicato a tutte le nuove concessioni. Chi ha una concessione in essere, fino a scadenza potrà usare gli arredi autorizzati in base al vecchio regolamento che ha consentito di tutto e di più per finalità estetiche di volta in volta autorizzate dallo stesso ufficio&#8221;.</p>
<p>Agostino Donnarumma, pizzaiolo titolare della storica pizzeria di via Garibaldi, da sempre usa tovaglie a scacchi rosse e bianche. Dovrà buttarle nel cestino per sottostare al volere della Bestia Statale. “Ho letto che le tovaglie devono essere di tinta unita” racconta Agostino a <em><a href="https://www.quicomo.it/attualita/agostino-donnarumma-tovaglie-a-scacchi-dehors-como.html" target="_blank" rel="nofollow">Qui Como</a></em>. “La mia domanda è molto semplice: devono essere tutte uguali su ogni singolo tavolo o posso fare un grande puzzle? Se metto una tovaglia tutta rossa su un tavolo e tutta bianca su quello accanto, alla fine da fuori non si vede comunque una grande tovaglia a scacchi? Così magari salvo capra, cavoli e regolamento”. E ancora: “Capisco l’idea di fare ordine, nessuno vuole un centro storico trasformato in un bazar di plastica e colori improbabili. Ma l’ordine non dovrebbe cancellare la personalità dei luoghi. Se togli le tovaglie a scacchi a una pizzeria come la mia, cosa resta? Le sedie antracite? L’ombrellone color panna? Sono gli stessi che puoi trovare ovunque, da Bolzano a Ragusa”. Come a dire: se unifichi il tutto, in base al gusto di chissà quale burocrate, finirai con l&#8217;uccidere non solo la ristorazione. Ma anche il turismo visto che, nel suo caso, &#8220;quelle tovaglie rosse e bianche compaiono in migliaia di scatti: sono un pezzo dell’immaginario collettivo&#8221;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/stato-tiranno-arriva-lobbligo-di-tovaglie-monocolore-e-arredi-grigi/">Stato tiranno: arriva l&#8217;obbligo di tovaglie monocolore e arredi grigi</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>John Elkann, re Mida al contrario</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/john-elkann-re-mida-al-contrario/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvatore Di Bartolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Dec 2025 09:43:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura, tv e spettacoli]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[john elkann]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nicolaporro.it/articoli/?p=293287</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il caso della vendita del Gruppo Gedi, La Stampa e La Repubblica. Ma non solo</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle sua opera più famosa, <em>Le Metamorfosi</em>, il poeta romano Ovidio narra le singolari vicende di tale <strong>Mida</strong>, re di Frigia, che riuscì ad ottenere dal dio Dionisio il potere di trasformare in oro tutto ciò che toccava, come premio per essersi preso cura del suo vecchio precettore, l&#8217;anziano satiro Sileno. Tuttavia, l&#8217;agognata ricompensa ottenuta da Mida si sarebbe rivelata di lì a poco una vera e propria maledizione: allorquando, ormai stanco di provare il suo fiammante potere, decise di rifocillarsi, il re si rese conto che anche il cibo si tramutatava in oro non appena le sue labbra si accingevano a sfiorarlo. Così, esasperato dalla fame e dalla sete, Mida chiese perdono al dio supplicandolo di riprendersi quel regalo tanto desiderato, ma altrettanto maledetto.</p>
<p>Un personaggio attuale le cui &#8220;gesta&#8221; sembrano per taluni aspetti richiamare le sventure del mitologico re Mida è senz&#8217;altro il rampollo della dinastia Agnelli, l&#8217;ad di Exor <strong>John Elkann</strong>. Dopo aver ereditato un&#8217;autentica fortuna dal nonno Gianni, il figlio primogenito di Alain Elkann e Margherita Agnelli è ormai sul punto di riuscire nell&#8217;ardua impresa di liquidare, pezzo dopo pezzo, la quasi totalità dell&#8217;ingentissimo patrimonio di famiglia. Alla dismissione di importanti asset industriali come Iveco e Magneti Marelli, seguirà infatti l&#8217;ormai imminente liquidazione dell&#8217;<strong>intero Gruppo editoriale Gedi</strong>, che include, tra l&#8217;altro, i quotidiani <em>La Stampa</em> e <em>La Repubblica</em> e i canali radio nazionali, Radio Deejay, Radio Capital e Radio m2o.</p>
<p>Ma non è tutto. Perché dopo aver smantellato il settore editoriale Elkann potrebbe mettere mano anche a quello sportivo. Da ore si rincorrono infatti le voci di una trattativa in corso per la cessione del 65,4% del capitale sociale della <strong>Juventus</strong> (l&#8217;intera in quota di partecipazione attualmente detenuta da Exor) a Tether Investments, il gigante delle criptovalute, già azionista della società bianconera con l&#8217;11,527%. Rumors che Exor ha prontamente smentito con un laconico: &#8220;La Juventus non è in vendita&#8221;. Ma in questi casi, si sa, le dichiarazioni lasciano il tempo che trovano, soprattutto se di mezzo c&#8217;è un certo John Elkann, abile come nessuno nella dismissione dei pezzi pregiati del patrimonio di famiglia. E con quella che un tempo fu la Fiat ormai sotto il controllo francese, tra i gioielli dell&#8217;avvocato resterebbe nelle mani di Exor soltanto la Ferrari.</p>
<p><strong>Leggi anche:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/imputazione-coatta-per-john-elkann/">Imputazione coatta per John Elkann</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/repubblica-e-in-rivolta-maxi-sciopero-contro-elkann/">Repubblica è in rivolta: maxi sciopero contro Elkann</a></li>
</ul>
<p>Riferendosi proprio al Cavallino Rampante, John Elkann ebbe a dire in tempi non sospetti che le uniche cose che non avrebbe mai potuto vendere sarebbero state la Ferrari e <em>La Stampa</em>. Con la cessione del quotidiano torinese (parte del Gruppo editoriale Gedi), l&#8217;erede di casa Agnelli è ormai prossimo ad infrangere la prima promessa. Un motivo in più per non credere alle dichiarazioni di circostanza di Elkann e considerare altamente realistica anche <strong>una futura dismissione della casa automobilistica fondata nel 1947 da Enzo Ferrari</strong>.</p>
<p>Ma comunque sia, a prescindere dal fatto che anche Juventus e Ferrari possano essere cedute o meno, c&#8217;è un altro aspetto non del tutto secondario, quello sportivo, che andrebbe anche questo tenuto in debita considerazione. Del resto, i pessimi risultati sportivi maturati nell&#8217;era Elkann (sia in riferimento alla Juventus che alla Ferrari) sono ormai sotto gli occhi di tutti, e non serve certo arrivare fino alla probabile dismissione dell&#8217;asset per comprendere quanto la gestione del nipote del compianto avvocato stia risultando deludente e a tratti finanche fallimentare. Insomma, rispetto all&#8217;immenso patrimonio di famiglia ereditato,<strong> John Elkann</strong> sembrerebbe aver assunto le sembianze di una sorta di re Mida al contrario: tutto quello che ha toccato lo ha puntualmente rotto.</p>
<p>Salvatore Di Bartolo, 16 dicembre 2025</p>
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		<title>Arriva la tassa di Superciuk</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/arriva-la-tassa-di-superciuk/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Romiti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Dec 2025 16:32:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[manovra]]></category>
		<category><![CDATA[tasse]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le ultime pensate del governo in vista del varo della Manovra. Ma siamo alla follia</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>A chi confidava in una sostanziale riduzione delle <strong>pressione tributaria</strong> allargata, che ovviamente non può prescindere da una pari riduzione della colossale spesa pubblica, il mio consiglio è quello di emigrare il prima possibile in <strong>Argentina.</strong></p>
<p>Personalmente, conoscendo sufficientemente il modo in cui in questo disgraziato Paese si amministra il consenso da una cinquantina di anni, non mi aspettavo certamente miracoli da quello che viene definito come il governo più a destra della storia repubblicana. Tuttavia, con le due ulteriori mazzate che Giorgetti &amp; company – <a href="https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/ef-economia/tobin-tax-raddoppiata-tassa-pacchi-legge-bilancio-2026/"><strong>l’imposta sui pacchi e l’inasprimento di quella sugli acquisti finanziari</strong></a> – stanno pensando di realizzare soprattutto <strong>a danno dei ceti più modesti</strong> della popolazione, siamo veramente andati fuori con l’accuso, come suol dire.</p>
<p>In pratica si tratta di due odiosi balzelli che, come in tanti casi, assumono un evidente sapore regressivo; nel senso che ai ricchi e ai benestanti disturbano relativamente (anche perché molti di costoro comprano e vendono prodotti finanziari all’estero, in cui la Tobin Tax non esiste e possono anche permettersi il lusso, volendo, di <strong>acquistare prodotti online in eccesso</strong>, sopra i fatidici 150 euro, pur di non subire questa ennesima estorsione fiscale), mentre per chi guarda al commercio elettronico come a un piccolo salvagente economico, ciò rappresenta un problema quotidiano reale.</p>
<p>Ed è per questo che potremmo battezzare questo inaspettato colpo di genio dell’esecutivo di centrodestra come l’ennesima <strong>tassa di Superciuk</strong>, ovvero quel pittoresco personaggio avvinazzato di Alan Ford, popolare fumetto creato nel 1969 da Max Bunker, che aveva la prerogativa di rubare ai poveri per dare ai ricchi, antitesi perfetta del leggendario <strong>Robin Hood.</strong></p>
<p>D’altro canto, occorre ricordare, che nel nostro asfittico settore degli <strong>investimenti finanziari</strong> siamo già saturi di imposte assurde. Infatti, oltre alla citata Tobin tax, che introdusse <strong>Mario Monti</strong> e che l’attuale Esecutivo intende per ora raddoppiare – poi si vedrà -, c’è un prelievo di 34,20 euro per chi mantiene sul conto corrente da 5.000 euro in su, mentre ogni anno subisce <strong>una mini-patrimoniale dello 0,2% del valore complessivo di tutti gli investimenti</strong>, sulle cui plusvalenze, per la cronaca, si paga già una pesante imposta del 26% sulle azioni e le obbligazioni e del 12,50% sui titoli di Stato.</p>
<p>Ora gli esponenti più agguerriti del partito trasversale delle tasse diranno che in fondo si tratta di esigui prelievi che non incideranno molto sui bilanci delle persone comuni. Ma è proprio con questi piccoli prelievi che <strong>la bestia pubblica</strong> che ci ha lentamente ma inesorabilmente condotto nell’interno di un sistema in cui lo Stato preleva e spende ben oltre metà della ricchezza nazionale.</p>
<p>Quindi, cari amici che abbiamo convintamente votato per governare il Paese, vorrei concludere con un piccolo suggerimento: per carità, togliete di mezzo il fiasco di Superciuk!</p>
<p>Claudio Romiti, 15 dicembre 2025</p>
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		<title>&#8220;Più tasse versiamo, più medici avremo&#8221;. Caro Cazzullo, hai scritto un&#8217;idiozia</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/piu-tasse-versiamo-piu-medici-avremo-caro-cazzullo-hai-scritto-unidiozia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bernaudo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Dec 2025 09:39:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[aldo cazzullo]]></category>
		<category><![CDATA[stato]]></category>
		<category><![CDATA[tasse]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La predica sugli italiani che vanno all'estero per versare meno imposte è senza senso. "Più Stato" significa solo "più sprechi"</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/piu-tasse-versiamo-piu-medici-avremo-caro-cazzullo-hai-scritto-unidiozia/">&#8220;Più tasse versiamo, più medici avremo&#8221;. Caro Cazzullo, hai scritto un&#8217;idiozia</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Pubblichiamo una lettera di Andrea Bernaudo in risposta a<strong> Aldo Cazzullo</strong> che sul <em>Corriere della Sera</em> se l&#8217;è presa con gli italiani che scelgono di spostare la residenza in altri Paesi, tipo in Svizzera, per cercare di pagare meno tasse. “Siamo un popolo che disprezza lo Stato, quindi se stesso; e a questo non c’è rimedio&#8221;, ha scritto il giornalista. &#8220;Chi si sottrae al fisco — legalmente o meno — è uno che ce l’ha fatta. Poi giustamente ci si lamenta se l’esame urgente viene fissato dopo un anno. Ma l’idea che più tasse si versano, più ci sono medici tecnici infermieri macchinari, e meno tasse si versano meno ce ne sono, non ci entra proprio in testa&#8221;.</p>
<hr />
<p>Caro Cazzullo, lei scambia un fallimento sistemico dello Stato italiano per una colpa morale dei cittadini che se ne difendono e che scappano. Ribalta il tavolo per difendere lo statalismo. Lei parla di Pronto soccorso italiano al collasso e scuole pubbliche in declino come se la causa fosse la “<strong>fuga dei ricchi</strong>”. Ma l’Italia non è un Paese povero di tasse: è uno dei Paesi che tassa schifosamente e di più al mondo. Eppure la sanità peggiora, i servizi crollano, il debito cresce e le clientele imperano. Dunque <strong>il problema non è quanto lo Stato incassa</strong>, ma come funziona questo modello balordo.</p>
<p>Funziona male perché è dirigista, inefficiente, permeabile alla corruzione e irresponsabile nella spesa, immondo negli sprechi.<br />
Lei dice: “<strong>più tasse, più medici</strong>”. È falso! La realtà è sotto gli occhi di tutti: più Stato, più sprechi, più irresponsabilità e medici che scappano.</p>
<p>La Svizzera &#8211; che Lei cita come un prete moralizzatore &#8211; ha scelto l’opposto del modello italiano: sanità assicurativa, concorrenziale, decentralizzata, con costi sotto controllo e qualità altissima. E soprattutto è questo lei lo sa ma non lo può dire: <strong>chi non può permettersi l’assicurazione viene aiutato dallo Stato</strong>, in modo mirato, trasparente, senza distruggere il sistema per tutti. Gli indigenti non vengono abbandonati: vengono sostenuti senza trasformare l’intera sanità in <strong>un carrozzone pubblico inefficiente</strong> da spolpare. E questo ultimo aspetto sotterra tutta l’impostazione del suo sermone statalista, è la contraddizione che Lei evita accuratamente, perché smonta la sua tesi alla radice. In Svizzera lo Stato protegge i deboli senza perseguitare chi produce. Fa quello che deve fare uno Stato che essendo minimo è efficiente.</p>
<p>L’Italia dalla Svizzera può solo imparare.</p>
<p>In Italia lo Stato fallisce nel proteggere i deboli e <strong>punisce chi produce</strong>, a dispetto della propaganda dei buonisti di sinistra. Lei definisce “osceno” chi se ne va. Osceno, invece, è un sistema &#8211; come quello italiano &#8211; che pretende fedeltà fiscale in cambio di servizi scadenti, pensioni d’oro, stipendi milionari di amministratori delegati di regime, incertezza del diritto, persecuzione tributaria e pressione fiscale predatoria. Osceno è trasformare la libertà di scelta in una colpa, osceno e immondo è il Leviatano statale italiano e la sua mediocrità, che lei erge a scelta civica.</p>
<p>Quando Lei scrive che “non possiamo contare su di loro”, rivela il punto: per Lei &#8211; come per tutti i socialisti &#8211; il cittadino esiste per finanziare lo Stato. È esattamente questa mentalità &#8211; estrattiva, paternalista, clericale, antieconomica &#8211; che ha portato l’Italia al declino e che va combattuta e sconfitta.</p>
<p>Ma quale amore per lo Stato: il suo è collateralismo con un sistema che vive di rendita morale mentre scarica i costi sui contribuenti. Chi lascia l’Italia non disprezza il Paese. Disprezza giustamente un modello che ha dimostrato, numeri alla mano, di non funzionare. E continuare a difenderlo, come fanno Lei e gran parte dei chierici di regime, non può essere ignoranza, non è ingenuità: è complicità, il che è molto più grave ed intollerabile.</p>
<p>Andrea Bernaudo, 14 dicembre 2025</p>
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			</item>
		<item>
		<title>C&#8217;è una brutta notizia sugli affitti brevi</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/ce-una-brutta-notizia-sugli-affitti-brevi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Spaziani Testa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Dec 2025 10:30:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[affitti brevi]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una nota positiva: il governo mette la marcia indietro sull'aumento della cedolare secca sugli affitti brevi. Ma inasprisce un'altra norma</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/ce-una-brutta-notizia-sugli-affitti-brevi/">C&#8217;è una brutta notizia sugli affitti brevi</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Con la presentazione degli emendamenti alla manovra, è pressoché ufficiale la <strong>marcia indietro del Govern</strong>o sull&#8217;aumento della <strong>cedolare</strong> secca per la prima casa data in <strong>locazione</strong> <strong>breve</strong>: <a href="https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/ef-economia/cedolare-secca-affitti-brevi-fregatura-2026/">niente passaggio dal 21 al 26 per cento</a>. E questa è una buona notizia. Ma è quasi ufficiale anche l&#8217;inasprimento della norma Conte-Franceschini sull&#8217;obbligo di <strong>aprire la partita Iva</strong> in caso di “destinazione alla locazione breve” di più di un tot di appartamenti: finora quattro, da gennaio due. E questa è una brutta notizia.</p>
<p>A questo punto, è il caso di aggiornare la lista delle sole norme nazionali (poi ci sono quelle regionali e comunali, che sono un’infinità) varate negli ultimi anni in materia di (<em>melius</em>: per tentare di ostacolare gli) <strong>affitti brevi.</strong> Non prima di avere ricordato la frase che il politico medio (e il giornalista medio) associa al fenomeno: vanno regolamentati (sic).</p>
<p>In attesa che<strong> Javier Milei</strong> si occupi un po’ anche dell’Italia, ecco la lista:</p>
<p>2017: obbligo di ritenuta fiscale alla fonte;</p>
<p>2017: obbligo di trasmissione all’Agenzia delle entrate dei dati relativi ai contratti stipulati;</p>
<p>2017: obbligo di applicazione dell’imposta di soggiorno, con relative comunicazioni;</p>
<p>2018: obbligo, sanzionato penalmente, di comunicazione alla pubblica sicurezza dei dati degli alloggiati;</p>
<p>2019: istituzione della banca dati degli “immobili destinati alle locazioni brevi”;</p>
<p>2019: previsione di un codice identificativo per ogni immobile destinato alla locazione breve (CIN);</p>
<p>2020: obbligo di trasformazione del proprietario in imprenditore in caso di &#8220;destinazione alla locazione breve” di più di 4 appartamenti;</p>
<p>2022: possibilità, per il Comune di Venezia, di limitare il diritto alla locazione breve;</p>
<p>2023: aumento, dal 21% al 26%, della cedolare secca a partire dal secondo immobile;</p>
<p>2023: nuovi obblighi in materia di CIN, che si aggiungono a quelli relativi ai singoli codici imposti a livello regionale e comunale;</p>
<p>2023: obbligo di dotarsi di dispositivi per la rilevazione di gas combustibili e del monossido di carbonio “funzionanti” nonché di estintori portatili “a norma di legge”;</p>
<p>2025: obbligo di trasformazione del proprietario in imprenditore in caso di &#8220;destinazione alla locazione breve” di più di 2 appartamenti.</p>
<p>CONTINUA</p>
<p>Giorgio Spaziani Testa, 12 dicembre 2025</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/ce-una-brutta-notizia-sugli-affitti-brevi/">C&#8217;è una brutta notizia sugli affitti brevi</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Airbus richiama 6.000 aerei A320: bug ai computer di bordo, raffica di cancellazioni</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/airbus-richiama-6-000-aerei-a320-bug-ai-computer-di-bordo-raffica-di-cancellazioni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Nov 2025 08:29:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[airbus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Aerei a terra in tutto il mondo. La decisione dopo un incidente del 30 ottobre e un rientro d'emergenza</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/airbus-richiama-6-000-aerei-a320-bug-ai-computer-di-bordo-raffica-di-cancellazioni/">Airbus richiama 6.000 aerei A320: bug ai computer di bordo, raffica di cancellazioni</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Airbus ha deciso di fermare oltre <strong>6.000 aeromobili</strong> della famiglia <strong>A320</strong> per aggiornamenti urgenti al software di controllo. L’intervento si è reso necessario dopo che un&#8217;indagine ha confermato che un&#8217;intensa attività di radiazioni solari può corrompere i dati usati dai sistemi di volo. La decisione sta causando cancellazioni e ritardi in tutto il mondo, con migliaia di passeggeri coinvolti. American Airlines, Air India, All Nippon Airways e altre compagnie hanno già interrotto le operazioni di diversi jet per adeguarsi alle direttive.</p>
<h2>L&#8217;incidente del 30 ottobre e il rientro d&#8217;emergenza</h2>
<p>La decisione di Airbus arriva dopo un incidente avvenuto il 30 ottobre durante un volo JetBlue 1230. L’aereo, partito da Cancún e diretto a Newark, ha subito un abbassamento improvviso del muso mentre era in quota e in modalità pilota automatico. L’evento ha costretto l’equipaggio ad atterrare d’urgenza a Tampa, in Florida. Quindici passeggeri sono rimasti feriti nella manovra ed è stata avviata un’indagine. Gli esperti hanno accertato un’anomalia nel sistema ELAC, il computer che controlla alcuni comandi di volo, provocata da radiazioni solari.</p>
<h2>Migliaia di voli a rischio e cancellazioni globali</h2>
<p>Il richiamo interessa principalmente gli aerei A319, A320 e A321, utilizzati da compagnie come American Airlines, Lufthansa, Air France-KLM, easyJet e IndiGo. Solo in India, le cancellazioni stimate sono state tra i 200 e i 250 voli, con conseguenze importanti per i circa 560 aeromobili registrati nel Paese. Anche la compagnia giapponese ANA ha cancellato 95 voli locali, interessando oltre 13.000 passeggeri, principalmente negli scali di Haneda, Akita e Saga. Nella giornata di sabato, American Airlines ha dichiarato che 209 dei suoi A320 saranno soggetti ad aggiornamenti, mentre Delta stima meno di 50 velivoli coinvolti.</p>
<h2>Sostituzioni urgenti: i tempi di intervento</h2>
<p>Per la maggior parte degli aerei, sarà sufficiente ripristinare una versione precedente del software, operazione che richiede solo poche ore. Tuttavia, circa 1.000 aeromobili necessitano della sostituzione dell’hardware del computer, un processo più complesso che potrebbe richiedere settimane. Airbus ha garantito il massimo supporto ai vettori coinvolti, affermando: &#8220;Collaboreremo a stretto contatto con gli operatori, mantenendo la sicurezza come priorità assoluta&#8221;.</p>
<h2>Una delle correzioni più grandi nella storia dell&#8217;aviazione</h2>
<p>L’A320 è l’aereo più venduto al mondo, con una flotta globale di oltre 9.000 esemplari. Questo richiamo rappresenta uno dei maggiori interventi correttivi mai effettuati da Airbus nei suoi 55 anni di attività. L’Agenzia europea per la sicurezza aerea (EASA) ha formalizzato l’obbligo degli aggiornamenti tramite una direttiva d’urgenza, vietando l’utilizzo di velivoli non conformi. Alcune compagnie, come easyJet, hanno completato rapidamente gli adeguamenti per limitare i disagi, mentre altre – come Air New Zealand e Jetstar Airways – hanno avvertito che alcune cancellazioni saranno inevitabili.</p>
<h2>Implicazioni per i passeggeri</h2>
<p>Oltre ai ritardi nei collegamenti aerei, molte compagnie stanno offrendo rimborsi o riprotezione su altri voli per ridurre il disagio ai passeggeri colpiti. In Giappone, ANA ha avviato speciali procedure di assistenza per aiutare i passeggeri a trovare alternative. Lufthansa, invece, ha temporaneamente ritirato alcuni velivoli per le riparazioni, inserendoli nuovamente in servizio dopo gli aggiornamenti. Nel frattempo, in alcuni aeroporti come Roma Fiumicino, non sono stati segnalati problemi evidenti fino alla mattinata del 29 novembre.</p>
<h2>Controlli e fornitori</h2>
<p>Il sistema ELAC è prodotto da Thales, che però ha dichiarato di non essere responsabile di questa vulnerabilità, attribuendo il problema a un software sviluppato da un&#8217;altra azienda che Airbus non ha nominato. I tecnici stanno lavorando alla sostituzione degli ELAC più vulnerabili, con il supporto diretto del produttore. Airbus prevede di concludere gli interventi su gran parte degli aeromobili nelle prossime settimane, ma per ora rimangono lunghi i tempi per il ripristino operativo della flotta globale A320.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/airbus-richiama-6-000-aerei-a320-bug-ai-computer-di-bordo-raffica-di-cancellazioni/">Airbus richiama 6.000 aerei A320: bug ai computer di bordo, raffica di cancellazioni</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Ponte sullo Stretto, lo stop per gli &#8220;habitat naturali&#8221;. Le 3 motivazioni della Corte dei Conti</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/ponte-sullo-stretto-lo-stop-per-gli-habitat-naturali-le-3-motivazioni-della-corte-dei-conti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Nov 2025 20:32:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[ponte sullo stretto]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nicolaporro.it/?p=290328</guid>

					<description><![CDATA[<p>Le toghe contabili depositano le motivazioni della bocciatura del progetto. Il governo: "Ampi margini di chiarimento"</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/ponte-sullo-stretto-lo-stop-per-gli-habitat-naturali-le-3-motivazioni-della-corte-dei-conti/">Ponte sullo Stretto, lo stop per gli &#8220;habitat naturali&#8221;. Le 3 motivazioni della Corte dei Conti</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La Corte dei Conti ha reso note le motivazioni che hanno portato al blocco del <strong>Ponte sullo Stretto</strong>. Il visto di legittimità era stato negato il 29 ottobre scorso alla delibera Cipess n. 41 del 6 agosto 2025. Quest&#8217;ultima approvava il progetto definitivo per il collegamento stabile tra Sicilia e Calabria. La Sezione centrale di controllo di legittimità ha depositato la deliberazione n. 19/2025/PREV.</p>
<h2>Le tre violazioni principali</h2>
<p>I giudici contabili hanno individuato <strong>tre motivi chiave per la bocciatura</strong>. Il primo riguarda la violazione della <strong>direttiva europea</strong> 92/43/CE sulla conservazione degli habitat naturali. La Corte ha riscontrato carenze nell&#8217;istruttoria e nella motivazione della delibera Iropi.</p>
<p>Il secondo problema concerne l&#8217;articolo 72 della direttiva 2014/24/UE sulle <strong>modifiche contrattuali</strong>. Sono emerse modificazioni sostanziali nell&#8217;originario rapporto contrattuale.</p>
<p>La terza violazione segnalata dalla Corte dei Conti riguarda la mancata acquisizione del parere dell&#8217;Autorità di regolazione dei trasporti. Questo parere era necessario per il piano tariffario alla base del piano economico e finanziario. La mancanza ha determinato la violazione degli articoli 43 e 37 del decreto-legge n. 201/2011. Con la stessa delibera sono state formulate osservazioni su altri profili ritenuti non decisivi.</p>
<h2>La reazione del governo</h2>
<p>Palazzo Chigi ha fatto sapere che le motivazioni saranno oggetto di attento approfondimento da parte del Governo. &#8220;Le amministrazioni coinvolte da subito sono state impegnate a verificare gli aspetti ancora dubbi&#8221; si legge in una nota. Il governo esprime convinzione che &#8220;<strong>si tratti di profili</strong> <strong>con un ampio margine di chiarimento</strong> davanti alla stessa Corte&#8221;. Sottolinea inoltre l&#8217;intenzione di un confronto costruttivo per garantire all&#8217;Italia un&#8217;infrastruttura strategica.</p>
<p>Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha preso atto delle motivazioni della Corte dei Conti. &#8220;Continua l&#8217;iter per la realizzazione del collegamento tra Calabria e Sicilia&#8221; afferma una nota del Mit. Il ministero evidenzia la positiva collaborazione con la Commissione europea. &#8220;Tecnici e giuristi sono già al lavoro per superare tutti i rilievi&#8221; si legge nella dichiarazione ufficiale.</p>
<h2>La posizione della società Stretto di Messina</h2>
<p>Pietro Ciucci, amministratore delegato di Stretto di Messina, ha dichiarato di aver ricevuto le motivazioni. &#8220;Stiamo valutando in queste ore le motivazioni della Corte dei conti&#8221;, ha affermato. La società si dice fiduciosa di <strong>poter individuare le opportune iniziative conseguenti</strong>. Ciucci ha aggiunto che è necessario attendere anche le motivazioni relative alla ricusazione del visto al Decreto interministeriale MIT-MEF n. 190/2025.</p>
<p>Il progetto del Ponte sullo Stretto è regolato dalla legge speciale approvata dal Parlamento. Questa norma ha definito il ponte opera strategica e <strong>di preminente interesse nazionale</strong>. La Corte dei Conti ha comunque riscontrato che l&#8217;iter procedurale non risulta coerente con il riparto di competenze. Manca secondo i giudici la doverosa distinzione tra attività di indirizzo politico e attività amministrativa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/ponte-sullo-stretto-lo-stop-per-gli-habitat-naturali-le-3-motivazioni-della-corte-dei-conti/">Ponte sullo Stretto, lo stop per gli &#8220;habitat naturali&#8221;. Le 3 motivazioni della Corte dei Conti</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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