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	<title>Società: notizie e commenti</title>
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	<description>Il giornale di Nicola Porro</description>
	<lastBuildDate>Fri, 23 Oct 2026 13:05:55 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
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		<title>La piazza è solo un pretesto: cosa si nasconde dietro le violenze</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2026 13:15:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[maranza]]></category>
		<category><![CDATA[protesta degli studenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Senza leader né ideologia, la nuova agorà corre tra i canali Telegram e i video virali. Solo il 16% degli utenti discute i motivi della protesta, mentre tra saccheggi e violenze prevale il clima di apprensione: tutti i dati della ricerca</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/la-piazza-e-solo-un-pretesto-cosa-si-nasconde-dietro-le-violenze/">La piazza è solo un pretesto: cosa si nasconde dietro le violenze</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’ultima settimana il dibattito pubblico italiano si è infiammato attorno ai <strong>temi della piazza,</strong> dello scontro sociale e delle risposte istituzionali. Qualcosa è però cambiato rispetto al passato. Le piazze contemporanee non si mobilitano più soltanto lungo i tradizionali binari della rappresentanza, né attendono i tempi della mediazione politica o giornalistica <a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/chi-rompe-paga-non-per-i-maranza-salis-hanno-problemi-economici/" target="_blank" rel="noopener"><strong>per esprimere la propria rabbia.</strong></a></p>
<h2>Le proteste e i social</h2>
<p>Oggi le proteste corrono dai social, per i social e con i social. Marshall McLuhan sosteneva che “il medium è il messaggio”, ma nell’era della convergenza digitale assistiamo a un’ulteriore evoluzione: la forma stessa della piattaforma definisce, plasma e diviene il contenuto della protesta. Quello che è successo il 17 e 18 ottobre non è un fenomeno del tutto nuovo: già il 2 giugno 2022 a Peschiera del Garda ci fu un raduno organizzato su <strong>TikTok denominato “L’Africa a Peschiera del Garda”</strong>, rivolto principalmente a italiani di seconda generazione di origine nordafricana per ballare musica trap, poi degenerato in violenze.</p>
<p>Nell’estate del 2022 la cronaca aveva registrato <a href="https://www.nicolaporro.it/chi-rompe-paga/" target="_blank" rel="noopener"><strong>l&#8217;emergere dei &#8220;maranza&#8221;</strong></a>, bande di giovanissimi capaci di mettere a soqquadro intere località: emblematico il caso di Riccione, invasa per settimane da gruppi d&#8217;assalto che presero di mira turisti e coetanei. La provocazione urbana e la sopraffazione si alimentavano proprio della cassa di risonanza dei social.</p>
<p>Stessa cosa per gli scontri provocati dai Black Bloc a Milano nel 2015 che misero a ferro e fuoco Milano e fu tutto raccontato sui social. <strong>La differenza è netta, però</strong>: nel primo caso c’era un’organizzazione sociale e ludica, nel secondo una orchestrazione di gruppo, nel terzo una regia politica, poi vanificata dai violenti.</p>
<h2>TikTok, Telegram e la popolarità</h2>
<p>Quando osserviamo gli eccezionali volumi dei social media sui fatti del 17 ottobre, oltre <strong>35,5 milioni di interazioni</strong> e <strong>675 mila conversazioni</strong> nell’arco di una sola settimana, ci rendiamo conto che si è superata la classica cronaca digitale di un evento reale, arrivando a una funzione di catalizzatore della Rete. In particolare, è su piattaforme come TikTok e Telegram che la logica del messaggio si fonde e si esaurisce nel medium stesso: l’algoritmo verticale, video e repentino da un lato e la messaggistica cifrata e priva di filtri dall’altro non sono semplici canali di trasmissione, ma il frame cognitivo e identitario entro cui la tensione si genera, esplode e si trasforma in contenuto condivisibile. Viene meno anche la logica del “follower”: sono strumenti che si basano sulla visibilità algoritmica di un contenuto.</p>
<p>La ricerca della <strong>popolarità </strong>non è una novità: dal mondo antico fino ai mass media, l&#8217;esibizione del gesto ha sempre cercato un pubblico. La vera rivoluzione sta nella <strong>disintermediazione assoluta: </strong>il violento che riprende e condivide le proprie azioni non deve più passare al vaglio dei <em>gatekeeper</em> dell&#8217;informazione tradizionale, ma conquista una popolarità immediata e senza filtri che si autoalimenta direttamente all&#8217;interno della Rete.</p>
<h2>La disintermediazione 2.0</h2>
<p><strong>Gli scontri, i cortei e lo storytelling delle manifestazioni</strong> si creano fisicamente <em>sui</em> social e <em>con</em> i social media, che ne riconfigurano l’essenza. Le piazze che abbiamo visto infiammarsi non traggono origine dalle strutture classiche di aggregazione (partiti politici, rappresentanze studentesche, corpi sociali o organizzazioni sindacali). Nascono direttamente nel flusso magmatico della Rete. La mobilitazione avviene con una rapidità e un’imprevedibilità che spiazzano le analisi tradizionali.</p>
<p>Attraverso il formato nativo dei brevi video di TikTok e le reti chiuse dei canali Telegram, la Rete pianifica le azioni, organizza la presenza sul campo e ne fornisce la narrazione in tempo reale. Le metriche evidenziano una frequenza di coinvolgimento straordinaria, con una media superiore alle 50 reazioni, commenti o condivisioni per ogni singolo post sulle proteste del 17 ottobre. <strong>Solo il 16% degli utenti è focalizzato sui motivi:</strong> questo dimostra quanto la narrazione dell&#8217;evento finisca per oscurarne persino la matrice costitutiva, per quanto labile.</p>
<h2>L&#8217;esempio del minorenne milanese</h2>
<p>Il caso dell&#8217;undicenne di origini marocchine identificato a Milano durante i saccheggi di via Dante è emblematico: i<a href="https://www.nicolaporro.it/milanoquotidiano/scontri-a-milano-tra-i-protagonisti-anche-un-bambino-di-11-anni-identificato-a-scuola-dopo-i-saccheggi/" target="_blank" rel="noopener"><strong>l più giovane tra i manifestanti,</strong></a> sceso in piazza con volto coperto solo per &#8220;fare casino&#8221; e svaligiare negozi, senza alcuna consapevolezza delle ragioni della protesta. Un episodio che conferma la violenza sui social e in strada sia diventata una merce di scambio identitaria, completamente spogliata di ogni contenuto politico deciso e organizzato.</p>
<h2>Social Network, media e target di età</h2>
<p>C’è un’evidente frattura nei media, strettamente legata ai target d&#8217;età e ai tempi di fruizione delle informazioni. Da un lato c&#8217;è la generazione più giovane, <strong>capace di muoversi in modo fluido e privo di un&#8217;architrave politica,</strong> organizzata o ideologica strutturata, trovando su Telegram la coordinazione operativa e su TikTok la propria camera d&#8217;eco narrativa.</p>
<p>Dall&#8217;altro lato c&#8217;è il resto dell&#8217;opinione pubblica e <strong>le generazioni più adulte,</strong> che scoprono la portata di questi fenomeni solo in un secondo momento, navigando sulle bacheche di Facebook, Instagram e X. Da qui, infine, l&#8217;innesco si sposta sui media tradizionali che arrivano inevitabilmente a cose fatte, limitandosi a registrare ex post un&#8217;ondata emotiva che ha già esaurito la sua fase genetica negli ambienti digitali.</p>
<h2>I dati social</h2>
<p>I numeri restituiscono l&#8217;immagine di un Paese attraversato da un clima di profonda apprensione. L’attenzione della rete finisce infatti per concentrarsi in modo prevalente sulle conseguenze dirette degli scontri anziché sulle ragioni di fondo che hanno animato le proteste. L&#8217;umore della rete è segnato da apprensione: <strong>il 40% degli utenti esprime preoccupazione,</strong> il 15% solidarietà ai manifestanti, il 10% sconcerto e l&#8217;8% indignazione.</p>
<p>L&#8217;attenzione si concentra sulle <strong>conseguenze di ordine pubblico</strong> anziché sulle cause della protesta, discusse solo dal 16% degli utenti. Il 52% dibatte del ruolo delle forze dell&#8217;ordine, il 40% dei danni dei violenti, il 27% della responsabilità di scuole e famiglie e il 21% del Decreto Sicurezza. Sul DL Sicurezza prevale la richiesta di tutela: il 51% è favorevole, 35% approva, 16% lo ritiene urgente, mentre il 25% critica, il 15% esprime frustrazione e il 6% dubbio. Tra le norme più discusse spiccano l&#8217;estensione del fermo preventivo (170 mila interazioni), i militari a Milano (148 mila) e la responsabilità dei genitori per i minori (82 mila).</p>
<h2><strong>Il superamento della rappresentanza </strong></h2>
<p>La piazza reale è diventata<strong> l&#8217;estensione fisica di un&#8217;architettura digitale</strong> che non chiede più rappresentanza, ma visibilità, trasformando la gestione dell&#8217;ordine pubblico in una complessa sfida di ordine pubblico, comunicativa e culturale.</p>
<p>Leggi la ricerca completa sul sito <a href="https://socialcomitalia.com/magazine/proteste-manifestazioni-e-scontri-i-social-esplodono/" target="_blank" rel="noopener nofollow">socialcom</a></p>
<p>Luca Ferlaino, 23 ottobre 2026</p>
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		<title>Panico per i Fratoiannez: ora i nazisti volano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Max Del Papa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Oct 2026 13:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[elon musk]]></category>
		<category><![CDATA[nicola fratoianni]]></category>
		<category><![CDATA[tesla]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Tesla Roadster promette di sfidare la gravità, ma i progressisti gridano allo spreco e invocano nuove regole</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La macchina volante di Musk</strong> manda in confusione i progressisti da 50 sfumature di grigiore, ancorati al mulo, li manda in furia: “E questa boiata cosa sarebbe, a che servirebbe?”. Si vedrà, ma se l’umanità avesse ragionato così, saremmo rimasti ai tempi immobili degl’islamici e Leonardo da Vinci con le sue immaginarie macchine volanti non sarebbe mai stato Leonardo. Perché aveva già progettato tutto lui: si chiama umanesimo, ed è roba nostra e solo nostra. Da quello discende la fantascienza, e quindi la realtà.</p>
<p>Sta di fatto che la cara vecchia Europa sa inventare solo cose inamovibili:<strong> il tappo dalla bottiglia, <a href="https://www.nicolaporro.it/litalia-e-un-paese-fascista-cruciani-attacca-greta-thunberg/" target="_blank" rel="noopener">Greta</a>, la Baronessa Ursula</strong>; Musk sforna a ripetizione roba che si stacca da terra, vince la gravità, parte per la luna: missili, razzi, satelliti e, finalmente, la navicella spaziale “che aspettava da 20 anni”, rosicano i comunisti: in realtà aspettava “dal Millequattrocento, quasi Millecinque”, chi scrive, per dire, è della seconda parte del secolo scorso e ci è cresciuto nelle allettanti promesse di queste auto che avrebbero viaggiato tre metri sopra il cielo: supereroi, film di fantascienza, romanzi visionari, ma il crimine, per i comunisti, è trasformare la fantasia in realtà. Salvo abusarne una volta che è diventata concreta, perché i comunisti, essendo regolarmente i più ricchi alla faccia del popolo da tutelare, come dice <strong>il molto ex ministro Speranza</strong>, son sempre i primi ad accaparrarsi i frutti del futuro cui non hanno in alcun modo collaborato.</p>
<p>“Ah, e a cosa serve una macchina che vola come un razzo?”.<strong> Potrebbero chiederlo ai Fratolotti,</strong> <a href="https://www.nicolaporro.it/costa-poco-47mila-euro-che-ridere-i-compagni-fratoianni-girano-in-tesla/" target="_blank" rel="noopener">che se ne intendono e hanno sempre una Tesla “fascista” da rottamare, ma con calma</a>. Di una cosa siamo sicuri: se mai, quando mai l’auto da cielo prenderà piede, le teste di razzo della burocrazia dirigista polimorfa perversa produrranno immantinente una barocchissima normativa per regolamentare la faccenda: tasse, limiti, obblighi, divieti, tributi, balzelli, e una bella patrimoniale: del resto, cosa è mai un’automobile se non un pezzo di casa semovente, e se pure osa spostarsi nell’alto dei cieli, la situazione non cambia.</p>
<p>Anzi, a maggior ragione va oberata;<strong> se possibile espropriata, o almeno okkupata.</strong> Si conferma la celebre regola: l’America inventa, la Cina copia, l’Europa norma. Li normacci sua. Altre cagate lette a spasso per i social: “Non era meglio investire nella pace?”. “Un altro drone per fare la guerra”. “E’ il trionfo del sionismo genocida”. “Meloni riferisca in Parlamento”. Il repertorio dei compagni inetti è limitato, circolare come la rivoluzione da import/exportare a botte di teppismo. <strong>Non sanno fare altro, al netto del parassitismo.</strong></p>
<p>Adesso sui nuovi orizzonti della scienza e della tecnica aspettiamo il parere luminoso, nell’ordine, di: Greta, Ilaria Salis, Corrado Formigli, Sigfridolo il Nibecorto (un po’ con le gomme a terra e il razzo scarico), Wanna Marchi, Lilli Gruber, Lella sardoimmobile, una che vola sempre rasoterra. E, immancabile, Beppi Conte: “Si invece di sprecare soldi per questi strumenti di morte ci si fosse concentrati su sanità, scuole, servizi sociali…”. Cioè tutto quello che ha sfasciato lui. Ma, se ci fate caso, nel mare magnum di retorica insopportabile scala rapidamente posizioni una nuova formula: “Il carrello della spesa (è vuoto)”. Va su tutto, se uno non sa cosa dire tira fuori il carrello, i maitre a penser della sinistra son diventati tutti delle massaie.</p>
<p><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/piccolotti-rischia-la-poltrona-miss-tesla-si-cerchi-un-lavoro/" target="_blank" rel="noopener">Piccolotti rischia la poltrona: miss Tesla si cerchi un lavoro</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/tesla-roadster-vola-europa-von-der-leyen-ai-act-ets/" target="_blank" rel="noopener">Musk fa volare le auto. Noi al massimo gli asini</a></li>
</ul>
<p>Il guaio guaione è che questi già erano inutili duecento e poi cento e poi cinquanta e poi venti anni fa: sono andati oltre e, <strong>se la Tesla Roadster cavalca l’aria, loro cavalcano l’aria fritta delle chiacchiere,</strong> delle copertine, degli specchi, delle faccette sfottenti, insomma della vanitas vanitatum che li rende patetici, ridicoli, trabiccoli. Il bolide sospeso di Musk arriva a 100 km all’ora in meno di un secondo e può sfrecciare fin quasi a 400 all’ora, una scia intergalattica, immaginatevi – potete &#8211; gli usi, la comodità, certo non per tutti, anzi per pochissimi, ma non si comincia sempre così e poi pian piano la diffusione si fa industriale, arriva a tutti, la civiltà se ne giova, cambia, inventa nuovi modi di esistere?</p>
<p><strong>La vera rivoluzione non l’ha fatta Marx, l’ha fatta Ford rendendo l’automobile accessibile alle masse:</strong> il resto sono pippe post strutturaliste che non spostano un ago. Uno qualunque come chi scrive, che vive lontano dalla metropoli da 42 anni, ha fantasticato millanta che tutta notte canta volte di poter andare e venire in giornata (anche col treno superveloce, per la verità, ma qui mica siamo in Giappone, qui basta un Landini a paralizzare pure una tradotta per l’eternità): gli avrebbe davvero cambiato la vita, anzitutto in senso professionale, perché d’accordo, le “call”, il telelavoro (l’ho praticamente inventato, gli amici mi compativano, adesso mi hanno raggiunto e non ridacchiano più, hanno scoperto che l’esperienza di “lavorare” in pigiama non è molto gratificante né risolutiva, le cose si muovono quando ci sei lì persona, le carriere si costruiscono ancora a tu per tu, faccia a faccia, magari al Bistrot Cefalù).</p>
<p>Un sogno che per (quasi) tutti noi resterà tale, è chiaro, ma è confortante immaginare che un giorno qualcuno potrà viverlo davvero (anche se ne scaturiranno omeriche code da esodo estivo altezza grattacielo: alla fine l’umanità inventa tutto per non cambiare mai). Insomma funziona così, l’uomo è stato creato per spingersi oltre, a volte in modo mirabile, più spesso criminale, ma senza utopie, senza pazzi che si mettono in testa l’impensabile, dove andiamo? <strong>Per gli eterni nostalgici del socialismo reale e rurale,</strong> da nessuna parte: fosse per loro, saremmo rimasti al brutalismo sovietico, ai piani quinquennali, alle officine siberiane sprofondate in un ritardo secolare.</p>
<p>Se il comunismo ha potuto permettersi <strong>una sua indegna resilienza,</strong> è solo perché ha sempre sfruttato le conquiste del capitalismo, gli è salito in sella (o a bordo), sempre criticandolo e giurandogli morte sicura. E la storia per l’appunto si ripete sempre, inesorabile, deprimente. Più demonizzano qualsiasi invenzione e più ne approfittano, siano trasporti, reti, comunicazioni, meteoriti a forma di salotto. Eppure non resistono all’atavico impulso, lo snobismo miope, la critica stralunata, la faziosità imbecille, l’invidia meschina. “Ah, ma dove va quello con la macchina che vola?”. Chissà perché un comunista deve sempre atteggiarsi a intelligente, a costo di risultare cretino.</p>
<p>Max Del Papa, 17 ottobre 2026</p>
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		<title>Vuoi avere idee migliori? Smetti di fissare lo smartphone</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/vuoi-avere-idee-migliori-smetti-di-fissare-lo-smartphone/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Oct 2026 14:15:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo ossessionati dalla produttività, incapaci di stare in silenzio e terrorizzati dai tempi morti. Eppure è proprio quando smettiamo di fare che la mente ritrova spazio per pensare, creare e respirare</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/vuoi-avere-idee-migliori-smetti-di-fissare-lo-smartphone/">Vuoi avere idee migliori? Smetti di fissare lo smartphone</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Fermiamoci un attimo: talvolta il nostro cervello ha bisogno che non facciamo praticamente nulla! Oggi sembra che se non sei super impegnato, operativo H24 e con l’agenda piena, stai sprecando la tua vita. <strong>«Facio ergo sum»,</strong> se Cartesio mi consente! Siamo diventati i re del multitasking: rispondiamo alle email mentre camminiamo e contemporaneamente ascoltiamo anche un podcast, mentre cuciniamo poi controlliamo lo smartphone. Abbiamo letteralmente paura dei tempi morti.</p>
<p>Stiamo trattando il nostro cervello come se fosse <strong>un motore da tenere sempre su di giri.</strong> Il rischio è essere accusati di essere abulici e scansafatiche. Ma questa rincorsa all’efficienza perfetta ha un prezzo altissimo: siamo perennemente stanchi, ansiosi e abbiamo la testa costantemente “piena”.</p>
<p>In questo <strong>delirio di produttività</strong>, abbiamo dimenticato una cosa fondamentale: l’importanza di annoiarsi. La prova del nove la viviamo ogni venerdì sera. Spegniamo il computer in ufficio stremati da una settimana infinita, sospiriamo e ci diciamo: «Finalmente, venerdì!». Poi, scatta un cortocircuito folle e inspiegabile. Trasformiamo il sabato e la domenica in un secondo lavoro. Incastriamo aperitivi irrinunciabili, cene fuori casa, sessioni di sport intensivo e gite fuori porta pianificate al millimetro sul navigatore. Tutto per non rischiare di annoiarci.</p>
<p>Poi ecco che il lunedì mattina la sveglia suona e noi ci trasciniamo fuori dal letto più esausti e stanchi di quando abbiamo chiuso l’ufficio, mentalmente ed emotivamente incapaci di affrontare una nuova settimana, vittime della nostra stessa trappola dell’efficienza.</p>
<p>Ma la verità è che annoiarsi fa benissimo. La noia è lo spazio vuoto in cui la mente, libera da stimoli continui, comincia a viaggiare per conto suo. I nostri avi latini ci insegnano tutto ciò. Loro distinguevano nettamente tra due concetti: “Negotium” (da *nec-otium*, ovvero “non-ozio”), ovvero il tempo dedicato agli affari, al lavoro, alla politica e ai doveri sociali, ed “Otium”, ovvero il tempo libero dagli impegni pratici, <strong>dedicato alla crescita personale</strong>, allo studio, alla filosofia, alla scrittura e alla cura dell&#8217;anima. Era il fine ultimo dell&#8217;esistenza.</p>
<p>Il lavoro serve a garantire la sussistenza, ma è l’ozio creativo e intellettuale che ci rende davvero umani e liberi. Fateci caso. Siamo letteralmente circondati dal rumore: la prima cosa che facciamo salendo in auto è accendere la radio; anche quando passeggiamo nel parco abbiamo i nostri AirPod incastonati fissi con la musica, ed arrivati a casa accendiamo subito la TV, fosse anche per tenerla semplicemente come rumore in sottofondo: <strong>abbiamo paura del silenzio!</strong> Dovremmo imparare a riscoprire il magico, terapeutico potere di non fare assolutamente nulla e ascoltare il rumore del silenzio.</p>
<p>Anche la scienza, d’altronde, ci conferma che stiamo sbagliando tutto. Gli scienziati hanno scoperto che quando stacchiamo la spina dei compiti pratici e lasciamo vagare la mente (proprio quando ci stiamo annoiando un po’), il cervello fa una cosa incredibile. Accende una rete speciale chiamata “Default Mode Network” (DMN), che possiamo definire la “modalità predefinita” del cervello. È proprio in questi momenti di apparente abulia che la mente riordina i ricordi, elabora le emozioni e, soprattutto, fa nascere le idee più creative. Le intuizioni migliori, dopotutto, non arrivano mai quando siamo stressati davanti a un foglio Excel, ma sotto la doccia o mentre guardiamo fuori dal finestrino senza pensare a nulla. O talvolta (eh sì… ce lo dice anche la statistica!) <strong>le idee migliori vengono proprio lì, la mattina</strong>, quando siamo seduti in bagno per fare “ciò” che accomuna ricchi, poveri, giovani, vecchi, di qualsiasi religione e di qualsiasi nazionalità. E purtroppo anche in quel momento abbiamo in mano il nostro smartphone!</p>
<p>D&#8217;altronde persino il Creatore, dopo aver creato l’Universo, i<strong>l settimo giorno ha sentito il bisogno di fermarsi per guardare la Creazione</strong>. E riposare! E chi siamo noi per pensare di poter fare di meglio di lui? Ecco perché rallentare non è una perdita di tempo, ma un bisogno biologico. Forse, sotto sotto, riempiamo ogni istante di rumore solo perché abbiamo paura folle del silenzio. Evitiamo disperatamente di fermarci perché l’inattività ci costringe a guardarci dentro e allora siamo costretti a pensare. E a quello, purtroppo, non siamo più abituati.</p>
<p><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/lelogio-dellimperfezione/" target="_blank" rel="noopener">Elogio dell’imperfezione</a></li>
</ul>
<p>Tornando agli antichi romani: avevano un modo di dire perfetto per spiegare questo concetto:<strong> “Festina lente”, un ossimoro che significa “affrettati lentamente”.</strong> È il consiglio migliore che possiamo seguire oggi: insegui pure i tuoi obiettivi, ma fallo con calma, concedendo alla tua mente il tempo di respirare. Oppure, ritornando a un’epoca più recente, qualche lettore ricorderà uno spot che consigliava di sedersi a un tavolino in mezzo al traffico cittadino e ordinare un amaro a base di carciofo per combattere “il logorio della vita moderna”.</p>
<p>Oggi la situazione è un po’ <strong>più complicata di così,</strong> ma il segreto è rimasto lo stesso: per non logorarsi, ogni tanto bisogna semplicemente fermarsi, posare lo smartphone e riscoprire il magico potere di non fare assolutamente nulla.</p>
<p>Vincenzo Mangione, 11 ottobre 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/vuoi-avere-idee-migliori-smetti-di-fissare-lo-smartphone/">Vuoi avere idee migliori? Smetti di fissare lo smartphone</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>“È ok la nuova moschea?”. E la risposta-supercazzola del vescovo sa di sottomissione</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/e-daccordo-sulla-nuova-moschea-e-la-supercazzola-del-vescovo-sa-di-sottomissione/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/e-daccordo-sulla-nuova-moschea-e-la-supercazzola-del-vescovo-sa-di-sottomissione/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Max Del Papa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Oct 2026 15:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[cardinale repole]]></category>
		<category><![CDATA[integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[moschea]]></category>
		<category><![CDATA[torino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La moschea di Torino, il silenzio del cardinale e una Chiesa che, secondo Del Papa, rinuncia a difendere la propria identità</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/e-daccordo-sulla-nuova-moschea-e-la-supercazzola-del-vescovo-sa-di-sottomissione/">“È ok la nuova moschea?”. E la risposta-supercazzola del vescovo sa di sottomissione</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Gli chiedono che ne pensa della <strong>moschea a Torino</strong> e lui risponde peggio del conte Mascetti ma meglio di Stefano Massini (cui non dissomiglia), quello delle troie e i pomodori. Il mistero assai poco gaudioso si deve al <strong>cardinale Repole,</strong> che è l&#8217;anagramma del sindaco Lepore quello di Bologna: per non rispondere si lancia in un delirio tostissimo, nel senso della faccia, in elogio, chissà che diavolo c&#8217;entra, della Laicità, maiuscolo per la Madonna. Nessun senso, tanto fumo, più di Satana che d&#8217;incenso, pur di non dire come Cristo: il vostro dire (rispondere) sia sì sì, no no: tutto il resto viene dal demonio. E difatti. Dal demone della dialettica, per l’occasione, ma una dialettica penosa sconclusionata: questo è post strutturalismo della peggior specie, di quel relativismo che secondo Paolo Gambi, autore del notevole &#8220;Il morbo&#8221;, spalanca la strada all&#8217;ideologia gender e all&#8217;ecogismo apocalittico. Anche, si potrebbe aggiungere, all&#8217;aborto consumisitico modaiolo e all&#8217;islam di conquista. E difatti.</p>
<p>Il cardinale non vuol dire che la moschea da <strong>18 milioni,</strong> 8 dei quali provvisti dal Marocco, gli altri non si sa (ma si immagina) e il cavallo di Troia per il troiaio definitivo, è parte potente, anche in senso fisico, spaziale, di un sistema che collega le sue parti dal tribunale islamico che parte da Padova per dilatarsi ovunque, fino al divieto di carne di maiale nelle mense scolastiche e per tutti; è la resa, della quale la chiesa cattolica porta la parte più pesante, più invereconda.</p>
<p><strong>Altro che l&#8217;elogio della laicità che non è neanche ecumenismo</strong>, irenismo: è ateismo e la facessero finita con la vaccata del san Francesco pop di quel pessimo menzognero divulgatore che è Benigni: non fu un flotillero fumato che insegnava ai passeri a votare il campolargo, perdio (la finirete mai di pagarlo 300mila a semestre per simili cazzate?), il figlio di Pietro Bernardone, commerciante di tessuto pregiati in Assisi, del quale il Papini scrisse: volevi il figlio grande, ed è veramente grande, ma da straccione, nel mondo; ma tu non gettare quei tuoi panni che tuo figlio ha lasciato a terra, conservali come la reliquia di un figlio santo.</p>
<p>Fu uno che incarnava il cristianesimo mite e feroce con cui andava a convertire il sultano. Non uno che si nascondeva dietro un pessimo postmarxismo per eludere la questione, per non dire che <strong>la moschea cavallo di Troia</strong> gli stava bene. Ah, che l&#8217;inclusione è una pioggia d&#8217;oro come quella di Zeus che li annaffia tutti, laici e clericali, destra e sinistra, sopra e sotto, davanti e dietro.</p>
<p>L’erigenda moschea a Torino sorge con la forza del fatto compiuto, ma è un <strong>focolaio non di integrazione</strong> ma di integralizzazione e non lo nascondono: &#8220;Non servirà solo a pregare&#8221;. Qui come a Padova come a Milano dove l&#8217;aspirante sindaco Pacini, naturalmente PD, la pone come prima e non trattabile urgenza, secondo le pretese dei fratelli musulmani in via di candidatura.</p>
<p><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/moschea-venezia-resistere-al-ricatto-islamico/" target="_blank" rel="noopener">Moschea Venezia, resistere al ricatto islamico</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/mamma-andiamo-in-gita-da-allah-la-scolaresca-in-visita-alla-moschea/" target="_blank" rel="noopener">Mamma andiamo in gita da Allah: la scolaresca in visita alla moschea</a></li>
</ul>
<p>Sua eccellenza il cardinal legato non lo sa? Ma sì che lo sa, lo sa tanto bene da nascondersi dietro<strong> le vane parole</strong>: la sua dotta non risposta avrebbe deliziato Michel Foucalt, ma i cattolici sono abituati a cose più chiare, più in linea col Vangelo e non la capiscono più una chiesa che li abitua ai sofismi, alle doppiezze. Una chiesa che se ti vuoi confessare non ce la fai, devi prenotarti col telefono e se ci arrivi ti danno due minuti al massimo e ti chiedono se sei stato abbastanza inclusivo, se hai offerto il collo.</p>
<p>Una moschea a Torino! E poi dappertutto e non basteranno mai, perché questa è la strategia. Far capire chi è che comanda, indicare con la forza dei templi, sempre più giganteschi e pagati dagli invasori, che la resa è cosa fatta che capo ha. <strong>Capo decapitato.</strong> E che vogliamo dire ancora? Che ci salviamo? Che non è detta l&#8217;ultima parola? Con un clero così? Che col sorriso più bronzeo ti viene a dire, come Vasco Rossi, &#8220;basta che ci sia posto&#8221;?</p>
<p>Max Del Papa, 10 ottobre 2026</p>
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		<title>Dimentichi una password e Apple ti sequestra la vita digitale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2026 14:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[apple]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un account bloccato, tre giorni di attesa e una domanda semplice: come può la regina della tecnologia essere così lenta quando si tratta di restituirti ciò che è tuo?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Che vita sarebbe se per proteggerci dai ladri dovessimo vivere in case che sembrano come prigioni (sbarre alle finestre, porte a tripla mandata e cose del genere)? Che vita sarebbe se dovessimo girare per strada con le bombole d’ossigeno per non respirare aria inquinata? Ebbene,<strong> i grandi cervelloni della Apple,</strong> la grande ditta che si vanta di essere all’avanguardia della tecnologia e del design, pensano e hanno già da anni realizzato per i loro clienti esattamente un mondo così. Ieri improvvisamente il mio iphone è diventato nero ed è praticamente morto. Dopo una veloce analisi in uno dei negozi specializzati <strong>il problema è risultato veramente insolubile.</strong> Ho quindi comprato in fretta e furia un nuovo iphone per poter continuare la mia vita digitale senza interruzioni significative. Ormai ogni azione quotidiana ne è vincolata: i pagamenti bancari, le comunicazione con app di messaggistica, il salvataggio di file nel “cloud”, eventuali corsi online o comunicazioni da e con la scuola dei figli, e così via.</p>
<p>Durante l’avviamento del nuovo iphone, si deve superare il cruciale passaggio del<strong> login al proprio Apple account.</strong> L’Apple account deve essere creato la primissima volta che si acquista un apparecchio Apple ed è lì che tutti i dati vengono salvati con la possibilità di trasferirli poi ad un nuovo iphone. Si definisce una password e poi si resta collegati per sempre senza dover ogni volta fare il logout. Quindi la password dell’Apple account viene usata la primissima volta e poi mai più. Dunque credo sia un &#8220;peccato veniale&#8221; il dimenticarsela o non averla appuntata a dovere.</p>
<p>Io ho dimenticato questa password e quindi il mio account Apple è stato bloccato, a causa dei troppi tentativi falliti nel provare alcune password che mi sembravano plausibili. Senza account non si possono scaricare le app sul nuovo telefono, quindi praticamente la vita digitale è totalmente bloccata: banca, whatsapp e simili, altre app di uso quotidiano non si possono usare né raggiungere. Ricevo adesso una mail che mi dice che il mio account sarà sbloccato in due giorni. Questo è veramente scandaloso secondo me e pure fuori legge.<strong> Come è possibile che una Società detenga tutti i tuoi dati</strong> e tu non ne possa usufruire per (in totale) tre giorni?</p>
<p>E come è possibile che un’impresa come Apple, al top della tecnologia e chi più ne ha più ne metta, non riesca a verificare la mia identità in un tempo minore di tre giorni? In un mondo dove la tecnologia viaggia a mille all&#8217;ora ogni giorno? Tutte le altre imprese che detengono i miei dati altrettanto importanti e altrettanto generali (banca, cloud, etc.) mi consentono di fare <strong>un recovery della password in pochi &#8220;indolori&#8221; secondi.</strong> Tutte tranne Apple, che quindi è o in malafede o incontra gravi carenze nel suo sistema di gestione della sicurezza, certamente non al passo con i tempi ultrarapidi della vita digitale odierna.</p>
<p>La stupidità dell’ingegneria e di chi ci sta dietro è in questo caso colossale! La grande ditta di Tim Cook è veramente primitiva in quanto a customer service e scadente nel garantire i migliori servizi ai clienti, a favore di non ben precisate minacce alla sicurezza per cui servirebbero oggi, nel 2026, <strong>in piena era AI,</strong> tre giorni per verificare un’utenza e ripristinare un account. Questo è decisamente anacronistico! Si parla proprio ultimamente dei pericoli dell’AI per la specie umana. Se l’AI fosse quella di Apple allora potremmo dormire sonni tranquilli: i tempi della grande mela californiana sono matusalemmici. Farebbero prima a tornare i mammuth sulla Terra piuttosto che la AI di Apple a crearci qualche problema.</p>
<p>Nel ripristino di un account, non tenendo conto delle necessità del cliente, <strong>Apple ci tratta veramente a pesci, anzi, a mele marce in faccia.</strong> Si dice che una mela al giorno tolga il medico di torno, ma troppe mele, specie se troppo mature, un po’ bacate e addentate come quella di Apple, sono sicuramente tra le cause di una vibrante motilità intestinale… e non solo! Che vita sarebbe se, ogni volta che dimentichiamo una password, dovessimo aspettare tre giorni prima di poter rientrare nel nostro account?</p>
<p>Andrea Gebbia, 8 ottobre 2026</p>
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		<title>La demoniaca esaltazione del 7 ottobre, per far avanzare l&#8217;islam di conquista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Max Del Papa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 07:47:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[7 Ottobre]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tre anni dal vero genocidio: chi a Gaza esultò non può avere alibi. Ma l'Occidente tifa per chi viole imporre la sharia</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tre anni ed è cambiato tutto e non è cambiato niente. È cambiato tutto come sempre dopo ogni orrore indicibile, insostenibile, che fa vergognare di essere umani e dubitare di un Dio che ha potuto permettere agli uomini di trasformarsi in diavoli; ed è cambiato tutto perché da quel giorno <strong>Israele</strong> con la sua strategia forsennata di attacco si è giocata tutta la solidarietà, si ritrova isolata, il mondo non ha più voglia di capirne le ragioni, si è finita gli alibi perché, hai voglia a giustificare, le atrocità a Gaza ci stanno e negarle o minimizzarle non è giusto, non è decente, non più del vittimismo infame che regna tra i palestinesi e <strong>Netanyahu</strong> è un problema che Israele dovrà risolvere: questo lo sanno gli israeliani come lo sanno gli americani, lo sa Trump che ondivago com’è può esasperarsi, ritirargli l’appoggio da un momento all’altro. A Israele no, non è pensabile, non è mai accaduto e mai accadrà, a Netanyahu sì. <strong>Israele inoltre ha perso l’altra guerra</strong>, non meno importante: quella della comunicazione, dell’immagine, le menzogne, le invenzioni, le visioni che la bersagliano sono palesi ma meglio preparate, meglio diffuse, e la spuntano.</p>
<p>Ma, allo stesso tempo, non è cambiato niente perché <strong>l’odio verso gli ebrei</strong> – gli ebrei, i semiti, non i sionisti – quel vecchio odio mefitico ha trovato nuova linfa, un nuovo pretesto che prescinde totalmente dalle ragioni di Gaza, dai palazzi sventrati con i bambini sotto, dalle sofferenze di cui nessun flotillero si preoccupa sul serio. <strong>Sono scuse per mascherare quell’odio atavico e demente che risale i secoli</strong> e nella modernità si colora del rosso leninista-stalinista e del nero nazista, entrambi alleati dell’Islam in armi (fu Lenin, traendo buon gioco dall’antisemitismo marxiano, a benedire per primo la saldatura strategica tra comunismo e islamismo a Baku nel 1920). Una magnifica cinica occasione per segnalarsi, fare carriera in politica, nell’informazione, nelle scuole, nelle arti, in società. <strong>Odiare l’ebreo a prescindere è tornato di moda</strong>, è un gioco di società tolto dalla polvere della storia e rilanciato come un revival irresistibile.</p>
<p>Ieri Andrea Minuz ha fatto un articolo terribile e insanguinato sulle infamità che da tre anni lo raggiungono, ci raggiungono, e che oggi certo non mancheranno. Quelle tro*e che ballano inneggiando ad Hamas. Quegli studentelli che scandiscono “dal fiume al mare” senza conoscere né il fiume né il mare. Quella miseria di dipingere gli stragisti come alfieri di una eroica resistenza antioccidentale. <strong>Quella vergogna senza vergogna di ripetere dappertutto che “Israele ci ha rotto er cazzo col 7 ottobre”</strong>. <a href="https://www.nicolaporro.it/naza-il-nuovo-verbo-della-sinistra-italiana/" target="_blank" rel="noopener">Quel rigurgito di viltà di chi esalta Naza ma si è sempre rifiutato di vedere i film delle mostruosità di “quel giorno”</a>. Quel prendere le parti di un popolo inetto, stretto, stritolato da un regime inetto e criminale.</p>
<p>Hamas ha ricevuto in questi primi 26 anni del millennio somme mai precisate ma che oscillano fra i 300 e i 500 miliardi; se si risale per i decenni, i fiumi e i mari e gli oceani di denaro si fanno incontrollabili: <strong>Hamas ha saputo soltanto investire in odio</strong>, <strong>genocidio</strong> – loro sì, quello sì: è l’unico obiettivo missionario della loro sporca età -, in tunnel, in armi, in ruberie immani, a man salva. Se Israele ha finito gli alibi, Hamas, Gaza, i palestinesi che esultavano il 7 ottobre (come già l’11 settembre di 22 anni prima) per le strade, gli alibi non ne hanno mai avuti.</p>
<p>Scrive Federico Rampini nel saggio “<em>Il nuovo impero arabo</em>”, del 2024: “Chi oggi per essere «politicamente corretto» vuole descrivere l’Islam a ogni costo come una religione egualitaria dimentica che nel Corano stesso sono indicate tre categorie di esseri inferiori per il loro status e i loro diritti: le donne, gli infedeli, gli schiavi. Questa struttura diseguale è scolpita nella religione, non solo nei costumi. È altrettanto categorica di quanto lo sia il sistema delle caste in India (…) Mentre in Estremo Oriente decollavano uno dopo l’altro i miracoli di tanti «dragoni» asiatici – che non erano solo dei boom economici bensì progressi estesi all’istruzione, alla tecnologia, all’ordine pubblico e alla sicurezza – in Nordafrica e in Medio Oriente le aspirazioni dei popoli erano frustrate. Scattò tra i leader la ricerca di un capro espiatorio e fu trovato nell’Occidente:<strong> era tutta colpa del colonialismo più recente</strong> (peraltro assai più breve rispetto al dominio ottomano). Veniva ignorato il fatto che, dall’altra parte del continente asiatico, paesi colonizzati molto più a lungo dagli occidentali erano capaci di modernizzarsi a gran velocità. Il vittimismo arabo dilagava, si imponeva come dottrina ufficiale e al contempo contaminava le masse con un senso diffuso di recriminazione, rancore, deresponsabilizzazione.</p>
<p><strong>Alla colpevolizzazione degli occidentali si aggiunse quella di Israele</strong>. Fino agli anni Sessanta e Settanta, anche Israele aveva seguito modelli socialisti, basti pensare ai kibbutz. Il vero boom – economico e tecnologico – si verifica quando Israele abbraccia una ricetta capitalistica, a partire dagli anni Ottanta: diventa una piccola superpotenza, con livelli scientifici e di benessere che lo distanziano sempre più dai suoi vicini. Quel successo attira su di sé l’invidia generale dei vicini falliti. <strong>Sempre all’insegna del vittimismo e dello «scaricabarile»</strong>, gran parte del mondo arabo si autoconvince che la ricchezza di Israele può avere una sola spiegazione: è costruita sullo sfruttamento e sull’oppressione dei palestinesi. È un falso clamoroso, eppure diventa un luogo comune così tenace da radicarsi nel tempo come dottrina ufficiale anche nei campus universitari dell’Occidente. Anziché studiare nei dettagli il progresso di Israele per emularne le ricette vincenti (cosa che, per esempio, in Estremo Oriente la Cina ha fatto copiando i miracoli di Giappone, Singapore, Taiwan, Corea del Sud), <strong>la maggior parte dei dirigenti arabi hanno investito sull’antisemitismo come collante ideologico</strong> per nascondere le proprie incapacità e malefatte”.</p>
<p>Il pretesto palestinese, l’esaltazione disgustosa del 7 ottobre dilagano anche qui, affidati a ceffi e ceffe della specie peggiore, proiettati a ignobili affermazioni, ma l’odio non è solo atavico e demente, è, ed è forse il suo aspetto peggiore, il più demoniaco, il più sordido, quell’odio o delizia per la shoah è strategico, lucido e finalizzato. A cosa?<strong> All’affermazione dell’Islam di conquista e di saccheggio</strong>. I segnali della resa ci stanno tutti, si conclamano ogni giorno e nessuno sembra rendersene conto o curarsene davvero: a Padova sorgono i primi tribunali islamici che rispondono alla shari’a, non alla Costituzione, non al diritto positivo nazionale: Silvana De Mari ha scritto un libro essenziale ma pesante come un’accusa di marmo per chiedere, a mezzo questionario, ai musulmani moderati se siano disposti ad accettare il sistema legale di chi li ospita a scapito della legge coranica, della shari’a.</p>
<p>È la questione delle questioni, e delude e avvilisce che le istituzioni a partire dal Colle non se la pongano, che preferiscano l’eterna colossale bugia dell’integrazione affidata agli automatismi della buona volontà (per tacere del clero, ma tacere davvero per carità cristiana). Scriveva Giovanni Sartori dieci anni fa, poco prima di andarsene: “Siamo in mano a politici ignoranti che non conoscono la storia, che non hanno cultura e si preoccupano solo di conservare il potere. La Ue è un edificio mal costruito che sta crollando, la situazione è disperata perché, pensando solo in termini economici,<strong> hanno creduto che i musulmani si potessero integrare, ma non è possibile</strong> che un immigrato che appartiene a una cultura teocratica che non separa lo Stato religioso da quello civile si integri. Fino a che punto una società pluralista può sopportare una comunità che la rifiuta, un aperto e aggressivo nemico culturale? Insegna l’esperienza che concedere la cittadinanza non equivale a integrarsi ed è inevitabile che <strong>i cittadini islamici, quando avranno il diritto di voto, lo useranno per imporre i loro principi religiosi</strong>, la poligamia, la sottomissione della donna…”.</p>
<p>Chiaro. Semplice. Terribile: è andata esattamente così. A Padova la sharia e la moschea, a Torino una moschea da 1000 posti, coperta per 8 milioni dal Marocco, per gli altri 11 non si sa da chi; a Piacenza tolgono la carne di maiale dalle diete scolastiche perché gli islamici non la ammettono e, attenzione, non solo per i loro figli: per tutti. A Milano l’aspirante sindaco Pacini trova che la vera emergenza sia “una grande moschea”. Da Pioltello il Ramadan partì per propagarsi in tutte le scuole, <strong>con la benedizione del vescovo milanese Delpini</strong> e del solito Mattarella. Dappertutto, con epicentro Milano, candidati islamici nel Pd e sia chiaro che non è il pizzaiolo egizio, non è il primo che passa, è tutta gente imposta dai Fratelli Musulmani secondo un disegno che dura da 40 anni, che in Italia partì da Ancona alla fine degli anni ‘80 e da allora non ha fatto che strutturarsi organizzando in modo sempre più diffuso la ramificazione: scuole, atenei, media, partiti, componenti sociali. Lungo la Milano-Meda due balordi in fama di rapper possono paralizzare il traffico per chilometri e nessuno reagisce, nessuno fiata perché se per un islamico è complicato finire in galera, per un italiano è fin troppo facile. E poi quelli hanno il coltello facile.</p>
<p>A Vicenza un influencer maranza può chiamarne mille che procedono a sistematica distruzione. L’Emilia con le sue Bologna in armi, <a href="https://www.nicolaporro.it/salim-el-koudri-ha-tentato-il-suicidio-in-carcere/" target="_blank" rel="noopener">le sue Modena della strage innesco</a>, sono ampiamente perdute. Roma non è messa meglio, annaspa nella stretta della mafia bengalese. Tutte le principali città sono in mano alla sinistra nella rinuncia e nel disinteresse della destra: Milano, Roma, Firenze, Bologna, Napoli, Genova, più tante altre e in ogni giunta piddina la penetrazione avviene per via politica, legittima, elettorale proprio come aveva previsto Sartori. La Francia è caduta, a ferro e fuoco da giorni e quel vecchio tanghero di Tangeri, Melenchon, che dirige le escandescenze, viene portato in trionfo da una platea di maranza camuffati da studenti ai quali dei caloriferi e delle aule importa meno che dei bambini di Gaza.</p>
<p>E da noi le Salis e i vecchi rottami di un giornalismo irresponsabile si sdilinquiscono all’idea di importare la guerra incivile. In Vandea – in Vandea! – un branco di maranza entra in una chiesa e la profana, sfascia, lorda altare, arredi sacri, canta un inno ad Allah e le più invasate sono le ragazzine francesi che si accompagnano ai balordi magrebini. Fottuta la Francia come il Regno Unito e la penetrazione sbalordisce per facilità e per l’indolenza e la viltà dei conquistati. Ebbene, <strong>la celebrazione del 7 ottobre</strong>, che anche qui in Italia erutta e scoppietta dappertutto, scuole, università, campus, strade, serve anche a questo, principalmente a questo: a legittimare uno stato delle cose, un dato di fatto, a certificare l’ineluttabile. Oggi è il 7 ottobre e l’orrore della memoria ci travolge già, ma una memoria che puzza di esaltazione, nel segno del trionfo. E non c’è modo di scamparla.</p>
<p>Max Del Papa, 7 ottobre 2026</p>
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		<title>No, San Francesco non era ecologista né pacifista</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/no-san-francesco-non-era-un-ecologista-ne-pacifista/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 09:30:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[San Francesco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Santo di Assisi viene ormai trasformato in santone. Ma andò personalmente in Oriente a convertire i musulmani</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>4 ottobre 2026: ricorrono 800 anni dalla morte di <strong>San Francesco.</strong> Potremmo elaborare un pay-off pubblicitario: “Il santo più amato dagli italiani”. Egli appare &#8220;simpatico&#8221; anche a chi non crede. Anche gli agnostici, atei, indecisi sentono il “profumo” spirituale quando vanno ad Assisi. Quasi un santo… santone ! E infatti spesso viene tirato per la giacch… pardon, per il saio anche da non cristiani <strong>fraintendendo alcuni suoi insegnamenti</strong>.</p>
<p>La sua storia è nota in tutto il mondo: figlio di un ricco mercante di stoffe, condusse da giovane una vita spensierata e mondana finché nel 1205 si convertì e da quel momento dedicò tutto sé stesso alla gloria di Dio. <strong>Ma san Francesco non era solo questo</strong>. Basta aprire un qualsiasi libro di letteratura italiana per sapere che tra i primi testi di lingua Italiana, il più importante per qualità letteraria e per significato storico, troviamo proprio il suo “Laudes Creaturarum” ovvero “Lodi delle Creature” noto anche come “Il cantico di frate Sole” col quale Francesco esprime la sua lode al Signore per tutte le sue creature: il sole, la luna e le stelle, il vento, l&#8217;acqua, il fuoco, la terra, gli uomini virtuosi, e perfino la stessa &#8220;morte corporale&#8221;, distinta da quella &#8220;morte secunda&#8221;, la morte dell’anima, che non ha potere su chi rispetta le &#8220;sanctissime voluntati&#8221; di Dio.</p>
<p>Il cantico viene considerato subito come<strong> un primissimo esempio di “volgare illustre&#8221;</strong> intendendo per illustre il prestigio. Dante Alighieri nella sua Divina Commedia “incontra” anche san Francesco nel cerchio degli spiriti sapienti insieme Tommaso d’Aquino. La conferma che fu <strong>il primo vero autore della storia</strong> della letteratura Italiana. Quindi, Francesco, non solo santo, ma anche letterato. Qui cominciamo con le rettifiche sulla sua figura con buona pace di chi ritiene che per S. Francesco “lo studio e la vita intellettuale fosse pericoloso per l’umiltà e la semplicità”. Nulla di tutto ciò. E che lo studio non fosse incompatibile con lo spirito del francescanesimo lo avrebbe dimostrato benissimo un suo fedele discepolo, San Bonaventura. E perché non aggiungere, poi, anche la veste di filosofo?</p>
<p>Ha vissuto da <strong>anticonformista,</strong> ha predicato una sua personale concezione della vita che va al di là da un semplice comportamento religioso. Potremo tranquillamente definirlo una vera e propria filosofia (la “regola” messa per iscritto con numerosi adepti). Poi, a ben pensare, San Francesco fu anche un “opinion-maker”: andò – a testa bassa – contro le convenzioni sociali del tempo, spogliandosi (scandalizzando i benpensanti) davanti al padre Pietro e al Vescovo di Assisi. Ad esempio, <strong>S. Francesco ci viene presentato come un ecologista ante litteram</strong>. Ma in lui c’è più che altro l’amore per la natura riconducibile al suo amore per Dio Creatore di tutto come ci testimonia nel Cantico delle Creature: lui vede nella natura un segno della bontà e dello splendore della Presenza del Mistero. Ecco la differenza rispetto a chi “deifica” la natura!</p>
<p><iframe style="border: none; overflow: hidden;" src="https://www.facebook.com/plugins/video.php?height=476&amp;href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Freel%2F1411382530444955%2F&amp;show_text=false&amp;width=267&amp;t=0" width="267" height="476" frameborder="0" scrolling="no" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>E poi che dire<strong> San Francesco-animalista</strong> «per la predica agli uccelli e il lupo di Gubbio»? Ovvio che sia un’allegoria! Con la fede si può ammansire anche l’essere più “intrattabile e pericoloso”. San Francesco è anche definito <strong>pacifista</strong> tendente ad un “ecumenismo irenista e sincretista&#8221; potremmo dire quasi Gandhiano. Ecco un altro mito da sfatare. E che tale interpretazione della figura e del pensiero di S. Francesco sia falsa, appare dalla passione missionaria del Santo di Assisi, che<strong> rischiò la vita pur di andare in Oriente a convertire i Saraceni</strong>! Andò personalmente presso il “Soldano” ovvero il “feroce Saladino” per compiere un’accorata opera di testimonianza per una conversione. E troviamo conferma di tutto ciò nel resoconto nelle prime fonti francescane. Potremmo addirittura dire che, quello di convertire i mussulmani fu “un suo chiodo fisso” infatti la storia del francescanesimo è disseminata di <strong>martiri in terra islamica</strong> (ad esempio in Marocco, tra il 1220 ed il 1226. Tra i quali anche il fraticello sassarese Francesco Zirano, proclamato beato. Altro che ecumenismo e arrendevolezza!).</p>
<p>Vi è poi chi pensa che il santo di Assisi abbia nutrito un ascetismo, un disprezzo per la corporeità, come causa di peccato, visto che chiamava il proprio corpo &#8220;frate asino&#8221; e lo sottoponeva a grandi sacrifici e sofferenze, o il fatto di dormire sulla nuda terra o sulla pietra. Annoveriamo poi tra dei suoi discepoli <strong>Jacopone da Todi</strong> che nel componimento &#8220;O Segnor per cortesia/ manname la malsania&#8221;, chiede di essere colpito da Dio con ogni sorta di malattia. Qui si può intravvedere una certa &#8220;contaminazione&#8221; platonica, (presente, anche nella cultura agostinista medioevale) a livello di espressione, ma si può dire che l&#8217;esperienza di S. Francesco è genuinamente cristiana e <strong>non ha implicato alcun disprezzo per la corporeità in quanto tale</strong>.</p>
<p>Francesco è il cantore della Gloria di Dio attraverso la materialità del creato: il sole, la luna, le stelle, l&#8217;aria e le nuvole, il vento, i fiori e l&#8217;erba. Riguardo i sacrifici, non sono certo identificabili come disprezzo nei confronti del proprio corpo bensì con <strong>spirito di penitenza</strong>. Francesco sacrifica il proprio corpo per penitenza dei propri peccati, che hanno come radice l&#8217;orgoglio, la superbia, e non l&#8217;attaccamento al piacere e perché il corpo può, se assecondato troppo, diventare occasione di peccato, un peccato che resta comunque secondario rispetto a quello &#8220;spirituale&#8221;. E a dimostrazione ulteriore che Francesco non disprezzasse affatto il proprio corpo ed i piaceri terreni c’è l&#8217;episodio in cui, essendo ormai imminente la sua morte, chiese ad una signora di preparargli dei dolci che gli piacevano molto&#8230; Altro che santo-santone.</p>
<p>Vincenzo Mangione, 5 ottobre 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/no-san-francesco-non-era-un-ecologista-ne-pacifista/">No, San Francesco non era ecologista né pacifista</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>L&#8217;ospite di Gruber s&#8217;indigna: &#8220;La baby sitter vuole 20 euro all&#8217;ora&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Max Del Papa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 12:47:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[lilli gruber]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alla faccia del salario minimo. La collaboratrice le chiede quella cifra per 2 bambini e Borrelli denuncia tutto sui social: "Vuole il parcheggio"</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Lo sapete qual è la peggiore invenzione dell’umanità? Tante: i social, il populismo classista. E la migliore, invece? I sottotitoli. Così uno può sopportare la tirata alla “signora mia” upper class senzza la tortura del tono di voce, oh, così stizzoso legnosamente spigoloso, molto progressista a 12 stelle, very italoamerican, noi citizens of the mondo, che tempi che tempi guardi mia cara, di questa <strong>Silvia Sciorilli Borrelli</strong>, per la élite SSB, corrispondente dall&#8217;Italia per il <em>Financial Times</em>, che ritiene very impellente, guardi, farci sapere che lei non ha alcuna intenzione di pagare la babysitter uno sproposito: <strong>20-euro-all-ora</strong>! Roba da salario minimo a tariffa Lella.</p>
<p>No ma dico! Ma dove siamo arrivati? Ma in che mondo viviamo? Ma che davero davero. Per schinchignare sulle avide maestranze giovanili, la <strong>Silvia <em>Sciuretti</em> Borrelli</strong>, per gl’intimi SSB, tira in ballo altre maestranze, tipo gli agricoli calabri che paingono o i poveracci, perché tali escono fuori, che “lasciano qualcosa sugli scaffali del supermercato”. Praticamente, l’orgia del qualunquismo da bosco verticale, come a dire: con la miseria che c’è in giro, già che c’è la manteniamo. Il discorso, al netto del <em>birignao indignao meravigliao</em> di Madame de Gruber, ha una sua logica, surreale ma rigida: siccome a Milano, guardi, son saltati tutti gli schemi ed è una città invivibile, per molti ma non per tutti, io m’incazzo perché qualcuno prova a viverci; non prendo atto che, essendo tutto carissimo, i costi dei servizi, anche i più umili, viaggiano di conseguenza, no, <em>au contraire</em>, <strong>più il contesto è dispendioso e più gl’inferiori devono chiedere meno</strong>, fangala la scala mobile, hanno da annaspare, da affogare. Sti screanzati maleducati cafoni. Mai sentita una impudenza simile, guardi, signora mia.</p>
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<p>Davvero a SSB manca lo spicciolame per la tata? Lei che ha la faccia di quella che piglia un decuplo orario delle 20 euro pretese dalla ragazza alla pari (“e senza neanche averla vista, senza un colloquio conoscitivo”, e certo, nell’imperuranio di SSB non basta un caffè e farsi un’impressione, beh questa coi tatuaggi di Satana e la fascia verde di Hamas anche no, passiamo alla prossima, eh, bisogna essere<em> up to grade</em>, ne la nostra <em>bèla Milan</em> che non aspetta nessuno, che l’è sempre agitata, <em>ohè, qui semm minga dei pirla</em>, <em>my dear lady</em>, bisogna farci il colloquio analitico, ovviamente il caffè lo paghi te, carina. Va beh, signora sua, o questa non si rende conto, <strong>non capisce che dopo l’antipatico resta il patetico</strong>, oppure se ne rende conto benissimo ed è ciò che vuole, sta marcando il territorio, sta dicendo come osa quella ragazzina impertinente, non lo sa a chi si rivolge. Un po’ tipo la Ilaria Salis che convoca la sbirraglia che altrimenti punta a estinguere se c’è da manganellare, ops!, da allontanare la cronista irriverente.</p>
<p>Mah, sarò sbagliato io, ma a me tutta questa <em>Ricottina generation</em> ricorda molto il mio amico d’infanzia, il Lucio che viveva nella bambagia, chiamava la colf “serva” e “terona” e poi mi spiegava che, se avesse potuto votare, avrebbe votato senz’altro partito comunista. E ci siam cresciuti in mezzo, alla sinfonia dell’ipocrisia, e mo’ basta però, dai, su, ndemme sciuretta.<em> Oh, very very communistic</em>! Scopro, con un brivido, che <strong>la brava SSB ha fatto un libro sul cambiamento</strong> (epocale, il cambiamento, c’è sempre, “mancherebbe!”) <strong>dei giovani italiani</strong>: per quel che vale, cioè meno di 20 euro, praticamente niente, non credo che lo leggerò, non vorrei preoccuparmi. E poi ho già letto Fantozzi, in particolare il racconto del megadirettore galattico che opera in una cella francescana, “proprio comunista no, diciamo medioprogressista”, che prima convince il rag. Ugo che loro due sono uguali e poi lo spedisce a fare il pescione nelll’acquario, il parafulmine sul tetto. Ovviamente a costo zero, siamo matti? E direi che mi basta e avanza.</p>
<p>Max Del Papa, 3 ottobre 2026</p>
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		<title>Il capitalismo ci ha dato la libertà. Ma non può salvarci dalla nostra fragilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo Lottieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 18:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Possiamo accumulare ricchezza, conoscenza e successo, ma restiamo esseri mortali: la libertà apre così una domanda che va oltre il mondo</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tutta una lunga tradizione condanna le <strong>libertà di mercato</strong> e perfino i suoi trionfi materiali in nome di una visione che sacralizza l’esistente. Tra le righe è facile riconoscere la tensione tra il sacro e il trascendente, tra il cosmo e Dio. Sebbene pochi sembrino avvertirlo, la costante instabilità della società capitalistica, che ci fa tanto precari, consegna l’uomo alla sua pochezza: ne manifesta la fragilità.</p>
<p>Possiamo studiare la realtà in ogni modo, perfezionare le tecniche e accumulare capitali: <strong>alla fine siamo tutti mortali</strong> con un desiderio e una speranza che valicano l’orizzonte mondano. Siamo canne al vento che domani possono essere spazzate via. Il <strong>fallimento</strong> è la cifra più riconoscibile del nostro essere finiti: è un anticipo di quella morte che è il nostro destino.</p>
<p>Vi è indubbiamente un modo sbagliato di vivere la libertà (un modo totalmente assorbito dagli impegni, dalle ambizioni e dalle illusioni di successo): nessuno lo nega. Ma per chi sa ascoltarla essa ci parla soprattutto dell’inadeguatezza della dimensione presente. Se la libertà dissolve la presunta sacralità dell’esistente, quella che infine emerge è l’esigenza di un altrove.</p>
<p>Carlo Lottieri, 28 settembre 2026</p>
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		<item>
		<title>Meno burocrazia, più genio: la dittatura dell&#8217;ordine perfetto sta soffocando la libertà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Sep 2026 18:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[burocrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da Einstein a Mark Twain, tutti i geni odiavano le pulizie. Le stanze asettiche omologano la mente, mentre il disordine è la firma dei veri creativi</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p data-path-to-node="2">È nota l’affermazione di <strong>Albert Einstein</strong>: «Se una scrivania in disordine è segno di una mente disordinata, di cosa sarà segno allora una scrivania vuota?». Con questa frecciata, il grande scienziato tedesco metteva all’angolo i fanatici del pulito e dell’organizzazione maniacale, sdoganando una verità che tutti i disordinati cronici hanno sempre saputo: il caos è creativo, è uno status symbol intellettuale. <strong>Non un difetto</strong>. La provocazione del genio ci conferma che l’ordine tende all&#8217;omologazione mentre il disordine è l&#8217;ultimo baluardo della nostra irripetibile creatività. Infatti, un’altra frase attribuita a lui è: «Il disordine è l’ordine delle persone creative».</p>
<p data-path-to-node="3">Del resto, riflettiamoci: che cosa facciamo quando “mettiamo in ordine”? Applichiamo uno schema geometrico, rigido e standardizzato. Le stanze perfettamente riordinate finiscono per somigliarsi tutte, asettiche come lo showroom di un negozio di arredamento.<strong> L&#8217;ordine standardizza, omologa, livella le differenze</strong> e cancella ogni traccia del passaggio umano. Una cucina immacolata non dice nulla di chi ci abita se non che possiede un ottimo aspirapolvere.</p>
<p data-path-to-node="4">Il disordine, al contrario, è una firma d’autore rigorosamente personalizzata. Il disordine è sempre diverso per ognuno. Quella pila instabile di libri sul comodino, quella tazza di caffè di ieri lasciata sul lavabo e gli appunti sparsi sulla scrivania non sono casuali: <strong>sono la stratificazione fisica e tridimensionale dei nostri pensieri.</strong></p>
<p data-path-to-node="5"><strong>Nessun caos domestico è uguale a un altro,</strong> perché riflette la complessità della mente che lo ha generato. E proprio perché è così intimo, questo caos diventa il motore naturale della creatività. Senza lo steccato di regole fisse, il cervello è libero di fare associazioni mentali audaci. Una scrivania caotica è un’officina di idee che si rifiuta di fare la fila per due. Se i vostri amici non ne sono ancora convinti, potete sempre giocarvi la carta della scienza e della storia. Gli studi di psicologia ambientale della “University of Minnesota” guidati da Kathleen Vohs hanno confermato che il caos visivo spinge il cervello a rompere gli schemi e a trovare soluzioni innovative.</p>
<p data-path-to-node="7">Ma sono soprattutto i fatti a parlare. Non c’è solo Albert Einstein, già citato. <strong>Mark Twain</strong>, ad esempio, sosteneva apertamente che una scrivania pulita fosse solo il segno sospetto che qualcuno non avesse mai lavorato. Alexander Fleming ha scoperto la penicillina proprio grazie alla sua sbadataggine nel lasciare delle spore incustodite in laboratorio. Francis Bacon, poi, dipingeva i suoi capolavori in un atelier che assomigliava a una stanza dopo un’esplosione, sommerso da libri, foto e tubetti di colore schiacciati.</p>
<p data-path-to-node="8">Insomma, la prossima volta che qualcuno vi accuserà di vivere nel caos, ricordategli <strong>la celebre “regola delle tre C”:</strong> esistono tre cose che, per tenerle perfettamente pulite e immacolate, basta semplicemente… non usarle. E queste sono la Cucina, la Coscienza e la Camicia. Se la vostra stanza o la vostra scrivania sono un disastro, significa che state vivendo, pensando e creando al massimo delle vostre possibilità. Lasciate pure l’ordine impeccabile ma banale a chi non ha nulla da fare, o da dire.</p>
<p data-path-to-node="9">Vincenzo Mangione, 28 settembre 2026</p>
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		<title>Berlusconi, 90 anni dopo: il Cav fa ancora impazzire la sinistra</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/berlusconi-90-anni-dopo-il-cav-fa-ancora-impazzire-la-sinistra/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/berlusconi-90-anni-dopo-il-cav-fa-ancora-impazzire-la-sinistra/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Micheli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2026 14:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi Silvio Berlusconi avrebbe compiuto novant’anni e c’è qualcosa di curioso, quasi paradossale, nel modo in cui il suo nome continua a occupare il dibattito pubblico italiano: il Cavaliere non c’è più, ma basta pronunciarne il nome per riaccendere polemiche, discussioni e antiche contrapposizioni. È accaduto ancora una volta con l’aeroporto di Milano Malpensa intitolato [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/berlusconi-90-anni-dopo-il-cav-fa-ancora-impazzire-la-sinistra/">Berlusconi, 90 anni dopo: il Cav fa ancora impazzire la sinistra</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi <strong>Silvio Berlusconi</strong> avrebbe compiuto novant’anni e c’è qualcosa di curioso, quasi paradossale, nel modo in cui il suo nome continua a occupare il dibattito pubblico italiano: il Cavaliere non c’è più, ma basta pronunciarne il nome per riaccendere polemiche, discussioni e antiche contrapposizioni.</p>
<p>È accaduto ancora una volta <a href="https://www.nicolaporro.it/milanoquotidiano/malpensa-diventa-laeroporto-silvio-berlusconi-e-polemica-sugli-assenti-ma-majorino-una-brutta-pagina/" target="_blank" rel="noopener">con l’aeroporto di Milano Malpensa</a> intitolato ufficialmente a Berlusconi. Una decisione che, invece di essere accolta semplicemente come il riconoscimento istituzionale a uno dei protagonisti della storia italiana contemporanea, ha riaperto una ferita evidentemente ancora dolorante per una parte della sinistra italiana.</p>
<p><strong>Pierfrancesco Majorino</strong> ha definito l’intitolazione «una brutta pagina», arrivando ad auspicare che in futuro la targa possa essere rimossa; Il Sindaco Sala di Milano non ha partecipato all’inaugurazione parlando astrattamente di coerenza con le sue posizioni contro l’intitolazione. Marco Travaglio, già nel 2024, aveva accompagnato la vicenda con una delle sue consuete invettive contro il Cavaliere, collegando provocatoriamente l’intitolazione alle vicende più oscure della storia italiana. È il segno di una contrapposizione che, evidentemente, non si è esaurita con la morte di Berlusconi. Anzi, per certi versi sembra essersi trasferita dal terreno politico a quello della memoria: non potendolo più combattere nelle urne o nei talk show, lo si combatte attraverso ciò che resta del suo nome, della sua eredità e dei simboli che lo ricordano.</p>
<p>Naturalmente Berlusconi non è stato un santo e la sua vicenda pubblica è piena di controversie, errori, conflitti e pagine sulle quali il giudizio storico resterà inevitabilmente discusso, ma<strong> ridurre oltre trent’anni di storia politica, imprenditoriale e culturale italiana</strong> alla caricatura del “nemico” significa rinunciare a comprendere la dimensione reale del personaggio.</p>
<p>Berlusconi ha fondato Forza Italia, ha guidato governi della Repubblica, ha cambiato profondamente il linguaggio della politica, ha introdotto nella competizione elettorale strumenti comunicativi allora inediti e ha rappresentato per milioni di italiani una precisa idea del Paese: liberale, occidentale, europeista, orientata all’impresa e alla valorizzazione dell’iniziativa individuale.</p>
<p>Si può essere stati suoi avversari, si può continuare a criticare le sue scelte politiche, ma una cosa è la legittima critica, altra cosa è pretendere che la storia nazionale venga riscritta cancellando ciò che non piace.</p>
<p>Ed è forse proprio qui che si misura<strong> la grandezza storica di un personaggio</strong>: nella capacità di sopravvivere alla propria stagione politica e di continuare a suscitare discussioni quando ormai non può più intervenire direttamente nel dibattito. Malpensa, in questo senso, è diventata molto più di un aeroporto. È diventata l’ennesimo capitolo della lunga discussione su quale Berlusconi consegnare alla memoria degli italiani.</p>
<p>Quello che colpisce, a tre anni dalla sua scomparsa, è che il Cavaliere continui a provocare <strong>reazioni tanto accese</strong>. Anche da morto, insomma, Berlusconi riesce ancora a far discutere quella parte della sinistra che per decenni ha costruito una parte della propria identità politica anche nel confronto, e spesso nello scontro con lui.</p>
<p>E poi c’è la mia storia personale, quella che nessun articolo di giornale può raccontare davvero al posto mio. Nel 1994 avevo poco più di vent’anni, avevo appena iniziato il mio percorso nella libera professione ed ero animato da quell’entusiasmo che appartiene a chi si affaccia alla vita con la voglia di costruire, di rischiare e di conquistarsi il proprio futuro. In quel momento<strong> l’ingresso di Silvio Berlusconi nella politica italiana mi fece guardare al mio Paese con occhi diversi</strong>. Al di là delle appartenenze politiche e di tutto ciò che sarebbe venuto dopo, in quella discesa in campo vidi soprattutto un messaggio di fiducia: l’idea che un italiano potesse partire dal proprio lavoro, dalle proprie capacità e dalla propria intraprendenza e arrivare a costruire qualcosa di grande.</p>
<p>Prima ancora del politico, guardavo infatti all’imprenditore Berlusconi, un uomo che aveva costruito il proprio successo attraverso il lavoro, l’intuizione, il coraggio di investire e la capacità di trasformare le proprie idee in realtà. Si potevano discutere le sue scelte, come quelle di qualunque grande protagonista, ma era difficile non riconoscere la forza di un percorso imprenditoriale costruito in anni di impegno e di lavoro. Quel messaggio aveva un significato particolare: <strong>mi faceva sentire che l’Italia poteva essere ancora il Paese delle possibilità</strong>, dove l’ambizione non era una colpa, il successo non doveva essere guardato con sospetto e il lavoro poteva rappresentare uno strumento di libertà e di dignità. È anche per questo che, personalmente, il 1994 rimane un anno importante. Fu allora che sentii con maggiore forza di poter essere un italiano libero, orgoglioso della mia identità e desideroso, nel mio piccolo, di contribuire con il mio lavoro a onorare una grande nazione. Per questo oggi sento di dover dire grazie a quell’uomo.<strong> Grazie per avermi fatto riscoprire, allora, il valore di una parola</strong> che qualcuno sembrava quasi volerci far pronunciare sottovoce: Italia.</p>
<p>E ancora oggi, guardando al nostro Paese, ho la sensazione che <strong>quella battaglia culturale non sia affatto conclusa</strong>. A mio avviso, l’Italia continua a fare i conti con una mentalità socialista e assistenzialista profondamente radicata, capace di riaffiorare ogni volta che si guarda con sospetto alla libertà individuale, all’impresa, al successo e alla responsabilità personale. È una battaglia culturale prima ancora che politica. Ed è anche per questo che, personalmente, non considero Berlusconi soltanto un ex presidente del Consiglio o un protagonista della storia politica italiana. Lo considero una persona che, nel 1994, contribuì a farmi sentire più libero e più orgoglioso di essere italiano.</p>
<p>A quella persona, oggi, sento semplicemente di dire: grazie, Silvio.</p>
<p>E oggi, nel giorno in cui avrebbe compiuto novant’anni, vale la pena ricordarlo non soltanto per le battaglie che ha combattuto, ma anche per quella filosofia di vita che tante volte volle trasmettere agli altri: «Bisogna sempre avere il sole in tasca e tirarlo fuori al momento giusto, per donarlo, con un sorriso, a tutte le persone con cui venite in contatto».</p>
<p>Massimo Micheli, 29 settembre 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/berlusconi-90-anni-dopo-il-cav-fa-ancora-impazzire-la-sinistra/">Berlusconi, 90 anni dopo: il Cav fa ancora impazzire la sinistra</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>Albanese choc: &#8220;L&#8217;antisemitismo non riguarda solo gli ebrei&#8221;. Costretta a scusarsi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Max Del Papa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 15:43:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Albanese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'ultima uscita della Relatrice speciale Onu per i Territori palestinesi. Il post di scuse: "Ho dedotto erroneamente che..."</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/albanese-choc-lantisemitismo-non-riguarda-solo-gli-ebrei-costretta-a-scusarsi/">Albanese choc: &#8220;L&#8217;antisemitismo non riguarda solo gli ebrei&#8221;. Costretta a scusarsi</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Una enorme tristezza. Questo è quanto induce molto spesso <strong>Francesca Albanese</strong> quando esterna, e esterna fin troppo generosamente perché si sta costruendo un avvenire in politica per cui sa che l’importante è esagerare, provocare con le parole e le faccette; a volte pure con le griffe dell’alta moda in odor di sionismo da boicottare (almeno per i propal fanatizzati). Tristezza e un che di inquietante, come un vago senso di dolore, come una corrente di aggressività oscura, carsica, che viene fuori e subito s’inabissa per tornare irrefrenabilmente a riemergere. Sempre contro il solito bersaglio, Israele, il sionismo, la lobby ebraica. In modo assoluto, ossessivo, implacabile. E anche quando la “rockstar dell’intifada”, copyright Dagospia, s’induce a scusarsi, evento più unico che raro, passa la voglia di ridere, di sfotterla. Resta solo la tristezza.</p>
<p>Il caso del giorno la vede equivocare – per sconoscenza? Per lucida provocazione, una volta di più? – a proposito dell’<strong>antisemismo</strong> da lager, e le parole sono agghiaccianti. <em>Ma no, i nazisti non avevano niente in particolare contro gli ebrei. Erano contro la gente del Medio Oriente. La shoah ha colpito anche i musulmani.</em> E va già bene che non arriva a negarla, o a “contestualizzarla” come l’abominio del 7 ottobre.</p>
<p>Non avevano niente contro gli ebrei? Se Hitler ne aveva fatto la pietra fondante (non certo d’inciampo), la prima pietra della sua delirante abissale ideologia. Questa sarebbe l’esperta, la paladina delle questioni mediorientali? Arturo Parisi ha prodotto su X tanto di video: “L’antisemitismo non è soltanto una discriminazione nei confronti degli ebrei ma dei ceppi semitici”. Sì, sta ceppa! Sempre Parisi, e poi a ruota tutti, ma proprio tutti, obiettano facilmente che “antisemitismus è stato coniato nel 1879 dall’agitatore Wilhelm Marr che introdusse il termine in <em>Der Sieg des Judenthums uber das Germanenthum</em> (“la vittoria dell’ebraismo sul germanesimo”) e, nello stesso anno, fondò la <strong>lega degli antisemiti</strong>”. Il gioco, fosse o meno calcolato, è pericoloso, induce, è lampante, a buttar tutto nel mucchio e soprattutto “a mucchio”, cioè a confondere, a dirottare ogni consapevolezza, ogni comprensione: buttar dentro tutti i “ceppi semitici” nell’antisemitismo serve ad annacquare l’odio specifico verso gli ebrei, a tracciare la finta equiparazione che consente agli antisemiti di concludere per il nazismo di ritorno di Israele, la sua involuzione da vittima a carnefice e un carnefice tanto più meschino, repellente in quanto è stato vittima.</p>
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="it" dir="ltr">Francesca Albanese : «Ma no, i nazisti non avevano niente in particolare contro gli ebrei. Erano solo contro la gente del Medio Oriente. La Shoah ha colpito anche i musulmani.» 😩😩😩 <a rel="nofollow noopener" target="_blank" href="https://t.co/6xwwJsiLI4">https://t.co/6xwwJsiLI4</a></p>&mdash; Arturo Parisi (@Arturo_Parisi) <a rel="nofollow noopener" target="_blank" href="https://x.com/Arturo_Parisi/status/2104225959796776979?ref_src=twsrc%5Etfw">September 27, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.x.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
<p>Mowmag si è preso la briga di “sbobinare l’intero intervento: “L’antisemitismo, come dico spesso, esiste; è una piaga; è <strong>discriminazione non solo contro gli ebrei</strong>, ma contro i popoli semiti. Quando il termine antisemitismo fu coniato per la prima volta, si riferiva a chiunque non fosse europeo e provenisse dal Medio Oriente. Gli ebrei erano semiti; furono considerati un popolo semita dai nazisti e dai fascisti d’Europa (…). E così, sì, poiché quello era di gran lunga il gruppo più numeroso presente in Europa, l’antisemitismo finì per essere equiparato al concetto di antigiudaismo; tuttavia, oggi è inteso come odio verso gli ebrei. In realtà, il concetto di antisemitismo è più ampio. Di fatto, quando furono portati nelle camere a gas, ci sono alcune testimonianze sulla vita nei campi di concentramento che menzionano come gli ebrei fossero chiamati ‘musulmani’”.</p>
<p>Una sequela di inesattezze palesi, di sfondoni sesquipedali, ricostruzioni fantasiose e asserzioni prive di riscontro, all’insegna di un concetto della storia alquanto personalistico, puntualmente rilevato da quanti, e sono tanti, sono rimasti tramortiti più che scandalizzati; a quel punto Albanese ha fatto, e chissà quanto dev’esserle costato, qualcosa che proprio non è da lei: si è corretta via social: “<strong>Mi scuso sinceramente</strong>. Ho frainteso il termine ‘muselmann’ (musulmano) usato nei campi nazisti per i prigionieri al confine della morte (ah, anche letteraria!, ndr), deducendo erroneamente che il termine antisemitismo significasse originariamente odio verso tutti i popoli semitici. In realtà è stato coniato specificamente per indicare l’odio verso gli ebrei”.</p>
<p>E fin qui, ci arriva anche uno studente delle medie. Ma forse le medie per Francesca Albanese sono lontane e lei si è dimenticata o non ha proprio letto, magari la infastidiva già da adolescente, “Se questo è un uomo” di Primo Levi: noi, che pure più vecchi di lei lo compulsammo, sappiamo perfettamente che “musulmani” erano tutti quelli che venivano avviati alle camere a gas. Tutti, indistintamente. E la strampalata teoria sui popoli semiti, sui ceppi semitici evapora inesorabilmente, <strong>non c’entra niente, non ha alcun senso</strong>. Le manda a dire uno su X: “Non informatela che “Se questo è un uomo” non parla del patriarcato”; un altro, caustico: “Scuse accettate. Questa è solo la tua 5.622ma svista che coinvolge disinformazione dannosa per gli ebrei. Dovremmo tutti concederci un po’ di clemenza”.</p>
<p>Sono commenti che arrivano dal mondo, Albanese a modo suo è una celebrità globale, anche se forse, da connazionali, non c’è da restarne tanto contenti. Che dite, le accettiamo le scuse da indossatrice glamour? La perdoniamo a patto che non lo faccia più? A noi sembra più complicato di così, perché se pure i suoi potenziali elettori grillini o salisiani saranno deliziati di certi sfondoni, lascia sconcertata tanta leggerezza, nella migliore delle ipotesi, in una che dovrebbe rappresentare i palestinesi e, fra pochi mesi, gli italiani. Guaio nel guaio, tra chi porta la responsabilità di candidarla non è arrivato il più timido segno di dissociazione, di invito a ripensarsi, a usare maggiore prudenza. Anzi, c’è da immaginarsi furtivi abbracci, strizzate d’occhio, vai avanti così, che l’importante è esagerare. Resta tanto vuoto, un vago senso di spavento, e sopratutto la tristezza. Tanta tristezza. <strong>Una voraginosa tristezza</strong>.</p>
<p>Max Del Papa, 28 settembre 2026</p>
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		<title>L&#8217;appello di Leone contro l&#8217;eutanasia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Sep 2026 17:48:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[eutanasia]]></category>
		<category><![CDATA[fine vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Apriamo il dibattito sul fine vita</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Durante il suo discorso a Parigi, il Santo Padre ha lanciato un deciso monito contro la &#8220;morte programmata&#8221;, esortando le istituzioni ad <strong>accogliere la vita incondizionatamente e a sostenere la fragilità</strong>. Non è un caso che lo abbia fatto proprio durante la visita a Parigi e dinanzi al presidente <strong>Emanuel Macron.</strong> Si tratta di un argomento molto delicato e condivido questa visione partendo da un assunto universale, dettato dalla mia sensibilità e non necessariamente dalla fede: nessuno di noi è padrone della vita. Non abbiamo deciso quando venire al mondo, e non spetta a noi decidere quando andare via. Per dare forza e autorevolezza a questa convinzione, è fondamentale guardare sia al parere della scienza laica sia alle riflessioni della grande cultura intellettuale.</p>
<p>Sul piano scientifico e tecnico, il celebre oncologo laico Lucien Israël ha spiegato nel suo libro Contro l&#8217;eutanasia che l&#8217;interruzione della vita non è mai un gesto di compassione. E va detto che il professor Israël non era influenzato dalla fede ma supportato dalla competenza scientifica. <strong>A questo proposito ricordava spesso l&#8217;episodio di un malato terminale di cancro allo stomaco</strong> che gli urlò: «Dottore, la prego, mi faccia morire! Lei è un vigliacco!». Israël tornò da lui con una boccetta di liquido, dicendo freddamente: «Se vuole farla finita, prenda questa. Decida lei, ma io non mi assumo responsabilità». Il paziente chiese dubbioso se fosse solo acqua ed egli rispose: «Forse&#8230; per scoprirlo dovrà usarla». L&#8217;uomo morì settimane dopo e la boccetta — contenente semplice acqua — fu ritrovata sul comodino, intatta: messo davanti alla scelta reale, il paziente aveva capito di voler combattere.</p>
<p>A questa visione clinica si unisce la voce laica e potente di <strong>Oriana Fallaci.</strong> La scrittrice, che ha affrontato a viso aperto una lunga e durissima battaglia contro il cancro, ha sempre ribadito il suo rifiuto categorico per la resa, lasciandoci una memorabile lezione di dignità e amore per l&#8217;esistenza: «La vita è bella anche quando è brutta», e non vi si può rinunciare prima del tempo. Questa strenua difesa trova radici profonde anche nella filosofia e nelle storie vissute. E fa inoltre notare un piccolo dettaglio da non sottovalutare: <strong>è la decisione di scegliere l’eutanasia</strong> presa nel pieno vigore della vita crea un grosso dilemma nel momento stesso in cui non si sia in grado di comunicare di aver cambiato idea essendo in coma.</p>
<p>Aggiungo la testimonianza infine del filosofo <strong>Emmanuel Mounier</strong> che, nel libro Lettere sul dolore, racconta la sofferenza legata alla gravissima malformazione cerebrale della figlia Françoise negli anni &#8217;30, trovando proprio nel dolore la forza di reagire alla disperazione accettando il mistero della vita. E lo conferma, infine, l&#8217;esperienza di Sara Virgilio, rimasta in coma nel 1994 dopo un grave incidente. Nonostante le sofferenze lancinanti e l&#8217;iniziale incapacità di comunicare, Sara non ha mai pensato di voler morire. La sua storia mette in luce la pericolosità delle Disposizioni anticipate di trattamento (DAT): decidere del proprio destino da sani è ben diverso dal trovarsi nella malattia. Quando la condizione si fa estrema, <strong>l&#8217;istinto umano è quello di aggrapparsi alla vita</strong> con tutte le proprie forze, superando l&#8217;illusione moderna secondo cui la vita sia degna solo quando si è nel pieno delle proprie abilità fisiche.</p>
<p>William J. Marangon, 26 settembre 2026</p>
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		<title>Fa&#8217; quel che sei</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/fa-quel-che-sei/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Fiorenza Cirillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 14:17:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Occorre avere il coraggio di non vergognarci delle nostre passioni autentiche. Saremmo più felici</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Che cosa accadrebbe se davvero ci ascoltassimo? Probabilmente avremmo anche la forza di esprimerci. L’espressione di sé riguarda le relazioni, il lavoro, l’arte, insomma ha a che fare con i talenti, quelli che abbiamo fin dal primo respiro; sono il nostro tesoro sommerso e chiedono solo di essere scoperti, riconosciuti e propagati. <strong>Si parla a volte di sfumature quasi impercettibili</strong> che, come una spezia, cambiano il sapore di tutto, a volte invece sono onde che ci trascinano in una direzione o in un’altra.</p>
<p>Ma quanti hanno la cura di prendersi sul serio? Questi talenti infatti sono delicati e necessitano di essere ben coltivati per farsi spazio in noi. Quante persone ormai adulte avrebbero voluto scegliere un certo lavoro e invece si sono sentite in dovere di farne un altro? Architetti che sarebbero stati docenti meravigliosi, avvocati che avrebbero voluto dipingere, imprenditori che avrebbero voluto fare i cuochi. <strong>E quanti ragazzi sbandati coprono l’intuizione di quel che sono con alcol e sostanze stupefacenti</strong> per paura di scoprire la parte originale di sé? Come se la nudità di quel che siamo fosse necessariamente da nascondere con le maschere che il mondo ci dà a noleggio, per poi strapparcele quando meno ce l’aspettiamo.</p>
<p>Da bambini intuirsi è qualcosa di semplice, ci accade di sentire il nostro destino, perché siamo attenti a noi, alle nostre mosse e ci interessa solo quello in cui siamo immersi e con cui vogliamo interagire a modo nostro. Quello, infatti, è un mondo intimo e semplice, in cui ci muoviamo agili e certi. Nell’adolescenza poi, quando la forza e la debolezza si scontrano, ci vengono dubbi sulla bontà di quelle intuizioni che ci sembrano il più delle volte stupide o inutili rispetto a quel che il mondo grande ci impone. Se solo avessimo il coraggio, proprio in quel momento, in quell’esatto momento in cui proviamo una sorta di vergogna <strong>per quelle che sono le nostre passioni autentiche</strong>, come se non fossero abbastanza, se in quel micro-nano secondo, qualcuno ci dicesse la parola giusta o la nostra indole avesse la meglio, forse oggi saremmo tutti un po’ più felici. I talenti infatti maturano nelle relazioni e quando queste sono umane e vere un giovane si sente libero di fiorire e può allora fare quel che vuole nel senso più originale, fare cioè ciò “che è”. In un mondo che spesso associa il valore personale al successo, al denaro e cerca di piegare la volontà degli uomini in questa direzione, suggerendo mefistofelicamente di “fare ciò che si vuole”, ci si può ergere e ribellarsi con “quel che si è”, pena una schiavitù amara.</p>
<p>Quando i ragazzi si intorbidiscono in rapporti fasulli o virtuali rischiano di lasciarsi vincere dall’angoscia; se nessuno, infatti, mostra loro<strong> la meraviglia che si intreccia al male</strong>, possono giungere a epiloghi di violenza contro sé stessi e contro gli altri. Il “fare ciò che si è” non promette utopie irraggiungibili, ma una letizia frutto dell’espressione di sé e che ha un legame diretto con l’io bambino e con l’io adolescente che, pur pieno di dubbi e domande, ancora intuisce la sua parte preziosa.</p>
<p>Ci vuole la cura di un giardiniere per seguire la crescita dei nostri ragazzi, ci vuole l’acqua giusta, non troppa né troppo poca e la certezza di un sole luminoso anche dietro le nubi.</p>
<p>Fiorenza Cirillo, 25 settembre 2026</p>
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		<title>Fermi tutti, ora pure i confini sono &#8220;genocidiari&#8221;</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/fermi-tutti-ora-pure-i-confini-sono-genocidiari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Max Del Papa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2026 14:57:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[confini]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I no border ne inventano un'altra: "I migranti muoiono per colpa dei confini. Politiche migratorie del governo sono genocidiarie"</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/fermi-tutti-ora-pure-i-confini-sono-genocidiari/">Fermi tutti, ora pure i confini sono &#8220;genocidiari&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il regno dell’indefinito, dell’inconsistente contempla due dimensioni abitate contemporaneamente: quella di attivista e quella di performer. Sono specificazioni altrettanto vaghe, pretenziose, che di regola consistono nel berciare in piazza o sui social e, a tempo libero, nel prodursi in una serie di versi, di gesti, di giravolte infantili millantate per arte. Arte alternativa, fuori dagli schemi, scomoda al potere. Due esemplari di questo reame fatato, davvero sconfinato, li troviamo in un video su Instagram, corrispondono a tali Ilenia Caleo e Silvia Calderoni che volentieri caviamo fuori dall’anonimato, almeno per lo spazio di un articolo, immaginando che è tutto ciò cui aspirano queste aspiranti al Grande Fratello o Temptation Island; nel frattempo, si esibiscono in un insospettato Short Theatre, “<strong>festival di arti performative</strong>” (i gesti, i mugolii) da dove avvertono circa una folgorazione imprescindibile: “I confini sono una merda”.</p>
<p>È difficile riassumere lo sproloquio delirante e neanche mi provo: preferisco rifarmi all’autopercezione, “andare oltre i limiti convenzionali e gli stereotipi, attraversare linguaggi e formati”, siamo sempre in quota “faccio cose, vedo gente”, se le intercetta la Lella, conquistata dalla vacuità e vaghezza dell’eloquio, garantito che le candida. Che poi è il vero obiettivo, non dovesse arrivare il reality. La tesi è decrepita nella sua infantile fragilità, nella fuga da ogni realtà storica e contestuale:<strong> se c’è una invasione, basta cancellare gli Stati</strong>, “rompere e spaccare”, come salmodiano queste sventurate, le barriere che li delimitano (anche quelle naturali?) e tutto va a posto. Un po’ come il programma del Pd milanese che dice: certi quartieri sono ghetti? Via Padova è una enclave araba e magrebina? Benissimo, noi rendiamo l’intera metropoli una infinita via Padova e tutto è risolto, fine della realtà, della percezione, delle distinzioni, tutto via Padovah niente via Padova.</p>
<p>La sinistra ultracomunista lunare, ignara della propensione imperialistica, espansionistica delle dittature comuniste, a parole risolve tutto così: negando la ragione, rigettando la realtà. <strong>Le classi scolastiche sono diventate delle impraticabili Babele senza un linguaggio comune</strong>, senza una cultura condivisa, fatte di sottoculture in urto fra loro, la nativa, europea, italiana a soccombere per prima? Benissimo! La sinistra comunista parla generalmente di “bambini che non hanno colore” e sistema tutto. È la solita soluzione del tabula rasa che, applicata per qualsiasi cosa, non funziona per nessuna; e poco importa che la storia dell’umanità, su scala individuale come collettiva, sia storia di delimitazioni, di proporzioni, che la vicenda umana stia tutta nell’incessante travalicare quei confini per espandere dominio e dunque potere (c’è un magnifico piccolo libro al riguardo, “Una breve storia del potere” di Simon Heffer, lo edita <em>Liberilibri</em>), e <strong>“spaccare i confini” significa solamente, desolatamente, spaccare il termometro se hai la febbre</strong>: le attiviste performative non vogliono saperlo, la loro ricetta è di “andare oltre le convenzioni e rompere spaccare i confini”.</p>
<blockquote class="instagram-media" style="background: #FFF; border: 0; border-radius: 3px; box-shadow: 0 0 1px 0 rgba(0,0,0,0.5),0 1px 10px 0 rgba(0,0,0,0.15); margin: 1px; max-width: 540px; min-width: 326px; padding: 0; width: calc(100% - 2px);" data-instgrm-captioned="" data-instgrm-permalink="https://www.instagram.com/reel/DdbzvJDAqZk/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" data-instgrm-version="14">
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<p>&nbsp;</p>
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<p style="color: #c9c8cd; font-family: Arial,sans-serif; font-size: 14px; line-height: 17px; margin-bottom: 0; margin-top: 8px; overflow: hidden; padding: 8px 0 7px; text-align: center; text-overflow: ellipsis; white-space: nowrap;"><a style="color: #c9c8cd; font-family: Arial,sans-serif; font-size: 14px; font-style: normal; font-weight: normal; line-height: 17px; text-decoration: none;" href="https://www.instagram.com/reel/DdbzvJDAqZk/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" target="_blank" rel="noopener nofollow">Un post condiviso da VD (@vdnews)</a></p>
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<p><script async src="//www.instagram.com/embed.js"></script><br />
Della logica, della cultura, della storia senz’altro. I confini “stanno uccidendo milioni di persone”. Non le invasioni spericolate, organizzate dalle mafie scafiste, dall’Islam di conquista, dai regimi che puntano a destabilizzare l’occidente, con i disperati tentativi di arginarle di conseguenza: i confini, punto. Che ci vuole? Beate queste che si percepiscono artiste e infilano il governo di estrema destra dappertutto, perfino, udite udite, nell’Unione Europea, come a dire che l’unico governo possibile è un governo del comunismo tribale, un governo che non c’è e per fortuna perché si risolverebbe in una dittatura globale, un falansterio burocratico senza vie di scampo e senza spazi esistenziali. <strong>Viene facile prendere in giro i vaneggianti</strong>, ma osservando queste eterne irrisolte ormai agée che sfarfallano di politiche genocidiarie, di Mediterraneo, “lo diciamo spesso, ah, eh”, di persone umane che muoiono per le crisi climatiche crisi economiche crisi sociali, così, senza un costrutto, senza una minima aderenza alla concretezza, di astrazione in astrazione, <strong>c’è da rabbrividire</strong>: come fanno a vivere di quello che fanno? C’è davvero chi le paga, le ascolta? Pochi, ma ci sono e sono quelli che li osservano a dimenarsi su un palchetto nel trionfo del disadattamento condiviso.</p>
<p>I commenti sotto al video sono irridenti e loro avvertono che, in nome della democrazia, sono pronti a cancellarli, ossia temono il riscontro della realtà. Ed è questo squilibrio inveterato a sconcertare, a indurre qualche brivido anche se ci siamo, dovremmo esserci abituati: “Commenti aggressivi, offensivi e svilenti da parte di profili di uomini chiaramente schierati (dalla parte del governo di estrema destra?). Che sorpresa. La lotta alla vostra ignoranza e alla vostra incapacità di avere rispetto ed empatia (per tuttx, non solo per chi sta dentro al sistema oppressivo di cui fate parte e ai confini che proteggete) inizia da qui e finisce per le strade di tutto il mondo, dove le attiviste e le ricercatrici e le artiste lavorano e hanno un contatto VERO e AUTENTICO con la realtà. Uscite dalla vostra bolla di privilegio, o avete troppa paura di scoprire che senza di quello non siete più nulla se non esseri umani di merda? Prima o poi vi estinguerete. Forza @leni_kall e grazie di tutto”.</p>
<p>Quanti sono i dissociati, gli alienati, gli inconcludenti, i desideranti? Sempre troppi, da sempre, ma si direbbe abbiano superato la quota fisiologica, forse per la mistura letale di una tecnologia alienante applicata all’ideologia alienante. <strong>Su questi conta il partito comunista per riprendere il potere</strong> e la chiesa cattolica li comprende, li adesca con un messaggio altrettanto spericolato e pericoloso: non ci sono le religioni, c’è un unico Dio che mette insieme tutti e noi dobbiamo consegnarci alla fazione più aggressiva, più violenta che lo impone.</p>
<p>Tutto di tutto per distruggere tutto, per insufflare la lotta rivoluzionaria al capitalismo climatico e dei confini. Tutto già detto, già sentito ma mai in un modo così psicotico. Allo Small Theatre, alle performance dei disperati possono entrare tutti? Senza pagare? Anche quelli delle destre estreme? Anche quelli con un machete? Non c’è limite al grottesco e all’improntitudine del sincretismo che si fa sincretinismo: spesso a vagheggiare un mondo “senza”, del tutto privo di limiti e di distinzioni, sono gli pseudoartisti che pretendono le sovvenzioni di Stato, le prebende istituzionali, il supporto della burocrazia. Ma una burocrazia senza un impero o uno Stato non esiste e uno Stato senza confini non si dà.<strong> Lo statalismo senza Stato è peggio che un’aporia</strong>, è un’allucinazione e qui di sconfinato c’è solo l’idiozia, che è pari all’ipocrisia. Non c’è niente nel creato che non abbia confini se non l’universo, ma all’interno del cosmo chi vive traccia i limiti. Quando l’occupatrice seriale Ilaria Salis sente bussare la polizia alla porta della suite che dimora insieme a un sottoposto, non dice prego entrate il mondo è senza confini. Dice state lì sulla soglia, qui non potete passare.</p>
<p>Max Del Papa, 22 settembre 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/fermi-tutti-ora-pure-i-confini-sono-genocidiari/">Fermi tutti, ora pure i confini sono &#8220;genocidiari&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>Il &#8220;gioco&#8221; della guerra capito dai bambini</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/il-gioco-della-guerra-capito-dai-bambini/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Sep 2026 13:34:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tempo d’estate; capita di stare sotto l’ombrellone e sentire adolescenti di fianco che giocano tra loro, ahimé con il telefonino. Ma sia benedetto il telefonino in questo caso; mi ha dato lo spunto per questa riflessione. Urlavano tra di loro, eccitatissimi, un fastidio insomma, ma il fastidio si è trasformato in interesse quando uno dei [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tempo d’estate; capita di stare sotto l’ombrellone e sentire adolescenti di fianco che giocano tra loro, ahimé con il telefonino. Ma sia benedetto il telefonino in questo caso; mi ha dato lo spunto per questa riflessione.</p>
<p>Urlavano tra di loro, eccitatissimi, un fastidio insomma, ma<strong> il fastidio si è trasformato in interesse</strong> quando uno dei ragazzi ha chiesto di entrare in alleanza con altri, ma gli è stato risposto che l’alleanza aveva raggiunto il massimo consentito dei membri e non era possibile accoglierlo; doveva rimanere nella alleanza in cui si trovava (o rimanere autonomo, questo non so). Si tratta di <strong>“Supremacy &#8211; World War 3&#8243;</strong>, forse il Risiko nell’era del digitale; l’obiettivo è sempre quello di conquistare territori.</p>
<p>Insomma, la logica è che<strong> non ci si può mettere in troppi in un’alleanza</strong> contro un’altra alleanza. Che a pensarci bene sarebbe come andare in 10 a giocare una partita di calcetto, con Francesco che è chiaramente il più forte e tutti che vogliono giocare in squadra con lui. Ora, a parte il forse non calzantissimo paragone calcistico, quest’affare delle alleanze non vi fa venire in mente qualcosa ? Vi fornisco delle parole chiave: agg… e agg…</p>
<p><strong>Beh, ci vuole curiosità, ci vuole libertà di pensiero</strong>, ci vuole applicazione di raziocinio. In tempi non sospetti, molti, ve ne risparmio l’elenco (tutto rintracciabile in rete, cercate, chiedete all’Intelligenza Artificiale di darvene conto), erano preoccupati per l’ampliarsi di &#8220;quella&#8221; alleanza, dicevano che si stava esagerando, che non era negli accordi, che si correva il rischio di reazioni; ora non più, non ricordano, o fingono di non ricordare, o non si possono permettere di ricordare, di aver ragionato allora come in questo gioco di adesso. Non so se si studino ancora i <em>Promessi Sposi</em> al Liceo, ma alla fine del capitolo VII troviamo “&#8230;giacché, in un simile rimescolamento, non si distingueva più chi fosse l’aggredito e chi l’aggressore”, interessante.</p>
<p>Non bastasse Manzoni, che può essere considerato vecchio, lontano, fuori contesto, ci appoggiamo a Churchill: &#8220;Nella guerra, determinazione; nella sconfitta, resistenza; nella vittoria, magnanimità; nella pace, benevolenza.” ‘Quella&#8217; alleanza ha vinto una guerra a bassa temperatura un po’ di anni fa; è stata poi magnanima ? Nota importante per i lettori superficiali: <strong>qui non si parteggia, si ragiona</strong>, si ragiona su quello che si sarebbe potuto evitare.</p>
<p>Miro Lontano, 20 settembre 2026</p>
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		<title>L’IA è uscita dal recinto: cosa è successo davvero dietro il caso Hugging Face</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/lia-e-uscita-dal-recinto-cosa-e-successo-davvero-dietro-il-caso-hugging-face/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Apostolos Apostolou]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 18:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Agenti di intelligenza artificiale sono riusciti a uscire dai confini dei test e a comunicare tra loro aggirando i controlli. La falla che spaventa gli esperti</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/lia-e-uscita-dal-recinto-cosa-e-successo-davvero-dietro-il-caso-hugging-face/">L’IA è uscita dal recinto: cosa è successo davvero dietro il caso Hugging Face</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Per tre giorni un gruppo di agenti artificiali avrebbe trovato il modo di oltrepassare i confini di un ambiente di test. Non è una rivolta delle macchine, ma <strong>è un campanello d’allarme sulla sicurezza dell’IA</strong> C’è una parola che, quando si parla di intelligenza artificiale, viene usata sempre più spesso: agente. E non è un dettaglio linguistico. Un modello che risponde a una domanda è una cosa. Un sistema al quale si assegna un obiettivo e che può utilizzare strumenti, scrivere codice, cercare informazioni, valutare i propri errori e tentare nuovamente è un’altra cosa.</p>
<h2>La differenza diventa decisiva quando l’agente incontra un ostacolo</h2>
<p>È quello che rende particolarmente interessante – e, se confermato nei dettagli, preoccupante – i<strong>l caso che ha coinvolto nei test alcuni agenti di intelligenza artificiale</strong> e l’infrastruttura di Hugging Face. Secondo una ricostruzione pubblicata nei giorni scorsi, nel luglio 2026 alcuni agenti sarebbero riusciti a superare i confini dell&#8217;ambiente nel quale erano stati confinati, cercando un modo per ottenere accesso a risorse esterne. La ricostruzione descrive inoltre un&#8217;attività protrattasi per circa tre giorni prima che l&#8217;anomalia venisse individuata.</p>
<p>Prima di gridare alla <strong>“ribellione dell&#8217;IA”,</strong> però, conviene fermarsi un momento. Perché il punto interessante non è che una macchina abbia improvvisamente sviluppato una coscienza. Non c’è bisogno di fantascienza. Il problema è molto più concreto.</p>
<h2>Il recinto e il modo per uscirne</h2>
<p>Gli agenti erano inseriti in ambienti isolati, <strong>le cosiddette sandbox,</strong> progettate proprio per impedire loro di interagire liberamente con Internet e con sistemi esterni. Il test prevedeva che gli agenti cercassero di sfruttare una vulnerabilità software. Durante gli esperimenti, secondo la ricostruzione, alcuni di loro avrebbero trovato anche modalità non previste per aggirare i meccanismi di controllo.</p>
<p>Un elemento particolarmente curioso riguarda la possibilità che gli agenti riuscissero a condividere informazioni attraverso un sistema di comunicazione non previsto originariamente per quello scopo. In altre parole: non soltanto provavano. <strong>Imparavano dai tentativi degli altri.</strong></p>
<p>E qui la questione comincia a diventare interessante. Un agente fallisce. Un altro osserva ciò che è accaduto. Un terzo prova una strada diversa. L<strong>e informazioni vengono condivise e il sistema complessivo diventa più efficace.</strong> Non siamo di fronte a un computer che “decide di scappare” nel senso umano del termine. Siamo davanti a qualcosa di più prosaico: sistemi ottimizzati per raggiungere un obiettivo che possono trovare strategie che i progettisti non avevano previsto. Ed è proprio questo il problema.</p>
<h2>La storia di Hugging Face</h2>
<p>Secondo la ricostruzione, gli agenti avrebbero individuato nell&#8217;infrastruttura di <strong>Hugging Face</strong> un possibile punto d&#8217;appoggio per uscire dall&#8217;ambiente isolato. Il meccanismo descritto sarebbe stato particolarmente sofisticato: una parte degli agenti avrebbe cercato di ottenere un ambiente compromesso sul quale poter eseguire codice e raggiungere quindi risorse esterne.</p>
<p>La cosa importante è non confondere questo episodio con una generica “cyberwar” delle macchine. Gli agenti non avrebbero avuto come obiettivo quello di conquistare Internet. Stavano cercando di risolvere un compito assegnato loro durante un esperimento.<br />
Il problema è proprio questo: nel perseguire il compito, avrebbero individuato strade che gli esseri umani non avevano previsto. E allora la domanda diventa inevitabile: <strong>quanto è davvero “controllato” un sistema che lasciamo libero di cercare autonomamente la soluzione a un problema?</strong></p>
<h2>Tre giorni sono tanti</h2>
<p>C&#8217;è poi un altro elemento della vicenda che merita attenzione: il tempo. Secondo quanto riportato, l&#8217;attività sarebbe proseguita per circa 72 ore prima di essere individuata. Se il dato venisse confermato, sarebbe forse persino più significativo della modalità utilizzata per superare le restrizioni. Perché un sistema autonomo non ha bisogno di dormire, non si distrae e può eseguire una quantità enorme di tentativi in tempi molto brevi.</p>
<p>Questo cambia anche il problema della sicurezza informatica. Un hacker umano deve provare una tecnica, osservare il risultato e decidere cosa fare dopo. Un agente software può ripetere il ciclo migliaia di volte.<br />
E può farlo senza stancarsi. È una differenza apparentemente banale, ma che potrebbe diventare enorme quando gli agenti avranno accesso a strumenti sempre più potenti.</p>
<h2>Non è Skynet</h2>
<p>Vale la pena dirlo chiaramente: <strong>non siamo davanti a Skynet</strong>. Non c&#8217;è alcuna prova, in questo episodio, di una macchina che abbia sviluppato odio, paura o desiderio di sopravvivere. Attribuire intenzioni umane a questi sistemi rischia di farci perdere di vista il problema vero. Un&#8217;intelligenza artificiale non deve “volerci male” per creare un problema.</p>
<p>Può essere sufficiente che persegua molto bene un obiettivo definito male. Se le diciamo di ottenere un risultato e le diamo strumenti sufficientemente potenti, potrebbe trovare una scorciatoia che per noi è inaccettabile ma che, dal punto di vista dell&#8217;algoritmo, è perfettamente funzionale.<strong> È il vecchio problema dell&#8217;allineamento,</strong> solo portato a un livello diverso.</p>
<h2>La corsa non si fermerà</h2>
<p>E qui arriviamo alla questione politica ed economica. Fermare lo sviluppo dell&#8217;intelligenza artificiale non è una soluzione semplice. Le applicazioni potenziali sono enormi: programmazione, medicina, ricerca, industria, finanza, difesa. Ma proprio perché la tecnologia è così importante, gli incentivi a svilupparla rapidamente sono altrettanto forti.</p>
<p>Se un&#8217;azienda rallenta per ragioni di sicurezza e un concorrente continua a correre, <strong>chi si ferma rischia di perdere il vantaggio.</strong><br />
È il classico problema degli incentivi: tutti hanno interesse a essere prudenti, ma ciascuno ha anche interesse a non essere il primo a rallentare. E questo rende la sicurezza dell&#8217;IA una questione che non può essere lasciata soltanto alla buona volontà dei singoli laboratori.</p>
<p><strong>Il punto non è avere paura dell&#8217;IA.</strong>  Il punto, alla fine, è un altro. Dobbiamo avere paura dell&#8217;intelligenza artificiale? Non necessariamente. Dobbiamo invece pretendere di sapere che cosa stiamo costruendo. Se un agente è capace di utilizzare strumenti, scrivere programmi, interagire con altri agenti e cercare autonomamente nuove strategie, allora non possiamo continuare a considerarlo semplicemente un software più evoluto.</p>
<p><strong>Servono test più severi,</strong> sistemi di isolamento più robusti, monitoraggio continuo e soprattutto trasparenza sugli incidenti.<br />
Perché il problema non è che l&#8217;intelligenza artificiale abbia improvvisamente deciso di ribellarsi.</p>
<p>Il problema è molto più semplice. <strong>Le abbiamo chiesto di trovare una strada</strong>. E potrebbe averne trovata una che noi non avevamo nemmeno immaginato. Prima di preoccuparci delle macchine che conquistano il mondo, forse sarebbe il caso di preoccuparci di una cosa molto più concreta: chi controlla davvero gli strumenti che stiamo dando loro.</p>
<p>Apostolos Apostolou, 18 settembre 2026</p>
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		<title>Il mondo ci vuole tutti uguali. E noi finiamo per sentirci sbagliati</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/il-mondo-ci-vuole-tutti-uguali-e-noi-finiamo-per-sentirci-sbagliati/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 14:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci insegnano a sentirci sbagliati quando non rientriamo nei modelli della massa. Ma, come spiegava Oliver Sacks, la nostra unicità non è un difetto da correggere</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Immaginate di entrare in un immenso grande magazzino. Sulle grucce, disposti in file geometriche e infinite, sono appesi gli abiti della nostra esistenza. <strong>Ciascuno ha una taglia predefinita</strong>, un taglio standard, un colore approvato. Ci hanno convinti che la vita umana sia questo: un prodotto industriale in serie, un articolo di “prêt-à-porter” a cui dobbiamo adattarci, volenti o nolenti. Se il vestito stringe sulle spalle, se fa difetto sul petto o ci impedisce di respirare, la colpa non è mai del sarto che lo ha confezionato, ma del nostro corpo.</p>
<p>Veniamo indotti, in modo sottile e costante, a colpevolizzarci per le nostre forme uniche. Sentirsi sbagliati, difettosi o inadeguati diventa così la dolorosa conseguenza di un confronto impossibile con un manichino ideale. Davanti a un abito che non calza, la reazione più naturale e sana dovrebbe essere quella di prendere ago e filo, scucire le maniche, allentare i fianchi e modellarlo sulle nostre reali forme. Ma è proprio in questo istante che si innesca <strong>la resistenza del mondo esterno</strong>. La massa, conformata a un’omologazione rassicurante, guarda con sospetto chiunque decida di personalizzare il proprio stile. Chi rifiuta di vestirsi in modo identico al gregge viene subito etichettato come stravagante, bizzarro, persino asociale.</p>
<p>Eppure, se guardiamo indietro, la storia dell’umanità non è mai stata scritta da chi si è rassegnato a indossare<strong> la divisa della massa</strong>. Nell’arte come nella scienza, nella letteratura come nella politica, i veri passi avanti sono stati compiuti da personalità eccentriche, capaci di strappare i vecchi cartamodelli per ridisegnare la propria traiettoria esistenziale.</p>
<p>Questa dinamica non è solo una metafora poetica, ma assume una rilevanza clinica ed esistenziale profonda, che trova il suo nucleo pulsante nel pensiero di <strong>Oliver Sacks</strong>. Il celebre neurologo e scrittore non ha mai guardato ai suoi pazienti attraverso la lente fredda e distaccata della patologia standardizzata.</p>
<p>Nei suoi scritti e nelle sue interviste, Sacks amava ripetere che non gli interessava tanto sapere quale malattia avesse il paziente, quanto piuttosto quale paziente avesse quella malattia («Chiediti non che malattia ha la persona, ma che persona ha la malattia». Per lui, la deviazione dalla norma biologica o psichica non era mai <strong>un semplice errore di fabbrica</strong> da correggere per tornare all’omologazione, ma il punto di partenza per una nuova forma di adattamento. Sacks vedeva ogni condizione neurologica come un panorama identitario a sé stante: un modo unico, a volte drammatico ma straordinariamente creativo, in cui il soggetto cercava e reinventava il proprio equilibrio nel mondo. Unicità che ci rende speciali.</p>
<p>Il pericolo più grave per la mente umana sorge quando <strong>smettiamo di ascoltarci, di domandarci e continuiamo a costringerci dentro un abito che soffoca il nostro corpo</strong> e i nostri pensieri. È proprio da questa incompatibilità cronica — dal tentativo disperato di amputare parti della nostra natura per compiacere le aspettative e le misure sociali — che nascono e si alimentano i più profondi disagi psichiatrici ed esistenziali. Capire che la nostra vita è un laboratorio sartoriale, un abito unico da modificare e rimodellare giorno dopo giorno sulle nostre asimmetrie, non è un capriccio da stravaganti. È l’atto coraggioso più grande che possiamo compiere, nonché il primo, fondamentale passo verso l’autenticità e la salute mentale.</p>
<p>Vincenzo Mangione, 8 settembre 2026</p>
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		<title>L&#8217;Ai ci ucciderà? Storia di una bufala</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/lai-ci-uccidera-storia-di-una-bufala/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulio Alfredo Galetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 18:30:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[AI]]></category>
		<category><![CDATA[Anthropic]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché l'allarme di Jacob Coxon su Anthropic non è credibile</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/lai-ci-uccidera-storia-di-una-bufala/">L&#8217;Ai ci ucciderà? Storia di una bufala</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Jacob Coxon,</strong> 27 anni, tre anni di pretraining fra <strong>OpenAI</strong> e <strong>Anthropic,</strong> l&#8217;8 settembre si è dimesso accusando entrambe di &#8220;giocare d&#8217;azzardo con le nostre vite&#8221;. Il thread su X ha superato i 110 milioni di visualizzazioni e la sera dopo era già nei TG italiani. Se n&#8217;è andato quattro mesi dopo l&#8217;assunzione, due prima che le <em>stock option</em> iniziassero a maturare, lasciando sul tavolo azioni di un&#8217;azienda che punta a una quotazione da 2.000 miliardi di dollari. Il prezzo pagato dà credibilità alla denuncia, non alla profezia. E i quindici minuti di notorietà, CNN inclusa, non sono un prezzo, sono un incasso.</p>
<p>Il nodo è un altro: cosa intendiamo quando diciamo che una macchina sa, conosce, capisce, è intelligente? Scomponiamo.</p>
<ul>
<li>I dati sono materia grezza.</li>
<li>L&#8217;informazione è dato dotato di senso.</li>
<li>La conoscenza è informazione strutturata.</li>
<li>La comprensione coglie relazioni e implicazioni. La competenza usa la conoscenza per agire. L&#8217;intelligenza affronta problemi nuovi.</li>
</ul>
<p>Si impongono 4 domande 4!</p>
<ol>
<li>Un sistema che sa moltissimo, conosce?</li>
<li>Che conosce, comprende?</li>
<li>Che comprende, è competente?</li>
<li>Che è competente, è intelligente?</li>
<li>NO Quattro volte NO.</li>
</ol>
<p>Ogni gradino è una transizione di fase, non un accumulo. La stanza cinese di Searle sforna ideogrammi impeccabili senza capirne uno. Stockfish batte chiunque a scacchi e non sa dire se valga la pena giocare. Sopra l&#8217;intelligenza, insegna la piramide di Ackoff, c&#8217;è la saggezza: <strong>il giudizio sui fini</strong>. Aristotele distingueva la <em>deinotes</em>, l&#8217;abilità di ottenere qualunque scopo, dalla phronesis, che sa quali scopi siano buoni. Bostrom lo ha formalizzato nel 2014: intelligenza e obiettivi sono assi indipendenti.</p>
<p>Qui l&#8217;allarme di Coxon si rivela per ciò che è: <strong>una bufala ben confezionata, non nei fatti ma nella logica</strong>. Coxon infatti profetizza: Modelli più capaci, poi sistemi che ne progettano di migliori, poi ricorsione, poi esplosione, infine perdita del controllo. Una catena di abduzioni in cui ogni anello aggiunge un&#8217;assunzione, e il primo, l&#8217;auto-miglioramento ricorsivo, non è ancora avvenuto.</p>
<p>Evan Hubinger, che in Anthropic guida lo <em>stress testing</em> dell&#8217;allineamento, ha rincarato: oltre il 10% di probabilità entro un decennio. Numero perentorio, privo di un modello causale verificabile: un&#8217;opinione su uno scenario ipotetico spacciata per dato. Hubinger, peraltro, non si è dimesso!</p>
<p>La domanda seria resta cogente: chi stabilisce i fini di un sistema ogni mese più capace, e con quale autorità? Merita risposta senza albagia da laboratorio e senza catastrofismi da sterminio. La dimissione è vera, il sacrificio pure. La profezia no. Non siamo ancora in un B movie di fantascienza.</p>
<p>Giulio Galetti, 12 settembre 2026</p>
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		<title>Non è &#8220;una sfida&#8221;, è la fine: in Italia c&#8217;è una scuola di soli alunni bengalesi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Bonelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 15:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[bengalesi]]></category>
		<category><![CDATA[Mestre]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>All’istituto Caio Giulio Cesare la presenza di alunni italiani è ridotta al minimo. Tra personale che lascia e difficoltà linguistiche, la nuova dirigente si trova davanti a una sfida che riapre il caso delle scuole-ghetto</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>All’istituto comprensivo Caio Giulio Cesare di <strong>Mestre</strong> l’anno scolastico parte con un dato tragico che dimostra, per l’ennesima volta, che a tantissimi l’integrazione piace unicamente a parole: nelle due sedi della scuola dell’infanzia sono presenti solo tre cognomi italiani, nelle sei classi delle medie invece i ragazzi autoctoni sono una decina scarsa. <strong>Quasi tutti gli altri alunni dell’istituto hanno origini bengales</strong>i. Sono pochissimi anche gli stranieri di altre nazionalità, elemento che rende questa situazione non un esempio di multietnicità ma la dimostrazione empirica che esiste un’exclave di Dacca nel nostro Paese.</p>
<p>Davanti a questa situazione, i collaboratori scolastici e il personale amministrativo non hanno chiesto la riconferma e sono scappati a gambe levate. I precari con contratto in scadenza a giugno o ad agosto se ne sono andati. Tra i nuovi assunti regionali, nessuno ha scelto quest’istituto. In segreteria è rimasto, di fatto, il solo direttore dei servizi generali e amministrativi. E così la nuova dirigente, arrivata da un’altra regione, ha trovato gli uffici vuoti e ha dovuto convocare in extremis personale a termine. <strong>La preside parla così di “una grande sfida”.</strong></p>
<p>Eppure, aldilà della voglia di gettare il cuore oltre l’ostacolo da parte di una (evidentemente) caparbia professionista, <strong>c’è da guardare in faccia la realtà.</strong> Interagire con famiglie bengalesi per nulla adattatesi al territorio che le ospita è difficile: ad esempio, nella stragrande maggioranza dei casi, queste persone hanno una scarsissima conoscenza dell’italiano. Questo meccanismo<strong> ha svuotato le classi degli alunni italiani</strong>, con i genitori ovviamente preoccupati di lasciare i propri figli in un ambiente troppo penalizzante. La scuola in oggetto dunque è diventata il punto di riferimento di una sola comunità (essendo comoda per chi vive tra Marghera, la stazione e i cantieri o i ristoranti del centro).</p>
<p>Il colmo? Tutto ciò non sarebbe nemmeno possibile, stando ai regolamenti ministeriali. Esiste infatti una norma che<strong> limiterebbe al 30% la presenza di alunni stranieri nelle classi,</strong> proprio per evitare la formazione di scuole-ghetto. A Mestre questa soglia è però carta straccia. Lo stesso destino che rischiano tantissime altre scuole nelle periferie delle grandi città, dove l’enorme presenza di migranti e le iscrizioni di fatto circoscritte in un areale ristretto produrranno forse tanti casi analoghi.</p>
<p>Come possiamo pensare che questo sia un modello vincente di integrazione se persino gli insegnanti fuggono senza guardarsi indietro vista la difficoltà didattica di questi alunni, messi davanti ad una lingua che non hanno mai parlato in casa o fra di loro? La contraddizione è talmente tanto evidente che stavolta nemmeno a sinistra hanno l’ardire di celebrare “il coraggio della diversità” e altri slogan da due lire. <strong>Se la scuola italiana smette di essere il luogo in cui si impara l’italiano</strong> e le regole del Paese e diventa il prolungamento del paese d’origine siamo davvero bolliti.</p>
<p>Intanto la preside nuova di zecca deve tenere in piedi un istituto senza segreteria stabile, con classi sostanzialmente mononazionali e con un personale che ha già dimostrato di non volerci restare. Le lezioni partiranno lo stesso, si dice. Certo, partiranno. Resta da capire cosa si insegna, in che lingua si comunica con le famiglie (e persino in classe tra compagni) e quale idea di scuola pubblica sopravvive a queste condizioni. <strong>Chiamarla sfida è un eufemismo fin troppo ottimistico.</strong></p>
<p>Alessandro Bonelli, 11 settembre 2026</p>
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		<title>Dopo l&#8217;11 settembre</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/dopo-l11-settembre/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Suor Anna Monia Alfieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 18:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[11 settembre]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La riflessione di Suor Monia Alfieri</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La data dell&#8217;<strong>11 settembre 2001</strong> è realmente da considerarsi uno spartiacque della storia, c&#8217;è un prima e c&#8217;è un dopo. Il mondo, infatti, è profondamente cambiato, gli eventi che ne sono conseguiti sono stati complessi e segnati da guerre e da nuovi equilibri nei rapporti tra l&#8217;Occidente ed il mondo islamico. L&#8217;origine terroristica dell&#8217;attentato ha chiaramente innestato la paura, il sospetto, il timore nei rapporti con gli Stati del Medio Oriente: la violenza ha generato nuove tensioni. Al di là di quelle che possono essere le legittime esigenze di difesa dal terrorismo, ho sempre apprezzato e sostenuto tutti coloro che hanno sempre messo in guardia dall&#8217;equiparazione fra religione mussulmana e terrorismo, tra Islam e fondamentalismo.</p>
<p>Dal terrorismo e, in generale, da chi sostiene e persegue nei fatti idee che nulla hanno a che vedere con il rispetto della persona e dei suoi diritti occorre difendersi e impegnarsi, a livello di politica nazionale ed internazionale, per evitare il ripetersi di violenze e atti omicidi, tuttavia non meno importante e non meno necessaria è l&#8217;opera di chi, negli anni, <strong>ha avviato percorsi di pace, di reciprioca conoscenza</strong> al fine di evitare il diffondersi dell&#8217;odio e della paura che diventano la base delle diverse forme di violenza.</p>
<p><strong>Leggi anche:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/atlanticoquotidiano/quotidiano/aq-esteri/25-anni-dopo-come-l11-settembre-continua-a-plasmare-la-politica-usa/">25 anni dopo: come l&#8217;11 Settembre continua a plasmare la politica Usa</a></li>
</ul>
<p>Voglio citare, a tal proposito, un breve passaggio dell&#8217;Esortazione apostolica Ecclesia in Europa firmata da <strong>Giovanni Paolo II</strong> il 28 giugno 2003, quindi proprio nel vivo della discussione sui rapporti con l&#8217;Islam a seguito dell&#8217;attentato alle Torri Gemelle: &#8220;Si tratta pure di lasciarsi stimolare a una migliore conoscenza delle altre religioni, per poter instaurare un fraterno colloquio con le persone che aderiscono ad esse e vivono nell’Europa di oggi. In particolare, è importante un corretto rapporto con l’islam. Esso, come è più volte emerso in questi anni nella coscienza dei vescovi europei, ‘deve essere condotto con prudenza, con chiarezza di idee circa le sue possibilità e i suoi limiti, e con fiducia nel progetto di salvezza di Dio nei confronti di tutti i suoi figli&#8221;. Ecco, queste parole di papa Wojtyla sono state profetiche e profondamente attuali. Mi auguro che il ricordo della violenza diventi occasione di costruzione di percorsi di pace, una pace di cui il mondo di oggi avverte un sincero e vivo anelito.</p>
<p>Suor Anna, 11 settembre 2026</p>
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		<item>
		<title>Dall&#8217;11 settembre ai migranti. L’estremismo islamico ha cambiato forma</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/11-settembre-lestremismo-islamico-ha-cambiato-forma-ora-combatte-con-limmigrazione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 15:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[11 settembre]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo islamico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'attacco terroristico alle Torri Gemelle ha prodotto due guerre. Il terrorismo è stato sconfitto, ma non l'estremismo islamico</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/11-settembre-lestremismo-islamico-ha-cambiato-forma-ora-combatte-con-limmigrazione/">Dall&#8217;11 settembre ai migranti. L’estremismo islamico ha cambiato forma</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Circa metà della popolazione del pianeta Terra non era nata (o aveva meno di 5 anni) l’<strong>11 settembre 2001</strong>. Metà delle persone attualmente in vita nel mondo quindi non ricordano quelle lunghe ore passate con amici, parenti o colleghi in silenzio davanti alla televisione a vedere scene che fino a quel momento avevamo visto solo nei film. 25 anni dopo, quali sono state le conseguenze dei terribili eventi di quel giorno, in cui persero la vita 3 mila persone innocenti ?</p>
<p><strong>Ci sono state due lunghe guerre guidate dagli Stati Uniti</strong>: una durata 20 anni (in <strong>Afghanistan),</strong> l’altra circa 9 anni (in <strong>Iraq).</strong> La prima non ha avuto nessuna conseguenza, se non quella più tragica: la morte di circa 3.500 soldati occidentali (di cui 53 italiani) e di centinaia di migliaia di afgani. Il regime dei <strong>talebani,</strong> forse il peggiore al mondo, era solido e criminale prima dell’intervento armato, ed è ugualmente solido e ugualmente criminale ora. La seconda ha invece avuto una conseguenza politica: l’Iraq non è più la spietata dittatura di quel pazzo criminale di Saddam Hussein, ma è una (fragile) democrazia, in cui gli iracheni vivono indubbiamente meglio di quanto facessero sotto quel regime di terrore. Ma questo risultato è stato ottenuto non solo al costo delle vite di 4.800 soldati occidentali (di cui 37 italiani) e di centinaia di migliaia di iracheni, ma ad uno altrettanto terribile: aver giustificato quell’intervento armato con una colossale balla, cioè la presenza in quel paese di pericolose armi di distruzione di massa pronte ad essere usate contro l’Occidente. Una bugia &#8211; poi persino ammessa dai responsabili &#8211; che ha tragicamente ucciso forse per sempre la credibilità degli annunci da parte del mondo occidentale in materia militare (e il cui costo, carissimo, stiamo pagando ancor oggi e pagheremo a lungo in futuro).</p>
<p><strong>Il terrorismo islamico sunnita</strong> (incarnato prima da Al Qaeda e poi dall’Isis) è stato sconfitto. L’estremismo sunnita però, guidato dai Fratelli Musulmani, ha cambiato forma, e ha capito che rende molto di più condizionare i sistemi occidentali con immigrazione e affari piuttosto che con le bombe. Fa eccezione <strong>Hamas,</strong> che il <a href="https://www.nicolaporro.it/7-ottobre-bomba-su-netanyahu-avvertito-prima-dellattacco-ma-lui-nega-tutto/" target="_blank" rel="noopener">7 ottobre 2023</a> ha realizzato l’11 settembre mediorientale attaccando Israele e uccidendo 1200 persone. E il mondo libero e democratico ancora attende che anche Hamas sia annientato, così come lo sono stati Al Qaeda e Isis. Negli Stati Uniti la stretta sui controlli e sulle libertà civili non è stata temporanea, ma ha creato &#8211; consapevolmente o meno &#8211; le basi per le clamorose distorsioni dell’epoca trumpiana, con milizie governative che si accaniscono contro la propria popolazione in modalità che sarebbero state inimmaginabili persino nell’immediatezza degli attentati di quel giorno di <strong>25 anni fa</strong>.</p>
<p>È un mondo molto diverso, un quarto di secolo dopo. L’11 settembre 2001 chiuse quel decennio fantastico iniziato col crollo dell’Unione Sovietica e che vide l’affermarsi delle liberaldemocrazie, della speranza nel futuro, l’integrazione economica, la governance multilaterale, il primato dei diritti umani e l’innovazione tecnologica.<strong> Niente è stato più lo stesso dopo quel giorno</strong>. E ora viviamo in un mondo in cui tutte queste conquiste sopra elencate sembrano ormai un ricordo lontano: tutte tranne l’innovazione tecnologica, che però ha tutte le premesse per essere usata nel modo peggiore possibile. Le 3.000 vittime innocenti di quel giorno, anche 25 anni dopo,  sono lì a ricordarci tante cose. La più importante delle quali, forse, è che libertà e democrazia non sono caratteristiche scontate, perenni e garantite. Ma vanno difese: dai nemici esterni, e da quelli interni. E hanno sempre un prezzo. A volte terribile e spaventoso: proprio come le immagini di quel pomeriggio di un quarto di secolo fa.</p>
<p>Luigi Marattin, 11 settembre 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/11-settembre-lestremismo-islamico-ha-cambiato-forma-ora-combatte-con-limmigrazione/">Dall&#8217;11 settembre ai migranti. L’estremismo islamico ha cambiato forma</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Care Ong che pagate per difendere il velo islamico</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/care-ong-che-pagate-per-difendere-il-velo-islamico/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Bonelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 13:41:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Iran le ragazze muoiono per liberarsene. Voi saldate le multe delle famiglie musulmane. Poi vi chiedete perché la destra avanza?</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/care-ong-che-pagate-per-difendere-il-velo-islamico/">Care Ong che pagate per difendere il velo islamico</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo quanto riportato da<em> Kronen Zeitung</em>, il quotidiano più letto d’Austria, diverse <strong>ONG</strong> si sono offerte di pagare le future multe che colpiranno le <strong>famiglie islamiche</strong> che manderanno a scuola le proprie figlie con indosso il velo islamico. Ancor prima che il suddetto divieto per le ragazze sotto i 14 anni produca effetti pieni, gli insegnanti hanno già sentito i genitori annunciare che le multe non li spaventano minimamente poiché le pagherà qualcun altro al posto loro. E purtroppo hanno ragione: diverse associazioni e ONG si preparerebbero a coprire di tasca propria (anche se bisognerebbe capire da chi arriveranno questi soldini) le ammende.</p>
<p>La storia è tanto semplice quanto assurda: lo Stato austriaco, dopo anni di dibattito, ha stabilito che nelle scuole pubbliche e private le ragazze fino al compimento dei 14 anni <strong>non possono coprire il capo secondo la tradizione islamica</strong>. Il primo avviso a chi trasgredisce prevede un incontro a scuola con la studentessa e i genitori, poi interviene la direzione scolastica, infine scattano multe da 150 a 800 euro, ripetibili fintanto che l’irregolarità viene commessa.</p>
<p>Il provvedimento del governo austriaco è sacrosanto: all’età di 14 anni o addirittura ancor meno, <strong>non si ha la capacità di accettare volontariamente e scientemente un simbolo religioso così invadente</strong>; questo accessorio d’abbigliamento altro non sarebbe che una forzatura culturale che viene portata avanti dai genitori e che finisce per essere liberticida nei confronti delle figlie. E va benissimo la cultura e la religione ma, di tanto in tanto, sarebbe bello tenere in mente che viviamo in Europa.</p>
<p>Peraltro, <strong>per motivi di sicurezza, il velo integrale non dovrebbe essere consentito nemmeno alle donne adulte</strong>. In questa fattispecie la situazione è persino peggiore, poiché parliamo di bimbe e preadolescenti a cui viene imposto un segno visibile di controllo sul loro corpo.<br />
E <em>dulcis in fundo</em>, in questo schema, dinnanzi a una trasgressione dei regolamenti della nazione, ci sarebbe chi pagherebbe al posto dei trasgressori. Sostanzialmente un invito a delinquere ribadendo che l’illecito verrà schermato da chissà chi.</p>
<p>Il velo, in questo contesto, non è un accessorio. È il primo anello di una catena che in tanti Paesi islamici si stringe fino alla violenza di genere. In Iran, le donne che si ribellano all’hijab obbligatorio vengono picchiate, arrestate, in alcuni casi uccise o violentate. Lo stesso simbolo che in Europa certe associazioni <strong>femministe</strong> e ONG vogliono proteggere a suon di assegni è, altrove, il pretesto per spezzare chi lo rifiuta. La sinistra e le sue ONG si dichiarano paladine delle donne ma quando la donna è musulmana e il simbolo è islamico il femminismo si ferma sulla strana soggettiva soglia della sensibilità culturale. Si denuncia il patriarcato occidentale e si tace, o peggio si copre, quello che pretende di coprire le figlie già alle elementari.</p>
<p>Poi ci si meraviglia se la destra avanza. Care ONG: la destra non avanza mica per magia! Avanza perché una parte dell’opinione pubblica vede lo Stato che fa le leggi e le reti associative (o peggio alcuni partiti politici) <strong>conniventi con l’Islam</strong> che la svuotano; vede ragazze costrette a un codice d’onore e presunti militanti che, invece di difenderle, pagano il conto della discriminazione. Ecco perché siete e sarete il miglior spot per i conservatori.</p>
<p>Che sia chiaro: il punto non è odiare l’Islam. È rifiutare che, in nome della tolleranza, si accetti che alcune bambine su suolo europeo crescano già marcate come misere entità subordinate in quanto proprietà della religione e non come individui, <strong>il tutto mentre le loro coetanee iraniane o afghane pagano con la vita il tentativo di liberarsene</strong>.</p>
<p>Alessandro Bonelli, 9 settembre 2026</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Alcolock obbligatorio: ecco cosa non torna nella nuova legge</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/alcolock-obbligatorio-ecco-cosa-non-torna-nella-nuova-legge/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/alcolock-obbligatorio-ecco-cosa-non-torna-nella-nuova-legge/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ettore Pulidori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Sep 2026 15:28:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[alcol]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prevenire la guida in stato di ebbrezza è un obiettivo sacrosanto, ma l’automatismo della misura apre dubbi su uguaglianza, proporzionalità, libertà di circolazione e tutela del lavoro</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/alcolock-obbligatorio-ecco-cosa-non-torna-nella-nuova-legge/">Alcolock obbligatorio: ecco cosa non torna nella nuova legge</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Impedire a chi ha bevuto di mettere in moto l’auto. È questa, in estrema sintesi,<strong> l’idea alla base dell’alcolock</strong> (conosciuto anche come Ignition Interlock Device), una delle novità introdotte dalla recente riforma del Codice della strada, che ha inciso, per quanto qui interessa, sull’art. 186. Un obiettivo difficilmente contestabile, soprattutto alla luce delle conseguenze, spesso drammatiche, della guida in stato di ebbrezza.</p>
<p>Eppure, dietro una soluzione apparentemente semplice, si nascondono alcuni interrogativi di carattere costituzionale, che riguardano, in particolare, i principi di uguaglianza e di proporzionalità, oltre che il criterio di ragionevolezza. La nuova disciplina prevede che chi viene condannato per le ipotesi più gravi di guida in stato di ebbrezza possa guidare, dopo aver riottenuto la patente, soltanto veicoli dotati di alcolock. <strong>Il funzionamento del dispositivo è elementare</strong>: verifica, attraverso il respiro, l’eventuale assunzione di alcool e, in caso positivo, impedisce l’avviamento dell’auto.</p>
<p>La logica è chiara: evitare che chi abbia già commesso l’illecito possa ripeterlo, agendo sulla cosiddetta recidiva. Non si interviene, quindi, soltanto per punire ciò che è accaduto, ma per prevenire un comportamento futuro, assolvendo a quella funzione che i penalisti chiamano special-preventiva. È proprio qui, però, che nasce il primo dubbio. <strong>Il predetto art. 186 del Codice della strada</strong> prevede, infatti, che la prescrizione sia «sempre» disposta in seguito alla condanna. Ma è ragionevole trattare allo stesso modo chi, a distanza di tempo, presenta ancora un concreto rischio di reiterazione e chi ha commesso un episodio isolato?</p>
<p>Entra così in gioco anzitutto l’art. 3 della Costituzione: <strong>il principio di eguaglianza,</strong> letto alla luce del criterio di ragionevolezza, impone non soltanto di trattare in modo eguale situazioni eguali, ma anche di differenziare la disciplina quando le situazioni considerate presentino elementi significativamente diversi. Non a caso, proprio nell’ambito della disciplina della patente di guida, la Corte costituzionale ha già censurato automatismi incapaci di tenere conto delle differenze tra i singoli casi.</p>
<p>Sotto un diverso profilo, sempre riconducibile all’art. 3 della nostra Costituzione, si pone una seconda questione, questa volta di natura economica. Acquisto, installazione, manutenzione e rimozione dell’alcolock hanno un costo – di alcune migliaia di euro – interamente a carico del proprietario del veicolo. Una prescrizione uguale per tutti può, quindi, produrre conseguenze profondamente diverse: chi dispone delle risorse necessarie sostiene la spesa e torna a guidare; chi non può permetterselo rischia invece di rimanere senza automobile. Il peso specifico della misura finisce così per dipendere anche dalla <strong>capacità economica del condannato.</strong></p>
<p>C’è poi il problema dei terzi: sebbene <strong>l’alcolock</strong> venga materialmente installato sull’auto, il precetto sanzionatorio riguarda il responsabile – persona fisica – e non il veicolo in sé. Per l’effetto, se il veicolo è condiviso, anche il coniuge o i figli, estranei all’illecito, saranno indirettamente colpiti dalla sanzione e dovranno fare i conti con un dispositivo reso necessario dalla condanna altrui. È un effetto indiretto, ma che contribuisce a interrogare circa la proporzionalità complessiva della disciplina.</p>
<p>Più delicato è l’art. 16 della Costituzione, che<strong> tutela la libertà di circolazione.</strong> Se è vero che la Corte costituzionale ha già chiarito che questa libertà non equivale a un diritto incondizionato a guidare un’automobile, è anche vero che gli effetti concreti sulla mobilità sono tutt’altro che irrilevanti: si pensi a chi debba noleggiare un’auto – per lavoro o per svago –, utilizzare un veicolo aziendale o spostarsi quotidianamente in territori scarsamente serviti dai trasporti pubblici.</p>
<p>Il problema si intreccia allora con gli artt. 4 e 35 della nostra Carta costituzionale, che tutelano, in particolare, il lavoro. Anche qui non esiste un diritto costituzionale alla patente, ma per un autotrasportatore, un agente di commercio o chiunque utilizzi quotidianamente l’auto per lavorare, la limitazione può assumere un peso di gran lunga superiore a quello che incombe su chi può agevolmente rinunciare al veicolo.<strong> Sicurezza stradale e lavoro devono quindi trovare un equilibrio ragionevole.</strong></p>
<p>Sul fondo rimane, infine, una questione tipicamente penalistica, che lega <strong>l’art. 27, terzo comma, della Costituzione</strong> alla funzione rieducativa della pena. L’alcolock nasce come strumento di prevenzione speciale: serve a evitare che il comportamento sia reiterato. Nondimeno, una misura preventiva conserva la propria giustificazione finché mantiene un rapporto con ciò che pretende di prevenire. Se opera automaticamente e indipendentemente dalla situazione concreta della persona, il confine tra prevenire e punire rischia di diventare sottile.</p>
<p>È qui che torna attuale, dunque, una formula antica della teoria della pena: <em>malum passionis propter malum actionis</em>, <strong>“un male inflitto in conseguenza del male commesso”.</strong> La moderna idea di pena, nella prospettiva dell’emenda, dovrebbe invece guardare anche al futuro: non soltanto impedire materialmente un comportamento, ma responsabilizzare chi ha sbagliato affinché possa tornare a rispettare autonomamente la regola.</p>
<p>L’alcolock può certamente essere uno strumento efficace per salvare vite. La questione, infatti, non è scegliere tra <strong>sicurezza stradale e diritti costituzionali,</strong> ma verificare se il legislatore abbia trovato il giusto equilibrio tra i due: anche quando lo scopo è condivisibile, in uno Stato costituzionale come il nostro, resta essenziale interrogarsi sulla proporzione dei mezzi utilizzati per raggiungerlo.</p>
<p>Ettore Pulidori, 6 settembre 2026</p>
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		<title>Le classi sociali non esistono più</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/le-classi-sociali-non-esistono-piu/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Apostolos Apostolou]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Sep 2026 14:17:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le categorie tradizionali non riescono più a descrivere l'intera complessità delle identità individuali</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Per lungo tempo la società è stata interpretata attraverso categorie relativamente stabili: classe sociale, lavoro, partito politico, famiglia. Oggi, però, questi riferimenti sembrano non essere più sufficienti a descrivere la complessità delle identità contemporanee. Al loro posto emergono appartenenze più fluide, legate agli stili di vita, ai gusti, alle emozioni e alle esperienze condivise.</p>
<p>È questa, in sintesi, la prospettiva sviluppata dal sociologo francese <strong>Michel Maffesoli</strong>, professore emerito all’Università Paris Descartes e autore, tra gli altri, di <em>Le Temps des Tribus</em>, pubblicato nel 1988. Secondo Maffesoli, la società postmoderna è caratterizzata dalla nascita di nuove forme di aggregazione che possono essere definite «tribù sociali».</p>
<h2><strong>Che cosa sono le nuove tribù?</strong></h2>
<p>Il termine «tribù» non va inteso nel suo significato antropologico tradizionale, legato alla consanguineità o alla discendenza. Le tribù contemporanee sono piuttosto <strong>microcomunità fondate su affinità emotive, culturali ed estetiche</strong>.</p>
<p>A unirle possono essere la musica, la moda, lo sport, gli hobby, gli interessi culturali o politici. Ne fanno parte, per esempio, le comunità virtuali, le sottoculture giovanili, i gruppi di appassionati e le numerose comunità che si sviluppano intorno a specifici stili di vita.</p>
<p>A differenza delle appartenenze tradizionali, <strong>queste identità non sono necessariamente permanenti</strong>. Un individuo può entrare e uscire da una comunità, appartenere contemporaneamente a gruppi differenti e modificare nel tempo le proprie affinità. L&#8217;appartenenza diventa così provvisoria, mobile e continuamente rinegoziabile.</p>
<p>Il punto centrale della teoria di Maffesoli è proprio questo: nella società contemporanea l&#8217;identità non è più soltanto individuale, ma profondamente relazionale. Le persone cercano un «noi» nel quale riconoscersi.</p>
<h2><strong>Dalla razionalità all’emozione</strong></h2>
<p>La teoria del neotribalismo mette in discussione l&#8217;idea dell&#8217;individuo completamente autonomo e razionale. Per Maffesoli, infatti, l&#8217;azione sociale non può essere spiegata soltanto attraverso interessi, calcoli e decisioni razionali. Stare insieme significa anche condividere emozioni, simboli, rituali e stili di vita. È il principio dell&#8217;<strong>«être-ensemble»</strong>, l&#8217;essere insieme: sentirsi parte di qualcosa e riconoscersi in una comunità.</p>
<p>In questo processo assume un ruolo importante anche <strong>l&#8217;estetizzazione della vita quotidiana</strong>. Immagini, simboli, rituali, abbigliamento e comportamenti diventano strumenti attraverso i quali gli individui esprimono la propria identità e, nello stesso tempo, riconoscono gli altri membri del gruppo.</p>
<p>È qui che emerge una delle principali differenze tra modernità e postmodernità. La prima aveva posto al centro l&#8217;individuo, la razionalità, il progresso e le istituzioni. La seconda sembra invece attribuire maggiore importanza al presente, all&#8217;esperienza, all&#8217;emozione e a legami che possono essere deboli e temporanei, ma allo stesso tempo intensi.</p>
<h2><strong>La politica diventa questione di appartenenza</strong></h2>
<p>Il cambiamento riguarda anche la politica. La partecipazione non si esaurisce più necessariamente nel voto o nell&#8217;adesione a un partito organizzato. Sempre più spesso la politica viene vissuta come un&#8217;esperienza collettiva, simbolica e spettacolare.</p>
<p><strong>Un ruolo decisivo è svolto dai social network</strong>, che consentono di costruire rapidamente comunità intorno a persone, idee, simboli e battaglie comuni. Le campagne politiche puntano sempre più sulla capacità di suscitare emozioni e di creare un senso di appartenenza.</p>
<p>Anche nei movimenti populisti il rapporto tra leader e sostenitori può assumere una forte dimensione emotiva. Il leader non è soltanto il rappresentante di un programma politico, ma può trasformarsi in un simbolo di identificazione collettiva.</p>
<p>Il confronto tra politica moderna e politica postmoderna appare quindi significativo. Nella modernità prevalevano partiti strutturati, ideologie, programmi e argomentazioni razionali. <strong>Oggi acquistano maggiore peso slogan, immagini, simboli</strong>, messaggi brevi e figure carismatiche capaci di mobilitare emozioni.</p>
<p>Non significa, naturalmente, che le ideologie e i programmi siano scomparsi. Piuttosto, essi convivono con forme di partecipazione nelle quali il sentimento di appartenenza può diventare altrettanto importante delle convinzioni politiche.</p>
<h2><strong>Che fine hanno fatto le classi sociali?</strong></h2>
<p>La domanda centrale diventa allora inevitabile: le classi sociali esistono ancora oppure sono state sostituite dalle tribù? Per Maffesoli, le classi non sono scomparse completamente, ma hanno perso parte della loro capacità di spiegare da sole la società contemporanea. Le categorie tradizionali (classe operaia, borghesia e altre forme di stratificazione economica) rimangono importanti, ma non riescono più a descrivere l&#8217;intera complessità delle identità individuali.</p>
<p><strong>La differenza fondamentale sta nella rigidità dell&#8217;appartenenza</strong>. La classe sociale tende a essere associata a una posizione strutturale relativamente stabile; la tribù, invece, si fonda su legami più mobili e può cambiare nel corso della vita.</p>
<p>Un individuo può, per esempio, appartenere contemporaneamente a una comunità sportiva, a un gruppo musicale, a una comunità religiosa e a una rete politica o digitale. Queste appartenenze non si escludono necessariamente a vicenda e possono modificarsi nel tempo.</p>
<h2><strong>Dal «sociale» alla «socialità»</strong></h2>
<p>Maffesoli distingue, a questo proposito, tra «sociale» e «socialità». Il «sociale» rimanda alle istituzioni, ai ruoli e ai rapporti relativamente stabili che caratterizzano la società moderna. La «socialità», invece, riguarda le relazioni quotidiane, i legami emotivi, le affinità e le forme di aggregazione spontanea.</p>
<p>È nella socialità che si sviluppano le nuove tribù: gruppi spesso privi di strutture rigide, ma capaci di produrre un forte senso di riconoscimento reciproco. La società di massa, in questa prospettiva, non scompare semplicemente: si frammenta. Al posto di grandi appartenenze collettive emergono molteplici comunità più piccole, unite non necessariamente dalla condizione economica, ma da gusti, emozioni, simboli e stili di vita.</p>
<h2><strong>Una nuova geografia dell’appartenenza</strong></h2>
<p>La teoria di Maffesoli offre dunque una chiave di lettura per comprendere una trasformazione profonda della società contemporanea. Non viviamo necessariamente in un mondo privo di appartenenze; viviamo, piuttosto, in un mondo nel quale <strong>le appartenenze sono diventate più numerose</strong>, mobili e mutevoli.</p>
<p>Le classi sociali continuano a influenzare la vita degli individui e non possono essere considerate superate. Tuttavia, accanto alla dimensione economica, acquistano sempre maggiore importanza quella culturale, simbolica ed emotiva.</p>
<p>È forse questa la vera sfida della società postmoderna: comprendere come sia possibile costruire un senso di comunità in un mondo nel quale i legami tradizionali si indeboliscono, mentre nascono continuamente nuove forme di identificazione.</p>
<p>Dalle classi alle tribù, quindi, non si tratta semplicemente di un passaggio da una categoria all&#8217;altra. È soprattutto <strong>un cambiamento nel modo in cui gli individui costruiscono la propria identità </strong>e cercano il proprio posto nella società. Il bisogno di appartenere, in fondo, non è scomparso. È cambiato il modo di soddisfarlo.</p>
<p>Apostolos Apostolou, 5 settembre 2026</p>
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		<title>Quando la società premia i peggiori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 17:26:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[politico quotidiano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ne “Le Rane”, scritte quasi 2500 anni fa, il poeta ateniese denunciava una città che aveva smesso di valorizzare i cittadini migliori</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Per riprendere il discorso sulle persone di valore e sulla centralità che la nostra società conferisce a modelli poco virtuosi, vi è un esempio letterario di immenso valore. A esporsi in tal senso è <strong>Aristofane,</strong> nelle sue “Rane”, celeberrima commedia del 405 a.C. Quasi 2500 anni fa, è vero, ma le parole del poeta ateniese ci parlano ancora oggi e riecheggiano nell’eternità. “Le Rane” vengono scritte mentre Atene è sul punto di capitolare nella Guerra del Peloponneso. Il fine del poeta è proprio quello di dare consigli per salvare la città. A questo proposito, uno dei passaggi più forti della commedia ce lo regala l’autore stesso nell’“antepirrema” della parabasi, la quale è la sezione della commedia in cui si disvela il fine politico ed etico dell’opera.</p>
<p>È qui che Aristofane, attraverso le sue parole, si rivolge direttamente a noi. <strong>Alle nostre civiltà corrotte, ignoranti, vuote,</strong> che si sono dimenticate di come, per salvare una civiltà alla deriva, ci si debba servire dei “migliori”. Il poeta spiega, con una metafora geniale, che nei confronti dei buoni cittadini la città si comporta come con la moneta antica e con quella nuova: “I pezzi non falsificati, quelli migliori tra tutti, noi non li usiamo, e preferiamo questa robaccia di bronzo”.</p>
<p>Prosegue allora il filosofo, evidenziando proprio come, anche tra i cittadini, vengano scartati “quelli che conosciamo per nobili, saggi, giusti, educati nelle palestre, alla danza, alla musica”, e ci si avvalga invece “delle facce di bronzo, <strong>forestieri, furfanti e figli di furfanti,</strong> gli ultimi venuti, che un tempo la città non avrebbe usato nemmeno come capri espiatori”.</p>
<p>Aristofane invita allora, come precetto definitivo, <strong>a ritornare a mettere al centro della “pòlis” le persone “utili”.</strong> È esattamente ciò di cui abbiamo bisogno noi, nel nostro tempo. I modelli da seguire, oggi, sono diventate le persone che fanno successo senza sacrificio e che presentano l’ignoranza come “forza” e motivo di vanto. Una vera follia.</p>
<p>Per Aristofane è imprescindibile <strong>un ritorno alla tradizione</strong>, che sia contrapposto alle ideologie che hanno permesso l’affermazione di individui estranei al comune patrimonio culturale. Sempre che oggi, in Italia, vi sia ancora un substrato di cultura e valori.</p>
<p>Per una questione di onestà filologica, va detto che si riferiva, oltre alle derive e alle discordie degli Ateniesi, anche e soprattutto alla <strong>corruzione dei demagoghi stranieri</strong> e al fatto che fosse stata concessa la cittadinanza agli schiavi che avevano combattuto, arruolati, nella battaglia delle Arginuse, in cui Atene ottenne un’importante vittoria navale. Il tutto mentre alcuni tra gli uomini ateniesi “migliori” erano stati privati dei diritti politici e civili, se non proprio esiliati.</p>
<p>Anche questa considerazione “etnica” di Aristofane fornisce spunti attuali molto pregnanti. Ad esempio, il fatto che sia un errore, come la sinistra voleva fare al referendum del 2025, facilitare sempre di più l’ottenimento della <strong>cittadinanza</strong>.</p>
<p><strong>Non si tratta di essere razzisti o populisti,</strong> come qualcuno spesso, purtroppo, allude. La cittadinanza italiana deve essere un premio e, soprattutto, deve presupporre il fatto che vi sia un’adesione culturale e umana al nostro Paese. È una questione di reale integrazione, affinché vi sia un modello virtuoso ed efficace di inclusività.</p>
<p><strong>L’Impero Romano è stato uno dei più grandi e longevi di sempre</strong> perché la concessione della cittadinanza ha sempre implicato il fatto che essa fosse vista come un premio meritocratico e non come un diritto naturale. Così, quasi 2500 anni dopo, ci ritroviamo in una situazione molto simile a quella descritta dall’ormai “nostro” Aristofane.</p>
<p>Flavio Maria Coticoni, 3 settembre 2026</p>
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		<title>Più morti che nati, nonostante i migranti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Bonelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 08:16:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Numeri Istat alla mano, il mito dei migranti che "salvano le pensioni" crolla: la popolazione scenderà a 45 milioni nel 2080</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Le nuove previsioni demografiche Istat sulla popolazione italiana residente, le famiglie e le forze di lavoro chiudono un ciclo di strampalate illusioni. Vediamo perché. Dagli attuali 58,9 milioni di residenti, <strong>si prospetta di scendere a 55 milioni nel 2050 e a ben 45,8 milioni nel 2080:</strong> oltre 13 milioni in meno. Non si tratta di uno scenario nefasto; l’Istituto lo definisce un esito praticamente certo (quantomeno qualora si dovesse procedere lungo questo trend senza tentare contromisure adeguate).</p>
<p>Nel 2025, le nascite sono state pari a 355mila e i decessi 652mila: il saldo tra decessi e nascite ammonta a quasi 300mila individui.<br />
Fino al 2030 <strong>secondo l’Istat i nati ogni anno resteranno intorno a 355mila.</strong> Il problema grave è che però i decessi continueranno a salire fino a 708mila nel 2030 e tocccheranno addirittura 869mila nel 2058. Il buco nero senza speranza arriverà così a 353mila perdite nel 2030 e a 570mila nel 2059. “In nessun caso”, scrive l’Istat, “le nascite eguaglieranno i decessi”.</p>
<p>C’è poi un altro dato. Per l’Istituto nazionale di statistica nemmeno la tanto decantata immigrazione potrà salvarci: lo studio precisa infatti che il contributo migratorio non compenserà le perdite del saldo naturale, neanche se i flussi dovessero essere più alti.<br />
E mentre qualcuno ancora oggi si ostina a chiedere di accogliere a tutto spiano i “nuovi italiani che ci pagheranno le pensioni”, l’età media nel nostro paese salirà da 46,9 a 52,1 anni entro il 2080; gli over 65 dal 24,7% al 37% nel 2080; la quota 15-64 anni dal 63,4% al 55,3%. E mentre le coppie con figli diminuiscono<strong>, i single diventano via via la forma familiare più diffusa.</strong></p>
<p>E allora qui davvero pure la retorica arriva al capolinea. Da anni si ripete che i migranti sono l’elemento imprescindibile per evitare un tracollo demografico e che, alla fin fine,<strong> farcire il Paese di “nuovi italiani”</strong> equivalga ad attuare una lucida politica della natalità. I fatti stanno dimostrando come questa teoria sia una formula vuota e insopportabilmente inutile. I numeri Istat la smentiscono totalmente: pensare di sostituire un italiano che non nasce con uno straniero che arriva non ricostruisce né la struttura per età, né la continuità culturale, né la tenuta dei territori che si svuotano.</p>
<p>Al nostro paese servono tante nuove famiglie e alla politica spetta attuare delle vere soluzioni per chi vorrebbe essere genitore ma non può per motivi economici. <strong>Oggi la cultura della solitudine è trendy eppure</strong>, nel crogiolarsi tra le libertà del ventunesimo secolo, talvolta diventa cosa buona e giusta essere anche realisti: se tutti invecchiamo senza una prole, il paese si appropinqua all’estinzione.</p>
<p>Si auspica che dopo questi dati ci si sarà levati di torno per sempre <strong>la stupidaggine dell’accoglienza</strong> per riempire le culle. Se abbiamo un welfare in grado di dare sostentamento ai migranti che arrivano nel nostro paese e non parlano la nostra lingua eppure sfornano bimbi a ripetizione, vuol dire che potenzialmente avremmo un welfare in grado di sostenere le coppie italiane.</p>
<p>Difatti<strong> il punto è parecchio semplice:</strong> importare i migranti per tamponare l’emorragia demografica è la scorciatoia di chi non ha il coraggio di rimboccarsi le maniche per cercare di garantire un futuro autentico a questo disgraziato paese.</p>
<p>Alessandro Bonelli, 1 settembre 2026</p>
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		<title>“Puntino nero”, ormai vediamo solo ciò che odiamo</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/puntino-nero-ormai-vediamo-solo-cio-che-odiamo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Aug 2026 15:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[odio]]></category>
		<category><![CDATA[politico quotidiano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal confronto allo scontro permanente: abbiamo trasformato chi la pensa diversamente in un nemico, dimenticando che una società libera vive anche di dissenso</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/puntino-nero-ormai-vediamo-solo-cio-che-odiamo/">“Puntino nero”, ormai vediamo solo ciò che odiamo</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Un professore entrò in aula, appese un grande foglio bianco con un piccolo, insignificante puntino nero e domandò alla classe: «Cosa vedete?». La risposta è unanime, immediata, quasi ovvia: <strong>«Una macchia nera».</strong> Nessuno di loro, nemmeno per un istante, si soffermò ad ammirare l’immenso candore che circondava quel piccolo segno nero.</p>
<p>Oggi, quel foglio bianco è il mondo, la nostra città, il quartiere, l’ufficio… ovvero gli altri. <strong>E la macchia nera è diventata la nostra unica ossessione.</strong> Non ci limitiamo più a esprimere un dissenso o un nostro parere. Ci concentriamo esclusivamente a criticare, aggredire e insultare ciò che non ci piace. Se qualcuno sceglie una strada diversa o elabora un pensiero differente non lo consideriamo semplicemente un interlocutore con una visione alternativa ma un bersaglio da colpire, deridere e demolire con ferocia. È come se avessimo bisogno di distruggere le preferenze degli altri per sentirci legittimati nelle nostre.</p>
<p>Immaginiamo di entrare in un ristorante, sederci al tavolo e, invece di scorrere la carta per cercare il piatto che più ci ispira, spendessimo <strong>l’intera serata a inveire verso i clienti vicini:</strong> «Il risotto allo zafferano fa schifo, siete degli ignoranti a ordinarlo! E chi mangia frutti di mare è una persona orribile!». Ci si concentra così tanto a insultare i piatti degli altri e a elencare tutto ciò che detestiamo da dimenticarci persino di ordinare la cena assaporando il gusto amaro della rabbia. A stomaco vuoto.</p>
<p>Il filosofo <strong>John Stuart Mill</strong> ci ha lasciato una lezione fondamentale su questo: pretendere che gli altri la pensino come noi significa presumere, erroneamente, di possedere una verità assoluta e infallibile. Mill spiegava che abbiamo un disperato bisogno del punto di vista altrui: se non ci confrontiamo mai con idee diverse dalle nostre, le nostre certezze si trasformano in “dogmi morti” ovvero in pregiudizi pigri che ripetiamo a memoria senza più capirne il valore presentandoli come verità. E tutto sommato quella macchia nera sul foglio bianco … forse lo rende meno anonimo!!</p>
<p>Vincenzo Mangione, 29 agosto 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/puntino-nero-ormai-vediamo-solo-cio-che-odiamo/">“Puntino nero”, ormai vediamo solo ciò che odiamo</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<item>
		<title>Elettra Lamborghini scopre la dittatura dei social. Ma il problema siamo noi</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/elettra-lamborghini-scopre-la-dittatura-dei-social-ma-il-problema-siamo-noi/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/elettra-lamborghini-scopre-la-dittatura-dei-social-ma-il-problema-siamo-noi/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Aug 2026 08:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[social]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nicolaporro.it/articoli/?p=340527</guid>

					<description><![CDATA[<p>La provocazione sui 10mila euro guadagnati con un video apre una questione più profonda: se oggi gli influencer valgono più di studio, competenze e lavoro, la responsabilità è anche di chi li ha trasformati in modelli da seguire</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/elettra-lamborghini-scopre-la-dittatura-dei-social-ma-il-problema-siamo-noi/">Elettra Lamborghini scopre la dittatura dei social. Ma il problema siamo noi</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Stanno facendo discutere le recenti parole di<strong> Elettra Lamborghini:</strong> “C’è gente che studia dalla mattina alla sera da anni e poi c’è chi, sui social, con un video stupidissimo, guadagna diecimila euro. È ovvio che nessuno voglia più fare un cazzo”. Frasi del genere circolano diffusamente anche in molti “post” sulle piattaforme digitali, riscuotendo ampia approvazione. Elettra Lamborghini dovrebbe avere l’onestà intellettuale di ammettere che questa situazione è “ovvia” dal momento che anche gente come lei è riuscita a diventare un modello da seguire.</p>
<p>Lo dico, davvero, senza offesa. Ho stima per tutte queste persone che, pur non avendo qualità artistiche o intellettuali particolari, sono riuscite a riscuotere successo. In fondo, anche ciò richiede sacrificio, capacità di “aprirsi al mondo” e di entrare nella psicologia, o meglio nella “pancia”, delle persone. <strong>Il fine del mio articolo non è criticare gli “influencer”</strong> e i social, che possono essere una risorsa se usati da persone con una reale coscienza culturale e critica.</p>
<p>È necessario indagare le cause profonde del problema. I social hanno questo valore finché qualcuno glielo continuerà a dare. Quel “qualcuno” sono le persone normali; a volte anche quelle che realmente studiano da anni senza gratificazione o hanno un lavoro precario poco retribuito. La “dittatura dei social” consiste in primis nel far aderire le persone comuni all’idea che sia giusto che qualcuno, facendo meno di loro, abbia riscosso successo. E che costoro, magari, <strong>sviliscano le persone</strong> che realmente fanno i sacrifici, autoconvincendole che sia normale e corretto così.</p>
<p>È questo uno dei principali inganni alla base della deriva della nostra società. Finché la “massa” non capirà che la legittimazione dei social e degli “influencer” dipende da sé stessa, la situazione non cambierà mai, e finiremo in un baratro sociale ed intellettuale. Si sente tanto parlare delle “menti” in fuga all’estero, del fatto che in Italia chi si laurea trovi poi un lavoro precario, magari anche in un campo che non riguarda i suoi studi, con un salario basso. <strong>Si dà allora la colpa ai governi;</strong> a chi non dà certezze ai giovani laureati, a chi incentiva il precariato, o alle aziende che non investono nella meritocrazia e nelle competenze. Tutto giusto.</p>
<p>Leggi anche:</p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/arresto-tony-boy-il-problema-e-chi-lo-idolatra/" target="_blank" rel="noopener">Arresto Tony Boy, il problema è chi lo idolatra</a></li>
</ul>
<p>Il reale problema, però, è che se cambiasse realmente il paradigma culturale degli italiani e i modelli a cui aspirare, distinguendo ciò che davvero è di “valore” da ciò che non lo è, di tutto questo dibattito non vi sarebbe nemmeno bisogno. <strong>Le persone con qualità veramente importanti,</strong> a quel punto, inizierebbero a divenire dei modelli da seguire, facendo accrescere gli stipendi e la stima nei loro confronti, innescando un circuito saggio e virtuoso. Tutto ciò per l’appunto, è possibile solo innalzando il livello di istruzione nel nostro Paese, a partire dalla considerazione nei confronti degli insegnanti, dei medici e dei ricercatori, in vari settori. Bisogna far sì che lo studio, anche quello non necessariamente finalizzato all’utilità lavorativa, ritorni ad essere un’aspirazione e un motivo di gratificazione economica e sociale, oltre che personale.</p>
<p>È poi necessario far passare il messaggio che chi fa un lavoro manuale o una professione onesta è tutto meno che inferiore a qualche “miracolato” che fa migliaia di euro sui social, e che magari svilisce proprio le persone che con <strong>caparbietà</strong> cercano di arrivare a fine mese. Ovviamente mi riferisco solo agli “influencer” che adottano questi comportamenti; atteggiamenti apparentemente ironici, ma in realtà deleteri ed offensivi. Contenuti del genere vanno semplicemente censurati. Non per fare una dittatura. Ma per arginare la reale dittatura. Quella dei social.</p>
<p>Flavio Maria Coticoni, 29 agosto 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/elettra-lamborghini-scopre-la-dittatura-dei-social-ma-il-problema-siamo-noi/">Elettra Lamborghini scopre la dittatura dei social. Ma il problema siamo noi</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>Auto tartassate, bici elettriche impunite</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/auto-tartassate-bici-elettriche-impunite/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Beppe Fantin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Aug 2026 13:05:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[automobilisti]]></category>
		<category><![CDATA[tasse]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mentre agli automobilisti si chiedono sempre più regole, costi e adempimenti, sulle strade cresce la presenza delle due ruote a pedalata "assistita"</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/auto-tartassate-bici-elettriche-impunite/">Auto tartassate, bici elettriche impunite</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Sono le sette del mattino. <strong>Mi immetto in tangenziale</strong>, accelero con prudenza e raggiungo i 70 km/h. Sto già pensando alla giornata che mi aspetta quando qualcosa mi sorpassa come un missile. Una Ferrari? No. Una Lamborghini? Nemmeno. <strong>Una bicicletta</strong>. Sì, avete letto bene. Una bicicletta. Per qualche secondo mi chiedo se sto ancora dormendo, se il caffè era corretto con qualcosa di molto pesante o se sto partecipando a una nuova puntata di <em>Scherzi a Parte</em>. Invece no: <strong>è una normalissima bici elettrica</strong>. O almeno così dovrebbe essere.</p>
<p>&#8220;Pedalata assistita&#8221;, la chiamano. Assistita da chi, esattamente? Dalla NASA? Perché le gambe del conducente (stranamente scuro) erano immobili come due statue di marmo, mentre il mezzo sfrecciava a una velocità che farebbe arrossire diversi ciclomotori. A questo punto mi sorge una domanda per il governo: come mai questi motorini mascherati da biciclette<strong> riescono a circolare indisturbati?</strong> Perché, a vederli nelle città, sembrano ovunque. Biciclette che vanno come scooter, monopattini che sembrano usciti da una gara di MotoGP e conducenti che affrontano il traffico con la stessa serenità di un pilota di Formula 1 al giro di ricognizione.</p>
<p><strong>Per loro niente targa, niente bollo,</strong> niente file in motorizzazione. Per noi automobilisti, invece, una lista infinita di obblighi, aumenti e scadenze da rispettare. E poi c&#8217;è il capitolo carburanti. Ogni volta che fai il pieno hai l&#8217;impressione di stare acquistando un profumo francese in edizione limitata. Quando arriva uno sconto sulle accise lo accogli con entusiasmo, salvo poi accorgerti che dura meno di una nevicata ad agosto.</p>
<p><strong>Nel frattempo, ti ritrovi al posto di blocco.</strong> Dopo una giornata di lavoro ti fermano per controllare documenti, assicurazione, revisione e perfino il gruppo sanguigno del pesce rosso che avevi da bambino. Tutto giusto, per carità. Solo che mentre consegni patente e libretto, nella tua mente compare ancora quell&#8217;immagine: la bicicletta supersonica che scompare all&#8217;orizzonte come un jet militare.</p>
<p>E allora qualche domanda te la fai. Forse sono io che non riesco a stare al passo con i tempi. Forse il futuro è questo: auto sempre più costose, carburanti sempre più cari e biciclette che raggiungono velocità da decollo senza il minimo sforzo apparente. Nel dubbio, continuerò a fare quello che faccio da sempre: <strong>rispettare le regole, pagare tutto quello che c&#8217;è da pagare</strong> e guardare con stupore le leggi della fisica mentre vengono sorpassate da una bici elettrica in tangenziale. A settanta all&#8217;ora. O forse di più. Perché a quel punto non stavo più guardando il tachimetro. Stavo cercando di capire se quella davanti a me fosse davvero una bicicletta o semplicemente il futuro che mi stava salutando con la mano.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-340248" src="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/08/fantin-bici-orizzontale-300x169.jpg" alt="bici elettrica" width="687" height="387" srcset="https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/08/fantin-bici-orizzontale-300x169.jpg 300w, https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/08/fantin-bici-orizzontale-1024x576.jpg 1024w, https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/08/fantin-bici-orizzontale-768x432.jpg 768w, https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/08/fantin-bici-orizzontale-1536x864.jpg 1536w, https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/08/fantin-bici-orizzontale-364x205.jpg 364w, https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/08/fantin-bici-orizzontale-455x256.jpg 455w, https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/08/fantin-bici-orizzontale-730x410.jpg 730w, https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/08/fantin-bici-orizzontale-912x512.jpg 912w, https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/08/fantin-bici-orizzontale-1200x675.jpg 1200w, https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/08/fantin-bici-orizzontale-360x203.jpg 360w, https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/08/fantin-bici-orizzontale-720x405.jpg 720w, https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/08/fantin-bici-orizzontale-500x281.jpg 500w, https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/08/fantin-bici-orizzontale.jpg 1672w" sizes="(max-width: 687px) 100vw, 687px" /></p>
<p>Quello che preoccupa non è solo il colore della pelle di chi attraversa le nostre città, ma il crescente senso di degrado che molti cittadini percepiscono ogni giorno. <strong>Strade sporche, rifiuti abbandonati</strong>, mezzi che sembrano circolare senza alcun rispetto delle regole e controlli che appaiono insufficienti. La sensazione è che chi rispetta le norme debba affrontare sempre più obblighi e costi, mentre troppe situazioni irregolari vengano tollerate. Degrado porta degrado e probabilmente si sentono a casa loro proprio per questo. Sembra quasi <strong>un senso di ingiustizia e disordine</strong> che alimenta la frustrazione di molti cittadini e che rischia di influenzare sempre più il giudizio nei confronti della politica e delle istituzioni.</p>
<p>Beppe Fantin, 28 agosto 2026</p>
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		<title>&#8220;In ferie da cosa?&#8221;. Sveglia, aveva ragione Marchionne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimo Micheli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Aug 2026 14:22:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[ferie]]></category>
		<category><![CDATA[sergio marchionne]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il discorso dello storico Ad Fiat, Sergio Marchionne, sulle ferie prese quando la società perdeva 5 milioni di euro al giorno. Sempre attuale</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/in-ferie-da-cosa-sveglia-aveva-ragione-marchionne/">&#8220;In ferie da cosa?&#8221;. Sveglia, aveva ragione Marchionne</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La frase di <strong>Sergio Marchionne</strong>, pronunciata anni fa parlando della Fiat, oggi sembra descrivere qualcosa di molto più grande di una semplice abitudine italiana. Descrive un Paese. Marchionne raccontava che nel 2004 Fiat perdeva cinque milioni di euro al giorno e che, arrivato in ufficio ad agosto, non aveva trovato praticamente nessuno. La domanda che gli venne spontanea fu: <strong>«Ma in ferie da cosa?»</strong>. È una domanda che l&#8217;Italia dovrebbe avere il coraggio di rivolgere a se stessa.</p>
<p>In ferie da cosa siamo quando il debito pubblico ha superato i 3.200 miliardi di euro? In ferie da cosa siamo quando continuiamo a rinviare le decisioni difficili, a proteggere rendite, privilegi e inefficienze, mentre il conto viene semplicemente spostato in avanti? Il problema dell&#8217;Italia non è che gli italiani vadano in vacanza ad agosto. Le ferie sono un diritto e il riposo non è il nemico della produttività, <strong>il problema è l&#8217;atteggiamento mentale di un Paese</strong> che sembra voler vivere come se il conto non dovesse mai arrivare. È la sciatteria elevata a metodo. È l&#8217;inconcludenza trasformata in normalità. È l&#8217;incapacità di assumersi fino in fondo la responsabilità delle proprie scelte e, soprattutto, delle proprie non-scelte.</p>
<p>E qui sarebbe troppo facile puntare il dito soltanto contro la classe dirigente. Certo, chi governa ha una responsabilità maggiore. Chi decide come spendere il denaro pubblico, quali riforme fare, quali privilegi eliminare e quali sacrifici chiedere ai cittadini porta sulle proprie spalle una responsabilità che non può essere scaricata su altri. Ma sarebbe altrettanto <strong>comodo raccontarci che il problema dell&#8217;Italia sono sempre e soltanto &#8220;gli altri&#8221;</strong>: i politici, i burocrati, i partiti, l&#8217;Europa, i mercati, le banche, le multinazionali. Noi dove siamo? Un Paese è anche ciò che i suoi cittadini chiedono, tollerano, premiano e difendono.</p>
<p>Siamo tutti molto bravi a pretendere una sanità migliore, una scuola migliore, pensioni più alte, servizi più efficienti, sicurezza, infrastrutture moderne, meno tasse e più trasferimenti, siamo molto meno bravi, però, quando arriva il momento di domandarci quanto tutto questo costi e chi debba pagarlo. Vogliamo uno Stato efficiente, ma spesso difendiamo il nostro piccolo privilegio quando l&#8217;inefficienza riguarda noi. Vogliamo meno tasse, ma contemporaneamente pretendiamo che nulla venga ridimensionato. Vogliamo più diritti, ma molto meno spesso discutiamo dei doveri che li rendono sostenibili. <strong>Ci indigniamo per il debito che lasciamo ai nostri figli</strong>, ma raramente siamo disposti a rinunciare a qualcosa oggi per ridurlo.</p>
<p><strong>È questa la contraddizione più profonda.</strong> La classe dirigente non nasce nel vuoto, è espressione, almeno in parte, della società che la elegge, la sostiene, la condiziona e talvolta la costringe a non cambiare. Un politico che promette un beneficio immediato raccoglie consenso. Un politico che dice che quel beneficio non è più sostenibile rischia di perdere consenso. E allora il sistema impara a fare sempre la stessa cosa: rinviare, compensare, promettere, indebitarsi. <strong>La responsabilità, dunque, è certamente politica, ma è anche civile</strong>. Non siamo tutti responsabili nella stessa misura, ma nessuno è completamente innocente. La vecchia mucca da mungere è l&#8217;Italia stessa. La continuiamo a mungere per finanziare un sistema che produce sempre meno crescita, sempre meno produttività e sempre meno opportunità, mentre la popolazione invecchia e il peso del debito cresce.</p>
<p><strong>Ma una mucca non può essere munta all&#8217;infinito.</strong> Prima o poi bisogna decidere se nutrirla, renderla più produttiva, cambiare il modo in cui viene gestita oppure accettare che non è più in grado di sostenere il peso che le abbiamo messo addosso. E questo vale anche per ciascuno di noi. Perché il risanamento di un Paese non può consistere soltanto nell&#8217;attesa che arrivi «il politico giusto». Richiede cittadini disposti a comprendere che ogni diritto ha un costo, ogni spesa ha un finanziatore, ogni privilegio ha qualcuno che lo paga e ogni debito è una promessa fatta a qualcun altro di restituire ciò che oggi stiamo consumando.</p>
<p>La vera rivoluzione culturale sarebbe smettere di considerare lo Stato come una cosa distinta da noi perché lo Stato siamo anche noi. Sono i nostri contributi, le nostre tasse, le nostre imposte, i nostri voti, le nostre richieste, le nostre proteste, le nostre omissioni, le nostre tolleranze. Insomma sono tutti i nostri piccoli e grandi privilegi che, sommati per milioni di persone, diventano un sistema. <strong>Per questo la domanda di Marchionne è ancora così attuale</strong>. Non dobbiamo chiederci soltanto perché la classe dirigente sia &#8220;in ferie&#8221;. Dobbiamo chiederci se non siamo, in qualche modo, tutti in ferie dalla responsabilità di essere cittadini.</p>
<p>Perché il mondo non aspetta che l&#8217;Italia finisca le vacanze, il debito non aspetta, la demografia non aspetta, la produttività non aspetta. E soprattutto non aspettano le generazioni che dovranno pagare le conseguenze delle decisioni che continuiamo a rimandare. Forse, allora, la vera domanda da rivolgere all&#8217;Italia non è: «Perché prendiamo le ferie ad agosto?» È quella, molto più scomoda, di Marchionne:<br />
«In ferie da cosa?»</p>
<p>Massimo Micheli, 25 agosto 2026</p>
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		<item>
		<title>Tutti col telefono davanti all’eclissi: il narcisismo di chi ha paura di perdersi qualcosa</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/tutti-col-telefono-davanti-alleclissi-il-narcisismo-di-chi-ha-paura-di-perdersi-qualcosa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Aug 2026 15:15:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[eclissi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nicolaporro.it/articoli/?p=338093</guid>

					<description><![CDATA[<p>Dall’eclissi ai concerti, viviamo con gli occhi incollati allo schermo per dimostrare di esserci</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/tutti-col-telefono-davanti-alleclissi-il-narcisismo-di-chi-ha-paura-di-perdersi-qualcosa/">Tutti col telefono davanti all’eclissi: il narcisismo di chi ha paura di perdersi qualcosa</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">«Era già tutto previsto», cantava <strong>Riccardo Cocciante</strong>. Quando il tramonto di ieri si è leggermente oscurato per l&#8217;eclissi, l&#8217;umanità non si è fermata in silenzio ad osservare come accadeva nei secoli scorsi. Ha sollevato le braccia, ha acceso i display, ha cercato la messa a fuoco. La definisco “sindrome del «ceroanchio»” assomiglia a un tentativo disperato di trattenere il tempo, documentare sui social e in poche parole… narcisismo.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Forse è una risposta a quella “<strong>FOMO</strong>” (fear of missing out) che ci divora, la paura viscerale di essere gli unici esclusi dal grande evento collettivo. Ecco l’urgenza di condividere lo scatto come un&#8217;autodifesa sociale: <strong>la prova documentale che siamo al passo con il mondo</strong>. Ecco che oggi ci siamo ritrovati sommersi da foto sfocate e omologate. Ai concerti questa dinamica è ormai una coreografia collaudata. Si segue un evento musicale tenendo gli occhi sullo schermo anziché sul palcoscenico!! Idem al ristorante!</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Nell&#8217;intimità di un fenomeno astronomico, però, diventa<strong> lo specchio di una solitudine collettiva.</strong> Eppure, in quello scatto sovraesposto e condiviso in fretta per placare l&#8217;ansia di non esserci, non c&#8217;è solo la perdita del presente. C&#8217;è una richiesta d&#8217;aiuto silenziosa: <em>«Io esisto, l&#8217;ho visto, ero parte del miracolo»</em>. Forse dimostra che  abbiamo smesso di emozionarci. Forse, semplicemente, usiamo lo smartphone come uno scudo contro <strong>l&#8217;esclusione</strong>, trasformando un pezzo di cielo buio in un ponte per sentirci inclusi, connessi e meno soli sulla Terra.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Vincenzo Mangione, 13 agosto 2026</div>
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]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Islam e comunismo, l’alleanza contro la libertà che nessuno vuole vedere</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/islam-e-comunismo-lalleanza-contro-la-liberta-che-nessuno-vuole-vedere/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/islam-e-comunismo-lalleanza-contro-la-liberta-che-nessuno-vuole-vedere/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Max Del Papa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Aug 2026 12:03:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nicolaporro.it/articoli/?p=337399</guid>

					<description><![CDATA[<p>Due ideologie, una stessa ossessione: abolire la libertà e chiamarla emancipazione</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/islam-e-comunismo-lalleanza-contro-la-liberta-che-nessuno-vuole-vedere/">Islam e comunismo, l’alleanza contro la libertà che nessuno vuole vedere</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Noi ci siamo sbagliati. Tutti noi che non crediamo che Islam e comunismo possano andare d’accordo, che siano incompatibili, frutto di un patto scellerato destinato a concludersi con la resa del secondo, non abbiamo capito niente. In realtà<strong> comunisti e islamisti non fanno fatica ad andare d’accordo</strong>, li unisce la medesima mentalità fatta di atroci sensibilità: l’odio verso la libertà, la libera scelta, l’individuo che appartiene a se stesso, sacro e inviolabile, e poi la propensione a mentire, a dissimulare, l’attitudine violenta, prevaricatrice, totalitaria, la simpatia verso lo stragismo, dulcis in fundo il disprezzo feroce, sanguinario verso le donne.</p>
<p><strong>Il femminismo comunista è una menzogna</strong> dentro una bugia, non c’è mai stato, non ha più fondamento del femminismo islamista, ai cortei di Lotta Continua le femmine le pestavano (e le vittime chiamavano in causa l’oggi riabilitato compagno Erri de Luca, capo del servizio d’ordine), le donne nella bolla venefica comunista sono sempre state usate come sguattere e schiave sessuali, sempre, anche nelle Brigate Rosse dove le poche a salvarsi erano le dirigenti per meriti sul campo, per ferocia non minori di quelle degli uomini, per la facilità con cui indulgevano all’omicidio, alla strage.</p>
<p>Un altro tratto che accomuna Islam e comunismo, per forza di cose, è <strong>l’odio omicida per chi dice la verità,</strong> per chi sputtana la cattedrale di balle, fa volar via col soffio della realtà i loro castelli stregati di carte. In italia l’Islam di conquista esporta le piscine repressive ed esclusive, da dove cacciare gli uomini e le donne che non si sottomettono, da riservare alle islamiche che le usano come lavanderie, vanno a ripulire dal sudore corpi e palandrane e chiamano tutto questo libertà, libertà di coprirsi, di subire, di “non scegliere”: ed è una fottuta menzogna a matrioska perché se mai l’unica libertà di queste sventurate è quella di obbedire nella paura; lo dice una salvata, la giornalista iraniana Masih Alinejad, riuscita a sfuggire alle grinfie dei pasdaran e degli ayatollah a <strong>Teheran</strong> e oggi impegnata a farsi odiare, minacciare di morte. Perché ha detto l’unica verità vera, nel velo, nel tessuto da capo a piedi non c’è nessuna libertà, c’è indottrinamento, religione del terrore, incapacità di sospettare un mondo diverso, una vita diversa. Altro che “tutte sono libere di non mostrarsi”.</p>
<p>Le donne islamiche non possono ammettere, le comuniste occidentali, italiane non vogliono ammettere e sono infami. Predicano, ma non osservano. Solidarizzano, ma col culo per aria. Le nostre parlamentari comuniste il velo, di chiffon, lo mettono per il tempo di un selfie a pugno chiuso ma si lamentano <strong>se i perfidi giudei le privano per un quarto d’ora della crema solare,</strong> della cosmesi, dell’acqua minerale purissima. Io dove vado al mare vedo ogni giorno una famiglia marocchina, il padre è attento, premuroso coi tre figli piccoli, che giocano col canottino, i genitori ogni tanto si beccano, sembra tutto normale, tutto integrato, ma la madre affoga nei suoi panni inzuppati che le si stringono addosso, la paralizzano. Fuori c’è un sole da 35 gradi e quella annaspa.</p>
<p><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/flotilla-tour-di-scuderi-mi-hanno-tolto-la-crema-solare-io-impazzisco/" target="_blank" rel="noopener">Flotilla tour di Scuderi:;Mi hanno tolto la crema solare Io impazzisco</a></li>
</ul>
<p>Non essendo io comunista o islamico, non tradisco la rabbia che mi prende, non assecondo l’impulso di litigare con quel maschio patriarcale marocchino, tanto più che la femmina sarebbe, probabilmente, più invasata di lei e mi caverebbe gli occhi: sono fanatizzate, istupidite, neppure lontanamente in grado di <strong>confrontarsi sui concetti di fede</strong>, di libertà, di rito, di superstizione. Io accetto. Rispetto, anche se so che è sbagliato.</p>
<p>Loro non lo farebbero. Loro per ora aspettano, poi quando saranno egemoni, la musica cambierà. Lo confesso, mi prende sempre un furore calmo quando ne vedo una rischiare l’infarto sotto quei drappi, io che boccheggio in canottiera. Ma che dovremmo fare? Il guaio è che questo loro fanatismo non è innocente, non è solo autolesionista, è un altro viatico per imporre la sharia. Lo dicono, lo fanno. Come coi maranza, come con lo stragismo nobilitato, la dieta da imporre ai bambini delle scuole, il ramadan. <strong>Tutto avanza, tutto erode e rode libertà</strong> e a questo serve il partito comunista, ad insufflare una bella, sana dittatura, poi che avvenga sotto l’egida di Marx, Stalin, Mao o Maometto cambia poco: è l’idea di libertà a dover essere maledetta, eradicata, è il controllo totale dello Stato, come si vedeva in pandemia. Oggi allo scopo serve l’Islam fanatico, poi si vedrà.</p>
<p>“Il nazionalismo non riconosce i confini; non si fermeranno finché non trasformeranno le società libere in arene per l’applicazione della loro sharia, finché non imporranno un’obbligatoria hijab alle donne occidentali e finché non legalizzeranno il matrimonio con ragazze di 9 anni” (la pedofilia istituzionalizzata è un altro pallino comunista). Dicendo, scrivendo tutto questo, cioè l’unica verità vera, per le nostre femen col culo incremato <strong>Masih Alinejad</strong> ha smesso di essere una donna.</p>
<p>È una nemica, una fascista, figuratevi, una che sobilla, che <strong>merita la fatwa in patria così come in occidente.</strong> Nessuna donna italiana di sinistra, nessuna femminista comunista la sostiene. Al contrario, passano lei in fama di repressiva, siccome “siamo libere di non decidere”: e già questa formula è ignobilmente vigliacca, uno deve essere sempre libero di decidere e ogni scelta è meglio dell’ignavia.</p>
<p>Ma<strong> il comunismo, come l’islamismo, punta a deresponsabilizzare l’individuo,</strong> a seppellire la sua mente, la sua coscienza sotto drappi di conformismo atrofizzato. Il lavaggio del cervello è tutto ciò che vogliono, la mascherina che parte dalla bocca e arriva nella psiche. Il velo integrale, il burkini non saranno mai libera scelta, ma solo maschere di ferro in involucri di seta. “Ho scelto il paradiso, l’ho chiamato libertà” scrive Masih.</p>
<p>E questa, se non vi dispiace, è la differenza tra il nostro povero cristianesimo e le altre religioni, massime l’islam: nessun Dio è venuto ad imporci rituali con minacce di una violenza perenne, senza remissione, <strong>Cristo è venuto a liberarci dall’ “uomo per il sabato”</strong>, dalle convenzioni, dalle ipocrisie, dai fanatismi senza amore, dall’odio in nome di Dio. Ad insegnarci a prendere addosso a noi una croce fatta, quella sì, di scelta, di coraggio. Di libertà.</p>
<p>Nessun sistema di fede come il cristianesimo privilegia (checché ne delirino gli ultimi papi islamocomunisti) l’individuo, a immagine e somiglianza di Dio, e la libertà che Dio gli ha donato. <strong>Noi siamo liberi di decidere,</strong> e la responsabilità che ne consegue è la nostra ricchezza. Da scontare, se uccideremo il fratello. Da godere, se lo ameremo lasciandolo libero.</p>
<p><strong>Se le compagne femministe hanno qualcosa da ridire,</strong> si provino a farlo paludate da capo a piedi e vediamo quanto resistono con le loro cremine e le loro mentalità capricciose e viziate. A maggior ragione sotto un sole incandescente, e spedite in un mare che è come le sabbie mobili.<br />
Max Del Papa</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/islam-e-comunismo-lalleanza-contro-la-liberta-che-nessuno-vuole-vedere/">Islam e comunismo, l’alleanza contro la libertà che nessuno vuole vedere</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>Siamo un Paese morto: tre ragazzini vendono limonata per comprare il Ciao e vengono denunciati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Bonelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 07:30:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il sogno di tre amici: comprarsi un motorino Ciao. Ma un solerte cittadino li segnala alla polizia. Un esempio di libertà ucciso dalle regole</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>A Pradamano, piccola città alle porte di Udine, tre amici di 13 e 14 anni (ancora senza smartphone, complimenti sinceri ai genitori) hanno fatto qualcosa di semplice ma, visti i tempi, rivoluzionario. Invece di passare le vacanze scrollando su Instagram hanno<strong> costruito un banchetto nel cortile di casa</strong> vicino alla piazza del paese e hanno messo in vendita <strong>limonata fresca,</strong> caffè, acqua e pasticcini. Lo scopo? Mettere da parte qualche soldo e comprarsi un vecchio <strong>Piaggio Ciao</strong>, il motorino che ha fatto sognare generazioni intere e che è praticamente sconosciuto alla maggior parte dei loro coetanei.</p>
<p>I ragazzi si svegliavano anche alle cinque del mattino per preparare tutto e per guadagnare qualche soldino anziché mettere il broncio ai genitori nel tentativo di farsi dare da loro l’ammontare per l’acquisto del Ciao. E stava anche funzionando:<strong> in pochi giorni avevano raccolto circa cento euro</strong>. L’iniziativa aveva chiaramente causato l’ilarità e la simpatia della cittadinanza come esempio di spirito d’intraprendenza, di sana voglia di fare rimboccandosi le maniche e guadagnando in autonomia. Un esempio, in altre parole, di libertà.</p>
<p>Poi è arrivato qualcuno che invece di sorridere e di comprare una limonata o più banalmente di passare oltre facendo spallucce, ha deciso di presentare addirittura una <strong>denuncia formale.</strong> Chiaramente ai giovani mancavano le autorizzazioni per la somministrazione di alimenti e bevande. Così la polizia locale è intervenuta (pare scusandosi…) e ha ammonito i tre ragazzi. Fine della storia, fine del sogno.</p>
<p>Questa storiaccia è <strong>lo specchio di un Paese che si prende troppo sul serio</strong>, nel quale tre adolescenti che vendono limonata nel cortile di casa vengono trattati come se gestissero un ristorante clandestino. Una nazione dove l’individuo medio storce il naso pure davanti a una piccola attività di giovani che muovono i primi passi nel mondo e allora, applicando<strong> la tanto amata burocrazia e i numerosi interminabili regolamenti</strong>, schiaccia ciò che un tempo era banale normalità.</p>
<p>Intere generazioni di ragazzi hanno venduto i propri giocattoli, bevande o dolci fatti in casa per comprarsi la bici o il motorino, coltivando peraltro il modo più semplice e più educativo di imparare<strong> il valore del lavoro e del sacrificio</strong>. Oggi invece si privilegia la sanzione, persino a dei tredicenni, rispetto allo spirito. Si fa perdere ai ragazzi il più banale briciolo di <strong>spirito d’iniziativa economica</strong> che in un paese che insegue ancora il sogno del posto fisso sarebbe ossigeno puro. E si premia, di fatto, chi non fa niente del suo tempo libero.</p>
<p>I tre amici non stavano rubando né stavano mettendo a rischio la salute pubblica. <strong>Stavano solo cercando di realizzare un piccolo sogno senza pesare sulla famiglia</strong>. Uno di loro ha detto di non aver avuto paura quando sono arrivati i vigili, ma di essere rimasto molto dispiaciuto: “Pensavo fosse una bella cosa e volevo andare avanti”.<br />
Stiamo esplicitamente dicendo ai giovani che è meglio stare sul divano, chiedere soldi ai genitori o aspettare che qualcuno gli regali qualcosa, piuttosto che fare qualcosa di concreto.</p>
<p>Grazie al cielo la comunità sta reagendo. Molti si sono mobilitati, qualcuno ha già offerto contributi, i genitori stanno valutando una raccolta fondi. Non perché i ragazzi debbano ricevere un regalo ma perché il loro sforzo con i tempi che corrono merita di essere riconosciuto. E a chi ha segnalato questa attività manco fosse uno smercio di contrabbando non si può che dire: ripigliati!</p>
<p>Alessandro Bonelli, 7 agosto 2026</p>
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		<title>Ceuta, la paradossale proposta in diretta tv</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/ceuta-la-paradossale-proposta-in-diretta-tv/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Romiti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2026 13:30:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[ceuta]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[spagna]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sembra riproporsi su scala planetaria il concetto di uno Stato leviatano che da sempre secondo la weltanschauung progressista dovrebbe formare ed assistere ogni individuo dalla culla alla tomba</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/ceuta-la-paradossale-proposta-in-diretta-tv/">Ceuta, la paradossale proposta in diretta tv</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Lunedì mattina ho assistito su La7 ad un dibattito sull’immigrazione che ha definito, se ce ne fosse bisogno, la netta linea di confine che c’è tra il pensiero conservatore e quello progressista. Ciò, occorre sottolineare, al netto dell’alto grado di strumentalità che si riscontra inevitabilmente in chi interpreta politicamente le varie tendenze.</p>
<p>Trattando<a href="https://www.nicolaporro.it/ceuta-gli-effetti-dellinvasione-immigrato-estrae-un-machete-la-polizia-spara/" target="_blank" rel="noopener"> il caso spagnolo di Ceuta</a>, il talk mattiniero Omnibus, in questa occasione condotto da Flavia Fratello, ha cercato di approfondire l’argomento sul piano generale in un dibattito nel quale prevalevano nettamente gli ospiti favorevoli alla linea dell’accoglienza. In questo senso mi ha particolarmente colpito l’intervento di <strong>Virginia</strong> <strong>Piccolillo</strong>, giornalista del <em>Corriere della Sera</em>, che ha definito il compito della politica italiana ed europea sul piano della stessa immigrazione. “Ciascuno fa la propria propaganda e nessuno è riuscito a trovare una chiave più umana, decente, dignitosa per non solo dire ‘o te ne vai e ti sparo’, o li accolgo tutti ‘ma non ti do neanche una bottiglietta d’acqua e un pannolino per il neonato che ti sei portato dietro’.” Premesso questo la Piccolillo esprime la sua ricetta: “Si potrebbe fare una riflessione per farli arrivare – gli immigrati – e formare. Possibile che non si possa fare una riflessione europea, dignitosa che dice:<strong> cerchiamo di far arrivare questi ragazzi</strong> e rendere loro possibile un futuro che non sia semplicemente ‘tieni, eccoti il permesso e vai. Dove va?&#8221;.</p>
<p>Infine, la Piccolillo dopo aver auspicato <strong>un piano Mattei allargato all’intera Comunità europea</strong>, ha concluso dicendo che l’intero Occidente dovrebbe farsi carico di aiutare queste masse di immigrati clandestini, perché tali sono, ad integrarsi al meglio nelle nostre avanzate comunità.</p>
<p>In pratica, sembra riproporsi su scala planetaria il concetto di uno Stato leviatano che da sempre secondo la <em>weltanschauung</em> progressista dovrebbe <strong>formare ed assistere ogni individuo</strong> dalla culla alla tomba. Un concetto lontano anni luce dal modello americano del <em>self made man</em>.</p>
<p>Sta di fatto che in chi crede nelle sorti certe e progressive del cosiddetto villaggio globale, il fratello più fortunato che vive in Occidente avrebbe <strong>l’obbligo morale di accogliere e dare un futuro altrettanto certo e progressivo al fratello più sfortunato</strong> che chiede solo di trovare da noi il suo meritato posto al sole, spesso attraverso il sudore della propria fronte e qualche volta spacciando droga o realizzando altre attività ben poco commendevoli. Poi qualcuno si chiede ancora il perché soprattutto nelle periferia la sinistra continui a perdere consensi?</p>
<p>Claudio Romiti, 4 agosto 2026</p>
<p><strong>Leggi anche:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/ceuta-non-e-finita-linvasione-ha-gia-una-nuova-data/">Ceuta, non è finita: l’invasione ha già una nuova data</a></li>
</ul>
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		<item>
		<title>In difesa del consigliere Pd: si inventa Miss-Addrizza, il partito lo crocifigge</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/in-difesa-del-consigliere-pd-si-inventa-miss-addrizza-il-partito-lo-crocifigge/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Max Del Papa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 16:19:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[femministe]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alla festa di Granarolo faentino lotta nel fango e goliardia. Le femministe insorgono: "Denigra il corpo delle donne"<br />
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Spara, Juri, spara e salvate il compagno Juri. Non preoccuparti, compagno Juri, ti difendiamo noi, dalle tue goliardie romagnole e soprattutto dalle tue compagne che dan fuori di matto. Per cosa? Per i maranza stupratori? Per gli islamisti che sottomettono le donne, <a href="https://www.nicolaporro.it/arriva-la-piscina-aperta-alle-sole-donne-islamiche/" target="_blank" rel="noopener">usano le piscine come lavanderie dei burqa</a> e non vogliono le “maiale” cristiane in costume? Per le stragi jihadiste ai gaypride? Ma vai, troppo facile, troppo regolare, troppo decente, non abbastanza comunista, non abbastanza idiota: le compagne emiliano-romagnole insorgono, figuratevi, per una «festa della birra Nottambula» in quel di Granarolo faentino, attaccata dalle <strong>associazioni femministe e dalle donne del Partito Democratico</strong> (così si definiscono) con la seguente, infallibile motivazione: «Immagini e comunicazione usano ancora immagini e una comunicazione che denigra il corpo delle donne». Mi raccomando a muso duro, con il necessario sussiego da Politburo dei compagni che non deflettono di un milionesimo di millimetro dal ridicolo.</p>
<p>Una roba di quelle estive, dove ci si sbraca il giusto, che va avanti già da un quarto di secolo senza grossi turbamenti, solo che quest’anno qualcuna ha deciso che c’era di mezzo il machismo e, probabilmente confortata da qualche imam dalla lunga barba di paglia, ha tuonato: «Questa manifestazione è sessista!». E il tam tam della scemenza è partito per le sue foreste pluviali, per i suoi raduni tribali, per le sue logiche abissali, per le sue associazioni terminali: SoS Donna poi Sorelle Festival, Incontri di genere Faenza, Faenza Multietnica, Casa delle Donne di Ravenna, Demetra Donne in Aiuto ODV – Lugo, Linea Rosa ODV – Ravenna, Coordinamento dei Centri Antiviolenza dell’Emilia-Romagna. Già i nomi sono demenziali, ossia comunisti. Il tutto ovviamente sotto l’egida del PD locale e nazionale, quello della Lella, sardina quasi bella. Ma cosa c’è che non va giù a queste femen al culatello, Diobò, inclusive di tutto ciò che è stupido, Eh, soccmel, c’è “<strong>la lotta nel fango e il nome del concorso di bellezza</strong> e più in generale la comunicazione andata in scena sui social”.</p>
<p>Ed ecco dunque il marmoreo comunicato di Sos Donna, puro brutalismo sovietico, sentite che roba: «Non contestiamo un singolo gioco o una singola serata – è scritto &#8211; contestiamo un immaginario complessivo. <strong>Miss Addrizza</strong>, le lottatrici nel fango e la comunicazione della manifestazione rimandano allo stesso modello culturale: il corpo delle donne come oggetto di spettacolo e intrattenimento, costruito per lo sguardo maschile. Non è una sessualità libera e plurale, ma la riproposizione di stereotipi di genere e di un immaginario patriarcale che contribuisce alla cultura della violenza maschile. Ci chiediamo quale messaggio trasmetta tutto questo a bambine, bambini e adolescenti che partecipano alla festa come spettatrici, spettatori e volontari».</p>
<p>Mò che bel rosario di moralismo comunista.<strong> Invece le compagne Elodie che si slinguano per la Palestina</strong>? I musulmani che segano le bianche cristiane romagnole? Eh, quelli sì che sono educativi. Ma la faccenda diventa davvero irresistibile quando si scopre che l&#8217;organizzatore è, nientemeno, un consigliere comunale del Pd. Insomma uno che è sano e non lo sa. <strong>Che gli piace ancora “la gnocca, la cugina del tortellino”</strong>, per dirla con Jerry Calà. Per questo dobbiamo difenderlo noi al compagno Juri Montecchian, il quale naturalmente respinge le accuse con la scontata obiezione: Diobò, mo quale “sesismo”, è solo sana goliardia! Pare un racconto di Giovannino Guareschi. Di quelli dove le donne ottengono il diritto di essere trattate come uomini, intanto che si aspetta il diritto di venire considerate come donne.</p>
<p>No ma mica sono normali. Sono comunisti, quindi alienati, più fanno i rigidi e più diventano ridicoli senza capirlo scatenando l’ennesima faida di panna montata (ops!), da una parte quelle che non vedono il maschilismo patriarcale d’invasione, anzi gli stendono tappeti rossi, ma denunciano con cipiglio rivoluzionario la deriva sessista del compagno Juri, dall’altra quelli che si sono un po’ rotti i maroni e sbottano: «I contenuti delle due serate si inseriscono nel contesto della festa della birra conosciuta da oltre 25 anni con il nome di Nottambula, è una festa vissuta da sempre all’insegna della <strong>pura goliardia romagnola, dell’autoironia e del divertimento spensierato</strong>, è rinomata per questo». E anche questa giustificazione, a ben vedere, ha del comico involontario: c’è bisogno di star lì a spiegare, a starnazzare? Ma “le sindache” scendono in campo loro, e, quando arrivano le sindache, la storia da ridicola diventa proprio penosa (ops!): pronta la Elena Zannoni, major del vicino comune di Lugo e presidente della Conferenza delle Democratiche di Ravenna afferente al Partito Democratico, sorbole: «Non vogliamo entrare a gamba tesa e comprendiamo che una festa come questa abbia i suoi momenti di leggerezza ma riteniamo che soprattutto con la comunicazione, con le immagini fatte circolare sui social e certi &#8220;nomi&#8221; si sia passato un po’ il segno». A gamba tesa, dice. Diobò che metafora spericolata. Per la compagna prima cittadina Zannoni non c’è niente da discutere: «Che l’organizzatore sia un iscritto al Pd e consigliere comunale non aggiunge nulla alla questione. Queste feste e l’idea che si ha di certe feste è indipendente dal proprio credo politico, nell’organizzazione di questi ritrovi ci sono persone di tutti gli schieramenti».</p>
<p>Mò brava, compagna sindaca! Al di là della cretinaggine comunista, rimane la solita mesta considerazione: che, fra una gamba tesa, speriamo non la terza, e un immaginario complessivo da processare, il partito comunista cambia simbolo e bandiera ma resta sempre quella faccenda per cui tu puoi pensarla come ti pare, basta che la pensi come dico io. Se no ti invito cordialmente a “modificare sensibilmente il format”, cioè ti censuro, ti abolisco, ti elimino. Ti cancello anche com uomo, anzi soprattutto come uomo. E poi? Poi tutti che fischiano Bandiera Rossa. Niente, non possono cambiare, sono comunisti. <strong>Almeno una volta i compagni romagnoli avevano quel minimo senso del divertimento e del ridicolo</strong>, grasso, sbracato, ma tanto umano, che li riscattava a momenti dai loro spasimi trinariciuti. Adesso niente, non si può neanche più fare una vaccata come la lotta nel fango di due sciamannate. In un tempo in cui le dodicenni sembrano già pornostar e a volte lo sono, dritte su <strong>onlyfans</strong>. Ma che volete? È l’idea, l’ideologia. Miss Adrizza non si strizza, daimò, fa’ brisa acsè, compagno Juri, che le femen ti ci mettono tè nel fango. E dopo non si adrizza più.</p>
<p>Max Del Papa, 30 luglio 2026</p>
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		<title>Fine vita, il grande bluff del campo largo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 14:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[campo largo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra promesse, emendamenti e retromarce, ecco perché chi dice di voler una legge continua a non farla</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Faccio un esempio che (s)qualifica il cosiddetto, almeno per ora, campo largo. Si legge che questa curiosa versione del centrosinistra sia a favore di <strong>una legge sul fine vita,</strong> una circostanza da cui nessun essere umano scappa, specie se ha la fortuna, come in Italia, di vivere mediamente intorno agli 86 anni. Tutto bene? Mah:</p>
<p>1. la proposta di legge presentata in prima battuta dal capogruppo del PD in Senato <strong>Alfredo Bazoli</strong> (poi faremo un post sugli alberi genealogici dei progressisti made in Italy) è significativamente più restrittiva della sentenza Cappato del 2019;</p>
<p>2. dopo lungo penare nell&#8217;attesa che si arrivasse in Aula sul testo Bazoli, che secondo loro poteva passare grazie al voto segreto che avrebbe dato il coraggio necessario a decine di<strong> &#8220;franchi tiratori&#8221; per farlo passare</strong> &#8211; o avrebbe fatto sapere all&#8217;Italia che la maggioranza di centrodestra non vuole una legge sul fine vita! &#8211; co-firma un emendamento del senatore Scalfarotto che sostituirebbe l&#8217;attuale testo, che nel frattempo, &#8220;grazie alla svolta liberal&#8221; (cit.) di Forza Italia, ha sostituito il Bazoli: un testo che naturalmente è molto più restrittivo di quello del PD, quindi di per sé incostituzionale. L&#8217;emendamento Scalfarotto è la fotocopia della proposta di legge d&#8217;iniziativa popolare dell&#8217;Associazione Luca Coscioni, le cui 74 mila firme sono state depositate in Senato nel luglio del 2025.</p>
<p>3. <strong>nelle regioni (ex) rosse</strong> sono state adottate norme predisposte dall&#8217;Associazione Luca Coscioni e, nel caso della Toscana, presentate col necessario corredo di migliaia di firme in quanto d&#8217;iniziativa popolare; nel caso della Sardegna e dell&#8217;Emilia-Romagna, sono state presentate a seguito di interlocuzioni (non prive di false partenze).</p>
<p>Ora, pure riconoscendo, specie alla Toscana,<strong> la coerenza di portare in porto le iniziative in tempi brevi</strong>, cosa che per esempio non sta accadendo nella (ex) rossa Umbria, in nessun caso gli uffici legislativi dei partiti che pubblicamente si dicono a favore della possibilità di autodeterminazione delle persone si sono premurati di predisporre progetti di legge, né le leadership dei partiti hanno pensato bene di chiedere sostegno legale all&#8217;Associazione <strong>Luca Coscioni.</strong></p>
<p><strong>La morale di questa favola è,</strong> più o meno, sempre la stessa: alla politica italiana manca chi FA politica, mentre abbondano le dichiarazioni di impegni. Ogniqualvolta sentirete &#8220;noi ci siamo&#8221; o &#8220;faremo la nostra parte&#8221; o &#8220;ci mettiamo la faccia&#8221;, saprete che in effetti così faranno, cioè dichiareranno di esser pronti, magari anche attenti, ma<strong> latitanti sul via</strong>. Fino a che le cose andranno così, non raccoglieranno un voto in più &#8211; neanche da qualche antifa.</p>
<p>Marco Perduca, 29 luglio 2026</p>
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		<item>
		<title>Colpo di scena: ora i gay votano Le Pen e Afd (contro gli islamici)</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/colpo-di-scena-ora-i-gay-votano-le-pen-e-afd-contro-gli-islamici/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Bonelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2026 18:01:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[berlino]]></category>
		<category><![CDATA[gay pride]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nicolaporro.it/articoli/?p=335560</guid>

					<description><![CDATA[<p>Mentre c'è chi prova a unire la battaglia "intersezionale" (e illogica) di Pro Pal e diritti civili, chi vive l'incubo islamista comincia a guardare a destra</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/colpo-di-scena-ora-i-gay-votano-le-pen-e-afd-contro-gli-islamici/">Colpo di scena: ora i gay votano Le Pen e Afd (contro gli islamici)</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’elettorato europeo appartenente alla comunità LGBTQIA+, alla luce dei recenti avvenimenti e dei proclami della <strong>dottrina islamista</strong> sempre più in crescita, sta riscrivendo la sua personale mappa politica del continente. In Francia, Germania e Regno Unito i partiti conservatori e di destra stanno diventando la prima scelta per una quota crescente di omosessuali. La ragione è elementare e la capirebbe anche un bimbo: la sicurezza personale è più tutelata nel perimetro democratico occidentale (anche se conservatore) piuttosto che nelle <strong>teocrazie</strong> e nei regimi che tanti radicalizzati musulmani persino nei nostri territori tendono a prendere come esempio di società ideale.</p>
<p>Secondo diversi sondaggi, in Francia <strong>il Rassemblement National</strong> di <strong>Marine Le Pen</strong> e <strong>Jordan Bardella</strong> raccoglie il 27% delle preferenze degli omosessuali in vista delle presidenziali 2027, addirittura dieci punti in più rispetto a tre anni fa. La France Insoumise di Mélenchon (la forza certamente più filoislamica) viene superata essendo al 25%, mentre le forze moderate crollano.</p>
<p>Ipsos spiega che <strong>il partito di Le Pen intercetta gli elettori gay di destra</strong> soddisfatti dei diritti acquisiti e attratti dal programma di sicurezza. Più in generale secondo gli analisti lo spostamento a destra si spiega con una specifica minaccia alla sicurezza legata all’immigrazione islamica.</p>
<p>Nel Regno Unito, <strong>Reform UK di Nigel Farage è la prima scelta per il 25% degli omosessuali</strong>, davanti a Verdi, Laburisti e Conservatori classici. In Germania <strong>Alternative für Deutschland</strong> ottiene quasi il<strong> 28% dei consensi tra i gay</strong>, contro il 20% dei Verdi. Certamente anche perché a guidare l’Afd c’è Alice Weidel, dichiaratamente omosessuale, che denuncia senza giri di parole donne con burqa e veli, uomini con coltelli che vivono di assistenza sociale.</p>
<p>Il fenomeno non è nuovo. <strong>Si definisce omonazionalismo</strong>: la difesa dell’identità occidentale e dei diritti civili acquisiti contro l’intolleranza religiosa importata dai flussi migratori incontrollati. <a href="https://www.nicolaporro.it/attentato-al-gay-pride-di-berlino-cosa-dicono-oggi-gli-lgbt-che-sfilano-con-la-bandiera-della-palestina/" target="_blank" rel="noopener">L’attentato islamista al Gay Pride di Berlino (una vittima e 29 feriti) ha solo reso evidente ciò che molti già sapevano</a>. Sotto la notizia pubblicata dai social di Al Jazeera sono tantissimi i commenti che festeggiano e si lamentano del fatto che l’attacco abbia provocato un solo morto.</p>
<p>Anche in Italia qualcosa si muove: a Palermo, la comunità della Gay Street ha chiesto al Comune di vietare l’ingresso alle donne in burqa per ragioni di identificazione correlate al rischio di emulazione dei fatti di Berlino. Un segnale chiaro: con certi ambienti non c’è dialogo possibile.<br />
Eppure nel nostro paese <strong>pare che la comunità lgbt continui strenuamente a votare a sinistra</strong>, affidandosi a chi ha gestito per anni politiche migratorie disastrose e a chi ancora oggi preferisce accusare di islamofobia chi denuncia la semplice realtà.</p>
<p>I dati europei mostrano una crescita anche da noi, ma il grosso (forse aizzato da una minoranza rumorosa) resta ancorato a partiti e ambienti che trattano <strong>l’islamismo radicale</strong> come un partner da assecondare invece che come una minaccia esistenziale per le libertà dell’Occidente.</p>
<p>Eppure se appartieni a una minoranza e voti chi vorrebbe bandirti dalla società due domande dovresti fartele. Se alle urne preferisci i politici che scrivono dell’attentato parlando genericamente di omofobia guardandosi bene dal menzionare la vera matrice, <strong>il fondamentalismo islamico</strong>, dovresti guardare la realtà delle cose. Ma fra un mix di stupidità e malafede tanti continuano a votare la Sinislam.</p>
<p>Stupidità perché si ignora o minimizza ciò che i dati, gli attentati e le dichiarazioni pubbliche dei <strong>radicali islamici</strong> dicono da anni. In malafede perché si preferisce mantenere il monopolio ideologico sui diritti piuttosto che ammettere che la sinistra ha consegnato pezzi di città a chi l’omosessualità la considera un crimine da punire.</p>
<p>Alessandro Bonelli, 28 luglio 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/colpo-di-scena-ora-i-gay-votano-le-pen-e-afd-contro-gli-islamici/">Colpo di scena: ora i gay votano Le Pen e Afd (contro gli islamici)</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<item>
		<title>&#8220;Meglio essere governati da un Imam o da Vannacci?&#8221;. La paradossale risposta al Gay Pride</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/meglio-essere-governati-da-un-imam-o-da-vannacci-la-paradossale-risposta-al-gay-pride/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Max Del Papa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2026 13:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[imam]]></category>
		<category><![CDATA[Pride]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Vannacci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da Berlino alle piazze italiane, il cortocircuito di chi invoca dialogo con chi nega i diritti basici</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“Tutto tuo” mi dicono dalla regia di questa testata. In che senso? Oppure io tutto suo? Perché qui si tratta di raccontare uno da <strong>gaypride che preferisce essere governato da un Imam</strong> che da un parà: Vannacci, who else? Piatto ricco mi ci ficco e ho detto piatto, qualsiasi riferimento (ai Village People) è da intendersi in modo affatto casuale. Il tip* vuol l’Imam, e un jihadista a Berlino ne ha appena trucidati 12, con un morto, di quelli come lui, che sfilavano alla carnevalata in favore di chi li ha massacrati, fri fri palestai, da quelle parti è tutto un frì frì. Non ragiona? No, se no che gender alien sarebbe. La cosa deliziosa, ma veramente impagabile, è che quest* qui mentre espone la sua geopolitica è precisamente vestit* da centurione romano, pare uscito da uno di quei video fatti con l’intelligenza artificiale, sprecata, dal General Vanesio.</p>
<p>Che, non li vòi ammazzà? Giammai, tanto più che ci pensano i loro paladini di persona personalmente. Quando le chiedono se è sicuro, insomma come mai questa scelta, la centuriona ci pensa un attimo, è interdetta; poi esce dall’angolo della sua insostenibile leggerezza dell’essere in costume: “mah… perché… <strong>almeno si è più liberi diii… di essere quello che si vuole</strong>… magari c’è un margine (e qui la voce si incrina, forse tradisce un barlume di autocoscienza dell’idiozia)… di poterci ragionare… con Vannacci proprio no!”.</p>
<p>Magari. Tutto tuo mi dicono dalla regia, ma io che me posso ancora inventà con la dissociazione al potere? La centuriona non ha dubbi anche perché il Corano non lo conosce e gli hadith della Summa manco di striscio: “Maometto ha detto: “Chiunque troviate a fare l’azione del popolo di Lot, uccidete colui che lo fa e colui al quale viene fatto (pure, ndr)””; “Se un uomo non sposato viene colto a compiere sodomia, sarà lapidato a morte”; “Il Profeta maledisse gli uomini effemminati – quelli che assumono i modi delle donne – e le donne che assumono i modi degli uomini, e disse: ‘Cacciateli dalle vostre case’”. Pesco ancora dal recente “Islam: una guida chiara e semplice <strong>dell’ottimissima Paola Kafira:</strong> “Da questi precetti nasce quindi la legge islamica ed ogni sua scuola di pensiero, fra le 4 sunnite e la scuola sciita, concorda nel condannare a morte gli omosessuali.</p>
<p>L’unico punto in cui divergono i diversi studiosi concerne il metodo di uccisione: <strong>bruciarli vivi, gettargli dal tetto o lapidarli,</strong> frustarli e poi ucciderli, impiccarli, ecc.”. il furgone sulla folla del pride di Berlino, i voli dai palazzi in Iran, Afghanistan e in ogni altro Paese islamico, non solo aberrazioni, forzature o interpretazioni più o meno discutibili. Sono la norma, la regola, l’ortodossia. Non troverete mai un musulmano, neppure “moderato”, disposto a transigere su questo.</p>
<p><strong>Leggi anche:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/spero-sia-bianco-e-cristiano-lattivista-sotto-choc-lattentatore-del-pride-e-islamico/">&#8220;Spero sia bianco e cristiano&#8230;&#8221;. L&#8217;attivista sotto choc: l&#8217;attentatore del Pride è islamico</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/attentato-al-gay-pride-di-berlino-cosa-dicono-oggi-gli-lgbt-che-sfilano-con-la-bandiera-della-palestina/">Attentato al Gay Pride di Berlino: cosa dicono oggi gli LGBT che sfilano con la bandiera della Palestina?</a></li>
</ul>
<p>Ne volete ancora? Ecco una stringata, asettica rassegna, dalla stessa fonte, di <strong>orientamenti di Imam</strong> come quello con cui, secondo la centuriona, “magari c’è un margine di poterci ragionare”: “Fratelli e sorelle, non è il momento di convivere con loro. È il momento di raccogliere le pietre per lapidare questa gente fino alla morte per l’abominio che stanno commettendo” (Zafar Bangash, imam e direttore del Contemporary Islamic Tought in Canada); “Allah è molto chiaro su questo – non noi musulmani, non è soggettivo, la sharia è molto chiara:<strong> la punizione per l’omosessualità è la morte.</strong> Non facciamo scuse per questo, non è la nostra legge – è il Corano” (imam tunisino in una intervista televisiva del 2016); “Gli omosessuali sono inferiori ai cani e ai maiali, poiché questi non si comportano in questo modo” (ayataollah Aboddalah Javadi-Amoli, Iran, 2021); “Cosa si dovrebbe fare a chi pratica l’omosessualità? Torturarli; pestarli; punirli; dare loro torture mentali” <strong>(predicatore islamico alla BBC nel 2012);</strong> “La punizione per gli uomini e donne che non sono disposti a rinunciare all’omosessualità e quindi rifiutano la guida di Allah è in effetti la morte secondo l’Islam” (fatwa sul sito OnIslam.net., 2014); “Uccidere i gay è un atto di compassione – soprattutto bisogna liberarsene” (imam in una moschea della Florida, 2016); “Discutiamo solo se bruciarli vivi, gettarli a morte o lapidarli!” (monologo su un canale tv dei Fratelli Musulmani, 2016).</p>
<div class="np-ig-embed np-ig-embed--reel max-w-[540px] mx-auto my-6 rounded-md"><iframe class="np-ig-embed__iframe w-full border-0" src="https://www.instagram.com/reel/DbStGg2Iymt/embed/captioned/" loading="lazy" scrolling="no" allowtransparency="true" allowfullscreen title="Instagram post"></iframe></div>
<p>E ci fermiamo qui, per carità di pride. <strong>Le ultime generazioni accolte e “integrate” hanno sviluppato sentimenti ancora più violenti verso gli omosessuali</strong> – sta sconvolgendo in queste ore il caso del giornalista sportivo italiano bruciato vivo da un tunisino che ha reagito a una sua proposta sessuale giudicandolo immorale e corrotto. Gli atti violenti contro gay e lesbiche sono in crescita in tutto l’Occidente, in Europa la casistica è sterminata e qui ci limitiamo a segnalare un precedente fortunosamente intercettato e bloccato dai Servizi nel 2023, al gaypride di Vienna dove era in un programma una strage di massa, mentre l’anno scorso la sfilata lgbtq di Gelsenkirrchen in Germania è stata cancellata in costanza di gravissime minacce.</p>
<p><strong>Ma chi se lo ricorda?</strong> Questi più li salvano e più si danno in pasto ai carnefici ballando frì frì palestai. Gli omosessuali sono braccati in ogni Paese islamico, senza eccezioni, ma la sharia prescrive di sopprimerli comunque purché “in prossimità” di una comunità islamica, come per un allucinante riverbero spaziale, un diritto di massacare a metri.Vuoi mettere il garantismo formale delle nostre orrende, corrose democrazie? Ed è proprio questo che l’Islam omofobo, lui sì, odia, lui sì, nell’occidente laico: la liberaldemocrazia del pluralismo come scrive egregiamente oggi il nostro Barista.</p>
<p>Ma che glielo diciamo a fare alla centuriona barbuta?<strong> Lei vuole l’Imam, anche se, sotto sotto, probabilmente vuole pure il parà.</strong> Lo sanno o non lo sanno, lo capiscono o non lo capiscono come stanno le cose? Lo capiscono, lo capiscono se il gay street di Palermo adesso vuole vietare l’ingresso alle paludate in burqa, “abbiamo paura”: Alberto Lionello nei panni di Gilda, il travesta in “Sessomatto” del 1973, sbotterebbe: “Ohei, tì! Qualunquista! Razzista! Fascista!!!”. Ohei, voi: non lo sapete che l’Islam è religione di pace e di dialogo? Lo sanno, sanno tutto. Ma morirebbero piuttosto che rinunciare al loro conformismo della viltà. Difatti moriranno. Ancora e ancora. Anche travestiti da quei centurioni che non possono essere.</p>
<p>Max Del Papa, 28 luglio 2026</p>
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		<title>Droga, il grande inganno del proibizionismo: decenni di divieti e nessuna vittoria</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/droga-il-grande-inganno-del-proibizionismo-decenni-di-divieti-e-nessuna-vittoria/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 15:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[droga]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dagli anni di lotta al narcotraffico alla proposta choc: legalizzare e regolamentare tutte le sostanze oggi vietate</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La storia recente del mondo ci conferma che, <strong>mantenendo la proibizione sulle sostanze psicoattive,</strong> queste aumentano. Si spargono nel mondo e, là dove sono presenti da più tempo non per motivi di tradizioni etnobotaniche, aumentano in potenza.</p>
<p>Dopo oltre <strong>60 anni di norme internazionali e 36 di leggi nazionali,</strong> si insiste nel mantenerle fuorilegge; allo stesso tempo si aumentano gli investimenti per il controllo della produzione, del traffico, dello spaccio e dell&#8217;uso – specie tra i minorenni – di tutto quanto non si è riusciti a controllare o si è concorso a far espandere.</p>
<p>Non esiste un argomento razionale che sia uno per cui, a fronte di un <strong>costante aumento di tutte le attività illegali,</strong> si debba insistere con le stesse misure che non hanno inciso di una virgola sullo fenomeno per cui sono state imposte.</p>
<p>Se da una parte, quindi, si persevera con le stesse leggi e politiche, dall&#8217;altra si denuncia che il <strong>&#8220;proibizionismo ha fallito&#8221;.</strong> Siamo tra l&#8217;incudine dei divieti e il vuoto politico del martello (che una volta s&#8217;accompagnava alla falce).</p>
<p>Se il proibizionismo non avesse fallito, cioè se lo Stato di polizia avesse funzionato, saremmo stati d&#8217;accordo con le violente politiche paramilitari capaci <strong>di eradicare le colture,</strong> con spedizioni notturne per arrestare migliaia di persone e scoraggiare l&#8217;uso personale a suon di retate, fermi, interrogatori, pisciate, analisi del sangue, eccetera, o video clip del menga? A seconda della risposta si capisce se si è antiproibizionisti o altro.</p>
<p>Quindi,<strong> contro l&#8217;incudine e il martello,</strong> che a questo punto si tengono in vita vicendevolmente, l&#8217;unica via non percorsa in nessun Paese del mondo c&#8217;è l&#8217;alternativa tradizionale dell&#8217;antiproibizionismo radicale: la regolamentazione legale di tutte le condotte oggi penalizzate dalle varie leggi in giro per il mondo. Condotte che, però, non possono riguardare solo le sostanze psicoattive cosiddette &#8220;leggere&#8221; (che ormai sono sempre meno leggere di quanto non erano anni fa), ma devono interessare tutti i principi attivi oggi proibiti.</p>
<p>Poi si potranno trovare vari modelli di produzione e distribuzione delle sostanze, ma <strong>mezze misure o esclusioni</strong> a seconda della pericolosità non serviranno a nulla – e i problemi delle legalizzazioni recenti negli USA e in Europa ce lo confermano.</p>
<p>Chi oggi non si rende conto che <strong>i recenti raid della polizia non sono stati ordinati per garantire sicurezza,</strong> ma solo per insistere con false risposte, spesso a falsi problemi (fortunatamente l&#8217;uso delle droghe è sempre meno problematico malgrado il fatto che ce ne siano di più e sempre più potenti), è vittima di una potentissima <strong>macchina propagandistica</strong> che vive anche del vaniloquio di chi dice di opporvisi, salvo poi affermare duramente di essere contro &#8220;la cultura dello sballo&#8221;, ma pronto a &#8220;riappropriarsi del termine sicurezza&#8221;.</p>
<p><strong>Qui il problema non è l&#8217;insicurezza,</strong> e non solo perché i dati ci dicono che l&#8217;Italia è uno dei Paesi con il più consolidato e costante calo della criminalità, ma il perché oggi ci sono ancora fenomeni come lo spaccio illegale di sostanze psicoattive. Fino a quando non si capisce questo, tutto il resto servirà solo a mettere sotto controllo pesci piccoli o deboli, <strong>a sprecare milioni di soldi pubblici</strong> per il nulla e ad avvampare le folle nella più classica guerra tra poveri (di spirito).</p>
<p>Se c&#8217;è una cosa che <strong>ha fallito</strong> è, eventualmente, <strong>il pensiero critico</strong> – pensiero critico che, non essendo mai stato radicale, cioè non è mai andato alla radice dei problemi, è stato connivente col pensiero dominante del regime. Qualsiasi regime, democratico o non.</p>
<p>Marco Perduca, 22 luglio 2026</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Caso Roggero: 10,5 milioni di interazioni. La rabbia social che processa la sentenza</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/caso-roggero-105-milioni-di-interazioni-la-rabbia-social-che-processa-la-sentenza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jul 2026 15:15:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[legittima difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Roggero]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 60% degli utenti invoca la “legittima difesa” per il gioielliere. E l’intervento di Elon Musk accende il dibattito: 7 utenti su 10 approvano il suo tweet.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/caso-roggero-105-milioni-di-interazioni-la-rabbia-social-che-processa-la-sentenza/">Caso Roggero: 10,5 milioni di interazioni. La rabbia social che processa la sentenza</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è solo <strong>una vicenda giudiziaria.</strong> È una tempesta digitale che, in due settimane, ha travolto il dibattito pubblico italiano. Il caso Roggero si è trasformato in un campo di battaglia dove la sentenza dei tribunali si scontra con il sentire comune della rete.<br />
I numeri parlano chiaro: oltre <strong>250 mila post pubblicati</strong> e un volume impressionante di 10,5 milioni di interazioni complessive nelle ultime due settimane.</p>
<p>Un interesse che, nell’ultima settimana, dopo la condanna definitiva, ha registrato un’impennata esponenziale: <strong>un +337% di interazioni,</strong> alimentato da polemiche politiche e scontri ideologici che non accennano a placarsi.</p>
<p>Il popolo della rete ha le idee chiare. Non c’è spazio per le sfumature: quasi il 60% degli utenti invoca la “legittima difesa” per giustificare l’operato di <strong>Roggero</strong>, condannando apertamente il comportamento dei rapinatori e aprendo il dibattito sulla sicurezza in Italia.</p>
<p><strong>Leggi anche:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/sul-caso-roggero-ce-una-contraddizione-che-nessuno-vuole-dire/">Sul caso Roggero c&#8217;è una contraddizione che nessuno vuole dire</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/difende-roggero-e-ora-vogliono-cacciarlo-nel-pd-e-vietato-pensare/">Difende Roggero e ora vogliono cacciarlo: nel Pd è vietato pensare</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/roggero-sparare-a-chi-fugge-e-omicidio/">Roggero, sparare a chi fugge è omicidio</a></li>
</ul>
<p>Analizzando il sentiment delle conversazioni, <strong>emerge un quadro vivido e polarizzato.</strong> L’emozione prevalente è un mix bruciante di rabbia e indignazione (espresso da un utente su tre), a cui si accompagna una forte richiesta di solidarietà a Roggero (uno su quattro). C’è poi un 20% della conversazione che preme per un cambio radicale della legge sulla difesa personale, mentre uno su dieci si sofferma sul piano economico, discutendo del risarcimento deciso per le vittime.</p>
<p>A catalizzare ulteriormente la discussione, trasformando un caso di cronaca nazionale in un dibattito globale, è arrivato l’intervento di <strong>Elon Musk</strong>. Il suo tweet del 19 luglio contro la sentenza (“Condanna folle, andrebbe data ai giudici”) ha fatto da detonatore: 215 mila interazioni generate in poche ore, con una stragrande maggioranza degli utenti, sette su dieci, che si è schierata a favore della posizione del CEO di Tesla.</p>
<p>Nei media digitali le decisioni giudiziarie non vengono solo raccontate, ma reinterpretate collettivamente. L&#8217;esplosione delle interazioni riflette una partecipazione sempre più emotiva, in cui indignazione, <strong>solidarietà e richiesta di cambiamento</strong> e sicurezza convivono e alimentano la conversazione.</p>
<p>La rete ha emesso la sua sentenza. E, ancora una volta, la politica e la giustizia si trovano a dover fare i conti con un’opinione pubblica che non chiede solo informazione, ma partecipazione attiva alla definizione di ciò che ritiene giusto.</p>
<p>La ricerca completa è disponibile sul sito di Socialcom: <a href="https://socialcomitalia.com/magazine/roggero-i-social-italiani-tra-rabbia-e-indignazione-per-la-condanna/" target="_blank" rel="noopener nofollow">https://socialcomitalia.com/magazine/roggero-i-social-italiani-tra-rabbia-e-indignazione-per-la-condanna/</a></p>
<p>Luca Ferlaino, 23 luglio 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/caso-roggero-105-milioni-di-interazioni-la-rabbia-social-che-processa-la-sentenza/">Caso Roggero: 10,5 milioni di interazioni. La rabbia social che processa la sentenza</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Arriva la piscina aperta alle sole donne islamiche</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/arriva-la-piscina-aperta-alle-sole-donne-islamiche/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/arriva-la-piscina-aperta-alle-sole-donne-islamiche/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jul 2026 08:13:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Alto Adige lo spazio riservato alle musulmane che indossano il burkini</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/arriva-la-piscina-aperta-alle-sole-donne-islamiche/">Arriva la piscina aperta alle sole donne islamiche</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Dal 27 luglio il Lido di Salorno, in <strong>Alto Adige,</strong> introdurrà un&#8217;ora settimanale riservata alle donne musulmane. L&#8217;accesso sarà consentito dalle 18.30 alle 19.30, al termine dell&#8217;orario di apertura al pubblico, permettendo alle partecipanti e alle aderenti dell&#8217;associazione Armonia di utilizzare la piscina indossando il <strong>burkini,</strong> il costume che lascia scoperti soltanto viso, mani e piedi.</p>
<p>L&#8217;iniziativa è stata promossa dal gestore dell&#8217;impianto, <strong>Luca Lechthaler,</strong> con l&#8217;obiettivo di rendere la struttura più inclusiva. Il sindaco di Salorno, Roland Lazzeri, ha spiegato che la gestione del lido ha piena autonomia nelle decisioni organizzative.</p>
<p>La scelta, tuttavia, ha acceso il <strong>confronto politico</strong>. La vicesegretaria della Lega <strong>Silvia Sardone</strong> ha definito la misura priva di senso, sostenendo che invece di favorire l&#8217;inclusione rischia di incoraggiare la segregazione. Critiche sono arrivate anche dalla Lega Alto Adige, da Fratelli d&#8217;Italia, da Futuro Nazionale Bolzano e dai Freiheitlichen, che parlano di un caso di &#8220;integrazione al contrario&#8221;.</p>
<p>Non è la prima volta che in Alto Adige un&#8217;iniziativa di questo tipo provoca discussioni. Nel 2009, infatti, il Lido di Bolzano finì al centro del dibattito quando l&#8217;allora sindaco Luigi Spagnolli si disse disponibile a valutare fasce orarie dedicate alle donne musulmane, ma il progetto non fu mai realizzato. Esperienze analoghe esistono invece in altre città europee.</p>
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		<title>Non celebriamo Borsellino se poi tradiamo il senso dello Stato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 14:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[paolo borsellino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra consenso e diritto, la vera democrazia si misura nella capacità dello Stato di far rispettare le sue leggi</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Le reazioni suscitate dagli ultimi fatti di cronaca, amplificate dalla strumentalizzazione che ne fanno alcuni personaggi politici, mostrano quanto sia ormai debole, in questo Paese, <strong>il senso dello Stato.</strong></p>
<p>La violenza privata viene giudicata sulla base della simpatia per chi la esercita o dell’antipatia verso chi la subisce, quasi che il consenso dell’opinione pubblica possa attribuire a un individuo il potere di decidere autonomamente quando e perché la sua difesa debba <strong>trasformarsi in punizione.</strong></p>
<p>Lo Stato, per chi tende a dimenticarlo sull’onda delle simpatie del momento, si è formato anche per sottrarre la pena alla vendetta privata, affidando l’accertamento delle responsabilità e l’applicazione delle sanzioni a istituzioni che agiscono in nome di tutti, secondo<strong> regole comuni.</strong></p>
<p>La forza del singolo può essere ammessa soltanto nelle circostanze eccezionali previste dall’ordinamento e per il tempo strettamente necessario a difendersi da un pericolo attuale; <strong>quando questa necessità viene meno</strong>, nessun privato può attribuirsi il compito di punire qualcuno o di ristabilire con la propria violenza l’ordine pubblico, anche quando ritenga di avere ragioni apparentemente comprensibili.</p>
<p>Consentirlo significherebbe lasciare che ciascuno stabilisca autonomamente<strong> la pena da infliggere. A</strong>nche il richiamo alla legalità, da più parti sbandierato in questi giorni, rimane incompleto se viene separato, come purtroppo accade anche in certe autorevoli prese di posizioni, dall’autorità che deve renderla effettiva.</p>
<p><strong>È la legge a stabilire i limiti</strong> nei quali il potere può essere esercitato, ma è l’autorità ad impedire che alla decisione dello Stato si sostituisca il codice morale di un individuo. Separare questi due elementi apre pericolosamente la strada tanto all’impotenza quanto all’arbitrio, poiché uno Stato incapace di far rispettare le proprie leggi incoraggia la giustizia privata, mentre un’autorità sottratta alla legge si riduce a mera sopraffazione.</p>
<p>Ci apprestiamo a ricordare <strong>Paolo Borsellino</strong> che fu martire del senso dello Stato perché antepose il dovere istituzionale e l’autorità delle istituzioni alla propria stessa vita. Cerchiamo almeno di essere coerenti con ciò che celebriamo.</p>
<p>Spartaco Pupo, 20 luglio 2026</p>
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		<title>Mentre il mondo si arma, l&#8217;Europa pensa ai culi delle atlete</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/mentre-il-mondo-si-arma-leuropa-pensa-ai-culi-delle-atlete/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Max Del Papa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 16:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Donald Trump]]></category>
		<category><![CDATA[woke]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Due notizie, una sola conclusione: Bruxelles ha completamente perso il senso delle priorità</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non prendetevela con <strong>Trump</strong> se disprezza l’Europa. America e Cina si sfidano su tutto, il riarmo non è una opzione ma una necessità (e chi lo contesta fa il gioco di dittatori e invasori) per la semplicissima ragione che oggi più che nel secolo scorso tutto è a rischio e tutto è da difendere.</p>
<p>Le strutture complesse della logistica, della distribuzione, della comunicazione, i data, le nervature telematiche e informatiche, difesa, ovvero “<strong>riarmo</strong>”, è concetto da intendere nella sua perennità, la tecnologia supera costantemente se stessa, l’obsolescenza è contemporanea dell’innovazione, <strong>l’Intelligenza Artificiale di oggi,</strong> domani è già antiquata e la IA può salvare come fare danni incalcolabili più di dieci, cento bombardamenti.</p>
<p>America e Cina lo sanno, la Russia (che nessun neutralista e antiriarmista critica mai anche se riserva alla sua difesa aggressiva un multiplo delle riserve europee) lo sa, l’Europa non lo sa. <strong>Non se ne cura.</strong> L’Europa è la fabbrica di regolamenti del pianeta, un organismo maligno che fa della burocrazia la sua metastasi, un’erba cattiva che copre tutto, un’erba tossica, di censura tossica, di malizia demente.</p>
<p>L’ultima sapete qual è? <strong>Inibire le riprese delle atlete nelle competizioni sportive,</strong> cioè “desessualizzarle”, vecchio pallino del woke deviato, maniaco e maniacale. Qualcuno, là dentro, si è messo in testa che i telespettatori si eccitano a guardare le sportive come dal buco della serratura, che è proprio da malati, e così ha deciso di emanare “nuove linee guida per una copertura mediatica rispettosa”.</p>
<p><strong>Ecco la UE in purezza</strong>. Una entità malsana che, in ritardo su tutto, distratta su tutto, tranne le tangenti, convinta che sarà sempre l’esecrata America a garantirle il kindergarden permanente (i contribuenti americani finanziano la nostra pace e in cambio ricevono disprezzo, accuse, odio in quantità industriale), si incanaglisce a spiare le fessure delle saltatrici o corridore. Manco il Vaticano degli anni ‘60 con le Kessler.</p>
<p>Manco <strong>i regimi più dispostici come la Corea del Nord</strong> o l’Iran che piace tanto alle flotillere. Dice un direttore di EBU Sport, che sarebbe l’utilissimo organismo televisivo europeo, il dipartimento della diffusione a Bruxelles: ci impegniamo a valorizzare lo sport femminile su un piano di parità. Cioè a defemminilizzare le femmine allo stesso modo in cui si procede a svirilizzare i maschi. Tutti uguali. Senza sesso. Senza appeal. Indistinguibili.</p>
<p>Che c’è di male nel notare una bella atleta e nel decidere che è bella, attraente, sexy, solo il dio dei balordi europei lo sa. Però, badate bene, qui non è per niente ma proprio per niente questione di rispetto o, Dio li perdoni, di <strong>“elevare lo standard delle riprese televisive”:</strong> è tutto il contrario, si tratta di rendere ogni competizione un frigorifero, una noia di ghiaccio, il grigiore sovietico o talebano fuori dal tempo ma in un’epoca di sessualizzazione esasperata.</p>
<p>Ma, come sempre, tutto dipende dalla prospettiva ovvero da chi fa cosa. Se Elodie, in fama, chissà poi perché, di compagna lesbopal, sguazza in una tinozza strusciandosi contro un palo, o una bandiera palestinese tra le gambe, davanti a cinquantamila persone, nessuno ci trova niente di sbagliato e men che meno l’Unione televisiva Europea; se una s’impenna con l’asta a sei metri, bisogna oscurare la ripresa dell’inguine che svolazza. Eh certo,<strong> sai le pippe a vedere quelle del beach volley in posizione di ricezione.</strong></p>
<p>Ha un senso, questa aberrazione? Ce l’ha ma bisogna cercarlo, trovarlo lontano dalle formule gesuitiche o farisaiche dei mammasantissima europei. Ciò a cui si punta effettivamente è <strong>desessualizzare</strong> tutti partendo dallo sport; e bisogna abolire le differenze genetiche perché Imane Khelif, cacciata dalla porta della genetica, possa rientrare dalla finestra del conformismo onirico. Si usano i mutandoni per smutandare, per castrare.</p>
<p>Si vuol dipingere gli atleti e le atlete come dei bambolotti, <strong>Barbie e Ken,</strong> che sotto non hanno niente, solo plastica liscia. Ma gli sportivi, uomini, donne, non sono bambole così come maschi non sono femmine. Non tutti possono partorire, avere le mestruazioni, andare in menopausa. I maschi non possono proprio. Possono provarci fin che vogliono: non possono. E le signorine possono segarsi via le tette, attaccarsi protesi di carne dove vogliono: niente da fare.</p>
<p>Ma, come diceva <strong>Hegel</strong> (subito adottato dai comunisti): se i fatti non si adeguano alla teoria, tanto peggio per i fatti. Quindi bisogna rieducare i bambini, abituarli a una improbabile promiscuità, alla distorsione nell’autopercezione, già dall’età di tre anni: anche questi sono programmi europei, e sono spaventosi, sono demoniaci.</p>
<p><strong>“Salvaguardare la professionalità e la dignità delle donne nello sport”</strong>? È tutto il contrario, se a una donna, una atleta, togli la sua personalità, la amputi della dignità. Se la defemminilizzi anche solo mediaticamente, le manchi di ogni rispetto, le togli identità, perfino individualità.</p>
<p>È una trovata per mortificarle, le donne, <strong>è lo stesso delirio fanatico dell’islamico</strong> che le donne, stimate meno delle bestie da lavoro o da alimento, le vuole coperte di tappeti e le ammazza se si sciolgono i capelli perché, essendo figlie del demonio, finiscono per confondere l’uomo, il musulmano. Un delirio bigotto quello dell’Europa televisiva? Sì, ma un delirio calcolato, finalizzato. Non la malizia nell’occhio di chi vede, ma in quello di chi viene accecato.</p>
<p>E a noi europei va benissimo farci sfondare gli occhi. <strong>Non prendetevela con Trump se ci disprezza.</strong> Prendetevela con voi stessi, con noi stessi se preferite. Gli americani, nel loro compatimento, ci vanno perfino teneri.</p>
<p>Max del Papa, 17 luglio 2026</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il bimbo non è &#8220;perfetto&#8221;, la madre surrogata non vuole abortire: coppia gay le fa causa per 600mila euro</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/il-bimbo-non-e-perfetto-la-madre-surrogata-non-vuole-abortire-coppia-gay-le-fa-causa-per-600mila-euro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Bonelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 13:16:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[utero in affitto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La richiesta di risarcimento avanzata dalla coppia committente riapre il confronto su maternità surrogata, diritti della gestante e tutela del nascituro</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/il-bimbo-non-e-perfetto-la-madre-surrogata-non-vuole-abortire-coppia-gay-le-fa-causa-per-600mila-euro/">Il bimbo non è &#8220;perfetto&#8221;, la madre surrogata non vuole abortire: coppia gay le fa causa per 600mila euro</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Un caso recente dal Canada illumina con cruda evidenza la natura profondamente inumana della maternità surrogata, una pratica che nemmeno i<strong>l più autentico spirito liberale e libertario</strong> dovrebbe avallare.</p>
<p>La vicenda: una coppia gay canadese ha citato in giudizio la madre surrogata che aveva portato in grembo il loro figlio (loro?), chiedendo un risarcimento di <strong>circa 600 mila dollari.</strong> Il motivo? Il feto presentava una malformazione congenita labiopalatoschisi (volgarmente detto labbro leporino, una problematica ormai ampiamente risolvibile attraverso un intervento chirurgico): la coppia aveva dunque <strong>chiesto l’aborto,</strong> ma la donna si era rifiutata dopo ulteriori accertamenti che confermavano una condizione compatibile con una vita più che dignitosa.</p>
<p>Il bambino è nato e oggi la coppia accusa la surrogata di averli tenuti all’oscuro, causando loro “forte stress”. Praticamente un bimbo viene trattato alla stregua di un elettrodomestico che, arrivando a casa lievemente danneggiato, <strong>legittima i proprietari a richiedere un cambio o un rimborso.</strong></p>
<p><strong>Siamo al baratro dell’umano</strong>. Peraltro in Canada la legge proibisce espressamente il pagamento alla madre surrogata: la gestazione deve essere altruistica, con un rimborso soltanto delle spese documentate. Pagare per un bambino è reato, punibile con multe salatissime o peggio con il carcere.</p>
<p>Eppure, nella pratica, il meccanismo è identico a una transazione commerciale. Si seleziona una donna come contenitore, si impiantano embrioni creati in laboratorio, si monitora il prodotto e, se non risponde agli standard di perfezione attesi, si pretende di scartarlo e si chiede persino un lauto risarcimento. <strong>Letteralmente come al mercato</strong>: si tocca, e se c’è un difetto si butta via. Solo che qui non si tratta di una mela ammaccata, ma di un essere umano.</p>
<p>Questo episodio è l’ennesima dimostrazione di quanto questa pratica <strong>sia un abominio vero e proprio.</strong> La madre surrogata non è e non sarà mai una semplice portatrice: cede letteralmente il suo corpo, essendo ridotta a incubatrice a noleggio.</p>
<p>Quando rifiuta di abortire, esercitando un diritto elementare sulla vita che porta in grembo, viene trascinata in tribunale. I committenti, che si erano detti pronti ad accogliere il bambino dopo rassicurazioni mediche, ora pretendono <strong>danni per lo stress emotivo.</strong></p>
<p>La donna, dal canto suo, ha chiesto invece<strong> il rimborso delle spese sostenute,</strong> finendo sola con un neonato che i genitori “intenzionali” (anche questo, un paradosso: come possono due genitori essere “intenzionali” attraverso un corpo non loro?) sembravano pronti a rifiutare.</p>
<p>Dunque, benché <strong>in Canada legalmente non si possa pagare un bimbo,</strong> questa rimane evidentemente una brutta storia di soldi davanti al miracolo di una nuova vita. L’evidenza empirica che anche dove la legge vieta il compenso esplicito, la dinamica rimane quella di una compravendita.</p>
<p>Le coppie pagano agenzie, cliniche, viaggi, embrioni. La donna offre il proprio utero e la propria salute in cambio di un rimborso. E il bene scambiato è il bambino stesso. <strong>Ma come può essere un figlio paragonabile a un servizio?</strong> La possibilità di “ordinare” un bambino e pretendere di eliminarlo se imperfetto trasforma la procreazione in un atto inqualificabile.</p>
<p>E infatti è stata proprio la madre a salvare il bambino e a scegliere di non abortire. <strong>Si spera per innato istinto di protezione materna</strong> e non perché altrimenti, come in un qualsiasi procedimento industriale, abortendo avrebbe dovuto ricominciare tutto da capo… Chi ha ancora un briciolo di umanità non potrà mai arrendersi alla seconda ipotesi.</p>
<p>Certamente <strong>l’utero in affitto,</strong> sebbene nel tempo edulcorato e smussato attraverso l’utilizzo di parole più dolci come “gestazione per altri”, rimane uno squallore disumano, soprattutto per la donna che nella pratica viene equiparata a una fattoria su gambe. Eppure le femministe tacciono o peggio concordano e promuovono questa pratica. <strong>Per quale ragione?</strong></p>
<p>Alessandro Bonelli, 16 luglio 2026</p>
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		<item>
		<title>Hai capito l&#8217;islam? Crociera Lgbt, drag queen e gay a bordo: vietato lo sbarco in Egitto e Turchia</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/hai-capito-lislam-crociera-lgbt-drag-queen-e-gay-a-bordo-vietato-lo-sbarco-in-egitto-e-turchia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Dardani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 16:04:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per Turchia e Egitto i turisti gay e transessuali non sono bene accetti: contrastano con la morale del Paese</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/hai-capito-lislam-crociera-lgbt-drag-queen-e-gay-a-bordo-vietato-lo-sbarco-in-egitto-e-turchia/">Hai capito l&#8217;islam? Crociera Lgbt, drag queen e gay a bordo: vietato lo sbarco in Egitto e Turchia</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il nome è tutto un programma, i passeggeri un super-programma. E l’idea di averli in giro per le strade magari con abiti sgargianti, o ancora peggio, evidenziando le loro tendenze e scelte di tipo sessuale o familiare, davanti a una moschea… non ci è voluta una riunione del Parlamento o un lungo confronto: per le Autorità turche e per quelle egiziane, la <strong>“Scarlet Lady”,</strong> una nave passeggeri impegnata nel Mediterraneo in una di quelle che vengono chiamate crociere a tema, le acque territoriali di Egitto e Turchia, e ovviamente  nei porti di questi Paesi, sono vietati, verboten, off limits. Motivazione<strong>: i 1900 passeggeri LGBTQ</strong>, che la nave trasporta in gita turistica “rappresentano una minaccia per la società turca” – come esplicitato senza mezzi termini dal governo di Ankara, mentre l’Egitto si è “limitato” a ordinare un dietrofront senza spiegazioni dall’ingresso nel porto di Alexandria.</p>
<p>A pochi giorni dall’ultima manifestazione e dall’ultimo gay pride che ha visto garrire al vento una a fianco all’altra le bandiere della pace, con quelle immancabili della Palestina, ma persino con quelle dell’Iran, la scelta dei governi dei due Paesi considerati fra i più moderati e occidentalizzati del <strong>Medio Oriente</strong>, qualche interrogativo dovrebbe porlo.</p>
<p>Un sottile rivolo di dubbi fra chi si batte per per lesbiche, gay, bisessuali e transgender e i dettami dell’Islam, anche non radicale, dovrebbe scorrere fra un carro e l’altro del prossimo gay pride. Specie fra quelli che affiancano l’annientamento di Israele (Stato dell’Apartheid) alla libertà sessuale senza se e senza ma.</p>
<p>E forse una considerazione ulteriore andrebbe fatta sulla legittima, in casa loro, rigidità religiosa di Egitto e Turchia, con la grande e conclamata vocazione turistica di questi due Paesi che spinte dalle onde del mare, accettano solo famiglie tradizionali. Mille anni luce certo, dalle impiccagioni degli omosessuali a Teheran e a Gaza, ma comunque un segnale non trascurabile.</p>
<p>L’aspetto curioso della vicenda della “Scarlet Lady” nave proiettata verso il futuro libero della società occidentale, alla quale è stato vietato anche dare fondo alle ancora davanti alla <strong>spiaggia turca di Kusadasi</strong>, è  la totale, se non sporadica e occasionale, assenza di reazioni, al primo caso evidente di turismo per sesso corretto e di ingresso a Santa Sofia o nella spianata di Giza, concesso solo a chi si comporta nel rispetto del Corano.</p>
<p>Il tour di 11 giorni della nave era stato organizzato dalla società Atlantis in collaborazione con Virgin Voyages, rivolgendosi a <strong>uomini gay.</strong> Il programma pubblicizza spettacoli di <strong>drag queen a bordo e la possibilità di visitare locali gay </strong>in città come Istanbul e Atene.</p>
<p>Negli ultimi anni le autorità turche hanno intensificato la pressione sulle comunità LGBTQ, vietando gli eventi del Pride e chiudendo associazioni che ne difendono i diritti. In Egitto, secondo l&#8217;ultimo rapporto annuale riproposto da Bloomberg di Human Rights Watch, le autorità «utilizzano disposizioni vaghe e abusive del codice penale» per incarcerare persone LGBTQ.</p>
<p>Bruno Dardani, 14 luglio 2024</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/hai-capito-lislam-crociera-lgbt-drag-queen-e-gay-a-bordo-vietato-lo-sbarco-in-egitto-e-turchia/">Hai capito l&#8217;islam? Crociera Lgbt, drag queen e gay a bordo: vietato lo sbarco in Egitto e Turchia</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La tesi accogliente era falsa. Il rapporto Ue: &#8220;I migranti non ci salveranno dalla denatalità&#8221;</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/il-rapporto-ue-distrugge-le-tesi-di-schleinco-i-migranti-non-ci-salveranno-dalla-denatalita/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/il-rapporto-ue-distrugge-le-tesi-di-schleinco-i-migranti-non-ci-salveranno-dalla-denatalita/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Max Del Papa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 11:35:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Denatalità]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nicolaporro.it/articoli/?p=332426</guid>

					<description><![CDATA[<p>È da sempre lo slogan della sinistra: gli stranieri vanno accolti perché siamo una popolazione destinata a morire. Tutto falso</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/il-rapporto-ue-distrugge-le-tesi-di-schleinco-i-migranti-non-ci-salveranno-dalla-denatalita/">La tesi accogliente era falsa. Il rapporto Ue: &#8220;I migranti non ci salveranno dalla denatalità&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Partiamo dai dettagli locali, che solo chi ci vive conosce e gli altri non sospettano o non se ne curano. Nella periferia milanese che ancora respira il vento convulso della metropoli, a Pioltello, uno dei centri maggiori della “cintura”, sorge un Polo Sanitario Maggioni tra i più grandi e rinomati dell’hinterland est, una eccellenza della sanità pubblica/privata, l’Auxologico dall’imponente poliambulatorio specialistico: quando uno entra, trova la sala delle accettazioni come un hotel, ambiente confortevole, lindo, luminoso, aerato (anche in modo condizionato, bando alla pace), personale sollecito nello sbrigare le prenotazioni riducendo attese, sfoltendo file. Qui però si capisce anche come mai le liste di attesa nel servizio sanitario nazionale e nel privato convenzionato sono di mesi e di anni: <strong>l’utenza è composta per il 50/60% da immigrati</strong>, per lo più extracomunitari, in aumento esponenziale, che fatto utilizzano la maggior parte delle prestazioni a spese della collettività. Situazione insostenibile che i milanesi continuano a sostenere. Per riconoscenza, a pochi minuti dal polo sanitario, nella moschea con annessa madrassa la fratellanza musulmana <strong>predica l’applicazione della sharia contro gli infedeli</strong>. Può una metropoli, una regione, un Paese reggersi secondo simili squilibri? A quanto pare può, non si sa fino a quando, ma può.</p>
<p>Adesso la notizia ufficiale, <a href="https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2026/07/14/rapporto-ue-i-nuovi-migranti-non-compenseranno-il-declino-demografico_3aef3242-cfe6-4b9e-8162-5f0407cf4f34.html" target="_blank" rel="noopener nofollow">nella forma anodina di un lancio <em>Ansa</em></a>. “Secondo le ultime proiezioni, l&#8217;Ue continuerà ad attrarre migranti. Tuttavia, anche <strong>una migrazione sostenuta dovrebbe essere insufficiente a compensare completamente il declino naturale della popolazione derivante dalla bassa fertilità</strong>. La migrazione può rallentare il ritmo dell&#8217;invecchiamento della popolazione, ma non può modificarne la traiettoria. La migrazione verso l&#8217;Europa influisce sulla dimensione della popolazione, ma non sulla struttura per età della popolazione nel lungo periodo. È quanto emerge dal terzo Rapporto sulla trasformazione demografica pubblicato oggi dalla Commissione europea. Delle tre principali componenti demografiche, ovvero fertilità, mortalità e migrazione, la migrazione è la componente più volatile, mentre le altre due tendenze sono in movimento e stabili. Le tendenze migratorie possono cambiare più rapidamente, come abbiamo visto anche durante la pandemia di Covid-19, quando la migrazione si è effettivamente fermata. A<strong>nche i figli dei migranti adottano i modelli di fertilità del paese ospitante</strong> e, nel corso delle generazioni, vediamo che i modelli di fertilità dei migranti convergono con gli stessi modelli demografici del paese ospitante. E le ultime proiezioni demografiche di Eurostat indicano che l&#8217;Ue dovrebbe perdere, in media, 1,2 milioni di persone in età lavorativa, ovvero nella fascia d&#8217;età compresa tra i 15 e i 60 anni, per ogni anno tra il 2025 e il 2050; nello scenario senza migrazione, la diminuzione annuale sarebbe di 2,4 milioni di persone”.</p>
<p>Viva la completezza dell’informazione, ma per la decifrazione bastano due parole due: <strong>“i migranti ci salveranno dalla denatalità” era peggio di una minchiata</strong>, era la propaganda più bugiarda della narrazione woke di sinistra. Il che si spiega perfettamente non tanto coi flussi demografici quanto con la natura umana: a riprodursi forsennatamente sono i popoli arretrati nei Paesi più poveri, appena una realtà sociale arriva a un seppur moderato benessere, si fa i suoi calcoli e preferisce goderselo, quello straccio di buon vivere civile. Il che implica certo egoismo sociale che induce a frenare nella proliferazione. <strong>Questo succede a tutte le latitudini e in tutti i colori</strong>, ché davvero l’uomo è lo stesso in tutte le sue sfumature e, come aveva capito Marx, sai la scoperta, si differenzia solo per le condizioni economiche. Ovvero si omogeneizza raggiungendole: chi arriva a star bene, chi scopre la douce de vivre, vuole mantenerla e nessuno più si sogna di fottersela facendo dieci figli: l’Islam di conquista si moltiplica in un’ottica predatoria, martirologica, ma arrivato a un certo livello anche quello si ferma. Però non ce la si può cavare aspettando che questi si civilizzino tramite il consumismo, perché sono processi lunghi, rallentati dal fanatismo e il problema sono le conseguenze dell’avere elevato milioni di disperati a un livello accettabile, sì, ma al prezzo di lasciar sprofondare gli indigeni, i nativi: ecco perché all’inizio citavo il caso dell’Auxologico di Pioltello. <strong>Anche qui, sfrondando le dotte dissertazioni economiciste</strong>, ce la possiamo cavare in due parole: la coperta è corta, nessun pranzo è gratis.</p>
<p>Lo hanno capito, lo stando capendo i Paesi del nord Europa, sciaguratamente generosi, che cominciano a segar via l’allucinante <strong>welfare etnico</strong> e <strong>razzistico;</strong> non lo vogliamo capire noi con in pancia un Vaticano scriteriato, se non demenziale. Ma perfino il giornale dei vescovi, Avvenire, pochi giorni fa sparava una notizia impensabile per dei preti cattolici: “I costi invisibili di un figlio: 24mila euro all’anno”. Rincarando in occhiello: “La nascita di un figlio rappresenta spesso una delle maggiori cause di povertà”. Se non era un incitamento empio, blasfemo al controllo delle nascite, poco ci mancava, e va bene che questo attuale è un clero cattoislamocomunista filo Hamas, ma la dice anche lunga di certo <strong>realismo sociale:</strong> perfino i preti rinnegano il provvidenzialismo mistico e dicono, signori, regolatevi che non ce la si fa più, a maggior ragione dopo 30 anni di accoglienza spericolata.</p>
<p>Riassumendo: <strong>i sacri migranti non arrestano il calo demografico</strong> dei locali, neppure per meticciato, e tanto meno “ci pagano le pensioni”: il saldo della previdenze è passivo in proporzione decupla. Allora che ci portano? Beh, tante cose: il maranzato, la sharia, la jihad, la criminalità a prato basso, la brutalizzazione sociale, la nuova civiltà delle spose bambine e delle donne velate. Cose che finanziamo noialtri “cani e maiali”, abituando gli eletti a pretenderle. Ma niente paura, bisogna ragionare con loro, confrontarsi sul campo largo, ascoltare le loro ragioni, chiamare al limite i vigili, ma solo dopo e senza fretta, no alla giustizia privata, si vergogni e <a href="https://www.nicolaporro.it/ma-quale-pestaggio-del-migrante-il-video-va-visto-intero-dico-io-la-verita-sul-militante-di-vannacci/" target="_blank" rel="noopener">la paghi cara il giustiziere vanitoso di San Benedetto, razza di vannacciano che non è altro</a>. Invece i maranza, i teppisti climatici, i flotilleri sono schivi, loro, non si riprendono mai quando scatenano le loro balordaggini. Non si riprendono e, soprattutto, non li riprende nessuno.</p>
<p>Max Del Papa, 14 luglio 2026</p>
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		<title>Il dramma dei radical chic “sfrattati” dai turisti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Spaziani Testa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2026 17:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[affitti brevi]]></category>
		<category><![CDATA[case]]></category>
		<category><![CDATA[radical chic]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La denuncia di chi lascia il centro storico tra B&#038;B, visitatori e perché soffrono della città affollata </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Qui abbiamo Jacopo Mastrangelo costretto al &#8220;trasloco dalla casa su una delle piazze più belle del mondo, dove ha vissuto l&#8217;infanzia e l&#8217;adolescenza, ai Parioli, a causa del mancato rinnovo del contratto d&#8217;affitto&#8221;.</p>
<p>Ascoltiamo il suo grido di dolore: &#8220;Purtroppo dobbiamo lasciare l&#8217;appartamento, ormai qui è un&#8217;invasione di affitti brevi e B&amp;B. Durante il Covid la natura si era ripresa i suoi spazi, l&#8217;erba affiorava dai sampietrini. Ora è difficile non solo parcheggiare, ma perfino farsi largo fra i turisti&#8221;.</p>
<p>Grazie al Corriere della sera di Roma per aver sposato questa nobile causa. Nessuno deve essere lasciato indietro: tutti devono avere diritto a una terrazza su Piazza Navona, possibilmente lasciando la piazza libera dai turisti per consentire allo Jacopo di turno di godersela appieno.</p>
<p>Giorgio Spaziani Testa, 12 luglio 2026</p>
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		<title>Questa qui dice di soffrire di ecoansia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Max Del Papa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 15:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[ambientalisti]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>
		<category><![CDATA[ecoansia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un video surreale racconta meglio di mille convegni la deriva emotiva del catastrofismo verde: meno dati, più gesti, virgolette e psicodrammi sull'ecoansia</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è una entità, una cert* Diletta qualcosa in fama di attivista climatista, che pare un ibrido tra la fata Turchina di Pinocchio e Pinocchio “col vestitino di carta colorata” che dice delle cose allucinanti a proposito dei <strong>cambiamenti climatici</strong> che personalmente avverte prima in guisa di catastrofi percepite in virtù dell’<strong>ecoansia</strong> che l’avvolge da cui sogni quotidiani legati al collasso eco-climatico con la giornata permeata di inondazioni che però non tornano nella realtà per cui è questione di sacrificio mentale. Questo sicuramente.</p>
<p>Con grande gesticolar di virgolette, sapete le virgolette mimate con le dita come tutti quelli che non hanno neanche un’idea, neanche confusa, ma solo confusione nella testa da fata rosina. Però in piena convinzione, soddifazione di sé, della propria nebbia climatica, genderistica, propal, ah come come sono attivista, divulgatista, ah che percettività, e guardate che vestitino climatico, cioè io sento le cose come scientificamente accade solo che come le persone umane vivono il collasso eco-climatico non è collegato con quello che vive individualmente la Fatina Pinocchietta, virgolette virgolette, cioè bisogna decidere se accordarsi, virgolette virgolette ditine ditine, col proprio mondo interiore, virgolette ditine, o col mondo esteriore ditine virgolette. Ecco. Ma queste entità, magari la notte, prima di dormire, non è che gli viene un pensiero, un rimorso, tanto per citare il Nanni Moretti di “Caro Diario” dopo aver letto la recensione di “Harry pioggia di sangue”, quella dei “cappelli deliranti”.</p>
<p><iframe loading="lazy" style="border: none; overflow: hidden;" src="https://www.facebook.com/plugins/video.php?height=476&amp;href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Freel%2F2853668665013604%2F&amp;show_text=false&amp;width=267&amp;t=0" width="267" height="476" frameborder="0" scrolling="no" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>Ecco. Io ho praticamente sbobinato il vocale, parola per parola. Perché “il mondo esterno non va coi nostri stessi ritmi e quindi bisogna decidere di base con chi dissociare”. Sì, io un’idea ce l’avrei, anzi direi che se si tratta di dissociarsi, siamo già un pezzo avanti. Missione compiuta. Fa un po’ spavento, ma che volete, <strong>ormai il livello generale è questo</strong>, dappertutto, per ogni cosa e a maggior ragione per il clima, che di suo sarebbe una scienza complicatissima, con delle costanti, delle leggi matematiche tipo lavagna di Einstein, invece com’è bello ridurre tutto alla peristalsi. Del resto lo dicevano le nonne, se mi fa male un callo, arriva il temporale, se mi sento disturbare chi sa che sta per arrivare. Però vuoi mettere la Pinocchia Fatina ecoansiosa con le sue allucinazioni in streaming su Instagram: alla fine del suo lucidissimo intervento, si alza, si dà una sistemata al vestitino di carta colorata ed esce dall’inquadratura: è andata a mangiarsi la merendina, pane e zibibbo e insalata di cavoli “con l’olio e con l’aceto”.</p>
<p><strong> Leggi anche:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/atlanticoquotidiano/quotidiano/aq-politica/eco-ansia-frutto-di-un-deliberato-terrorismo-climatico/">Eco-ansia? Frutto di un deliberato terrorismo climatico</a></li>
</ul>
<p>Ve la ricordate la indimenticabile canzone di Pinocchio della mia amica Carla Vistarini: “Pinocchio ma dove vai Pinocchio ma cosa fai Pinocchio la fantasia è solo una bugia”. O una climateria, nel senso del climaterio. A questo punto, il minimo che può succedere è che <strong>venga arruolata da Alleanza Verdi Sinistra</strong>, ditine, virgoline, in virtù della competenza assodata. Tanto “è solo una bugia”. Ecco, qui sta il dilemma di questi tempi di intelligenza molto artificiale e psicagogia molto, o poco, naturale, insomma, per farla breve: questi <strong>ci sono o ci fanno</strong>? Vivono effettivamente prede della loro nebbia esistenziale o mettono in scena una dissociazione lucidissima nelle finalità ultime, che poi son sempre quelle, il mantenimento a vita, la paraculaggine premiata?</p>
<p>Il collasso eco-climatico. L’ecoansia profetica. I sogni quotidiani. Le inondazioni che non ci sono però ci sono perché è sacrificio mentale. <strong>“Ah io sono permeata di fiumi e inondazioni”</strong>. E giù gesticolazioni, quelle mani che si agitano inseguendo mondi, come la Mina più conturbante, ma voi che ne sapete se non siete boomers, e daje con le virgolette, ditine, figurazioni, pantomime, ammiccamenti, caporegista, vadooo? Vadi, fatina, vadi, ma… un po’ più al centro! Perché dall’altra parte c’è pure qualche ignoto che ha filmato il tutto. Ah, quasi mi dimenticavo il meglio: la didascalia che illustra l’intervento è squisitamente in tema con la dimensione dissociativa, sentite che roba: “Durante l&#8217;estate si moltiplicano le notizie su ondate di caldo estremo, incendi, alluvioni e altri eventi climatici sempre più intensi. L&#8217;esposizione continua a queste informazioni, insieme all&#8217;insufficienza delle politiche messe in campo per affrontare la crisi climatica, può alimentare quella che viene definita ecoansia: una paura cronica e persistente legata al cambiamento climatico. Secondo l&#8217;American Psychological Association (APA), non si tratta di una malattia, ma di una reazione emotiva e adattativa al degrado ambientale e al riscaldamento globale. Può manifestarsi con tristezza, senso di impotenza e, nei casi più intensi, insonnia e altri disturbi fisici. Ne abbiamo parlato con Diletta Bellotti, attivista e punto di riferimento nella lotta alle agromafie”.</p>
<p>Ed è tutto serio, badate bene, tremendamente serio, nessun sentore di ironia. Ci fosse stata, sarebbe un capolavoro dell’umorismo satirico alla Raimondo Vianello; siccome non c’è, <strong>è un capolavoro dell’horror</strong> perché gente così, che scrive queste cose, è veramente capace delle efferatezze più inimmaginabili. Altro che Henry pioggia di sangue. Ma forse siamo noi boomer che non cogliamo il rigore scientifico, la logica formale, induttiva, deduttiva, attiva, riflessiva, mediopassiva, la fantasia che è solo una bugia, la cifra attivistica tale che il nostro Franco Battaglia può solo fargli una pippa a una entità così. A proposito: attivista d’accordo, abbiamo capito, ditine, virgolette: ma con l’apostrofo o senza?</p>
<p>Max Del Papa, 8 luglio 2026</p>
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		<title>Diffidate dalle vignette artificiali</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/diffidate-dalle-vignette-artificiali/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Beppe Fantin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2026 14:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Fantin]]></category>
		<category><![CDATA[satira]]></category>
		<category><![CDATA[vignetta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Molti considerano (erroneamente) la satira il fortino della sinistra, un mestiere che rischia di morire con l'avvento dell'AI</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/diffidate-dalle-vignette-artificiali/">Diffidate dalle vignette artificiali</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche anno fa avevo proposto la mia collaborazione come vignettista satirico a diversi quotidiani di centrodestra. Molti non risposero affatto: silenzio stampa, silenzio di redazione, silenzio cosmico. Probabilmente la mail è ancora lì, sospesa tra una newsletter e una promozione sui materassi. Altri, più loquaci, mi fecero sapere che <strong>“le vignette le usa la sinistra”</strong>, come se fossero un prodotto biologico con etichetta DOP e certificazione ideologica. Mancava solo il bollino “coltivato a mano in ambiente progressista”.</p>
<p><strong>Poi, all’improvviso, l’illuminazione:</strong> la folgorazione sulla via dell’algoritmo. Gli stessi giornali hanno scoperto la meraviglia dell’<strong>intelligenza artificiale</strong>: una vignetta a colori ogni mattina, fresca di server, perfettamente innocua, perfettamente addomesticata e soprattutto priva di quell’elemento fastidioso chiamato autore. Perché il problema, si sa, non è la satira. È il satirico. La satira non l’hanno rivalutata. Hanno rivalutato il fatto che non costa, non discute, non ha opinioni e, dettaglio non trascurabile, non osa chiedere di essere pagata a fine mese. Un collaboratore ideale: non sciopera, non protesta, non pensa.</p>
<p>E così oggi, dopo anni passati a spiegarmi che “la vignetta è roba da sinistra”, aprono la prima pagina con immagini che sembrano satira ma sono soltanto rendering: con la stessa carica eversiva di un volantino del supermercato e la stessa capacità di disturbare di una camomilla. In fondo mi hanno insegnato una grande verità: <strong>la satira non è né di destra né di sinistra</strong>. È semplicemente di chi non ha paura che un disegno dica la verità. E a quanto pare, per alcuni, l’unico autore abbastanza rassicurante… è un server. Non sbaglia mai tono, non esagera, non morde. Al massimo, graffia come un gattino educato.</p>
<p>Per fortuna, nel mio percorso ho incontrato anche chi crede ancora nell’arte e, soprattutto, sa riconoscere il valore del lavoro fatto a mano. <strong>Nicola Porro</strong> pubblica le mie vignette disegnate come una volta: bozza a matita, inchiostrazione con pennarello nero, e poi pennello e acquerello per dare vita all’illustrazione. Io continuo a credere che ogni vignetta sia un piccolo atto artigianale, quasi ostinato: <strong>ogni tratto è scelto, ogni pennellata è pensata</strong>. E sì, magari imperfetta. Ma almeno viva. Perché il valore aggiunto, alla fine, è proprio quello: avere ancora qualcosa da dire. Non solo da generare.</p>
<p>Grazie quindi a Nicola Porro e al programma <em>Quarta Repubblica</em> per aver dato fiducia… all’arte. Quella vera, che ogni tanto disturba. E, guarda caso, è proprio questo il suo lavoro.</p>
<p>Beppe Fantin, 5 luglio 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/diffidate-dalle-vignette-artificiali/">Diffidate dalle vignette artificiali</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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