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	<title>Giustizia</title>
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	<description>Il giornale di Nicola Porro</description>
	<lastBuildDate>Sun, 16 Aug 2026 13:30:06 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
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	<item>
		<title>Toti finì sui giornali per l’arresto. E ora che l’inchiesta si sgonfia cala il silenzio</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/toti-fini-sui-giornali-per-larresto-e-ora-che-linchiesta-si-sgonfia-cala-il-silenzio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimo Micheli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Aug 2026 11:30:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Toti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prima accuse, titoloni e clamore. Ora che l’inchiesta perde pezzi, sulle prime pagine tutti tace</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/toti-fini-sui-giornali-per-larresto-e-ora-che-linchiesta-si-sgonfia-cala-il-silenzio/">Toti finì sui giornali per l’arresto. E ora che l’inchiesta si sgonfia cala il silenzio</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il 7 maggio 2024 Giovanni Toti veniva arrestato.</strong> La notizia occupava le prime pagine, apriva i telegiornali, alimentava per giorni immagini e commenti. L’arresto diventava una sentenza mediatica prima ancora che giudiziaria. Toti trascorse quasi tre mesi ai domiciliari, si dimise da presidente della Regione Liguria (sotto ricatto della Procura…) e quella vicenda ebbe inevitabilmente un peso enorme sulla politica ligure. Il suo partito, che per anni aveva dominato la scena regionale, arrivò alle elezioni completamente trasformato.</p>
<p>Oggi apprendiamo che l<strong>a Procura ha chiesto e ottenuto l’archiviazione del filone</strong> dell’inchiesta relativo agli abusi nella gestione del porto di Genova, alla corruzione elettorale e al voto di scambio. E guardate le prime pagine dei giornali. Quelle stesse prime pagine che nel maggio 2024 urlavano l’arresto di Toti oggi, davanti all’archiviazione, sembrano non avere nulla da dire. Non è una questione di simpatia o antipatia per Toti. Non è nemmeno una questione di destra o di sinistra. È una questione di democrazia.</p>
<p><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/il-vero-motivo-per-cui-toti-ha-patteggiato/" target="_blank" rel="noopener">Il vero motivo per cui Toti ha patteggiato</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/e-adesso-chi-chiedera-scusa-a-giovanni-toti/" target="_blank" rel="noopener">E adesso chi chiederà scusa a Giovanni Toti?</a></li>
</ul>
<p>Perché un arresto, soprattutto quando riguarda un presidente di Regione in carica, non è una notizia qualsiasi. Può cambiare la percezione dell’opinione pubblica, può distruggere una reputazione, può spezzare una carriera politica. <strong>Quello che è accaduto nel 2024 non si può cancellare</strong> con un’archiviazione arrivata oggi. E soprattutto non si può pretendere che il peso mediatico dell’accusa e quello della sua successiva smentita o ridimensionamento siano la stessa cosa.</p>
<p><strong>La storia non si può riscrivere.</strong> Ma almeno possiamo chiederci come è stata raccontata. E soprattutto: perché l’arresto meritava tutte quelle prime pagine e l’archiviazione quasi nessuna? Chiedetevi sempre i perché.</p>
<p>Massimo Micheli, 16 agosto 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/toti-fini-sui-giornali-per-larresto-e-ora-che-linchiesta-si-sgonfia-cala-il-silenzio/">Toti finì sui giornali per l’arresto. E ora che l’inchiesta si sgonfia cala il silenzio</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Ranucci nel mirino: Esposito fa a pezzi il Metodo Report. Il video denuncia</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/ranucci-nel-mirino-esposito-fa-a-pezzi-il-metodo-report-il-video-denuncia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Aug 2026 13:52:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Report]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Esposito]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’ex senatore Pd torna sul servizio di Report del 2019 e accusa la trasmissione di averlo trasformato in un “soggetto sospetto”</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/ranucci-nel-mirino-esposito-fa-a-pezzi-il-metodo-report-il-video-denuncia/">Ranucci nel mirino: Esposito fa a pezzi il Metodo Report. Il video denuncia</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;ex senatore Pd, <strong>Stefano Esposito parla di «Metodo Report</strong> vissuto sulla mia pelle» e lo fa proprio mentre Sigfrido Ranucci racconta la sofferenza dei propri figli per le vicende legate a Valter Lavitola, indicato come mandante dell’attentato ai suoi danni.</p>
<p>Il messaggio di Esposito è tanto breve quanto velenoso: «Un sincero abbraccio ai figli di Sigfrido Ranucci in questo momento difficile. Auguro loro di non dover mai essere tra le innumerevoli vittime di questo “Metodo”». Il metodo in questione è legato ad <strong>un servizio della trasmissione del 2019</strong> che lo aveva coinvolto in un’inchiesta per corruzione e traffico di influenze.</p>
<p>L’indagine è poi stata archiviata dalla <strong data-start="230" data-end="249">Procura di Roma</strong>, dopo che la <strong data-start="263" data-end="287" data-is-only-node="">Corte Costituzionale</strong> aveva dichiarato illegittime le intercettazioni che lo riguardavano. La vicenda aveva avuto anche conseguenze disciplinari per alcuni magistrati torinesi coinvolti nella gestione delle captazioni.</p>
<p><iframe style="border: none; overflow: hidden;" src="https://www.facebook.com/plugins/video.php?height=476&amp;href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Freel%2F1721328638954394%2F&amp;show_text=false&amp;width=267&amp;t=0" width="267" height="476" frameborder="0" scrolling="no" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>«In galera quelli che odiamo»: la confessione choc del deputato di sinistra sulla giustizia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cristina de Palma]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Aug 2026 08:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[france insoumise]]></category>
		<category><![CDATA[galera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ugo Bernalicis mette nero su bianco il cortocircuito della giustizia ideologica: nemici da punire, amici da proteggere. Ma in uno Stato di diritto dovrebbe valere l’esatto contrario</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>«Per essere di sinistra, basta mettere in prigione altra gente, quella che noi odiamo, e far uscire quelli che ci piacciono». Se questa frase di Ugo Bernalicis, <strong>deputato francese di La France insoumise,</strong> fosse davvero una dichiarazione di principio, non servirebbero altri argomenti per capire quanto sia malato un certo modo di concepire la giustizia. E il problema è che, ascoltandola, viene il dubbio che dietro la provocazione ci sia qualcosa di più di una semplice battuta.</p>
<p>Il passaggio, tratto da un intervento video che sta circolando sui social, è talmente surreale da sembrare scritto apposta per alimentare una caricatura della sinistra. Ma proprio per questo merita di essere preso sul serio. Perché quando si arriva a ragionare in termini di <strong>«quelli che odiamo» e «quelli che ci piacciono»,</strong> la giustizia ha già smesso di essere giustizia ed è diventata una clava politica.</p>
<p>E non è tutto. Nello stesso intervento vengono richiamate <strong>la «feticizzazione della vittima»</strong> e l’idea che crimini e reati possano essere letti come il segno di una società che «va bene». Una concezione che lascia francamente sbalorditi. Perché una vittima non dovrebbe essere un feticcio, certo. Ma nemmeno un fastidio da ridimensionare quando la sua storia non si incastra nella narrazione politica che preferiamo.</p>
<p>Una società civile parte dai fatti. Se qualcuno commette un reato, si accertano le responsabilità. Se qualcuno viene aggredito, si tutela la vittima. <strong>Non si stabilisce prima da che parte sta il colpevole</strong>, per poi decidere quanto debba pesare ciò che ha fatto.</p>
<p>Eppure i<strong>l cortocircuito politico</strong> è evidente: se il presunto colpevole appartiene al campo avversario, il garantismo sembra improvvisamente evaporare; se invece è vicino alla propria parte politica, spuntano attenuanti, contesto, disagio sociale, condizioni ambientali e mille ragioni per spiegare che, in fondo, non è mai davvero colpa sua.</p>
<p>Questa non è giustizia. <strong>È tifo.</strong> Ed è proprio qui che la frase di Bernalicis diventa inquietante. Perché può essere letta come una denuncia ironica della caricatura della sinistra, ma può anche finire per descrivere perfettamente la tentazione di una certa politica: usare il carcere per i nemici e il garantismo per gli amici.</p>
<p>La cosa paradossale è che Bernalicis, in Parlamento, ha difeso principi come la presunzione di innocenza e le garanzie fondamentali del processo penale. Nei lavori dell’Assemblée nationale del giugno 2026, per esempio, ha definito <strong>la presunzione di innocenza un «principio cardinale»</strong> del diritto penale e ha insistito sulla necessità di preservare le garanzie procedurali. Benissimo. Ma allora proprio per questo dovrebbe essere ancora più chiaro che la giustizia non può avere <strong>una tessera di partito</strong>.</p>
<p><strong>Non esistono vittime di serie A e vittime di serie B.</strong> Non esistono reati politicamente più simpatici di altri. Non esistono criminali che meritano automaticamente comprensione perché appartengono alla parte giusta della barricata. La giustizia non dovrebbe conoscere né amici né nemici. Dovrebbe conoscere soltanto fatti, prove, responsabilità e legge.</p>
<p>Perché nel momento in cui qualcuno comincia a pensare che basti mettere in galera «quelli che odiamo» e liberare «quelli che ci piacciono», non siamo più davanti alla giustizia. <strong>Siamo davanti alla sua caricatura più pericolosa:</strong> quella che pretende di chiamarsi giustizia mentre fa semplicemente politica. E in uno Stato di diritto, la risposta dovrebbe essere una sola: mai la galera in base a chi odiamo, mai la libertà in base a chi ci piace<strong>.</strong></p>
<p>Cristina de Palma, 15 agosto 2026</p>
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			</item>
		<item>
		<title>E adesso chi chiederà scusa a Giovanni Toti?</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/e-adesso-chi-chiedera-scusa-a-giovanni-toti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvatore Di Bartolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Aug 2026 15:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Toti]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo mesi e mesi di gogna medicatica, è arrivata l'assoluzione dell'ex governatore ligure. Nel silenzio più totale della stampa</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/e-adesso-chi-chiedera-scusa-a-giovanni-toti/">E adesso chi chiederà scusa a Giovanni Toti?</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre il Paese si accinge al grande esodo estivo, nelle aule giudiziarie si consuma quella che sembra la pietra tombale su uno dei capitoli più controversi del nostrano cortocircuito mediatico-giudiziario: l’archiviazione definitiva dell’inchiesta bis per corruzione elettorale nei confronti di <strong>Giovanni Toti.</strong> Il gip del Tribunale di Genova ha infatti messo nero su bianco l’insussistenza del reato e l’inidoneità degli elementi raccolti a formulare una ragionevole previsione di condanna.</p>
<p>E allora torniamo con la memoria a due anni fa. <strong>Era il maggio del 2024</strong> quando la Regione Liguria veniva letteralmente messa a ferro e fuoco dalle inchieste giudiziarie. Il castello delle accuse, costruito con la precisione di un orologio svizzero, sbatteva il “mostro” in prima pagina. Ai domiciliari finiva un governatore apprezzato e legittimamente eletto. Titoli a caratteri cubitali, teoremi sul “sistema”, insinuazioni, sospetti di rapporti con la criminalità organizzata e barche di fango rovesciate a secchiate quotidiane.</p>
<p>L’obiettivo, a leggere ciò che è accaduto dopo, sembrava essere diventato anche politico: decapitare un’amministrazione, delegittimare un percorso politico, mettere all’angolo un governatore scomodo.<strong> E il risultato, alla fine, è arrivato. Giovanni Toti si è dimesso.</strong> Una carriera politica e professionale è stata travolta, macchiata dal fango e dall’ingiuria. Oggi, a scoppio ritardato, quando la polvere è calata e il regolare corso degli eventi è mutato, arriva la doccia fredda per la coscienza di questo Paese: una delle accuse che avevano contribuito ad alimentare quella vicenda giudiziaria si è dissolta davanti alla valutazione del giudice.</p>
<p>E allora l’interrogativo sorge inevitabile: chi ripaga Giovanni Toti per il fango subito, la dignità calpestata, una carriera politica spezzata e il dolore inflitto a una famiglia? “Non ci sono vincitori né vinti”, ha commentato con un certo aplomb l’ex governatore ligure. Forse è vero dal punto di vista umano. Ma sul piano politico e mediatico qualche domanda resta, eccome se resta. Perché se un’accusa che per mesi ha dominato il dibattito pubblico finisce archiviata, chi ha trasformato il sospetto in una sentenza morale dovrebbe almeno avere <strong>il coraggio di interrogarsi sulla propria responsabilità.</strong></p>
<p>In un Paese normale, <strong>dopo mesi di gogna mediatica,</strong> titoloni a effetto, processi celebrati in televisione e sentenze anticipate dai soliti incoreggibili moralisti da salotto, oggi scatterebbe almeno il momento della decenza. Almeno un sussulto di pudore. Almeno un passo indietro da parte di chi ha fatto il tifo per l’arresto del governatore a favore di telecamera, di chi ha trattato un avversario politico come un capro espiatorio da immolare sull’altare del giustizialismo.</p>
<p><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/tu-schlein-in-piazza-contro-toti-ma-difendi-sala-vergognati/" target="_blank" rel="noopener">Tu Schlein in piazza contro Toti ma difendi Sala: vergognati</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/aridaje-giovanni-toti-di-nuovo-indagato/" target="_blank" rel="noopener">Aridaje! Giovanni Toti di nuovo indagato</a></li>
</ul>
<p>Servirebbero, quantomeno, delle scuse. Pubbliche, formali, sentite. Da parte di chi ha contribuito a trasformare un’inchiesta in una gogna e un’indagine in un processo mediatico, salvo poi scoprire, a giochi fatti, che almeno uno dei pilastri accusatori non reggeva alla prova del giudizio. Ma naturalmente le scuse non arriveranno. Perché in Italia l’errore mediatico-giudiziario sembra avere una caratteristica straordinaria: non ha mai un responsabile. <strong>Chi accusa raramente chiede scusa.</strong> Chi amplifica raramente rettifica. Chi costruisce il mostro raramente torna a raccontare che, forse, in realtà, mostro non era.</p>
<p>Il punto, sia chiaro, non è stabilire se Giovanni Toti sia un vincitore o uno sconfitto. Il punto è un altro, ed è molto più serio: in uno Stato di diritto, un’indagine non può diventare una condanna anticipata e un avviso di garanzia non può trasformarsi in una sentenza politica. La presunzione di innocenza non è un ornamento della Costituzione da tirare fuori solo quando fa comodo. È una regola di civiltà.</p>
<p>E quando la realtà giudiziaria smentisce almeno una parte del racconto costruito intorno a un’inchiesta, sarebbe auspicabile che qualcuno avesse il coraggio di tornare sui propri passi. Non per fare un favore a Giovanni Toti, ma per rispetto nei confronti dei cittadini. Perché il problema non è soltanto quello che è successo al singolo. È quello che questo <strong>perverso meccanismo</strong> suggerisce circa il funzionamento della nostra democrazia.</p>
<p>Fino ad allora, la vera condanna rischia di essere quella di un sistema nel quale gli errori, quando arrivano, sembrano non avere mai un responsabile. A pagare il conto, invece, sono sempre gli altri: gli indagati, le loro famiglie, la loro reputazione. Perché la dignità di una persona, quando viene distrutta, non si ricostruisce con un semplice trafiletto in fondo a un giornale. E proprio per questo, oggi, la domanda resta lì, ostinata e inevitabile: adesso che il castello accusatorio è crollato,<strong> chi chiederà scusa a Giovanni Toti?</strong></p>
<p>Salvatore di Bartolo, 15 agosto 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/e-adesso-chi-chiedera-scusa-a-giovanni-toti/">E adesso chi chiederà scusa a Giovanni Toti?</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Vi sblocco un ricordo: la standing ovation delle toghe per l&#8217;amico del cuore di Valter Lavitola</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/vi-sblocco-un-ricordo-la-standing-ovation-delle-toghe-per-lamico-del-cuore-di-valter-lavitola/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Max Del Papa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Aug 2026 06:37:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Anm]]></category>
		<category><![CDATA[sigfrido ranucci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ieri l’ovazione dell’ANM, oggi tutti zitti: parabola tragicomica di Ranucci diventato icona della magistratura militante</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/vi-sblocco-un-ricordo-la-standing-ovation-delle-toghe-per-lamico-del-cuore-di-valter-lavitola/">Vi sblocco un ricordo: la standing ovation delle toghe per l&#8217;amico del cuore di Valter Lavitola</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In quel tempo, <strong>Sigfrido</strong> si trovava a predicare per le genti proponendo il suo libro erotico in cui stagiste e “fonti” a un saettar di sguardi si trasformavano in concubine, geishe e schiave islamiche (forse perché, come diceva Charlie Chaplin, “il potere rende simpatici”: altre motivazioni, francamente, si dura fatica a trovarle); così, un giorno il Messia dallavitola travagliata comparve ad una assemblea della <strong>ANM</strong> in piena campagna referendaria.</p>
<p>Qui una giudice sognante annunciò già orgasmizzata di tutto punto: <strong>“Ci-ha-raggiunti-Sigrfido-Ranucci”,</strong> e la voce era un sospiro di passione: dopo un momento di comprensibile sbigottimento devozionale tutti i giudici si alzarono servilmente in una standing ovation che non finiva più: 92 minuti di applausi, con l’erotico Sigrfido che ad ogni minuto si gonfiava di più e alla fine pareva il Led Zeppelin con la barbetta.</p>
<p><strong>Leggi anche:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/ranucci-ricci-e-pavoni/">Ranucci, ricci e pavoni</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/atlanticoquotidiano/quotidiano/aq-politica/caso-ranucci-quando-la-narrazione-arriva-prima-dei-fatti/">Caso Ranucci, quando la narrazione arriva prima dei fatti</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/bomba-a-ranucci-report-spaccio-una-bufala-sara-il-caso-di-togliere-la-puntata/">Bomba a Ranucci, Report spacciò una bufala. Sarà il caso di togliere la puntata?</a></li>
</ul>
<p>“In verità, in verità vi dico, voi vincerete il <strong>referendum</strong> ed io resterò con voi fino alla fine di Report”. Una scena mistica, epica, leggendaria, per riassumere la quale rubo le parole ad un commento su Facebook: “Una cosa del genere fa comprendere perfettamente com’è messa la situazione dei giudici italiani, tralasciando i brindisi post referendum ad uno che si è fatto fare un finto attentato dal suo amico per creare il personaggio e debuttare in politica è l’esatta descrizione dello schifo che ormai abbiamo in Italia, altro che giornalista d’inchiesta e magistrati super partes, è vergognoso”. <strong>Caro Lucio Cecere,</strong> ottima sintesi: ma questo era ieri e ieri era ieri, altri pensieri, altri momenti: oggi apprendiamo che la stessa associazione ha brutalmente scaricato l’eroe nibelungico. Sic transit gloria ANM.</p>
<p>Max Del Papa, 13 agosto 2026</p>
<p><iframe style="border: none; overflow: hidden;" src="https://www.facebook.com/plugins/video.php?height=354&amp;href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Freel%2F3298631160309054%2F&amp;show_text=false&amp;width=560&amp;t=0" width="560" height="354" frameborder="0" scrolling="no" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/vi-sblocco-un-ricordo-la-standing-ovation-delle-toghe-per-lamico-del-cuore-di-valter-lavitola/">Vi sblocco un ricordo: la standing ovation delle toghe per l&#8217;amico del cuore di Valter Lavitola</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Corte dei conti, la riforma a metà: si poteva fare di più</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/corte-dei-conti-la-riforma-a-meta-si-poteva-fare-di-piu/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/corte-dei-conti-la-riforma-a-meta-si-poteva-fare-di-piu/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Bisignani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Aug 2026 17:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[corte dei conti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi firma non deve avere paura. Chi paga le tasse nemmeno. La magistratura contabile non deve solo punire, ma aiutare la buona amministrazione</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/corte-dei-conti-la-riforma-a-meta-si-poteva-fare-di-piu/">Corte dei conti, la riforma a metà: si poteva fare di più</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Machiavelli,</strong> davanti alla recente riforma della Corte dei conti, avrebbe probabilmente ricordato che nulla è «più difficile a trattare» che introdurre nuovi ordini. Cinque secoli dopo, per ogni Governo la regola è persino più semplice: se fa, perché fa; se non fa, perché non fa; se fa, poteva fare meglio.</p>
<p>Le ragioni per mettere mano alla Corte dei conti non mancavano. <strong>La famosa “paura della firma”</strong> non è soltanto un’invenzione della politica: sindaci, amministratori e dirigenti conoscono bene il paradosso di una pubblica amministrazione nella quale, qualche volta, non decidere è diventato più conveniente che decidere. Il Governo ha scelto di affrontare il problema restringendo il perimetro della colpa grave, limitando in alcuni casi l’esposizione patrimoniale di chi amministra e intervenendo sull’organizzazione della magistratura contabile.</p>
<p>Obiettivi comprensibili, ma forse come si ripete sempre in questi casi era l’occasione per fare di più. I veri problemi della Corte non finiscono infatti.,con la responsabilità erariale. <strong>Ci sono giudizi che durano anni</strong>, con un costo anche per funzionari e amministratori che alla fine risultano estranei agli addebiti. Ci sono i dissesti degli enti locali, che troppo spesso diventano purgatori amministrativi interminabili, nei quali a pagare sono soprattutto i cittadini. E ci sono uffici territoriali con carichi di lavoro molto diversi, che avrebbero bisogno di una razionalizzazione senza perdere quel rapporto con le autonomie che rappresenta una delle ragioni della presenza regionale della Corte.</p>
<p>Poi c’è la questione più moderna, forse la più importante. <strong>La Corte dei conti possiede una quantità straordinaria di informazioni sulla finanza pubblica</strong>. Digitalizzazione, interoperabilità delle banche dati e nuovi strumenti di analisi potrebbero trasformarla sempre più da controllore del danno già avvenuto a sentinella capace di intercettare anomalie e sprechi prima che si producano.</p>
<p>Il PNRR ha dimostrato quanto questo passaggio sia necessario. Spendere rapidamente una mole eccezionale di risorse europee richiede amministrazioni che decidano senza paura, ma anche controlli tempestivi e credibili. Le due cose non sono incompatibili. Un controllo intelligente non deve fermare la macchina: dovrebbe aiutarla a non finire fuori strada.</p>
<p><strong>Rimane poi il tema più delicato, quello del rapporto tra politica e magistratura contabile</strong>. Alla politica spetta scegliere. Un giudice non può stabilire se fosse più opportuno costruire una strada, finanziare un ospedale o realizzare un’infrastruttura. Ma alla Corte deve restare la possibilità di verificare se quella scelta sia stata realizzata nel rispetto delle regole e senza provocare consapevolmente un danno alle casse pubbliche.</p>
<p>È su questo confine che occorre muoversi con prudenza. Anche la separazione delle carriere, la riorganizzazione degli uffici e i nuovi meccanismi di controllo meritano di essere valutati per gli effetti concreti che produrranno, più che trasformati nell’ennesimo terreno di scontro tra Governo e magistratura.<strong> Con una cautela in più</strong>: ogni riforma di un organo di controllo dovrebbe rafforzarne non soltanto l’efficienza, ma anche l’indipendenza e la percezione di indipendenza, perché l’autorevolezza di chi controlla dipende anche dalla distanza che mantiene da chi è chiamato a controllare.</p>
<p><strong>Sarebbe infatti un errore raccontare questa riforma come una partita con due squadre</strong>: Palazzo Chigi da una parte e la Corte dei conti dall’altra. La questione riguarda qualcosa di assai meno spettacolare, ma molto più importante: come rendere lo Stato capace di decidere e, contemporaneamente, capace di controllare se stesso.</p>
<p>Forse è proprio questa l’occasione che resta ancora da cogliere. <strong>Fare della Corte non un ostacolo all’amministrazione, ma una moderna infrastruttura della buona amministrazione</strong>: più veloce nei giudizi, più forte nell’analisi dei dati, più chiara nel distinguere l’errore dall’illecito e più comprensibile persino ai cittadini.</p>
<p>Perché chi amministra in buona fede deve poter firmare senza paura. <strong>Ma chi paga le tasse deve poter dormire altrettanto tranquillo</strong>, sapendo che qualcuno continua a controllare come vengono spesi i suoi soldi. Machiavelli, probabilmente, avrebbe capito anche questo.</p>
<p>Luigi Bisignani per Il Tempo, 8 agosto 2026</p>
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		<title>Almasri, la falla era nella legge: cosa dice davvero la sentenza della Consulta su Nordio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Terrano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Aug 2026 13:21:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Almasri]]></category>
		<category><![CDATA[carlo nordio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sentenza della Corte costituzionale di fatto smonta il processo politico al governo Meloni</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A distanza di un anno e mezzo da quando il <a href="https://www.nicolaporro.it/zuppa-di-porro/zuppa-di-porro-6-agosto-2025/" target="_blank" rel="noopener"><strong>caso Almasri</strong> </a>divenne un ulteriore motivo di scontro tra magistratura e governo, la <strong>Corte costituzionale</strong> con la sentenza n. 143 depositata il 23 luglio scorso, ha dichiarato illegittimi gli articoli 2 e 4 della legge n. 237 del 2012 &#8211; relativa all’adeguamento delle disposizioni dello statuto istitutivo della Corte penale internazionale &#8211; nella parte in cui non prevedono che il Ministro della giustizia deve trasmettere immediatamente al Procuratore generale presso la Corte d’appello di Roma le richieste di cooperazione provenienti dalla Corte penale internazionale, con la sola ipotesi eccezionale volta a tutelare i preminenti principi costituzionali, comunicando tale decisione, comunque, con una dichiarazione motivata.</p>
<p>Si tratta di una <strong>sentenza additiva</strong> – che aggiunge, cioè, alla disposizione normativa incostituzionale la parte ritenuta mancante &#8211; di grande rilievo, individuando nel testo vigente un vero e proprio vulnus di natura costituzionale. Infatti, la citata legge n. 237 del 2012 attribuiva al Guardasigilli un ruolo esclusivo, ma non fissava tempi stringenti, non regolava adeguatamente l’eventuale inerzia e non imponeva di rendere esplicite e controllabili le ragioni di un diniego.</p>
<p>Il passaggio della sentenza più significativo è quello in cui la Consulta afferma che “al paradigma operativo delineato dalla lettera e dalle interrelazioni sistematiche della normativa vigente si è conformato il contegno di chi, a vario titolo, ha esaminato la domanda di cooperazione”. In poche parole, <strong>i soggetti coinvolti agirono all’interno del procedimento che la legge, in quel momento, prevedeva.</strong> Se quel procedimento consentiva ritardi e incertezze incompatibili con gli obblighi derivanti dallo Statuto di Roma, il difetto era, innanzitutto, normativo e, pertanto, è stato necessario l’intervento della Corte costituzionale per aggiungere – ecco perché si parla di sentenza additiva – la parte mancante.</p>
<p>Nel febbraio 2025, <a href="https://www.nicolaporro.it/caso-almasri-lautogol-dei-giudici-su-nordio-e-meloni/" target="_blank" rel="noopener">su questo sito</a>, avevo osservato che la legge italiana recepiva un modello antiquato, ancora influenzato dalla logica ottocentesca dell’estradizione e dall’intermediazione politica del ministro. Inoltre, avevo sottolineato che lo Statuto di Roma impone allo Stato italiano un obbligo di piena cooperazione con la Corte penale internazionale e che un’interpretazione meramente formalistica finiva per contraddire la ratio stessa della disciplina.</p>
<p>La Consulta, oggi, muove dalla medesima contraddizione. La Corte penale internazionale non opera, infatti, secondo lo schema orizzontale dei rapporti tra Stati sovrani: la cooperazione ha carattere tendenzialmente verticale e gli Stati ne costituiscono, con un’espressione particolarmente efficace, le “braccia” e le “gambe”. Proprio per questo,<strong> la repressione dei crimini più gravi non tollera rallentamenti</strong>, silenzi o “indugi arbitrari”.</p>
<p>Il caso Almasri, quindi, non poteva essere letto attraverso la comoda scorciatoia dell’automatica “colpa politica”, e, a tal proposito, avevo segnalato l’inadeguatezza della legge n. 237 del 2012, sostenendo che la soluzione doveva essere cercata nella coerenza tra disciplina interna ed obblighi internazionali e non nel trattare come un crimine una decisione politica dell’Esecutivo.</p>
<p><strong>Questo non significa sostenere che la sentenza abbia approvato ogni scelta compiuta nel caso concreto</strong>. La Corte costituzionale ha stabilito un fatto giuridico difficilmente aggirabile: il sistema legislativo applicato nel gennaio 2025 era viziato nella sua architettura giuridica e non offriva regole adeguate volte ad impedire o a contestare l’inerzia del Ministro della giustizia. Non si tratta di una distinzione da poco. Infatti, nello Stato di diritto la responsabilità penale è personale e non nasce dal clamore mediatico e non può essere ricavata a posteriori da un obbligo procedurale che la Corte costituzionale ha introdotto solamente con questa pronuncia, colmando una lacuna della legge.</p>
<p>La sentenza contiene, inoltre, anche un principio liberale che merita di essere difeso senza esitazioni: <strong>nessun potere può essere <em>legibus solutus</em></strong>. Pertanto, nemmeno una scelta politica discrezionale può rimanere tacita, indefinita nel tempo e sottratta ad ogni controllo. Alla luce di ciò, il ministro dovrà agire immediatamente o trasmettendo la richiesta della Corte penale internazionale al Procuratore generale presso la Corte d’appello di Roma oppure opponendo un diniego altrettanto immediato, esplicito e motivato dalla tutela di principi costituzionali preminenti. Inoltre, questa scelta potrà essere anche contestata attraverso il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato.</p>
<p>Detto ciò, la sentenza n. 143 non autorizza alcuna parte politica a piegare il diritto alle rispettive convenienze. Tuttavia, smentisce quanti avevano raccontato la vicenda di Almasri come se nel gennaio 2025 esistesse già un obbligo legislativo univoco, immediato e corredato da conseguenze automatiche, deliberatamente violato dal governo Meloni. <strong>Quell’obbligo non c’era, tanto è vero che la Consulta si è dovuta pronunciare con una sentenza additiva</strong>.</p>
<p>Alla luce di ciò, la lezione è duplice: da un lato l’Italia deve cooperare lealmente con la Corte penale internazionale nella repressione dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra, mentre, dall’altro, la sentenza impone che le controversie tra magistratura e governo non possono essere risolte tramite <strong>processi celebrati sulle prime pagine dei giornali</strong>. Occorrono, quindi, norme chiare ma anche confini precisi tra poteri.</p>
<p>Ciò dimostra che non è giuridicamente serio trasformare una vicenda procedurale complessa come questa in una prova immediata di responsabilità del ministro Nordio e, di conseguenza, dell’intero governo Meloni.</p>
<p>Giovanni Terrano, 8 agosto 2026</p>
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		<title>Errori giudiziari, è ora di studiare i bias cognitivi delle toghe</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/errori-giudiziari-e-ora-di-studiare-i-bias-cognitivi-delle-toghe/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Aug 2026 11:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Approvata la giornata nazionale per le vittime delle toghe che sbagliano. Ecco perché vanno studiati i bias cognitivi dei magistrati</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Finalmente il Parlamento italiano ha approvato <a href="https://www.nicolaporro.it/tortora-lastensione-della-vergogna/" target="_blank" rel="noopener">la giornata nazionale dedicata alle vittime degli errori giudiziari</a>. Grata, i miei pensieri vanno a <strong>Enzo Tortora,</strong> a <a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/chiedete-a-lui-se-bisogna-riformare-la-giustizia/" target="_blank" rel="noopener">Beniamino Zuncheddu</a>, ad Angelo Massaro, e a tante altre vittime, e ai loro cari. Personalmente coltivo il dubbio e penso possa in futuro entrare in questa lista di orrori subiti anche <strong>Alberto Stasi</strong> ma ancora non è certo, è solo il mio sentire.</p>
<p>Penso che proclamare questa giornata sia un primissimo grande passo per riconoscere che questi errori esistono. L’essere umano può sbagliare, e può essere vittima anche di Bias Cognitivi, anche gli inquirenti e i magistrati. L’Avvocato Gian Domenico Caiazza ha commentato: “Penso con emozione a quanto Enzo ne sarebbe orgoglioso. <strong>E guardo con sconcerto ai Don Abbondio nostrani che si sono astenuti</strong>. Ma sappiate che questa è solo una delle molte cambiali che PD, AVS e 5 Stelle sanno di dover pagare alla leadership politica di ANM per la vittoria del NO”.</p>
<p>Un commento forte, che fa riflettere.</p>
<p>I bias cognitivi vengono studiati approfonditamente nelle professioni dove decisioni umane implicano rischi elevati o conseguenze vitali. Ad esempio li analizzano i piloti di linea, i piloti militari, i medici… E i magistrati? Gli inquirenti? <strong>Nessuno vuole parlare di questo delicato ed evidente aspetto psicologico</strong>: esistono distorsioni del giudizio che riguardano i processi penali e anche i processi mediatici. Studiamoli allora! Riconoscere gli errori è l’unico modo intellettualmente onesto di poter migliorare, apprendere, evitare nuovi errori. Negare gli errori, anzi tacerli, è disonesto, pericoloso. Non fa onore a uno Stato di diritto. Psicologia e neuroscienze ci possono spiegare i meccanismi mentali che possono <strong>alterare la percezione delle prove</strong>, distorcere la ricostruzione dei fatti, allontanare dalle disconferme, portando a gravi errori. Il nostro cervello prova a evitare il sovraccarico con semplificazioni, scorciatoie, ripetizioni. Non sto parlando di meccanismi culturali, filosofici. I Bias ineriscono alla biologia, fisiologia, chimica…</p>
<p>Spesso <strong>non si vuole inconsciamente ammettere l’errore</strong>, dopo aver investito mesi di duro lavoro o pensieri su una specifica teoria accusatoria. L’investimento emotivo non ci permette di cambiare direzione e ripartire. A volte perfino si vuole mostrare a se stessi e agli altri di non aver sbagliato strada, continuando a percorrere quella vecchia. E chi ne paga il prezzo? La vittima di errore giudiziario, la vittima di processi mediatici, i quali sappiamo in grande maggioranza rimangono ancorati alla fase delle indagini.</p>
<p>L’ancoraggio, uno dei bias cognitivi più noti. <strong>Dobbiamo mollare gli ormeggi e invece ci accaniamo sul non cambiare idea</strong>. Il cervello a volte inconsapevolmente riadatta, distorce e persino inventa i dettagli per per mantenere le informazioni coerenti tra loro e in linea con le proprie convinzioni iniziali. Per questo motivo tutti noi dovremmo sempre coltivare il dubbio. Ci affezioniamo invece alle certezze, alle illusioni, alle suggestioni, alle convinzioni. Ma non sono reali. Perché la mente a volte mente.</p>
<p>Dott.ssa Paola Dora, 6 agosto 2026<br />
*Psicologa</p>
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		<title>Caso Delmastro, perché è giusto limitare l&#8217;uso delle chat ai pm</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/caso-delmastro-perche-e-giusto-limitare-luso-delle-chat-ai-pm/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Maggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Aug 2026 08:32:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Delmastro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un liberale deve diffidare della tentazione di sacrificare le garanzie processuali quando il bersaglio è un avversario. Tipo Delmastro</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/caso-delmastro-perche-e-giusto-limitare-luso-delle-chat-ai-pm/">Caso Delmastro, perché è giusto limitare l&#8217;uso delle chat ai pm</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni volta che emerge una nuova vicenda giudiziaria che coinvolge un esponente politico, il dibattito pubblico italiano sembra dimenticare <strong>un principio fondamentale dello Stato di diritto</strong>: il processo si svolge nelle aule di giustizia, non sui giornali né sui social. <a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/caso-delmastro-il-parlamento-ha-un-sussulto-col-voto-segreto-negate-la-chat-ai-pm/" target="_blank" rel="noopener">Il caso delle chat di <strong>Andrea Delmastro</strong></a> è l&#8217;ennesima dimostrazione di questa deriva. Al centro della polemica non c&#8217;è una condanna, non c&#8217;è neppure un&#8217;imputazione relativa a quelle conversazioni, ma la richiesta della Procura di acquisire alcuni messaggi nell&#8217;ambito di un&#8217;indagine riguardante <strong>Mauro Caroccia.</strong> La Camera, dopo il passaggio in Giunta, ha negato l&#8217;autorizzazione al sequestro e all&#8217;utilizzo delle chat, ritenendo che si trattasse di corrispondenza parlamentare tutelata dall&#8217;articolo 68 della Costituzione. La decisione ha inevitabilmente diviso la politica tra chi parla di &#8220;scudo&#8221; e chi di difesa delle prerogative parlamentari.</p>
<p>Il punto, però, è un altro.</p>
<p>Un liberale dovrebbe sempre diffidare della tentazione di <strong>sacrificare le garanzie processuali</strong> quando il bersaglio è un avversario politico. Le garanzie non esistono per proteggere gli innocenti: esistono soprattutto per impedire che il potere dello Stato possa essere esercitato senza limiti nei confronti di chiunque. È un principio antico, che precede perfino il liberalismo moderno. Lo Stato dispone della forza, della polizia, della magistratura, della capacità di investigare e di limitare le libertà individuali. Il cittadino, invece, ha soltanto i propri diritti. Quando questi vengono compressi in nome dell&#8217;efficienza investigativa, <strong>il rischio è che l&#8217;eccezione diventi la regola</strong>. Naturalmente questo non significa che un parlamentare debba godere di privilegi personali. Se emergessero elementi sufficienti per contestare un reato, sarebbe giusto procedere come nei confronti di qualsiasi altro cittadino. Il principio liberale non è l&#8217;impunità della classe politica; è l&#8217;uguaglianza davanti alla legge.</p>
<p>Proprio per questo occorre <strong>distinguere tra due piani</strong> che troppo spesso vengono confusi.</p>
<p>Il primo è quello politico. È perfettamente legittimo discutere dell&#8217;opportunità di determinati rapporti personali, della prudenza che un uomo delle istituzioni dovrebbe mantenere e dell&#8217;immagine che ne deriva.</p>
<p>Il secondo è quello giudiziario. Qui non valgono impressioni, sospetti o suggestioni. <strong>Servono prove, procedure corrette e rispetto delle garanzie costituzionali</strong>. Negli ultimi trent&#8217;anni l&#8217;Italia ha spesso imboccato la strada opposta. Si è diffusa una cultura secondo cui ogni richiesta della magistratura dovrebbe essere automaticamente accolta e qualsiasi limite imposto dalla Costituzione verrebbe percepito come un ostacolo alla giustizia. È una visione comprensibile sul piano emotivo, ma pericolosa sul piano istituzionale.</p>
<p>Il costituzionalismo liberale nasce proprio dall&#8217;idea che anche <strong>il potere giudiziario debba incontrare dei limiti</strong>. Nessun potere può essere assoluto. Non quello politico, non quello amministrativo e nemmeno quello giudiziario. Per questo motivo il dibattito dovrebbe concentrarsi meno sulla simpatia o antipatia nei confronti di Delmastro e molto di più sulla domanda di fondo: vogliamo che le garanzie costituzionali valgano soltanto quando riguardano il politico che votiamo oppure anche quando riguardano il nostro avversario?  La risposta liberale può essere una sola. Le regole dello Stato di diritto non si modificano in funzione del nome scritto sul fascicolo. Se oggi rinunciamo a una garanzia perché il destinatario ci è antipatico, domani quella stessa garanzia potrebbe mancare quando a essere coinvolto sarà qualcuno che riteniamo innocente.</p>
<p><strong>È questo il vero banco di prova del garantismo</strong>: difendere i principi quando è più difficile farlo, non quando è conveniente. Perché la libertà non si misura dalla severità con cui colpiamo il nemico politico, ma dalla forza delle garanzie che siamo disposti a riconoscere anche a lui.</p>
<p>Lorenzo Maggi, 6 agosto 2026</p>
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		<title>Askatasuna aveva querelato, gli è andata male</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/askatasuna-aveva-querelato-gli-e-andata-male/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Enrico Foscarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2026 17:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Askatasuna]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Archiviate le accuse contro Nicola Porro, Quarta Repubblica e la cronista che si era occupata dell'inchiesta sugli antagonisti</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/askatasuna-aveva-querelato-gli-e-andata-male/">Askatasuna aveva querelato, gli è andata male</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Alla fine è finita nel nulla la querela che <strong>Askatasuna</strong>, <a href="https://www.nicolaporro.it/il-regalino-di-babbo-sgombero-ciao-ciao-a-leoncavallo-e-askatasuna/" target="_blank" rel="noopener">il centro sociale di Torino poi sgomberato</a>, aveva presentato nei confronti di <strong>Nicola Porro</strong> e di una cronista di<strong><em> Quarta Repubblica</em></strong>, di alcuni ospiti della trasmissione e della parlamentare leghista Simonetta Matone.</p>
<p>Il Gip di Torino, Claudia Masucci, scrive che si impone &#8220;il rigetto delle opposizioni e l&#8217;accoglimento della <strong>richiesta di archiviazione,</strong> in quanto difettano gli elementi costitutivi del reato o, comunque, viene in rilievo l&#8217;applicazione di una scriminante. Appare superfluo, d&#8217;altra parte, l&#8217;espletamento delle investigazioni suppletive indicate nelle opposizioni all&#8217;archiviazione, in quanto sostanzialmente irrilevanti ai fini della qualificazione giuridica dei fatti per cui si procede, che prescinde dall&#8217;esito di tali approfondimenti investigativi&#8221;.</p>
<p>I compagni di Aska avevano presentato querela per diffamazione e pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale durante tre puntate andate in onda tra gennaio e febbraio del 2025. Dopo aver indagato, la procura aveva chiesto archiviazione non ritenendo che ricorressero gli estremi dei reati contestati. &#8220;Gli atti d&#8217;indagine di cui si lamenta la pubblicazione consistono, di fatto, in un numero assai limitato di brani estrapolati dall&#8217;informativa, <strong>contenenti principalmente stralci dei cosiddetti brogliacci di intercettazioni</strong> che, come evincibile dalla sentenza di primo grado acquisita agli atti, erano state trascritte all&#8217;esito di una perizia e acquisite al fascicolo del dibattimento in termini del tutto conformi a quanto risultante dalle trascrizioni effettuate dalla polizia giudiziaria&#8221;, scrive il gip nell&#8217;archiviazione. Inoltre, i passaggi riportati non avrebbero inciso sul buon andamento della giustizia.</p>
<p>Per quanto riguarda la diffamazione, invece, si applicano il diritto di cronaca e di quello di critica, trattandosi di notizie di interesse pubblico e comunque espresse entro i limiti della continenza. &#8220;Nei servizi andati in onda il 20 gennaio, il 27 gennaio ed il 10 febbraio 2025, nel corso dei quali è sempre stato garantito il contraddittorio, con la partecipazione di ospiti aventi opinioni tra loro diverse, è stato ben chiarito come alcuni attivisti di Askatasuna fossero imputati in un procedimento, ancora in corso, in cui erano stati contestati, tra l&#8217;altro, i delitti di associazione a delinquere ed estorsione&#8221;, si legge nel provvedimento.</p>
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		<title>SUCCUBI DELLE TOGHE</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/succubi-delle-toghe/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2026 13:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Avs]]></category>
		<category><![CDATA[Enzo Tortora]]></category>
		<category><![CDATA[m5s]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'astensione sulla giornata per Enzo Tortora è una delle pagine più buie della sinistra italiana</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Che bella combriccola&#8221; cit. <strong>Gaia</strong> <strong>Tortora.</strong> Guardateli bene in faccia perché questi sono quelli che ci fanno la morale un giorno si e l&#8217;altro pure. Ieri mattina a Montecitorio è arrivato il via libera all&#8217;istituzione di una Giornata nazionale in memoria di <strong>Enzo Tortora</strong> e <a href="https://www.nicolaporro.it/tortora-lastensione-della-vergogna/" target="_blank" rel="noopener">di tutte le vittime di errori giudiziari.</a> Un momento solenne per ricordare una delle pagine più buie della nostra giustizia e chi ha pagato ingiustamente sulla propria pelle. Ebbene, di fronte a tutto questo, PD, M5S e AVS hanno scelto l&#8217;astensione.</p>
<p>Un voto che la dice lunga sulle vere priorità di queste forze politiche. È evidente: <strong>si tratta della cambiale da pagare all&#8217;Associazione Nazionale Magistrati</strong>, un tributo silenzioso dopo le posizioni assunte sui vari referendum sulla riforma dell&#8217;ordinamento giudiziario e sulla separazione delle carriere.</p>
<p>Voltarsi dall&#8217;altra parte su un tema che tocca i diritti fondamentali e le garanzie costituzionali per non irritare le correnti della magistratura <strong>è una sudditanza politica e psicologica imbarazzante</strong>. Calpesta la memoria di chi, come Tortora, è stato distrutto da un sistema che non ha saputo ammettere i propri errori, e dimostra una sottomissione totale alle logiche corporative.</p>
<p>La politica dovrebbe difendere i cittadini dagli abusi, non <strong>tremare davanti alle toghe</strong>. Davvero non so come facciano a non provare vergogna.</p>
<p>Massimo Micheli, 5 agosto 2026</p>
<p><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/tortora-lastensione-della-vergogna/">Tortora: l&#8217;astensione della vergogna</a> di Salvatore Di Bartolo</li>
</ul>
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		<title>Strage di Bologna, dubitare della sentenza di può</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Taradash]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2026 08:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[strage di Bologna]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Davvero è obbligatorio schierarsi con una sentenza definitiva per non essere tacciati di negazionismo o di nostalgie fasciste? Davvero non è più lecito dubitare delle sentenze definitive, ad esempio di quella che condannò definitivamente il piccolo delinquente di borgata Scarantino per l’attentato che uccise Borsellino e la sua scorta? O di quella, oggi ancora di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Davvero è obbligatorio schierarsi con una sentenza definitiva per non essere tacciati di negazionismo o di nostalgie fasciste? Davvero<strong> non è più lecito dubitare delle sentenze definitive</strong>, ad esempio di quella che condannò definitivamente il piccolo delinquente di borgata Scarantino per l’attentato che uccise Borsellino e la sua scorta? O di quella, oggi ancora di attualità, che condannò definitivamente <strong>Alberto Stasi</strong> per il delitto di Garlasco?</p>
<p>Davvero è obbligatorio in un paese che si basa su istituzioni liberali identificare<strong> la verità giudiziaria e quella storica</strong>, principio da paese teocratico e per nulla democratico?</p>
<p>Davvero si può dimenticare l’appello “E se fossero innocenti” promosso nel 1994 anche da personalità autorevoli della sinistra riguardo agli imputati, giudiziariamente colpevoli, della strage, e fra loro c’erano Giacomo Mancini, Rossana Rossanda, Luigi Manconi, Mauro Palma, Franca Chiaromonte, Carla Rocchi, Mimmo Pinto. Andrea Colombo, Ersilia Salvato, Giovanni Minoli, Niccolò Amato, Luigi Covatta, Letizia Paolozzi e altri ancora?</p>
<p>Può una sentenza definitiva cancellare i dubbi, o peggio mobilitare la buona coscienza collettiva contro i reprobi che non vi si arrendono?</p>
<p>Marco Taradash, 3 agosto 2026</p>
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		<title>Tortora: l&#8217;astensione della vergogna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvatore Di Bartolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2026 06:30:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Avs]]></category>
		<category><![CDATA[Enzo Tortora]]></category>
		<category><![CDATA[m5s]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pd, Avs e M5S non votano per la giornata dedicata alle vittime degli errori giudiziari</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;astensione di <strong>PD,</strong> <strong>Movimento 5 Stelle</strong> e <strong>Alleanza Verdi e Sinistra</strong> sulla giornata dedicata a <strong>Enzo Tortora</strong> non è soltanto una sgrammaticatura parlamentare: è l&#8217;ennesima dimostrazione di una subcultura giustizialista difficile da estirpare. Ha perfettamente ragione la figlia, <strong>Gaia</strong>, quando definisce &#8220;ridicole&#8221; le giustificazioni addotte e &#8220;incommentabili&#8221; i protagonisti di questa scelta.</p>
<p>Rifugiarsi dietro <strong>cavilli tecnici e pretesti procedurali</strong> per non sostenere un&#8217;iniziativa che rende omaggio alla figura simbolo delle vittime della malagiustizia significa cedere all&#8217;ipocrisia più becera. <strong>Enzo Tortora</strong> non appartiene a una parte politica: rappresenta una ferita ancora aperta nella storia della Repubblica e un monito permanente a tutela delle garanzie di ogni cittadino.</p>
<p>Vedere le opposizioni sfilarsi davanti a un atto di civiltà per puro calcolo politico, o forse per non scontentare i soliti pm-star, è un gesto destinato a lasciare il segno. Per una sinistra autenticamente liberale e garantista, <strong>il garantismo dovrebbe rappresentare un pilastro irrinunciabile</strong> e un presidio di libertà, non una bandiera di convenienza da ammainare al primo soffio di partito.</p>
<p>Arrampicarsi sugli specchi evocando la mancanza di un adeguato confronto in commissione per giustificare un&#8217;astensione che, nei fatti, equivale a una presa di distanza dal provvedimento <strong>è semplicemente vergognoso</strong>. Invece di cogliere l&#8217;occasione per fare i conti con gli errori del passato e riaffermare il primato del giusto processo, si è preferito rimanere ostaggio di un manettarismo di ritorno.</p>
<p>È l&#8217;ennesima occasione persa: una scelta che finisce per trasformare una doverosa memoria collettiva nell&#8217;ennesimo squallido teatrino ideologico.</p>
<p>Salvatore Di Bartolo, 5 agosto 2026</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Ma le carceri non si svuotano: si costruiscono</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/ma-le-carceri-non-si-svuotano-si-costruiscono/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/ma-le-carceri-non-si-svuotano-si-costruiscono/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Carta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Aug 2026 10:59:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Carceri]]></category>
		<category><![CDATA[carlo nordio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nicolaporro.it/articoli/?p=336343</guid>

					<description><![CDATA[<p>La mossa del ministro Nordio e la possibilità di far uscire di galera 10mila perone tossicodipendenti</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sorprende che un governo di <strong>centrodestra,</strong> che fa della sicurezza un punto fondamentale del proprio programma, presenti come «epocale» un provvedimento che, nelle intenzioni, dovrebbe consentire a <strong>migliaia di condannati</strong> di uscire dal carcere e proseguire l’esecuzione della pena in strutture terapeutiche o in altri luoghi ritenuti idonei.</p>
<p>Il <strong>sovraffollamento penitenziario è certamente un problema</strong> reale, ma non può essere risolto semplicemente riducendo il numero delle persone presenti nelle celle senza aumentare concretamente la capacità dello Stato di custodire, trattare e controllare chi è stato condannato.</p>
<p>Il ministro Nordio ha indicato <strong>una platea potenziale di 10.000 detenuti</strong>, sebbene, secondo la stampa, le risorse attualmente stanziate sembrino sufficienti per poche centinaia di persone. È però la prospettiva politica a destare preoccupazione. Il limite della pena ancora da scontare è infatti fissato in otto anni: una soglia tutt’altro che modesta, che può riguardare condanne per fatti di significativa gravità oppure il cumulo di numerosi reati.</p>
<p>Chi conosce davvero la sicurezza sa che spesso <strong>una condanna definitiva non rappresenta l’esito di un singolo episodio occasionale</strong>, ma il punto di arrivo di una lunga sequenza di reati, interventi di polizia, denunce, indagini, processi e tentativi falliti di contenere una condotta pericolosa. Liberare le strade dalla criminalità è difficile; arrivare a una condanna definitiva lo è ancora di più. Quando finalmente lo Stato riesce ad assicurare un autore di reati all’esecuzione della pena, non dovrebbe affrettarsi a riportarlo all’esterno senza una valutazione estremamente rigorosa del rischio.</p>
<p><strong>Leggi anche:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/la-grande-illusione-dei-domiciliari-ai-tossicodipendenti/">La grande illusione dei domiciliari ai tossicodipendenti</a></li>
</ul>
<p>Per percepire queste criticità sarebbe necessario confrontarsi con coloro che <strong>ogni giorno tutelano la nostra sicurezza</strong>: poliziotti, magistrati di sorveglianza, operatori delle comunità e familiari delle persone dipendenti.</p>
<p>Si scoprirebbe, per esempio, che<strong> i detenuti con problemi di tossicodipendenza o alcoldipendenza sono i più complessi da gestire</strong> proprio per le condizioni di instabilità, le crisi di astinenza, le patologie concomitanti e la difficoltà di assicurare continuità ai percorsi terapeutici. Si scoprirebbe che <strong>non sempre le famiglie sono in grado, o semplicemente disponibili, a farsi carico</strong> di situazioni che possono essere diventate ingestibili. La detenzione domiciliare non può trasformarsi nel trasferimento alla famiglia di una responsabilità che appartiene allo Stato. Né la generica individuazione di un «luogo idoneo» può sostituire la presenza di una struttura realmente attrezzata, dotata di personale qualificato, capacità terapeutica e strumenti di controllo.</p>
<p>Ogni ampliamento delle misure domiciliari comporta inoltre conseguenze operative che non possono essere ignorate. <strong>Le forze dell’ordine dovranno verificare il rispetto delle relative prescrizioni</strong>, effettuare controlli, intervenire in caso di allontanamento e ricercare chi si sottragga alla misura. Le eventuali evasioni produrranno nuove denunce, nuovi procedimenti penali e ulteriori carichi per una giustizia e per apparati di sicurezza già fortemente sotto pressione.</p>
<p>C’è poi un problema di credibilità della pena. Non si tratta di sostenere una concezione meramente afflittiva né di punire qualcuno soltanto per “dare l’esempio” agli altri, ma la collettività deve poter confidare nell’effettività delle sentenze e chi delinque deve sapere che una condanna definitiva comporta conseguenze reali.</p>
<p>Un sistema nel quale <strong>persino una pena residua di otto anni può essere eseguita fuori dal carcere</strong> trasmette il messaggio che anche dopo una sentenza irrevocabile per reati gravi o reiterati, la detenzione carceraria resti un’eventualità facilmente superabile. In questo modo non <strong>si indebolisce soltanto la funzione preventiva della pena</strong>, ma anche la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e il lavoro degli operatori che quei responsabili hanno faticosamente consegnato alla giustizia.</p>
<p><strong>Il sovraffollamento si affronta costruendo nuovi istituti o recuperando quelli inutilizzati</strong> e rendendo realmente operative le strutture terapeutiche, non facendo uscire i detenuti. Sarebbe come pretendere di affrontare il sovraffollamento degli ospedali dimettendo i malati: i posti letto risulterebbero liberati, ma i malati resterebbero malati e si aggraverebbero. Allo stesso modo, se una persona continua a essere pericolosa, il suo trasferimento fuori dal carcere non elimina il problema: lo trasferisce sulle famiglie, sulle comunità, sulle forze dell’ordine e, in definitiva, sui cittadini.</p>
<p>Una politica della sicurezza non può prescindere dall’ascolto di chi quella sicurezza la garantisce quotidianamente, con fatica e spesso <strong>assumendosi rischi personali, professionali e giudiziari</strong>. La sicurezza che abbiamo nelle nostre strade non è mai troppa e non è acquisita una volta per tutte: è una sicurezza faticosamente conquistata, giorno dopo giorno, e non va dilapidata.</p>
<p>Giorgio Carta, 2 agosto 2026</p>
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]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>La grande illusione dei domiciliari ai tossicodipendenti</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/la-grande-illusione-dei-domiciliari-ai-tossicodipendenti/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/la-grande-illusione-dei-domiciliari-ai-tossicodipendenti/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 07:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[droga]]></category>
		<category><![CDATA[tossicodipendenza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nicolaporro.it/articoli/?p=335813</guid>

					<description><![CDATA[<p>La norma evita il carcere, ma rischia di scontrarsi con pochi posti disponibili, burocrazia e servizi di recupero già difficili</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I domiciliari ai tossicodipendenti sono un percorso ad ostacoli per pochi posti,</strong> che non cambierà le cose. Qualsiasi norma che eviti il carcere è sicuramente meglio di nuovi reati o indurimenti di pena, ma prevedere i domiciliari per “tossicodipendenti” o <strong>“alcoldipendenti”</strong> che aderiscono a programmi di “recupero” vuol dire non affrontare il problema alla radice e, allo stesso tempo, creare una serie di ostacoli burocratici e sovrapposizioni o coordinamenti di istituzioni slegate tra loro. Questa legge mette sullo stesso piano la criminogenicità di sostanze psicoattive legali e illegali, gli alcolici si comprano tranquillamente dovunque, le sostanze stupefacenti pure.</p>
<p>Ma solo in contesti al di fuori della legge, <strong>se l’uso personale è sostanzialmente depenalizzato,</strong> salvo la reiterazione della condotta, costi, rischi e danni non sono sotto controllo perché si parla di sostanze proibite. Non solo,<strong> l’Italia si distingue anche per scarsa attenzione</strong>, per non dire boicottaggio, alla riduzione del danno, politiche che prevedono sì terapie sostitutive, o in alcuni casi uso sotto controllo medico della stessa sostanza che si usa problematicamente, ma non necessariamente, o esclusivamente, a scalare fino all’astinenza totale.</p>
<p>Quanto potranno essere efficaci programmi basati su un approccio ideologico e non sulla pragmaticità del rapporto medico paziente? Infine, visto che la certificazione di “tossicodipendenza” è, spesso, antecedente all’ingresso nel circuito penale ed è in capo ai servizi territoriali per le dipendenze, che ne sarà di chi non è cittadino italiano che non conosce la lingua né la possibilità di poter usufruire dell’assistenza socio-sanitaria che esiste? Nella stragrande maggioranza dei casi<strong> i “tossicodipendenti” che delinquono lo fanno o per garantirsi approvvigionamenti</strong>, o perché facenti parte di giri criminali o perché dopo anni di condotte fuorilegge non riescono a reinserirsi attivamente nella società. Scontare la pena ai domiciliari, sempre che abbiano un domicilio, come li potrà mai “recuperare”?</p>
<p>Marco Perduca, 1 agosto 2026</p>
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]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>&#8220;Messaggio positivo e sul disarmo&#8221;. E il giudice grazia chi imbrattò la Leonardo</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/messaggio-positivo-e-sul-disarmo-e-il-giudice-grazia-chi-imbratto-la-leonardo/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/messaggio-positivo-e-sul-disarmo-e-il-giudice-grazia-chi-imbratto-la-leonardo/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 13:51:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Leonardo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nicolaporro.it/articoli/?p=334776</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il giudice ha disposto l'archiviazione dell'inchiesta che coinvolgeva ventidue attivisti di Extinction Rebellion</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/messaggio-positivo-e-sul-disarmo-e-il-giudice-grazia-chi-imbratto-la-leonardo/">&#8220;Messaggio positivo e sul disarmo&#8221;. E il giudice grazia chi imbrattò la Leonardo</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La protesta contro la guerra può giustificare l&#8217;imbrattamento di una struttura? Per il tribunale di Torino, almeno in questo caso, la vicenda non ha rilievo penale. Il giudice ha infatti disposto l&#8217;archiviazione dell&#8217;inchiesta che coinvolgeva ventidue attivisti di <strong>Extinction Rebellion</strong> per la manifestazione del 14 marzo 2025 davanti allo stabilimento Leonardo di corso Marche.</p>
<p>Gli indagati, di età compresa tra 22 e 74 anni, erano accusati di violenza privata, mentre per quattro di loro era stata contestata anche l&#8217;ipotesi di imbrattamento. La protesta, organizzata in occasione della visita a Torino del presidente del Consiglio <strong>Giorgia Meloni,</strong> aveva visto alcuni manifestanti arrampicarsi sulla vecchia ciminiera dell&#8217;impianto, appendere lo striscione &#8220;La guerra parte da qui&#8221; e comporre, con corde e imbracature, la scritta &#8220;Life not war&#8221;.</p>
<p>Al termine delle indagini, il sostituto procuratore aveva chiesto l&#8217;archiviazione ritenendo che &#8220;tutte le condotte sono state penalmente non rilevanti&#8221;. Una valutazione condivisa dalla giudice Claudia Masucci. In merito alla contestazione di violenza privata, il provvedimento evidenzia che &#8220;gli indagati non hanno compiuto atti di violenza né minaccia&#8221;. Quanto all&#8217;imbrattamento, il giudice ha osservato che &#8220;la scritta, per quanto estesa, è stata vergata su <strong>una torre in disuso, priva di valenza estetica</strong>&#8220;.</p>
<p>Nel decreto si sottolinea inoltre che la rimozione della scritta non avrebbe comportato particolari difficoltà né costi rilevanti. <strong>Il preventivo di 10mila euro presentato da Leonardo è stato ritenuto &#8220;non documentato&#8221;</strong>. Ma il passaggio che ha suscitato più discussioni riguarda la motivazione secondo cui &#8220;Il messaggio veicolato era positivo e volto a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla pace e il disarmo&#8221;.</p>
<p>Una motivazione destinata inevitabilmente a far discutere. Il dissenso e la protesta sono diritti garantiti dalla Costituzione, ma resta aperto il tema del rapporto tra libertà di manifestazione del pensiero e tutela della proprietà privata. Il fatto che un gesto venga compiuto per sostenere una causa ritenuta nobile può incidere sulla sua valutazione?</p>
<p>Durissima la reazione di Fratelli d&#8217;Italia. Il vicecapogruppo in Consiglio regionale del Piemonte, Roberto Ravello, ha definito la decisione &#8220;preoccupante perché rischia di introdurre una sorta di<strong> liberalizzazione ideologica dell’imbrattamento</strong>&#8220;. Secondo l&#8217;esponente di FdI, &#8220;Emergono due principi sconcertanti: da un lato l’idea che un immobile ritenuto privo di particolare pregio estetico possa essere danneggiato impunemente; dall’altro, che sia lecito imbrattare beni altrui a seconda del contenuto del messaggio. Ma chi stabilirà, d’ora in avanti, quali messaggi meritano tutela e quali no?&#8221;. Ravello ha poi aggiunto: &#8220;Quale sarà il confine tra libertà di espressione e violazione della proprietà altrui? È, questa, una deriva preoccupante e pericolosa che rischia di subordinare la legalità a valutazioni soggettive o ideologiche&#8221;.</p>
<p>Di segno opposto la posizione dei legali degli attivisti, gli avvocati <strong>Gianluca Vitale</strong> e <strong>Marino Careglio,</strong> secondo i quali &#8220;Ancora una volta, la magistratura ha preso le distanze dal tentativo di silenziare il dissenso pacifico, che rientra nei diritti costituzionalmente garantiti di libertà di riunione e di libera manifestazione del pensiero&#8221;. Anche Extinction Rebellion ha accolto con favore la decisione, ribadendo il proprio impegno contro il riarmo e a favore della transizione ecologica e sostenendo che &#8220;in un mondo al collasso, difendere la vita è l’unica scelta possibile&#8221;.</p>
<p><iframe title="Extinction Rebellion, striscione sulla ciminiera di Leonardo a Torino: &quot;La guerra parte da qui&quot;" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/ffumgKYQ768?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/messaggio-positivo-e-sul-disarmo-e-il-giudice-grazia-chi-imbratto-la-leonardo/">&#8220;Messaggio positivo e sul disarmo&#8221;. E il giudice grazia chi imbrattò la Leonardo</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Pizzarotti: sei processi, sei assoluzioni. Ma nessuno lo dice</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/pizzarotti-sei-processi-sei-assoluzioni-ma-nessuno-lo-dice/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/pizzarotti-sei-processi-sei-assoluzioni-ma-nessuno-lo-dice/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 14:21:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[federico pizzarotti]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nicolaporro.it/articoli/?p=333919</guid>

					<description><![CDATA[<p>Dopo tanti procedimenti chiusi senza condanne, torna il tema della gogna giudiziaria</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/pizzarotti-sei-processi-sei-assoluzioni-ma-nessuno-lo-dice/">Pizzarotti: sei processi, sei assoluzioni. Ma nessuno lo dice</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Venerdì il Tribunale di Parma ha assolto <strong>Federico Pizzarotti,</strong> dall’accusa di truffa ai danni dello Stato e falso ideologico, “il fatto non sussiste”. Il procedimento penale è durato cinque anni.</p>
<p>Pizzarotti ha subito sei procedimenti penali, era la sesta volta che si trovava sotto accusa, e ogni volta il procedimento si è chiuso con un’archiviazione, un proscioglimento o <strong>un’assoluzione</strong>. Reputazione infangata per sempre da un sistema che non funziona.</p>
<p>Perché la <strong>gogna</strong> – scrive oggi Pizzarotti – non ha bisogno di una condanna per funzionare. L’assoluzione è una buona notizia, ma nessuno ti ridarà indietro ciò che ti è stato tolto. <strong>E per chi ti ha accusato solo promozioni.</strong></p>
<p>Stefano Esposito, 20 luglio 2026</p>
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		<item>
		<title>Due processi, due verdetti diversi: quando la giustizia non parla la stessa lingua</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio De Santis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2026 16:02:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Roggero]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il gioielliere di Grinzane Cavour è in carcere, ma il paragone con un recente caso di assoluzione riapre il dibattito sul peso del trauma nei processi</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Alla fine <strong>Mario Roggero si è costituito presso il carcere di Fossano,</strong> a seguito della parola fine messa sulla sua vicenda dalla Corte di Cassazione. La prima sezione penale ha infatti condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi il gioielliere di Grinzane Cavour, accusato di omicidio volontario e tentato omicidio per aver ucciso due rapinatori, e ferito un terzo, il 28 aprile del 2021, dopo l’ennesima rapina al suo negozio.</p>
<p>Coincidenza vuole che lo stesso giorno della condanna di Roggero, è uscita sugli organi di stampa una notizia di cronaca, riportata in diversi modi ma che può essere riassunta in questo titolo: <strong>“Uccise la madre malata, assolta per &#8220;stress da assistenza&#8221;</strong>, in cui si riferisce che la Corte d&#8217;Assise di Arezzo ha assolto una signora di 67 anni, accusata di aver ucciso la madre 93enne, malata di Alzheimer e affetta da un progressivo decadimento cognitivo.</p>
<p>Ci si chiederà cosa possa legare i due fatti, apparentemente così diversi tra di loro, se non accomunati da due procedimenti penali per la medesima accusa di omicidio rivolta ai due soggetti: da un lato un gioielliere, all’epoca sessantasettenne, più volte rapinato, <strong>che ha ucciso nel 2021 due criminali;</strong> dall’altro, una signora anch’essa sessantasettenne che, nella notte tra l&#8217;8 e il 9 marzo 2025, ha strangolato la madre nel sonno con un foulard.</p>
<p>Nel primo caso, il gioielliere è stato condannato definitivamente, come accennato, <strong>a 14 anni e 9 mesi di</strong> reclusione, mentre la seconda è stata assolta definitivamente.</p>
<p>Nella vicenda della signora aretina, la Corte, pur preso atto che il PM aveva chiesto <strong>una condanna a 12 anni</strong> sulla base di vizio parziale di mente, ha assolto definitivamente la 67enne, riconoscendo che al momento del delitto &#8220;non fosse in grado di comprendere pienamente il significato della proprie azioni&#8221;, e che l’imputata era in <strong>&#8220;uno stato di ridotta coscienza&#8221;,</strong> come affermato in una perizia medica, &#8220;evocato da una serie di eventi stressogeni sequenziali&#8221;, portando la stessa ad avere forti attacchi di stress, non riuscendo più a riposare nelle ore notturne.</p>
<p>Ma anche la difesa di Roggero, come leggiamo nella sentenza della Corte di Appello di Torino del dicembre del 2025, reperibile in rete, tra i tanti motivi di doglianza contro la sentenza di primo grado, aveva richiamato la sussistenza di un vizio parziale di mente e la possibilità, concreta, di uno stress post-traumatico.</p>
<p>Quello che ci chiediamo è perché alla signora di Arezzo, pensiamo correttamente, sia stato riconosciuto un grave disturbo da stress post-traumatico, riconducibile alle condizioni di salute della madre e al peso dell’attività assistenziale svolta dalla figlia, che ha di fatto annullato la capacità della donna di comprendere il significato delle proprie azioni, mentre<strong> non si è tenuto minimamente conto dello stato psicofisico</strong> del gioielliere, che ha subito cinque rapine totali nel corso della sua carriera lavorativa dal 1990 al 2021.</p>
<p>La più cruenta e devastante quella de<strong>l 22 maggio 2015</strong>, quando due malviventi si introdussero nel negozio, legarono Roggero con delle fascette da elettricista, lo picchiarono brutalmente e lo chiusero nel bagno insieme alla moglie e alla figlia. Roggero riportò il naso rotto, tre costole fratturate, un tendine lesionato e dovette sottoporsi a sei mesi di terapie.</p>
<p>Questi eventi non hanno segnato profondamente lo stato psicologico del gioielliere, <strong>generando un forte trauma pregresso?</strong> Perché non tener conto del trauma del gioielliere, che peraltro, come dichiarò, aveva rincorso i malviventi in quanto “aveva perso di vista la moglie, e aveva temuto che i rapitori l’avessero portata via come ostaggio”?</p>
<p>Perché non ritenere <strong>sussistente</strong> almeno la legittima difesa putativa, tenuto conto che uno dei rapinatori “inseguito, avrebbe nuovamente puntato un’arma (finta) contro Roggero, giustificando la reazione difensiva”?</p>
<p>La difesa del gioielliere in un passaggio sostiene come “l<strong>o stesso Perito riconosca in Roggero una persona sincera</strong> e non manipolatrice e affermi che, al momento dei fatti, egli si trovava nello stato emotivo di chi si attiva per difendere la propria famiglia e sé stesso”.</p>
<p>Insomma, potremmo continuare ed addentrarci nel merito e soprattutto nel tecnicismo, sede, questa, non idonea, ma restano di fondo alcune considerazioni, tra cui quella <strong>dell’Avv. Daniele Terranova</strong> che riporto integralmente dai social: ”Tutte le analisi sul caso Roggero non affrontano compiutamente quello che è il tema centrale, da cui si dovrebbe partire, per fare a valle le successive considerazioni di diritto, ossia il fattore psicologico.</p>
<p>Chiunque<strong> sia vittima di un&#8217;aggressione violenta</strong>, in cui si sente in pericolo di vita, cade immediatamente in uno stato di shock in cui perde la razionalità per lasciare spazio al primordiale istinto di sopravvivenza.</p>
<p>Questo istinto si palesa in due modi: o la vittima rimane pietrificata da terrore incapace di reagire (accade spesso nei casi di violenza sessuale, per questo alcuni non capiscono perché la vittima non si sia opposta con forza) oppure reagisce con tutta la violenza di cui è capace. A volte accadono entrambe, prima il blocco e dopo la violenza. Questo lo sa chiunque lo abbia vissuto sulla sua pelle, cosa che evidentemente <strong>non è capitato a chi lo ha giudicato.</strong></p>
<p>In tali circostanze, pertanto, si dovrebbe parlare di una<strong> temporanea incapacità di intendere</strong> e di volere, dipesa dall&#8217;aggressione altrui, e pertanto di non imputabilità del soggetto che reagisce con violenza, anche sproporzionata”.</p>
<p>Col. (ris.) Sergio De Santis, 18 luglio 2026</p>
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		<title>Caso Roggero, così va cambiata la legge sulla legittima difesa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Franco Battaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2026 06:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[legittima difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Roggero]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le contraddizioni dell'attuale normativa e la proposta di riconoscere all'aggredito il diritto di presumere il massimo pericolo</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Tempo fa, in occasione della notizia di cronaca che informava del risarcimento a delinquenti che avevano subìto danno dalle azioni difensive dell’aggredito, scrissi un articolo ove proponevo <strong>l’introduzione nei codici di una legge</strong> che contenesse una norma dal seguente tono: «Chiunque, introducendosi o trattenendosi illecitamente in un&#8217;abitazione, in un luogo di privata dimora o nelle relative pertinenze, ovvero nel corso della commissione di un delitto commesso con violenza o minaccia, riporta danni alla persona conseguenti alla reazione della persona offesa o di terzi intervenuti in suo soccorso, non ha diritto ad alcun risarcimento qualora la reazione, <strong>valutata con riguardo alle circostanze concretamente percepibili al momento del fatto,</strong> sia stata determinata dalla necessità di impedire o respingere l&#8217;offesa. Ai fini dell&#8217;applicazione del presente articolo non rileva che successivamente risulti che l&#8217;autore del fatto fosse disarmato, non intendesse proseguire l&#8217;offesa o non fosse in grado di proseguirla. La presente disposizione non si applica quando il danno sia stato cagionato dopo che l&#8217;autore del fatto illecito non era più in grado di proseguire l&#8217;offesa ovvero si era volontariamente arreso o consegnato alla persona offesa, a terzi o all&#8217;autorità».</p>
<p>La legittima difesa è<strong> regolata da almeno tre articoli dei codici: il 52 e il 55 del codice penale</strong> e il 2044 del codice civile. Il comma 1 del 52 c.p. recita: «Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un&#8217;offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all&#8217;offesa». I commi successivi dell’articolo chiariscono le condizioni di sussistenza della detta proporzionalità, la cui valutazione è alla fine rimessa al giudice.</p>
<p>La legge non tiene conto del fatto che un aggredito non ha alcun modo di fare valutazioni di proporzionalità della propria azione difensiva rispetto all’azione aggressiva, e questo per varie ragioni che ritengo superfluo dire perché ce n’è una, strutturale, che taglia la testa al toro. E cioè: se per stabilire la proporzionalità è necessario un giudice, come si può mai pretendere a un aggredito di stabilirla egli stesso e comportarsi di conseguenza? <strong>La contraddizione logica della legge</strong> mi conforta nel continuare in questo esercizio giuridico anche se non sono un giurista. Per farla breve: visto che la legge è scritta coi piedi, allora mi prendo la libertà di dire la mia.</p>
<p>Un altro punto, che non è una contraddizione interna come quella detta ma è lo stesso un non senso, è quando si pretende che la difesa sia proporzionata all’offesa. Ciò che conta in questa pretesa proporzionalità è non tanto la difesa ma le conseguenze della difesa. Mi spiego meglio. Se uno mi aggredisce con le mani e io gli punto la pistola, è evidente che la <strong>difesa non è proporzionata all’offesa</strong>: non voglio però credere che a un aggressore che si arrende sia concesso di citarmi in giudizio per essermi io difeso in modo sproporzionato (io con la pistola, lui con le mani).</p>
<p>Eppure la legge, per come è scritta, potrebbe concederglielo. Presumibilmente,<strong> sarei condannato per eccesso di difesa</strong> se invece sparo e uccido l’aggressore manesco. Senonché, se invece colpisco con un pugno l’aggressore manesco e questi cade, batte la testa e muore, quasi sicuramente me la cavo. E qui qualcosa non torna: un aggressore manesco non può essere ucciso con la pistola, ma pazienza se lo uccidi con un pugno.</p>
<p>Quel che sto cercando di dire è che tutte queste contraddizioni nascono da un errore di fondo: non concedere a un aggredito due diritti: 1) il diritto di presumere il peggio per sé e 2) il diritto di perdere ogni <strong>autocontrollo</strong> delle proprie azioni nella devastante circostanza di un&#8217;aggressione. Questi due diritti gli darebbero quello di agire di conseguenza con ogni mezzo a propria disposizione.</p>
<p>L’art. 52 del c.p. andrebbe allora sostituito col seguente. «<strong>Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di </strong>difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un&#8217;offesa ingiusta. Colui che esercita la difesa ha diritto di presumere il massimo grado di pericolo derivante dalla condotta dell&#8217;aggressore e non è tenuto ad accertare preventivamente l&#8217;effettiva capacità offensiva dell&#8217;aggressore, la disponibilità di armi, il numero degli aggressori o la reale intenzione di arrecare un danno ulteriore.<strong> La proporzione tra l&#8217;offesa e la reazione difensiva</strong> non costituisce requisito della legittima difesa. Le disposizioni del presente articolo non si applicano quando l&#8217;offesa sia cessata, ovvero quando l&#8217;aggressore sia stato immobilizzato, si sia volontariamente arreso, sia in fuga o sia comunque manifestamente impossibilitato a recare ulteriore danno».</p>
<p><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/roggero-in-galera-criminali-milionari-ecco-quanto-incasseranno/" target="_blank" rel="noopener">Roggero in galera, criminali milionari: ecco quanto incasseranno</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/zuppa-di-porro/zuppa-di-porro-del-16-luglio-2026/" target="_blank" rel="noopener">Mario Roggero, basta farsi pippe mentali: il criminale non è lui</a></li>
</ul>
<p>L’ultimo comma evita che<strong> l’aggredito si faccia giustizia da sé</strong>. Insomma: il povero gioielliere Mario Roggero non doveva fare quel che ha fatto. Ciò detto, però, allo Stato che gli impone di non farsi giustizia da sé, egli avrebbe il diritto di chiedere: che giustizia hai fatto tu, Stato, le altre tre volte che fui aggredito?</p>
<p><strong>L’art. 55 c.p</strong>. regola l’eccesso colposo di legittima difesa. Questo articolo andrebbe soppresso, giacché, nel mio schema, l’eccesso colposo di legittima difesa neanche esisterebbe. Quanto agli eccessi dell’aggredito, essi sarebbero già regolati dall’ultimo comma della mia formulazione dell’art. 52: per esempio, il caso di chi uccide l’aggressore in fuga non sarebbe eccesso colposo di legittima difesa, ma omicidio bello e buono. Con tutte le attenuanti (e aggravanti, se del caso) della circostanza.</p>
<p>Infine, l’art. 2044 c.c. regola <strong>il risarcimento all’aggressore</strong> che ha subito un danno dall’aggredito che ha esercitato una difesa sproporzionata all’offesa. Questo articolo andrebbe modificato nel senso che dovrebbe chiarire che l’aggressore non può essere in alcun modo risarcito finché la reazione è stata determinata dalla necessità di respingere l&#8217;aggressione.</p>
<p>Franco Battaglia, 18 luglio 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/caso-roggero-cosi-va-cambiata-la-legge-sulla-legittima-difesa/">Caso Roggero, così va cambiata la legge sulla legittima difesa</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Quando il cittadino diventa giudice, lo Stato ha già perso</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/quando-il-cittadino-diventa-giudice-lo-stato-ha-gia-perso/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/quando-il-cittadino-diventa-giudice-lo-stato-ha-gia-perso/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 10:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[giustizialisti]]></category>
		<category><![CDATA[stato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La giustizia privata non difende la sicurezza: sostituisce la legge con la forza e trasforma il singolo in un giustiziere fai da te</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/quando-il-cittadino-diventa-giudice-lo-stato-ha-gia-perso/">Quando il cittadino diventa giudice, lo Stato ha già perso</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel passaggio dallo <strong>stato di natura allo stato civile</strong>, ciascuno ha rinunciato al diritto di farsi giustizia da sé, affidandolo al potere pubblico, che deve esercitarlo nel rispetto della legge.</p>
<p>Quando un privato decide chi sia colpevole, <strong>quale pena meriti e la esegue a pugni,</strong> non difende l’ordine: lo nega. La giustizia privata appartiene all’inciviltà e alla logica mafiosa, non certo a una società civile e, meno che mai, a uno stato liberale.</p>
<p><strong>Chi invoca la legge contro gli altri,</strong> ma la calpesta perché si sente investito del ruolo di giustiziere, sostituisce il diritto con la prepotenza</p>
<p>Spartaco Pupo &#8211; Professore storia dottrine politiche Unical, 15 luglio 2026</p>
<p><strong>Leggi anche:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/avete-voluto-una-polizia-impotente-ecco-il-risultato/">Avete voluto una Polizia impotente? Ecco il risultato</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/ma-quale-pestaggio-del-migrante-il-video-va-visto-intero-dico-io-la-verita-sul-militante-di-vannacci/">Ma quale pestaggio del migrante. Il video va visto intero: vi dico io la verità sul militante di Vannacci</a> di Max del Papa</li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/no-la-vera-notizia-non-e-il-militante-di-vannacci-ma-liracheno-che-fa-i-porci-comodi-suoi/">No! La vera notizia non è il militante di Vannacci, ma l&#8217;iracheno che fa i porci comodi suoi</a></li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/quando-il-cittadino-diventa-giudice-lo-stato-ha-gia-perso/">Quando il cittadino diventa giudice, lo Stato ha già perso</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Perché è folle nascondere la nazionalità dei migranti criminali</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/perche-e-folle-nascondere-la-nazionalita-dei-migranti-criminali/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/perche-e-folle-nascondere-la-nazionalita-dei-migranti-criminali/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudio Romiti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 09:37:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La direttiva della Procura di Perugia riaccende il dibattito su sicurezza e trasparenza</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/perche-e-folle-nascondere-la-nazionalita-dei-migranti-criminali/">Perché è folle nascondere la nazionalità dei migranti criminali</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In quel di <strong>Perugia</strong> sembra che si sia compiuto, con grande gaudio da parte delle anime belle di una certa sinistra, un altro piccolo passo verso il grande obiettivo del cosiddetto villaggio globale.</p>
<p>Come riporta l’Ansa, la Procura generale del capoluogo umbro toglie dai comunicati in merito agli indagati<strong> la relativa nazionalità.</strong> Secondo l’agenzia di stampa, non ci dovranno più essere “indicazioni sulle origini dell&#8217;indagato nei comunicati dei magistrati dell&#8217;Umbria&#8221;.</p>
<p>&#8220;È fatto divieto di indicare la nazionalità – si legge nel comunicato -, salvo che ciò risulti strettamente indispensabile per specifiche e motivate ragioni di interesse pubblico”. Sempre secondo l’Ansa si tratterebbe di <strong>norma varata dal procuratore generale Sergio Sottani.</strong></p>
<p>Ebbene, forse da semplice osservatore delle sciagure italiane non immaginavo neppure lontanamente che i magistrati inquirenti potessero varare “norme”, al massimo ritenevo, evidentemente in modo erroneo, che questi ultimi, anche ai massimi livelli, si limitassero a dare indicazioni ai loro collaboratori (ricordo che nella magistratura non esiste una gerarchia di grado, bensì solo una diversità di funzioni).</p>
<p>“La direttiva – come la definisce più correttamente il quotidiano online umbria24.it &#8211; ha suscitato la reazione del segretario della Lega Umbria, <strong>Riccardo Augusto Marchetti,</strong> che ha annunciato la presentazione di un’interrogazione al ministro della Giustizia. Secondo l’esponente leghista, l’esclusione della nazionalità dai comunicati «riduce il livello di trasparenza dell’informazione istituzionale» su un tema come la sicurezza. Marchetti sostiene che la nazionalità rappresenta <strong>«un dato oggettivo» e</strong> richiama alcune statistiche sulla criminalità per motivare la propria posizione, precisando di non voler «criminalizzare un’intera comunità», ma chiedendo che il Governo chiarisca le ragioni della direttiva.</p>
<p>D’altro canto, nella sua dura presa di posizione l’esponente leghista sostiene che “gli stranieri rappresentano circa il 9% della popolazione residente in Italia, ma costituiscono <strong>il 34% della popolazione detenuta.</strong> Inoltre, secondo i dati del Ministero dell’Interno, sono riferibili a cittadini stranieri il 52% delle denunce per rapina, il 50% dei furti, il 44% delle violenze sessuali e il 31% delle violazioni della normativa sugli stupefacenti. Di fronte a questi dati, la risposta delle istituzioni non può essere quella di eliminare un’informazione dai comunicati stampa.”</p>
<p>A questo punto ci manca solo che si <strong>obblighi l’ISTAT</strong> a eliminare in questi impietosi numeri sulla criminalità la tanto contestata distinzione tra italiani e stranieri. In fondo siamo tutti fratelli.</p>
<p>Claudio Romiti, 13 luglio 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/perche-e-folle-nascondere-la-nazionalita-dei-migranti-criminali/">Perché è folle nascondere la nazionalità dei migranti criminali</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Non sapremo più se l&#8217;indagato è immigrato: &#8220;Vietato indicare la nazionalità nei comunicati&#8221;</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/non-sapremo-piu-se-lindagato-e-immigrato-vietato-indicare-la-nazionalita-nei-comunicati/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jul 2026 16:59:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nicolaporro.it/articoli/?p=332010</guid>

					<description><![CDATA[<p>La svolta della Procura generale di Perugia. Critiche dalla Lega: "Si parla del diritto dei cittadini a ricevere un'informazione completa"</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/non-sapremo-piu-se-lindagato-e-immigrato-vietato-indicare-la-nazionalita-nei-comunicati/">Non sapremo più se l&#8217;indagato è immigrato: &#8220;Vietato indicare la nazionalità nei comunicati&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nessuno urlerà alla censura, stavolta. Però la decisione della Procura generale della Repubblica presso la<strong> Corte di appello di Perugia</strong> è di quelle che dovrebbero far gridare vendetta. Da adesso in poi, infatti, nei comunicati che verranno diffusi dalla Procura non verrà più indicata la nazionalità di chi ha commesso un reato o di <strong>chi è indagato.</strong></p>
<p>A dare notizia delle nuove linee guida è stato <em>Perugia Today</em>, che ha avuto accesso ai documenti inviati ai presidenti degli Ordini degli avvocati di Perugia, Terni e Spoleto. Non si sono inventati nulla dal nulla. Il documento infatti prende spunto dagli &#8220;Aggiornamenti delle linee-guida per l&#8217;organizzazione degli uffici giudiziari ai fini di una corretta comunicazione istituzionale&#8221; approvati dal Consiglio superiore della magistratura. Passi il fatto che la comunicazione &#8220;deve essere improntata a oggettività, sobrietà e impersonalità, nel rigoroso rispetto della presunzione di non colpevolezza e della dignità delle persone coinvolte&#8221;. Sacrosanto. Ovviamente poi &#8220;le informazioni diffuse devono essere l<strong>imitate allo stretto necessario</strong>, proporzionate all&#8217;interesse pubblico e formulate con un linguaggio neutro, evitando qualsiasi forma di enfatizzazione o anticipazione di responsabilità&#8221;. Giustissimo. A gestire la comunicazione sarà il Procuratore della Repubblica, salvo eventuali deleghe. Inoltre potranno essere fatte &#8220;solo le comunicazioni iniziali, da effettuare solo in presenza di concreto interesse pubblico&#8221;; poi quelle &#8220;reattive, finalizzate a correggere notizie inesatte&#8221;; e infine &#8220;le comunicazioni di aggiornamento, da predisporre qualora l&#8217;evoluzione del procedimento lo richieda&#8221;. Benissimo.</p>
<p>È anche intelligente evitare che le conferenze stampa diventino motivo per &#8220;sponsorizzare&#8221; l&#8217;azione di questo o di quel procuratore. <strong>Devono essere eccezionali e solo con una specifica motivazione</strong>. Banditi poi i rapporti privilegiati solo con alcuni giornalisti, per garantire parità di accesso alle informazioni. E ogni comunicazione dovrà essere archiviata in una speciale cartella condivisa dove far confluire tutti i comunicati stampa del Procuratore, della polizia giudiziaria, nonché eventuali provvedimenti di diniego dei comunicati stampa stessi.</p>
<p>E qui arriviamo al punto. È un passo in avanti il fatto che in caso di arresti o sequestri, prima che il giudice convalidi il fermo, &#8220;l&#8217;informazione deve essere estremamente sobria, limitata alla mera indicazione dell&#8217;avvenuto arresto o sequestro e accompagnata dalla precisazione del carattere provvisorio della stessa, al fine di evitare qualsiasi condizionamento della decisione del giudice competente&#8221;. Però, e qui ci sia permessa una critica, sarà anche<strong> vietato indicare la nazionalità dell&#8217;indagato</strong> &#8220;salvo che ciò risulti strettamente indispensabile per specifiche e motivate ragioni di interesse pubblico&#8221;. Insomma: non saranno più giornali, e quindi l&#8217;opinione pubblica, a decidere se la nazionalità dell&#8217;arrestato sia di interesse pubblico. Lo deciderà il magistrato di turno. Il che non è questione di secondo piano, visto che l&#8217;immigrazione &#8211; le sue regole e gli effetti che ha sulla società &#8211; sono al centro del dibattito pubblico. E lo saranno soprattutto in vista delle prossime elezioni.</p>
<p>&#8220;Pur nel pieno rispetto dell&#8217;autonomia della magistratura &#8211; attacca la Lega con Riccardo Augusto Marchetti -, riteniamo che una scelta di questo tipo riduca il livello di trasparenza dell&#8217;informazione istituzionale su un tema delicato come quello della sicurezza. La presunzione di innocenza è un principio costituzionale che nessuno mette in discussione e che deve valere per chiunque. Ma qui non si parla di colpevolezza. Si parla del diritto dei cittadini a ricevere un&#8217;informazione completa. La nazionalità è un dato oggettivo e ometterla sistematicamente dai comunicati istituzionali non cambia la realtà: riduce semplicemente il livello di trasparenza con cui quella realtà viene raccontata&#8221;.</p>
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		<title>&#8220;Perché per i giudici no?&#8221;. Una sola domanda di Marattin mette in mutande la sinistra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Romiti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jul 2026 10:45:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[csm]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'economista interviene alla Camera e con poche parole smonta l'ipocrisia di chi si batteva per il sorteggio del Csm</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’economista <strong>Luigi Marattin,</strong> ex renziano di ferro e fondatore, nonché leader del Partito liberaldemocratico, ha messo letteralmente in mutande <strong>l’opposizione di sinistra</strong> sul tema ancora caldo della mancata riforma della giustizia.</p>
<p>Marattin è intervenuto alla Camera in merito ad una dibattuta questione riguardante la carriera degli universitari e ha pubblicato uno spezzone del suo intervento su X, con la seguente presentazione: “Al decimo emendamento del Campo Largo su come rendere ancora più casuale il sorteggio di chi decide le carriere dei <strong>professori universitari,</strong> non ce l’ho più fatta… e ho posto loro una domanda estremamente semplice”.</p>
<p>Vale la pena riportare quasi per intero le sue illuminanti parole: “Vorrei riproporre una domanda che mi è capitato di fare qualche mese fa, adesso capirete in che occasione, e che non ha mai avuto una vera risposta. Vorrei chiedere al collega Casu, se ha la pazienza di rispondermi, o a qualsiasi altro collega dell’opposizione, <strong>perché il sorteggio per decidere chi decide le carriere dei professori universitari va bene e perché il sorteggio per decidere chi decideva la carriere dei magistrati </strong>era una attacco alla Repubblica costituzionale? Visto che stiamo parlando di questo, sono entrambe funzioni garantite costituzionalmente, anche la libertà di ricerca e garantita a livello di Costituzione. Qualcuno è in grado di rispondermi a questa domanda? Perché uno era un attentato alla democrazia e l’altra è una cosa talmente normale da fare emendamenti per renderla ancora più casuale? Grazie”.</p>
<p>Spero che il buon Marattin non me ne voglia, ma io una risposta adeguata alla bisogna ce l’avrei e per darla mi sono permesso di scomodare un mostro sacro della letteratura distopica del calibro di George Orwell, al secolo Eric Arthur Blair. In breve, è assai probabile, conoscendo le radici storiche di chi oggi sventola<strong> la bandiera dell’antifascismo</strong>, paventando improbabili svolte autoritarie, che per questi campioni della democrazia tutte le funzioni costituzionali sono uguali ed hanno pari dignità, tuttavia alcune sono senz’altro più uguali delle altre. E qui mi taccio.</p>
<p>Claudio Romiti, 9 luglio 2026</p>
<p><strong>Leggi anche:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/ranucci-e-report-fine-di-un-imbroglio/">Ranucci e Report, fine di un imbroglio</a> di Alessandro Sallusti</li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/che-ridere-il-campo-largo-contestato-ce-sempre-uno-piu-comunista-che-ti-rompe-li-cojoni/">Che ridere il Campo Largo contestato: c&#8217;è sempre uno più comunista che ti rompe li cojoni </a>di Max del Papa</li>
</ul>
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		<title>Il giudice che faceva pipì nelle bottiglie (e le stipava in ufficio)</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/il-giudice-che-faceva-pipi-nelle-bottiglie-e-le-stipava-in-ufficio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Max Del Papa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2026 16:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[covid]]></category>
		<category><![CDATA[giudici]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Conte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'incredibile storia del magistrato condannato dal Csm: "Aveva paura del Covid"</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sarebbe troppo facile, difatti lo facciamo, subito, infierire sul quel giudice fobico che in tempo di <strong>Covid</strong> per non andare al cesso temendo di contaminarsoi <strong>pisciava direttamente nelle bottigliette</strong>, gelosamente conservate nel suo ufficio, una piscioteca da intenditori. Sarebbe anche troppo facile, e puntuali lo facciamo, considerare quanta gente possa avere rovinato questo magistrato in una carriera. Sarebbe altresì molto facile, e sia chiaro non ci esimiamo, domandarci ma quanti come lui, riflettere sulla <em>vexata quaestio</em> dei test attitudinali per i magistrati, come sempre abortita a nascere perché la magistratura garantisce se stessa, Mattarella s’incazza, hanno vinto i No e tutto il cocuzzaro: talmente vigila al suo interno, la Giustizia, che della piscioteca s’è accorta una collega d’ufficio esasperata e allora è scattata la procedura di responsabilità, irrisoria, risoltasi in una sanzione di due mesi.</p>
<p>Chissà se Vostro Onore avrà opposto ricorso intonando quel successo dei Nuovi Angeli, “Singapore”: “Fiume giallo, giù nel fiume giallo, via di qui lasciatemi stare!”. Ve lo ricordate quello spot, Michele tu che sei un intenditore, e gli facevano sorbire un whisky alla cieca e lui ovviamente indovinava a sorso sicuro: una pubblicità kamikaze, un suicidio annunciato perché fiorirono subito parodie sul whisky che non era whisky, era ovviamente la faccenda del giudice fobico. Chissà se a Catania andò allo stesso modo, anche se il giudice pisciologo nel frattempo è stato esportato a Bologna in Corte d’Appello. Il riesame della minzione.</p>
<p>Però sarebbe davvero troppo, troppo facile cavarcela con un po’ di ironia diuretica, e questo no, non lo facciamo. Perché ci riporta a convulsioni che mai avremmo voluto vivere, a quegli anni dove la follia aveva preso il potere e chi si ostinava a ragionare finiva a TSO: letteramente, non è una iperbole.<strong> Quella pazzia contagiò tutti</strong>: ricordare gli sbirri a correr dietro a un disgraziato che correva lungo una spiaggia deserta di febbraio? Ricordate i bagnini che “sterilizzavano” gli arenili? E i deficienti che facevano il bagno con la mascherina, provvidenzialmente affogandosi? I preti che battezzavano i neonati a spruzzi d’acqua santa sparati dalla pistola ad acqua? Gli zeloti piddini, in arte bitini, che “rubavano” i tavolini all’aperto ai “novax” come gesto politico? Gli attori figli di un cognome che passavano le giornate a fare la spia alla polizia? <strong>Le mascherate delle mascherine sfoggiate per conformismo</strong>, pur sapendo che non servivano a niente (e adesso chi le negoziava si nasconde)? Le rockstar spericolate che ne portavano tre una sopra l’altra?</p>
<p><strong>Leggi anche:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/conte-fa-la-vittima-e-cede-andro-in-audizione-ma-le-domande-sulle-mascherine-restano/">Conte fa la vittima e cede: &#8220;Andrò in audizione&#8221;. Ma le domande sulle mascherine restano</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/e-aberrante-lintervista-di-conte-da-porro-dice-molto-piu-di-quanto-si-pensi/">L&#8217;intervista di Conte da Porro dice molto più di quanto si pensi</a></li>
</ul>
<p>Nella demenza dilagante non si salvava nessuno, il vaso di Pandora era stato scoperchiato e ne usciva il male puro, come sotto i totalitarismi: odio bestiale, irragionevole, maledizioni, minacce, deathwish, desideri di morte, protagoniste sgangherate che auspicavano i novax ridotti a poltiglia verde, medici e giornalisti a predicare i vagoni piombati, i forni crematori, i campi di concentramento (da cui si coglie un mai sopito afflato da soluzione finale per gli ebrei, anche oggi, con la scusa di Gaza). <strong>Quella malattia della democrazia, quella peste sociale non è mai passata</strong>, ancora oggi li vediamo i pazzi, i fobici mascherati a 40 gradi, tappati nelle loro macchinette, altro che collezione di pisciate magistrali. Si scoprì in quel tempo che manipolare la plebe non era mai stato così facile, grazie alla tecnologia del consenso e del controllo, e quella alienazione non sarebbe mai passata: oggi la replicano pari pari per il caldo, secondo lo schema classico: divieto ideologico di condizionatori, spionaggio di massa, auspicio di restrizioni a mezzo tecnologia repressiva, rieducazione finale.</p>
<p>Di quella caduta del tempo, quel potere reticolare volentieri sottomesso al potere verticale, per scomodare Foucault che era un losco figuro ma su certe cose la sapeva lunga, fu responsabile il potere verticale – nessuno escluso, e il primo in ordine di tempo si chiama <strong>Giuseppe Conte</strong>, faceva il premier e diceva in sintesi: questo ve lo permetto, questo ve lo proibisco e se collaborate non vi mando in manicomio (è tutto documentato); <a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/e-aberrante-lintervista-di-conte-da-porro-dice-molto-piu-di-quanto-si-pensi/" target="_blank" rel="noopener">e oggi fa il ganassa per sgusciare dal suo operato</a>. Ma qui non è questione di presunte gabole, qui la faccenda è totalmente chiara e sta nella manipolazione del terrore che originava mostri come quel giudice sconvolto, che sigillava le sue pisciate facendone feticci. La notizia emerge oggi, dopo anni, ma emerge come un bagliore di una stella maligna, un ricordo di ciò che siamo stati, e che non passa.</p>
<p>Volendo, un monito a non ripetere l’abominio della mente, ma si sa che gli uomini sanno dimenticare tutto ciò che loro conviene così come sono bravissimi a trattenere il peggio. Non ridiamo troppo del giudice che collezionava le sue pipì, perché alla fine quel giudice siamo noi, per dire <strong>una società completamente saltata</strong>, dove la logica era bandita, dove la razionalità era un crimine. Siamo umili, ammettiamo che, se pure non ci eravamo ridotti al suo livello, ci ritrovavamo comunque costretti a subire quel livello, senza sapere o potere fare niente, quasi niente per sottrarci. La piscioteca della toga gialla, più che rossa, non è comica, è tragica non in sé quanto per tutto ciò che rappresenta, che ricorda, che riporta. E anche, in fondo, per la rimozione di una magistratura che ha preferito chiudere tutto con il classico buffetto. Mentre avrebbe potuto esprimere una punizione assai più drastica: il trasferimento definitivo fuori dall’Italia, nel distretto giudiziario di (O-)Rhino, nel Nevada.</p>
<p>Max Del Papa, 1° luglio 2026</p>
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		<item>
		<title>Strage di Viareggio: Moretti condannato, i soviet festeggiano</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/strage-di-viareggio-moretti-condannato-i-soviet-festeggiano/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Romiti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 14:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Mauro Moretti]]></category>
		<category><![CDATA[strage viareggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Strage di Viareggio, Moretti condannato, i soviet festeggiano: quando la giustizia diventa vendetta contro il capo d’azienda</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/strage-di-viareggio-moretti-condannato-i-soviet-festeggiano/">Strage di Viareggio: Moretti condannato, i soviet festeggiano</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>A volte ritornano, e sulla surreale condanna di <strong>Mauro Moretti</strong>, ex amministratore delegato di Fs e Rfi, i bolscevichi sono tornati in grande stile. “La condanna di Moretti e la lesa maestà”, questo il titolo di un articolo del <em>Manifesto</em>, il cui contenuto è stato ripreso da un altro pezzo de il<em> Fatto Quotidiano</em>, capofila dei giornali manettari.</p>
<p>Molto significativo un passaggio del commento, firmato dal sindacalista delle Ferrovie <strong>Dante De Angelis</strong>, pubblicato nel quotidiano comunista: “Parimenti è più che lecito che un condannato continui a proclamarsi innocente malgrado l’evidenza giuridica contraria, anche Moretti. Ma i toni di lesa maestà con cui lui e la sua difesa l’hanno fatto, peraltro spalleggiati da una pletora di commentatori sulla stampa, mostrano ancora una volta la totale mancanza di empatia con le vittime, l’assenza di consapevolezza della gravità dell’accaduto e un atteggiamento ostile alle regole sociali. Si percepisce un certo stupore per la fine di quel regime di impunità per i vertici aziendali che in Italia ha sempre garantito una sorta di immunità di classe dalle responsabilità penali&#8221;.</p>
<p>E già, è proprio <strong>“l’immunità di classe”</strong> la formula che più di altre liscia il pelo alla cosiddetta invidia sociale. Invidia sociale che, unita al grande dolore dei parenti delle vittime, diventa l’arma principale per ottenere una giustizia che sa tanto di vendetta. Malgrado si tratti di una vicenda drammatica che, analogamente ad altre recenti, hanno messo alla gogna i vertici di aziende estremamente complesse, ancora una volta si ripete il rito ancestrale del capro espiatorio, nel quale si sacrifica il buon senso all’irrefrenabile desiderio di condannare il capo di una azienda con decine di migliaia di dipendenti e caratterizzata da una ramificata gestione delle sue innumerevoli funzionalità.</p>
<p><strong> Leggi anche:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/zuppa-di-porro/zuppa-di-porro-del-26-giugno-2026/">Strage Viareggio, Moretti in carcere: vergognatevi</a></li>
</ul>
<p>In questo senso condivido appieno la conclusione di una lunga intervista rilasciata al Sole 24 Ore dall’avvocato <strong>Vittorio Manes</strong>, professore ordinario di diritto penale: “L’aspettativa di giustizia delle vittime sacrosanta. Il rischio, però, è che si veda nel processo un binario obbligato che debba condurre sempre alla condanna. Purtroppo, avvertiva Thomas Hobbes, nell’immaginario collettivo &#8220;la condanna assomiglia alla giustizia ben più dell’assoluzione&#8221;. E questo rischia fatalmente di curvare l’accertamento processuale alla ricerca di un colpevole a tutti i costi travolgendo le più primordiali garanzie costituzionali, a cominciare dal principio della responsabilità personale.”</p>
<p>E se poi a tutto questo ci aggiungiamo il ritorno in campo degli eterni nostalgici della falce e martello, presenti capillarmente in ogni ambito della società, nessun esponente del bieco capitalismo – fosse anche un’ex sindacalista della Cgil come Moretti – potrà mai sfuggire alla infallibile giustizia proletaria. <strong>Tutto il potere ai soviet!</strong></p>
<p>Claudio Romiti, 30 giugno 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/strage-di-viareggio-moretti-condannato-i-soviet-festeggiano/">Strage di Viareggio: Moretti condannato, i soviet festeggiano</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Moretti e la tragedia di Viareggio, vi spiego perché è un abominio</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/moretti-e-la-tragedia-di-viareggio-vi-spiego-perche-e-un-abominio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jun 2026 16:28:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[viareggio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nicolaporro.it/articoli/?p=329222</guid>

					<description><![CDATA[<p>La condanna dell'ex Ad di Fs fa somigliare l'Italia sempre più alla Corea del Nord. Che pena e che vergogna</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/moretti-e-la-tragedia-di-viareggio-vi-spiego-perche-e-un-abominio/">Moretti e la tragedia di Viareggio, vi spiego perché è un abominio</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nicolaporro.it/il-video-intimo-sparito-era-nel-pc-di-stasi-parlano-i-consulenti-della-famiglia-poggi/">Stasi e il caso </a><strong>Garlasco,</strong> <a href="https://www.nicolaporro.it/tu-schlein-in-piazza-contro-toti-ma-difendi-sala-vergognati/" target="_blank" rel="noopener">Toti presidente della Regione Liguria</a>, <a href="https://www.nicolaporro.it/zuppa-di-porro/zuppa-di-porro-del-26-giugno-2026/" target="_blank" rel="noopener">Moretti e la tragedia di Viareggio</a>, <a href="https://www.nicolaporro.it/alemanno-vannacci-perche-la-cena-fa-tremare-la-destra-romana/" target="_blank" rel="noopener">Alemanno e il traffico di influenze</a>, Formigoni e le leggi della Regione Lombardia, Castellucci e il bullone precocemente avariato. Tante facce della stessa medaglia. Potremmo citare migliaia di altri casi di <strong>innocenti finiti in galera</strong> spesso per motivi politici. Ora si è allineata anche la Cassazione con la sua innovativa giurisprudenza populista e giustizialista.</p>
<p>Da trent’anni una deriva inarrestabile, che evidentemente piace alla maggioranza degli italiani che hanno detto no al tentativo (assai prudente) di porre un argine a questo abominio giudiziario. C’è chi si è indignato per l’Ungheria, ma l’Italia assomiglia sempre di più alla Corea del Nord. Che pena e che vergogna!</p>
<p>Marco Baldassarri, 27 giugno 2026</p>
<p>Leggi anche:</p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/zuppa-di-porro/zuppa-di-porro-del-26-giugno-2026/" target="_blank" rel="noopener">Strage Viareggio, Moretti in carcere: vergognatevi</a></li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/moretti-e-la-tragedia-di-viareggio-vi-spiego-perche-e-un-abominio/">Moretti e la tragedia di Viareggio, vi spiego perché è un abominio</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Un anno dopo, Alemanno torna libero</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/un-anno-dopo-alemanno-torna-libero/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/un-anno-dopo-alemanno-torna-libero/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 07:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Alemano]]></category>
		<category><![CDATA[Carceri]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Alemanno]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>”Gli altri siamo noi”. (E siamo stanchi degli schieramenti politici acritici) </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/un-anno-dopo-alemanno-torna-libero/">Un anno dopo, Alemanno torna libero</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Alemanno sta per uscire dal carcere</strong> e ha dichiarato che ora desidera collaborare con “tutte le persone di buona volontà, a prescindere dal loro colore politico”, che vogliano occuparsi del nostro sistema penitenziario.</p>
<p>Ha scontato la sua pena e verrà scarcerato con uno sconto di pena di 39 giorni a causa delle condizioni detentive subite, “INUMANE e degradanti”. In molte delle nostre carceri si sconta la pena in condizioni di violenza, sovraffollamento, con uno spazio vitale inferiore ai 3 metri quadrati per ogni recluso, in condizioni igienico-sanitarie pessime.<strong> A volte sono inaccessibili perfino le cure mediche.</strong></p>
<p>Questo è pericoloso per loro e per tutti noi. Basti pensare che queste <strong>condizioni inumane fanno aumentare i suicidi</strong> e anche la criminalità o i comportamenti antisociali o pericolosi in persone la cui pena dovrebbe essere rieducativa. È ovvio che più facilmente non rispettino le regole o possano poi delinquere esseri umani che subiscono condizioni non umane! Alcuni si deprimono, si ammalano, si arrendono, si spengono. Altri si infuriano.</p>
<p>Ma la gente sui social, senza sapere nulla, ama scrivere compulsivamente <strong>“buttare via le chiavi”.</strong> Siamo incivili e soprattutto non ci interroghiamo mai davvero sulle conseguenze delle cose. Le condizioni delle nostre carceri — oltre a non rispettare la dignità di chi è detenuto e di chi lavora nelle carceri — portano conseguenze nella società, conseguenze fuori dalle carceri!</p>
<p>Davvero chi ha subito e ha sensibilizzato sulle condizioni inumane delle carceri italiane viene ascoltato oggi in base a <strong>schieramenti politici (polarizzati)? I</strong>n Italia anche i temi più importanti, vitali, vengono affrontati in base a chi li porta o li riporta a galla. Come purtroppo è avvenuto per l’ultimo referendum. (Molti mi dicevano: voto SÌ perché sono di destra o voto NO perché sono di sinistra. Che assurdità!)</p>
<p>Possibile che se esprimo vicinanza a Gianni Alemanno, se dico che ho pazienti a Brescia altrimenti andrei a Roma, mi si dica: “ma sei di destra?”, <strong>“ma sei fascista?”,</strong> “ma allora ti piace Vannacci?” Siamo talmente abituati a delegare il pensiero ad altri da dover ormai etichettare e semplificare ogni cosa.</p>
<p><strong>Ma in carcere ci può finire chiunque di noi.</strong> Le persone allora mi rispondono: “eh, non tutti, solo i delinquenti”. Non è così. Esistono anche le misure cautelari. Esistono anche gli Stasi. Esistono anche più di 1000 persone all’anno ingiustamente detenute. Allora le persone replicano: “tu sei psicologa, ti occupi di questo e pensi sempre agli altri, ma io voglio pensare a me e alla mia sicurezza”.</p>
<p><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/capodanno-dietro-le-sbarre-era-necessario-larresto-di-gianni-alemanno/" target="_blank" rel="noopener">Capodanno dietro le sbarre, era necessario l&amp;#8217;arresto di Gianni Alemanno?</a></li>
</ul>
<p>E allora se così dobbiamo ragionare, io penso al sig. X o Y che viene scarcerato magari dopo tantissimi anni perché ha commesso un grave reato, e ha subito in cella a lungo condizioni incivili, strazianti, vicine alle torture, e vi chiedo:<strong> lui avrà accumulato rabbia</strong>, frustrazione e aggressività o uscirà rieducato e pacifico?!</p>
<p><strong>Esprimo la mia vicinanza a Gianni Alemanno</strong> e a tutte le persone di cui lui ha voluto raccontarci la storia, al fine di rompere un silenzio. Tutto questo ha un colore politico?! No. I temi più delicati necessiterebbero di collaborazione politica, di sinergie, ma ormai molti sanno solo schierarsi con i loro amici o vomitare odio contro il nemico, inconsapevoli che gli altri siamo noi.</p>
<p>Dott.ssa Paola Dora, 24 giugno 2026</p>
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		<title>Stragi di mafia, crolla un altro castello: archiviate le accuse per Dell&#8217;Utri e Berlusconi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 09:40:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Politico Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[marcello dell'utri]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che brutta settimana per Travaglio&#038;co: dopo il caso Minetti, adesso anche la Procura di Firenze chiude il capitolo delle stragi del 1993</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si chiude con un’archiviazione la posizione di <strong>Marcello Dell’Utri</strong> nell’inchiesta della Procura di Firenze sui presunti mandanti occulti delle stragi mafiose del 1993. La decisione è stata presa dal gip del Tribunale di Firenze, Patrizia Martucci, che il 15 gennaio scorso ha firmato il decreto di archiviazione.</p>
<p>Nel provvedimento il giudice evidenzia &#8220;l’assenza di elementi concreti&#8221; in grado di dimostrare l’esistenza di rapporti o contatti diretti tra Cosa Nostra e <strong>Silvio Berlusconi</strong>, e di conseguenza con Dell’Utri, storico collaboratore dell’ex presidente del Consiglio. L’esito arriva al termine di<strong> un lungo filone investigativo che si è protratto per oltre trent’anni</strong>. Quella disposta dal gip fiorentino rappresenta la sesta archiviazione maturata nell’ambito delle indagini sui presunti ispiratori esterni delle stragi mafiose del 1993.</p>
<p>Il castello di carte, crollato come se niente fosse, ma che intanto ha riempito anni e anni di giornali, parte lontano. Parte dall&#8217;inchiesta della Dda di Firenze sulle stragi che colpirono il capoluogo toscano ma anche Milano e Roma. Dell&#8217;Utri e Berlusconi erano stati iscritti per &#8220;plurimi reati&#8221; legati all&#8217;associazione per delinquere di <strong>stampo mafioso</strong> e <strong>concorso in stragi</strong> per gli attentati avvenuti il 27 maggio 1993 a Firenze, il 27 luglio 1993 a Milano, il 28 luglio 1993 a Roma e il mancato attentato allo stadio Olimpico di Roma del 23 gennaio 1994).L&#8217;ipotesi dei pm era che la campagna di stragi fosse finalizzata a favorire in qualche modo l&#8217;ascesa politica di Forza Italia e del Cavaliere. Dell&#8217;Utri era stato indagato perché, sempre secondo la ricostruzione, smentita però oggi dal Gip, avrebbe sollecitato il boss Giuseppe Graviano a commettere gli attentati e avrebbe indicato i luoghi da colpire. I tutto per creare il terrore utile a far avanzare la creatura politica di Berlusconi. Tutto ricostruzioni che Dell&#8217;Utri ha sempre definito &#8220;fantasiose&#8221; e che oggi il Gip certifica come tali.</p>
<p>Durissima la nota di Marina Berlusconi: &#8220;L’incredibile storia dell’inchiesta di Firenze, comunque, mostra una volta di più in quali condizioni si trovi la giustizia italiana, e conferma anche che la sconfitta del referendum di marzo <strong>è stata un’immensa occasione perduta per il nostro Paese</strong>. Da cittadina che ha visto da vicino fin troppi disastri giudiziari, vorrei che la politica non accantonasse il tema: i nodi da sciogliere sono tanti, a partire dall&#8217;assenza di una vera responsabilità civile dei magistrati. Quella della giustizia resta un’emergenza. La bandiera del garantismo non può e non deve essere ammainata&#8221;. E ancora: &#8220;È la sesta volta che l&#8217;assurda inchiesta di Firenze finisce nel nulla. È la sesta volta che viene archiviata, come sempre su richiesta stessa dei Pubblici ministeri. È un risultato che non stupisce, visto che parliamo di <strong>un teorema giudiziario e mediatico</strong> costruito non con il cemento delle prove, ma con il fango del pregiudizio ideologico&#8221;. La figlia del Cav ricorda che &#8220;sono stati i governi <span class="hilg1">Berlusconi</span> a rendere stabile il carcere duro per i boss mafiosi, a introdurre il primo Codice antimafia e a istituire l&#8217;Agenzia nazionale per l&#8217;amministrazione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali&#8221;. Per Marina &#8220;questi sono i fatti, tanto concreti quanto inconfutabili. Tutto il resto è una vergognosa e illogica mistificazione che, oltre ad aver rappresentato un gravissimo spreco di tempo e risorse per il nostro Paese, ha avvelenato la vita di uno dei suoi protagonisti. Ora che mio padre non c&#8217;è più, chi potrà mai restituirgli il tempo trascorso sotto il peso di queste accuse, terribili e infondate? E qualcuno risponderà mai del falso spacciato per vero? La mia speranza, oggi, è che sia davvero l&#8217;ultima volta che mi trovo costretta a sollevare pubblicamente queste domande. Di certo, dentro di me, non smetterò mai di pormele. Perché il tempo passa, ma la cicatrice dell&#8217;ingiustizia resta per sempre&#8221;.</p>
<p>Una domanda, poi, si pone <strong>Marina Berlusconi:</strong> &#8220;Stupisce &#8211; e molto &#8211; che il decreto di archiviazione del Tribunale di Firenze risalga a gennaio e che se ne sappia qualcosa soltanto oggi. Viene da chiedersi: se l&#8217;esito fosse stato opposto, per leggerlo sui giornali ci sarebbero voluti cinque mesi o sarebbero bastate cinque ore, se non cinque minuti?&#8221;.</p>
<p>Sulla stessa linea anche Antonio Tajani: &#8220;Ci sono voluti trent’anni e sei archiviazioni per accertare e confermare la totale estraneità di Silvio <span class="hilg1">Berlusconi</span> e Marcello Dell’Utri alle stragi di mafia del ’93 a Firenze. Altro che mandanti occulti. Di inquietante e occulto c’è solo l’azione di quella parte di magistratura che ha usato false accuse, che già si smentivano da sole, come una clava politica cercando di riscrivere la storia della nostra democrazia. È indegna di questo Paese la lentezza con cui si è arrivati a questa conclusione, e disgustoso l’accanimento con il quale si è cercato di neutralizzare politicamente il fondatore di Forza Italia e il suo partito. Finalmente giustizia è fatta, ma è incredibile che una decisione presa il 15 gennaio diventi pubblica soltanto adesso. Tutto questo dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, quanto sia fondamentale la nostra battaglia per una giustizia giusta ed efficiente per tutti i cittadini&#8221;.</p>
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		<title>Tutti a criticare Trump, ma questo video virale sbugiarda i paladini della magistratura italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Guglielmo Mastroianni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2026 09:30:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Biden e Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il caso dei giudici americani messi all'angolo da Blumenthal sta facendo il giro del web. Ma la lettura che se ne dà in Italia è completamente distorta</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è un video che gira da un po’ sui social. È l’estratto di <strong>una seduta della Commissione Giustizia del Senato degli Stati Uniti</strong> che si occupa della nomina dei nuovi giudici federali. Nel video si vedono tre candidati che devono rispondere a una domanda semplice semplice, posta dal senatore Richard Blumenthal del Connecticut, esponente del Partito Democratico. La domanda è: chi ha vinto le elezioni presidenziali del 2020?</p>
<p>Ebbene, <strong>nessuno dei tre candidati riesce a dire che a vincerle sia stato Joe Biden</strong>, preferendo tutti nascondersi dietro un generico “Biden è stato certificato vincitore”. Incalzati da Blumenthal, ripetono tutti e tre la stessa risposta, finché il senatore non fa notare la loro incapacità di ammettere che la vittoria di Biden sia un fatto, per poi passare a una sonora paternale sulla loro reticenza, dovuta alla paura di contrariare l&#8217;ex presidente Trump, che da quelle elezioni uscì sconfitto. Quella di Blumenthal è una bocciatura a tutto tondo dei tre candidati, basata sulla debolezza e sulla pateticità degli aspiranti giudici. Un discorso molto coinvolgente e assolutamente condivisibile, va detto.</p>
<p>Ovviamente questo video è diventato <strong>una clava per tutti gli oppositori di Trump</strong>, ma in Italia ha preso una piega particolare: infatti, per diverse persone che hanno commentato sui social, è la plastica dimostrazione del rischio che abbiamo corso con il referendum sulla separazione delle carriere o sulla giustizia, in caso di vittoria del sì. I commenti classici sono: “Questo è ciò che volevano fare in Italia” e robe del genere.</p>
<p>Ora, a me fa un po&#8217; sorridere che questo video venga fatto passare come la dimostrazione che con la vittoria del no, in Italia, l&#8217;abbiamo scampata bella. Perché è proprio il contrario. Intanto chiariamo che in nessuna parte del quesito referendario veniva indicata <strong>la sottomissione della magistratura alla politica,</strong> ma transeat: immaginiamo pure che, con le opportune modifiche successive, questo sarebbe realmente avvenuto. Ma allora perché questo video dimostra esattamente il contrario rispetto a ciò che si sostiene?</p>
<p>Perché è assolutamente vero che negli USA le nomine dei giudici federali avvengono per mano della politica, ma, come si vede, la commissione che se ne occupa è composta anche da membri dell&#8217;opposizione (<strong>il senatore Blumenthal, idolatrato per il suo discorso, è appunto del Partito Democratico)</strong>. Ed è proprio il vaglio di questa commissione bipartisan che evita che a certi ruoli accedano figure pavide, deboli e patetiche; gente sottomessa al volere del potente di turno.</p>
<p>In Italia, invece, chi impedisce che a occupare ruoli nevralgici della magistratura accedano persone di tale infimo spessore? <strong>L&#8217;ANM? Il CSM?</strong> Bocca taci, per carità. Per cui sì, questo video dimostra proprio come il vaglio da parte della politica di un candidato al ruolo di giudice federale possa impedire la nomina di soggetti discutibili e condizionabili. Insomma, esattamente il contrario di ciò che alcuni, richiamando il referendum, sostengono si sarebbe voluto realizzare in Italia. E questo nonostante al sottoscritto un sistema con la magistratura assoggettata alla politica – come avviene anche in Spagna, ad esempio – ripugni profondamente.</p>
<p>Gugliemo Mastroianni, 21 maggio 2026</p>
<p><iframe loading="lazy" title="They’re Afraid to Say Biden Won the 2020 Election" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/kRjBF78QI0c?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>&#8220;Poliziotti infedeli vendevano dati calciatori e attori. C&#8217;era un tariffario&#8221;</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/poliziotti-infedeli-vendevano-dati-calciatori-e-attori-cera-un-tariffario/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 10:18:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono 19 gli indagati. Il blitz della polizia: "In due anni sono stati 730mila gli accessi alle banche dati riservate"</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/poliziotti-infedeli-vendevano-dati-calciatori-e-attori-cera-un-tariffario/">&#8220;Poliziotti infedeli vendevano dati calciatori e attori. C&#8217;era un tariffario&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Su delega del Procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri, nella mattinata odierna, in provincia di Napoli, Ferrara, Bolzano, Roma e Belluno, la Polizia di Stato ha eseguito una ordinanza cautelare, emessa dal G.I.P. del Tribunale di Napoli su richiesta della locale Procura della Repubblica, “Sezione per la Criminalità Informatica” che dispone<strong> la custodia cautelare in carcere</strong> nei confronti di quattro indagati, la misura degli arresti domiciliari nei confronti di sei indagati e la misura dell’obbligo di presentazione alla P.G. nei confronti di 19 indagati, tutti gravemente indiziati, a vario titolo, dei reati di associazione per delinquere finalizzata all’accesso abusivo ai sistemi informatici, corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio.</p>
<p>Il provvedimento giunge all’esito di una complessa attività di indagine, condotta dalla Squadra Mobile di Napoli, con il supporto del Centro Operativo per la Sicurezza Cibernetica Postale e delle Comunicazioni Campania-Basilicata e Molise e il coordinamento della Procura della Repubblica di Napoli, che ha portato alla luce<strong> l’esistenza e l’operatività di una ben strutturata organizzazione criminale</strong>, ramificata in varie aree della penisola, finalizzata alla corruzione di Pubblici Ufficiali con lo scopo di acquisire illegalmente informazioni e dati sensibili che finivano per essere oggetto di compravendita.</p>
<p>In particolare, le investigazioni hanno documentato un collaudato sistema di corruttela che coinvolgeva Pubblici Ufficiali, tra i quali anche appartenenti a varie Forze di Polizia, e imprenditori operanti nel settore delle agenzie d’investigazione e del recupero crediti, incentrato sulla illecita prassi degli accessi abusivi a sistemi informatici di interesse nazionale –<strong> in particolar modo banche dati in uso alle Forze di Polizia</strong> – per acquisire informazioni e dati sensibili da rivendere, successivamente, dietro compenso.</p>
<p>Oggetto del mercimonio scoperto dagli investigatori soprattutto numerosissimi dati sensibili &#8211; <strong>come quelli relativi ai precedenti penali e di polizia, quelli fiscali, retributivi e contributivi e dati bancari</strong> &#8211; che andavano a costituire dei “pacchetti”, ceduti ad esponenti dell’organizzazione criminale che, a loro volta, li rivendevano a società e soggetti interessati, coinvolti o meno nell’illecito traffico di informazioni sensibili.</p>
<p>Tra i soggetti vittime di tali violazioni e illecite acquisizioni informatiche figurano anche alcuni personaggi dello spettacolo, della finanza e dell’imprenditoria, oltre a diverse società per azioni.</p>
<p>Nel corso delle indagini sono state effettuate<strong> varie perquisizioni presso le sedi delle agenzie coinvolte</strong> e presso le abitazioni di alcuni sodali, rinvenendo e sequestrando numerosi dispositivi informatici e documentazione utile alla ricostruzione delle illecite condotte.</p>
<p>Tra i documenti sequestrati, anche<strong> un vero e proprio “listino prezzi”</strong> che riportava analiticamente generalità e codici fiscali di ignari soggetti, il tipo di accertamento richiesto &#8211; quali informazioni e precedenti di polizia, cedolini pensione, ECO, veicoli, reddituali, ecc. &#8211; e il costo di ogni singolo accertamento effettuato da chi materialmente accedeva abusivamente alle banche dati. A titolo esemplificativo, per un accertamento in banca dati SDI <strong>i pubblici ufficiali corrotti ricevevano 25 euro</strong>, mentre per accertamenti INPS il costo variava dai 6 agli 11 euro, a seconda della tipologia di documento richiesto.</p>
<p>Contestualmente alla esecuzione delle misure personali, sono stati eseguiti a carico di alcuni degli indagati sequestri per un valore di circa 1.300.000 euro.</p>
<p>&#8220;Si precisa &#8211; fa sapere la polizia nel comunicato &#8211; che i provvedimenti eseguiti costituiscono misure cautelari disposte nella fase delle indagini preliminari. Avverso di esso sono ammessi mezzi di impugnazione. I destinatari della misura sono persone sottoposte a indagini e pertanto da considerarsi presunti innocenti fino a sentenza definitiva&#8221;.</p>
<p>&#8220;Siamo riusciti a sequestrare un server al nord Italia che convogliava questi dati &#8211; ha spiegato Gratteri in conferenza stampa &#8211; sono stati tolti alle banche dati oltre un milione di dati riservati, poi venduti ad agenzie private. Il volume di vendita era fiorente. Ed è una sola indagine, che siamo riusciti a fare a Napoli. Non è un unicum, succede anche in altre parti d&#8217;Italia e ci sono migliaia di parti offese che saranno classificate&#8221;.</p>
<p>Il capo della squadra mobile, <strong>Mario</strong> <strong>Grassia</strong>, ha aggiunto: &#8220;Abbiamo riscontrato un anomalo numero di accessi da parte di due agenti di polizia. In due anni hanno rispettivamente violato l&#8217;accesso oltre <strong>600mila volte uno, 130mila l&#8217;altro</strong>, ma senza nessuna esigenza di servizio. Dopo le prime perquisizioni, abbiamo individuato le società a cui venivano venduti i dati che avevano un tariffario su file Excel&#8221;.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/poliziotti-infedeli-vendevano-dati-calciatori-e-attori-cera-un-tariffario/">&#8220;Poliziotti infedeli vendevano dati calciatori e attori. C&#8217;era un tariffario&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>10, 100, 1000 indagini su Garlasco</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/10-100-1000-indagini-su-garlasco/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/10-100-1000-indagini-su-garlasco/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Marco Bassani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 14:19:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[delitto di garlasco]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nicolaporro.it/articoli/?p=318630</guid>

					<description><![CDATA[<p>Ormai il consenso mediatico rischia di contare più dell’equilibrio istituzionale</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/10-100-1000-indagini-su-garlasco/">10, 100, 1000 indagini su Garlasco</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="0" data-end="396">Dopo aver incassato il voto popolare, una parte della magistratura sembra sentirsi ancora più investita di una missione politica e morale che va ben oltre la propria funzione. Esattamente ciò che i meno “<strong>gratteriani</strong>” avevano previsto: non autocritica, non prudenza, non equilibrio, ma un’ulteriore accelerazione sul terreno dell’esposizione mediatica, del protagonismo e della supplenza politica.</p>
<p data-start="398" data-end="930">Per ciò che li riguarda, la situazione è chiarissima: il messaggio uscito dalle urne viene interpretato come una consacrazione definitiva dell’idea che ogni emergenza giudiziaria debba trasformarsi in una mobilitazione permanente dell’opinione pubblica. Come se il popolo fosse corso alle urne, consapevolmente e compatto, al grido di <strong>“10, 100, 1000 Garlasco”</strong>, cioè reclamando un modello fondato sulla spettacolarizzazione dell’inchiesta, sul processo mediatico infinito e sulla convinzione che il sospetto valga più delle garanzie.</p>
<p data-start="932" data-end="1210">Il problema è che, in uno <strong>Stato di diritto</strong>, la giustizia dovrebbe essere tanto più rigorosa quanto più resta sobria, silenziosa e limitata dal diritto. Quando invece la magistratura si percepisce come l’unica vera custode della morale pubblica, ogni critica diventa lesa maestà.</p>
<p data-start="932" data-end="1210"><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li data-start="932" data-end="1210"><a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/il-vero-motivo-per-cui-il-referendum-sulla-giustizia-e-fallito/" target="_blank" rel="noopener">Il vero motivo per cui il referendum sulla giustizia è fallito</a></li>
<li data-start="932" data-end="1210"><a href="https://www.nicolaporro.it/vietato-riformare-la-giustizia/" target="_blank" rel="noopener">Vietato riformare la giustizia</a></li>
</ul>
<p data-start="1212" data-end="1561">E così si entra in una spirale pericolosa: pm trasformati in figure salvifiche, talk show usati come tribunali paralleli, inchieste elevate a referendum etici permanenti. Con una conseguenza devastante: <strong>la giustizia smette di apparire imparziale</strong> e inizia ad assomigliare a un potere che cerca consenso, legittimazione emotiva e investitura popolare.</p>
<p data-start="1563" data-end="1870" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Chi aveva avvertito che certe derive avrebbero prodotto una magistratura sempre più politicizzata e corporativa oggi non può fingere sorpresa. Il punto non è difendere i corrotti o delegittimare le indagini: il punto è impedire che <strong>il confine tra giustizia e lotta politica venga cancellato definitivamente.</strong></p>
<p data-start="1563" data-end="1870" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Luigi Marco Bassani, 8 maggio 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/10-100-1000-indagini-su-garlasco/">10, 100, 1000 indagini su Garlasco</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>Il vero ruolo della Corte costituzionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Terrano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2026 14:45:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Corte Costituzionale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Settant’anni fa, il 23 aprile 1956, la Corte costituzionale, presieduta dal primo presidente Enrico De Nicola, celebrava la sua prima udienza pubblica, inaugurando una stagione nuova nella storia repubblicana italiana. Questa data è particolarmente rilevante perché segna il passaggio dalla promessa costituzionale, quella prevista, cioè, nel Titolo VI, Parte Seconda, della nostra Carta fondamentale, alla [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Settant’anni fa, il 23 aprile 1956, la <strong>Corte costituzionale</strong>, presieduta dal primo presidente Enrico De Nicola, celebrava la sua prima udienza pubblica, inaugurando una stagione nuova nella storia repubblicana italiana. Questa data è particolarmente rilevante perché segna il passaggio dalla promessa costituzionale, quella prevista, cioè, nel Titolo VI, Parte Seconda, della nostra Carta fondamentale, alla sua effettiva operatività. Si tratta, quindi, di sette decenni in cui l’organo pensato per garantire l’equilibrio dei poteri dello Stato è diventato, per gran parte della dottrina, uno dei protagonisti più influenti della vita politica italiana.</p>
<p>Tuttavia, questa celebrazione importantissima impone una domanda che il giurista non può evitare: la Corte è rimasta fedele al suo ruolo di giudice delle leggi oppure si è trasformata, progressivamente, in qualcosa di diverso? <strong>I numeri, in apparenza, parlano da soli</strong>. Tra il 1956 ed il 2025, su oltre ventimila giudizi, più di quattromila pronunce hanno dichiarato <strong>l’illegittimità costituzionale di disposizioni legislative</strong>. Non si tratta soltanto di una funzione di controllo, ma di un intervento continuo, incisivo, spesso creativo, all’interno del nostro ordinamento giuridico. Infatti, da istituzione pensata come arbitro e non come giocatore, la Consulta, negli anni, non si è limitata ad interpretare la Costituzione ma, in molti casi, l’ha resa materia viva, talvolta persino più elastica di quanto abbia fatto il legislatore.</p>
<p>A proposito di ciò, va ricordato come proprio la prima sentenza della Corte – la n. 1 del 1956 – dichiarava incostituzionali le disposizioni del Testo unico di Pubblica sicurezza di epoca fascista ritenute incompatibili con l’articolo 21 della Costituzione che prevede il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero. Questa sentenza ha rappresentato, pertanto, un passaggio necessario, in cui il giudice delle leggi ha difeso effettivamente la Costituzione repubblicana dal passato. Tuttavia, nel corso del tempo, il ruolo della Corte costituzionale si è progressivamente evoluto non limitandosi ad espungere leggi incompatibili dal nostro ordinamento, ma riempendo vuoti normativi, orientando politiche pubbliche, fino ad entrare nei meandri più sensibili della decisione politica, <strong>dai diritti civili ai diritti sociali</strong>, dalla fiscalità alla libertà economica.</p>
<p>Orbene, è proprio in questo segmento che si annida<strong> la tensione irrisolta del costituzionalismo contemporaneo</strong>: infatti, da un lato, la Corte rappresenta un formidabile presidio contro le derive della maggioranza, ma dall’altro, rischia, purtroppo, di diventare un centro autonomo di produzione normativa sottratto alla responsabilità democratica. A tal proposito è opportuno interrogarsi sull’equilibrio della giustizia costituzionale italiana, in quanto, se per un verso, è del tutto naturale correggere l’attività del legislatore, dall’altro sostituirsi alla sua attività lo è molto meno. Infatti, in una stagione in cui la politica appare sempre più debole, frammentata ed incapace di assumere decisioni fondamentali per la vita del Paese, il giudice delle leggi, purtroppo, tende inevitabilmente ad espandere il proprio raggio d’azione. Si tratta di una dinamica diffusa.</p>
<p>Ma in Italia assume un’intensità particolare favorita dall’elasticità della nostra Costituzione. Per questi motivi, una domanda ulteriore che il giurista dovrebbe porsi, a settant’anni dalla prima udienza della Corte costituzionale, è comprendere di chi, quest’ultima, sia davvero garante, e, soprattutto, fino a che punto lo è. Perché ogni espansione del sindacato di costituzionalità ha il suo prezzo che si misura, in ultima analisi, nella compressione dello spazio della decisione politica. Non più soltanto giudice delle leggi, ma – sempre più spesso – un vero e proprio co-legislatore silenzioso? Sicuramente,<strong> oggi, la Corte costituzionale resta una delle istituzioni più solide della Repubblica italiana</strong> ma il modo migliore per celebrare i suoi settant’anni resta sicuramente il confronto critico. E le grandi istituzioni – tra le quali rientra certamente la Consulta – cercano quesiti difficili e non li temono. <strong>Perché una Corte forte è una garanzia</strong>. Ma una Corte che sostituisce la politica diventa un problema.</p>
<p>Giovanni Terrano, 23 aprile 2026</p>
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		<title>Cospito, colpo di scena. Il Pg: &#8220;Bisogna assolvere Delmastro&#8221;</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/cospito-colpo-di-scena-il-pg-bisogna-assolvere-delmastro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2026 13:59:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La procura aveva chiesto l'archiviazione, ma l'ex sottosegretario aveva ottenuto l'imputazione coatta. E di fronte alla richiesta di assoluzione, un giudice in primo grado l'aveva condannato</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/cospito-colpo-di-scena-il-pg-bisogna-assolvere-delmastro/">Cospito, colpo di scena. Il Pg: &#8220;Bisogna assolvere Delmastro&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La Procura generale di Roma chiede l’assoluzione per <strong>Andrea Delmastro Delle Vedove</strong> nel processo d’Appello legato al caso dell’anarchico <strong>Alfredo</strong> <strong>Cospito</strong>. La richiesta, avanzata davanti alla terza sezione della Corte d’Appello della Capitale, punta a ribaltare la sentenza di primo grado che aveva condannato l’ex sottosegretario alla Giustizia a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio.</p>
<p>Secondo quanto sostenuto in aula dal sostituto procuratore generale, Tonino Di Bona, non ci sarebbero elementi sufficienti per configurare il reato contestato. Al centro della valutazione, in particolare, la natura degli atti oggetto della vicenda:<strong> per l’accusa non vi sarebbe stata “certezza sulla segretezza”</strong>, dal momento che si trattava di documenti a “limitata divulgazione” ma senza una esplicita indicazione di riservatezza. Da qui la conclusione: il fatto non costituisce reato.</p>
<p>Delmastro, assistito dall’avvocato Giuseppe Valentino, era presente in aula durante la requisitoria. Queste le tappe della vicenda. Nel febbraio del 2023, <strong>Giovanni Donzelli</strong> in parlamento attacca gli esponenti del Pd andati in carcere a trovare Cospito, in quei giorni in sciopero della fame per protestare contro le sue condizioni detentive. Nel farlo, Donzelli rivela il contenuto di alcune conversazioni che avrebbe potuto ricevere proprio da Delmastro con cui condivideva un appartamento a Roma. Per quella &#8220;rivelazione&#8221; l&#8217;ex sottosegretario alla Giustizia era stato indagato e, dopo la richiesta di archiviazione avanzata dalla procura, il Gup aveva disposto l&#8217;imputazione coatta. Mandandolo a processo. Qui i pm Ielo e Affinito avevano di nuovo formulato la richiesta di assoluzione, <a href="https://www.nicolaporro.it/delmastro-ma-che-strano-il-pm-chiede-lassoluzione-il-giudice-lo-condanna/" target="_blank" rel="noopener">ma il giudice aveva deciso di <strong>condannare Delmastro</strong> a otto mesi di carcere</a>. Era il 20 febbraio di un anno fa: in quell’occasione i giudici avevano riconosciuto le attenuanti generiche all’imputato, disponendo anche la sospensione della pena e un anno di interdizione dai pubblici uffici. Respinte invece le richieste di risarcimento avanzate dalle parti civili, tra cui quattro parlamentari del Partito Democratico. Oggi si è aperto il processo di appello, con la pubblica accusa &#8211; il Pg, appunto &#8211; che chiede di nuovo l&#8217;assoluzione dell&#8217;esponente di FdI. Ora la parola passa ai giudici d’Appello, chiamati a decidere se confermare o ribaltare la condanna di primo grado alla luce delle argomentazioni della Procura generale. Il nodo centrale resta quello indicato dall’accusa: stabilire se gli atti contestati fossero effettivamente coperti da segreto oppure no. Una valutazione che sarà determinante per l’esito del processo.</p>
<p>Nel frattempo, Delmastro si è dimesso dall’incarico di sottosegretario alla Giustizia lo scorso 24 marzo a causa di un altro &#8220;scandalo&#8221; relativo alla partecipazione societaria in una Bisteccheria insieme alla figlia di un prestanome di un clan mafioso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/cospito-colpo-di-scena-il-pg-bisogna-assolvere-delmastro/">Cospito, colpo di scena. Il Pg: &#8220;Bisogna assolvere Delmastro&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>L&#8217;incredibile, assurdo caso delle toghe (non) &#8220;punite&#8221; per il caso Esposito</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/lincredibile-assurdo-caso-delle-toghe-non-punite-per-il-caso-esposito/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Romiti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Apr 2026 08:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[giudici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'ex senatore intercettato illegalmente. La Cassazione conferma la sanzione, ma è un buffetto. Oppure un cambio di sede</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/lincredibile-assurdo-caso-delle-toghe-non-punite-per-il-caso-esposito/">L&#8217;incredibile, assurdo caso delle toghe (non) &#8220;punite&#8221; per il caso Esposito</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Come riportato da una parte della stampa nazionale, dopo un lunghissimo iter investigativo e processuale, l’ex senatore dem, <strong>Stefano Esposito</strong>, sembra aver ottenuto una parziale forma di giustizia nei riguardi di <strong>due magistrati</strong> che non hanno rispettato le regole che tutelano i parlamentari nello svolgimento delle loro funzioni e prerogative.</p>
<p>“Il senatore Esposito – spiega <strong>Ermes Antonucci</strong> in un articolo pubblicato su<em> Il Foglio</em> &#8211; venne intercettato casualmente nel 2015 mentre conversava al telefono con l’imprenditore Giulio Muttoni, suo amico di lunga data, nei confronti del quale la procura di Torino aveva aperto un’indagine (poi finita con il proscioglimento di Muttoni). Nonostante già nell’agosto 2015 Esposito fosse stato identificato dalla polizia giudiziaria come &#8216;senatore della Repubblica italiana&#8217; e interlocutore abituale dell’imprenditore, il pm Colace continuò a far intercettare le telefonate tra Muttoni ed Esposito, <strong>tanto da captare in tutto 500 conversazioni in tre anni&#8221;</strong>. Tant’è che la Corte Costituzionale nel 2023, a otto anni dall’inizio di questa ennesima odissea giudiziaria, dichiarò nullo il procedimento ai danni del politico dem, sostenendo che, oltre alla mancanza della previa autorizzazione del Senato, “la complessiva attività di indagine posta in essere dall’autorità giudiziaria denota, con particolare evidenza, che l’attività di intercettazione che ha coinvolto l’allora senatore Esposito fosse univocamente diretta a captare le sue comunicazioni”.</p>
<p>Ciò, sottolineò la Consulta, avvenne in violazione dell’articolo 68 della Carta, volta a tutelare il Parlamento nel suo complesso da eventuali e “<strong>indebite interferenze del potere giudiziario</strong>&#8220;. Dopodiché, nel dicembre del 2024, dopo sette anni, il GIP di Roma, su proposta del PM, dispone l’archiviazione per Esposito, accusato di corruzione e il traffico di influenze illecite nell&#8217;inchiesta &#8216;Bigliettopoli&#8217; riguardo a presunti scambi di favori con l&#8217;imprenditore Giulio Muttoni, ex patron della società promotrice di spettacoli musicali Set Up Live. Tuttavia, sempre come riporta <em>II Foglio</em>, “Anziché attivare la procedura di stralcio delle intercettazioni che coinvolgevano Esposito (per chiederne la distruzione), al termine delle indagini il pm Colace chiese il rinvio a giudizio di Esposito” portando come prova della sua colpevolezza ben 126 intercettazioni, facendo così ricorso a ciò che il Csm ha qualificato come un escamotage per aggirare la disciplina attuativa del dettato costituzionale.” E il Giudice per l’udienza preliminare “Minutella incredibilmente accolse la richiesta di rinvio a giudizio.”</p>
<p>Alla fine della fiera, per così dire,<strong> i due magistrati vengono sottoposti ad un procedimento disciplinare</strong> da parte del Csm, che li punisce con poco più di un buffetto. Questi fanno ricorso, ma la Cassazione conferma le sanzioni comminate. In soldoni l’ex pm di Torino viene trasferito in un Tribunale civile, mentre per la Gup viene ribadita la censura già ricevuta.</p>
<p>Amaro in questo senso il commento di Esposito, il quale a causa di questa vicenda è stato costretto ad abbandonare la vita politica: “Le legge ha fatto il suo corso, ma la giustizia è tutta un’altra cosa, perché ciò che ho subìto, i danni patiti da me, da mia moglie e dai miei figli non saranno certo sanati&#8221;.</p>
<p>Assolutamente condivisibile il commento finale di Antonucci: “Se un magistrato viola in maniera grave ed evidente la Costituzione, viene punito con il trasferimento a Milano, cioè un ufficio persino più importante di quello in cui ha commesso l’illecito, e il passaggio al civile, come se questo contasse meno del penale. Saranno contenti i cittadini milanesi, che si troveranno ad avere a che fare con il pm, anzi con il giudice Colace&#8221;.</p>
<p>In ultima analisi ci dispiace per il buon Esposito, <strong>esponente della riserva indiana dei moderati dem</strong> che in passato ebbe altri problemi giudiziari per aver “diffamato” alcuni militanti No tav e del centro sociale Askatasuna, ma i suoi attuali ex compagni di partito hanno letteralmente fatto carte false per bloccare una riforma della giustizia, come dimostra la sua brutta vicenda, assolutamente necessaria.</p>
<p>Claudio Romiti, 10 aprile 2026</p>
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			</item>
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		<title>Questi numeri smentiscono Gratteri</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/questi-numeri-smentiscono-gratteri/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 12:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[nicola gratteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Errori clamorosi, inchieste svuotate e dati piegati: il racconto dell’antimafia spettacolo di Nicola Gratteri si scontra con i numeri</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/questi-numeri-smentiscono-gratteri/">Questi numeri smentiscono Gratteri</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Da diverso tempo, purtroppo, c’è un momento nella narrazione pubblica della giustizia italiana in cui il magistrato diventa personaggio. Non più soltanto uomo delle istituzioni, ma simbolo, volto televisivo, oracolo buono per ogni talk. <strong>Nicola Gratteri</strong> è da anni uno di questi simboli: l’uomo della lotta alla ’ndrangheta, il pubblico ministero inflessibile, il volto rassicurante dell’antimafia militante. Poi però arrivano i numeri, arrivano i fatti. E soprattutto arrivano – implacabili – i risultati. E lì la narrazione comincia a scricchiolare. Perché se si scava sotto la superficie, come fa con puntiglio <em>Il Foglio</em>, emergono storie che raccontano un’altra faccia: quella dei <strong>flop</strong>. Non incidenti isolati, ma crepe sistemiche tra ambizione investigativa e realtà processuale.</p>
<p>Il caso di <strong>Platì</strong> è forse il più emblematico, perché ha dentro tutto: la potenza spettacolare dell’azione giudiziaria e la debolezza finale del suo esito. Nel 2003, in un paese di appena 3.800 abitanti, scattano <strong>125 arresti</strong>, una retata che sembra voler riscrivere la geografia della ’ndrangheta. Numeri da operazione storica, da prima pagina, da conferenza stampa con effetto wow. Peccato che, anni dopo, il bilancio sia desolante: <strong>su 215 indagati, soltanto otto condanne e nessuna per mafia</strong>. Il resto? Assoluzioni, prescrizioni, risarcimenti per ingiusta detenzione</p>
<p>Ma il dettaglio che trasforma la vicenda da tragica a grottesca è quasi letterario. <strong>Un errore linguistico: “latistanti” scambiato per “latitanti”</strong>. Una parola fraintesa che diventa un’inchiesta, un’inchiesta che diventa una retata, una retata che diventa un fallimento giudiziario. Viene da chiedersi se sia più inquietante l’errore o il sistema che lo ha trasformato in verità processuale. E allora Platì non è più solo un caso giudiziario. Diventa un paradigma. Il paradigma di una giustizia che parte fortissimo e arriva sfinita, che costruisce teoremi ambiziosi e li vede sgretolarsi davanti al vaglio delle sentenze.</p>
<p>Ma non è solo la giustizia, è anche la politica – o meglio, il modo in cui la giustizia entra nel dibattito politico. Qui il secondo capitolo raccontato da Il Foglio è ancora più interessante, perché riguarda<strong> il referendum e il famoso tema del “voto mafioso”</strong>. Secondo una narrazione rilanciata anche da Gratteri, in alcuni contesti ad alta presenza criminale il voto avrebbe seguito logiche prevedibili. Peccato che i dati complessivi raccontino un’altra storia. Se si prendono tutti i comuni sciolti per mafia dal 1991 a oggi – 273 in totale – il risultato è opposto: il No ha vinto in circa tre casi su quattro, con il 60,25 per cento dei voti. Altro che schema semplice, altro che equazione mafia uguale voto. Qui siamo di fronte a un problema più serio: la selezione dei dati, il campione scelto ad hoc, la tentazione di piegare la realtà a una tesi.</p>
<p><iframe loading="lazy" style="border: none; overflow: hidden;" src="https://www.facebook.com/plugins/video.php?height=314&amp;href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Freel%2F1339738094648633%2F&amp;show_text=false&amp;width=560&amp;t=0" width="560" height="314" frameborder="0" scrolling="no" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>Il compito è anche facile: smontare la retorica con i numeri, mettere in fila i fatti e lasciare che parlino da soli. Perché la verità è che il mito del magistrato infallibile regge finché non si confronta con i risultati. E quando lo fa, spesso vacilla. Questo non significa negare la storia personale di Gratteri, il suo impegno, il fatto – incontestabile – che viva sotto scorta da decenni per la sua attività contro la criminalità organizzata. Ma proprio per questo, proprio perché parliamo di una figura simbolica, il tema dei suoi errori diventa ancora più rilevante. Perché il problema non è il singolo flop. Il problema è <strong>quando il flop viene nascosto sotto il tappeto della narrazione</strong>.</p>
<p>E allora la domanda finale è semplice, quasi brutale: può una giustizia che sbaglia così tanto permettersi di non fare autocritica? Può un sistema che produce 125 arresti e otto condanne continuare a raccontarsi come infallibile? Può un dibattito pubblico fondarsi su dati selezionati senza che nessuno chieda conto?</p>
<p>Forse il vero flop non è nemmeno quello giudiziario. È quello culturale. È l’idea che basti l’enfasi, basti il personaggio, basti il racconto, per sostituire i fatti. E invece no. I fatti, prima o poi, presentano il conto. Sempre.</p>
<p>Franco Lodige, 5 aprile 2026</p>
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		<item>
		<title>Inseguimenti e legge: dove finisce il dovere e inizia la colpa</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/inseguimenti-e-legge-dove-finisce-il-dovere-e-inizia-la-colpa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Carta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 07:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[ramy]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il caso Ramy riaccende il dibattito su responsabilità e uso della forza da parte della polizia</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sul caso della morte di<strong> Ramy Elgaml</strong>, per il quale la Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio anche per il militare dell’Arma dei Carabinieri che condusse il fatale inseguimento, è doveroso ribadire una premessa che spesso viene ignorata: i processi si celebrano nelle aule di giustizia, non sui giornali. Senza conoscere le carte, le perizie, le dichiarazioni complete e il contraddittorio tra le parti, ogni giudizio su torti e ragioni è privo di senso.</p>
<p>Ciò detto, una riflessione di carattere generale, avulsa dal caso concreto, è comunque possibile. Un inseguimento ad alta velocità nelle strade cittadine – specie quando il fuggitivo procede a velocità elevatissime mettendo in pericolo chiunque incontri – non è una situazione ordinaria di circolazione stradale. È, al contrario, una situazione di pericolo pubblico nella quale<strong> l’intervento delle forze dell’ordine è obbligatorio</strong>, perché finalizzato a interrompere una possibile escalation.</p>
<p>In questo contesto, assimilare il comportamento dell’operatore di polizia a quello di un normale automobilista è un errore giuridico, prima ancora che logico. <strong>L’articolo 177 del Codice della strada</strong> consente ai veicoli in servizio di emergenza, con dispositivi acustici e luminosi attivi, di derogare alle regole della circolazione, proprio perché la loro funzione è quella di intervenire a tutela della sicurezza collettiva (anche a discapito della propria). Certamente permane un dovere, seppur non rigidamente definito, di rispettare le regole di comune prudenza e diligenza; tuttavia, tale dovere non può essere interpretato secondo parametri ordinari, pena lo svuotamento di significato della funzione stessa delle forze dell’ordine.</p>
<p>L’articolo 53 del Codice Penale disciplina <strong>l’uso legittimo delle armi</strong> e, più in generale, dei mezzi di coazione fisica da parte del pubblico ufficiale. La giurisprudenza concorda nel ritenere che tali strumenti non si esauriscano nelle armi in senso stretto, ma comprendano ogni mezzo idoneo a vincere una resistenza attiva, purché utilizzato nell’ambito di un dovere d’ufficio.</p>
<p>In questa prospettiva, anche un’autovettura di servizio può diventare, in concreto, uno strumento di coazione fisica quando venga impiegata per fermare un soggetto in fuga. Non si tratta di un uso deliberatamente offensivo o letale, ma di un mezzo funzionale a interrompere una condotta pericolosa per la collettività e, comunque, integrante <strong>un reato di resistenza a pubblico ufficiale.</strong></p>
<p>In tali circostanze, l’inseguimento è un’azione che comporta <strong>un margine di rischio</strong> (anche per gli operanti, si ribadisce), poiché si inserisce in una situazione già compromessa dalla scelta del fuggitivo di sottrarsi al controllo.</p>
<p>Pretendere che, in tale contesto, l’operatore rispetti integralmente le regole della circolazione o mantenga standard di sicurezza paragonabili a quelli di un comune utente della strada equivale a negare la possibilità stessa dell’inseguimento, nonostante il <strong>suo obbligo morale</strong>: le forze dell’ordine non possono certo rinunciare a fermare il fuggitivo.</p>
<p>Il vero nodo giuridico, allora, non è stabilire se l’attività sia stata “pericolosa” – perché lo è per definizione – ma se vi sia stato un eccesso rispetto ai limiti funzionali dell’intervento. Ciò richiede <strong>una valutazione tecnica e probatoria approfondita,</strong> coerente con la specifica funzione degli operatori di polizia.</p>
<p><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/ramy-accuse-assurde-da-oggi-sono-aboliti-i-posti-di-blocco/" target="_blank" rel="noopener">Ramy, accuse assurde: da oggi sono aboliti i posti di blocco</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/caso-ramy-chiesto-il-processo-per-il-carabiniere-accusato-di-omicidio-stradale/" target="_blank" rel="noopener">Caso Ramy, chiesto il processo per il carabiniere accusato di omicidio stradale</a></li>
</ul>
<p>Ridurre tutto a una responsabilità da normale utente della strada significa ignorare un dato essenziale: la sequenza causale si attiva con la fuga del soggetto fermato, e<strong> i carabinieri non possono voltarsi dall’altra parte.</strong> Quella scelta iniziale – consapevole e deliberata – genera il contesto di rischio che poi si sviluppa. Per questo, in generale e senza esprimere giudizi su un caso concreto che dovrà essere vagliato dai giudici, una cosa può essere affermata con chiarezza: non si può giudicare un inseguimento con le categorie della normalità, né si può trasformare chi interviene obbligatoriamente per fermare un pericolo in un semplice automobilista imprudente.</p>
<p><strong>Il diritto deve saper distinguere</strong>. Soprattutto, si deve evitare la tentazione di riscrivere a posteriori le regole dell’azione di polizia sulla base dell’esito, anziché della funzione pubblica esercitata, peraltro a fronte di una retribuzione del tutto sproporzionata rispetto al rischio (personale e giudiziario) che ne deriva.</p>
<p>Giorgio Carta, 6 aprile 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/inseguimenti-e-legge-dove-finisce-il-dovere-e-inizia-la-colpa/">Inseguimenti e legge: dove finisce il dovere e inizia la colpa</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<item>
		<title>I pm mettono nel mirino la vendita di San Siro: perquisizioni in corso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 07:54:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[san siro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'inchiesta sull'urbanistica ora punta sul Mezza ceduto a Inter e Milan per circa 197 milioni di euro</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Perquisizioni a tappeto e cellulari sequestrati: l’inchiesta sulla vendita di<strong> San Siro</strong> entra in una fase operativa e delicata. Come riferisce <em>ANSA</em>, la Guardia di finanza sta eseguendo un decreto del gip Roberto Crepaldi nei confronti di diversi soggetti coinvolti, tra cui ex amministratori pubblici, dirigenti e consulenti legati a Inter e Milan. I militari stanno operando negli uffici del Comune di Milano, nella sede della società M-I Stadio e nelle abitazioni di alcuni indagati.</p>
<p>Il fascicolo, coordinato dai pm Giovanna Cavalleri, Paolo Filippini e Giovanni Polizzi, ipotizza reati pesanti: turbativa d’asta e rivelazione di segreto d’ufficio. Nel registro degli indagati compaiono, tra gli altri, gli ex assessori Giancarlo Tancredi e Ada De Cesaris, il direttore generale di Palazzo Marino Christian Malangone, oltre a manager e consulenti delle due società calcistiche.<strong> L’indagine si inserisce nel solco della maxi inchiesta sull’urbanistica milanese</strong>, da cui sono emersi elementi investigativi – chat e mail – ritenuti rilevanti per approfondire il dossier stadio.</p>
<p>Sotto la lente degli inquirenti c’è l’operazione che ha portato alla cessione del Meazza a <strong>Inter</strong> e <strong>Milan</strong> per circa 197 milioni di euro. Il sospetto, tutto da verificare, è che l’iter possa aver favorito interessi privati a discapito di quelli pubblici, anche attraverso l’utilizzo della normativa sugli stadi per sostenere progetti di sviluppo immobiliare nell’area.</p>
<p>Nel decreto di perquisizione emerge anche una chat del 2019 dell’architetto Stefano Boeri, che metteva in guardia il sindaco <strong>Giuseppe Sala:</strong> “Attenzione che si crea un grave precedente di sostituzione di interessi privati e decisioni private ai criteri di informazione e scelta -del Comune- basati sull&#8217;interesse collettivo”. Un passaggio che gli investigatori considerano significativo per ricostruire il contesto decisionale.</p>
<p>Le perquisizioni, estese anche a soggetti terzi, puntano ora a raccogliere ulteriori elementi utili a chiarire se la vendita dello stadio sia avvenuta nel rispetto delle regole o se, come ipotizzato, vi siano state interferenze indebite. Un’indagine destinata ad avere inevitabili ricadute politiche e amministrative sulla gestione del futuro di San Siro.</p>
<p><em>Articolo in aggiornamento</em></p>
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		<title>Ha vinto l’Italia dell’odio e della disinformazione</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/ha-vinto-litalia-dellodio-e-della-disinformazione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonino Papa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 16:15:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nicolaporro.it/articoli/?p=309966</guid>

					<description><![CDATA[<p>Un risultato che lascia amarezza e apre interrogativi profondi sullo stato della nostra democrazia</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/ha-vinto-litalia-dellodio-e-della-disinformazione/">Ha vinto l’Italia dell’odio e della disinformazione</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’esito della <strong>consultazione popolare</strong> ha evidenziato che metà del Paese appare ancora ancorata a sistemi di potere, condizionata dalla politica e in contrasto con il concetto di voto consapevole. Mi chiedo, alla luce di ciò che è accaduto da quando è in carica l’attuale Esecutivo — legittimato anch’esso da un Parlamento espressione della volontà dei cittadini — <strong>se gli esponenti del NO che abusano del termine “democrazia”</strong> considerino le scorse elezioni politiche una sorta di “rapina”, essendo stati sconfitti.</p>
<p>È il solito <strong>atteggiamento antidemocratico</strong> cui abbiamo assistito da ottobre 2022, quando, all’indomani delle elezioni e dopo aver pubblicamente attaccato il Governo (anche a livello internazionale), definendolo “fascista”, sono iniziate manovre per tentare di indebolirlo attraverso strumentalizzazioni di ogni genere: dal sostegno ad Hamas, al <strong>supporto alla Repubblica degli Ayatollah</strong>, dalla difesa del regime di Maduro alle scarcerazioni di immigrati irregolari responsabili di reati gravi, fino all’ostruzionismo sul protocollo Albania, agli scioperi e alla diffusione di odio attraverso piazze infuocate.</p>
<p>Il referendum è stato, dunque, un ulteriore strumento — o pretesto, se si preferisce — al pari degli eventi citati, per perseguire sempre lo stesso obiettivo: delegittimare e mettere in difficoltà un Governo pienamente legittimo. Non si è mai, e sottolineo mai,<strong> entrati nel merito delle questioni. </strong>La riforma, inoltre, avrebbe rappresentato anche una concreta minaccia per quella parte della magistratura che non opera secondo i dettami costituzionali, ma secondo linee guida di forze politiche agendo dietro le quinte, compromettendo imparzialità e deontologia che dovrebbero caratterizzare il più importante potere dello Stato.</p>
<h2>Voto, espressione di odio e disinformazione</h2>
<p>L’analisi del voto non lascia spazio a interpretazioni, soprattutto considerando toni e contenuti di basso livello, lontani anni luce dal merito della riforma (con le dovute eccezioni), espressi dai leader del fronte del NO e persino da alcuni magistrati che si sono lasciati andare a dichiarazioni tutt’altro che istituzionali. Naturalmente anche da parte dei sostenitori della riforma<strong> vi sono state cadute di stile,</strong> ma sempre accompagnate da un’informazione sulle possibili conseguenze del sistema giustizia nei due scenari, garantendo un approccio informativo più corretto.</p>
<p>Si sono così confrontati due schieramenti: da un lato i promotori, che si sono attenuti al merito, <strong>dall’altro le opposizioni, che avrebbero scelto di disinformare le masse</strong> con l’obiettivo di “mandare a casa la Meloni e il suo Esecutivo”, sfruttando la già diffusa scarsa propensione alla lettura e all’informazione (l’Italia risulta tra gli ultimi Paesi europei per livelli di lettura e cultura media), diffondendo false narrazioni e alimentando l’odio verso la Presidente del Consiglio e il Governo.</p>
<p>Di conseguenza, chi ha creduto a tali narrazioni e si è lasciato guidare dall’odio avrebbe votato NO, con le dovute eccezioni, senza nemmeno comprendere pienamente l’oggetto del voto, come emerso in numerosi dibattiti anche con esponenti del <strong>Movimento 5 Stelle</strong> che non avrebbero letto integralmente il testo della riforma.</p>
<p>Non a caso, appena un’ora dopo l’ufficializzazione della vittoria del NO, <strong>i leader delle opposizioni hanno dichiarato di essere pronti a governare</strong>, e qualcuno ha persino chiesto le dimissioni della Presidente del Consiglio. Dinamiche che, secondo questa lettura, non si sarebbero mai viste neppure in contesti estremi.</p>
<h2>Lombardia, Veneto e Friuli: le ragioni del SÌ</h2>
<p>Se ci si chiede perché in <strong>Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia</strong> — considerate locomotive del Paese — abbia prevalso il SÌ, la risposta viene individuata nella consapevolezza degli elettori, che avrebbero votato conoscendo gli scenari della riforma e le relative conseguenze.</p>
<p>Si tratta di <strong>territori caratterizzati da una forte cultura del lavoro,</strong> piccoli e medi imprenditori, industriali, lavoratori e famiglie per i quali la funzionalità del sistema giudiziario è prioritaria. In queste aree le esportazioni vengono prima delle dinamiche sindacali considerate paralizzanti, mentre il fenomeno dell’immigrazione irregolare viene percepito come un problema sociale e non come una risorsa, contrariamente a quanto sostenuto da alcune posizioni politiche.</p>
<p>In queste regioni si sarebbe votato con maggiore consapevolezza, <strong>nell’ottica di una modernizzazione dello Stato</strong> e del suo sistema giudiziario, elemento chiave per competere con le grandi economie occidentali. Il messaggio, pur nella sconfitta nazionale, sarebbe stato chiaro: una richiesta di un’Italia capace di crescere, non bloccata da sistemi di potere e clientele che influenzano la vita di cittadini e imprese.</p>
<h2>Onore ai magistrati coraggiosi e agli italiani favorevoli alla riforma</h2>
<p>Durante la campagna referendaria si sarebbero verificati numerosi cambi di posizione (<strong>citati i casi di Travaglio, Gratteri, Gomez e altri</strong>), che in passato avrebbero sostenuto la separazione delle carriere e il sorteggio e successivamente avrebbero cambiato opinione.</p>
<p>Accanto a ciò, vi sarebbero state anche <strong>prese di posizione coraggiose da parte di esponenti della magistratura</strong> non condizionati dalle correnti politiche interne, impegnati nel tentativo di contrastare un sistema in cui, secondo questa lettura, avanzerebbero soprattutto coloro che risultano “schierati” più che meritevoli.</p>
<p>Non sarebbe semplice per loro, anche alla luce di alcuni comportamenti successivi al voto, interpretati come festeggiamenti irrispettosi nei confronti della Presidente del Consiglio e di colleghi magistrati, <a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/vanno-sparati-cosa-circolava-nelle-chat-delle-toghe-la-rivelazione-di-imparato/" target="_blank" rel="noopener"><strong>tra cui la dottoressa Imparato,</strong></a> che avrebbe sostenuto la riforma fino all’ultimo.</p>
<p><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/referendum-gratteri-esulta-per-il-segnale-forte/" target="_blank" rel="noopener">Referendum, Gratteri esulta per il segnale forte</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/a-napoli-i-magistrati-brindano-e-cantano-bella-ciao-cori-choc-contro-meloni/" target="_blank" rel="noopener">A Napoli i magistrati brindano e cantano Bella Ciao Cori choc contro Meloni</a></li>
</ul>
<p>Secondo questa prospettiva, vi sarebbe il rischio di future ritorsioni o <strong>“rese dei conti”,</strong> come sostenuto da alcune dichiarazioni attribuite al dottor <strong>Gratteri</strong>, non solo verso giornalisti favorevoli alla riforma ma anche verso magistrati interni che l’avrebbero sostenuta. Vengono inoltre menzionate realtà territoriali difficili, dove esprimere determinate posizioni politiche risulterebbe complesso a causa di dinamiche clientelari e di controllo del consenso.</p>
<p>In conclusione, si tratta di <strong>una storica opportunità che sarebbe stata sprecata,</strong> secondo questa visione, a causa della disonestà intellettuale di chi accetterebbe la volontà popolare solo quando essa coincide con le proprie posizioni.</p>
<p>Antonino Papa, 26 marzo 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/ha-vinto-litalia-dellodio-e-della-disinformazione/">Ha vinto l’Italia dell’odio e della disinformazione</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<item>
		<title>Travaglio, l’impunito (che sfotte)</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/travaglio-limpunito-che-sfotte/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/travaglio-limpunito-che-sfotte/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giulio Alfredo Galetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 21:26:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Gaia Tortora]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Travaglio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nicolaporro.it/articoli/?p=310239</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’irriverenza continua dei manettari mediatici contro la memoria di Tortora e sua figlia</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/travaglio-limpunito-che-sfotte/">Travaglio, l’impunito (che sfotte)</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sull&#8217;<a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/03/26/a-saperlo-prima/8336864/" target="_blank" rel="noopener nofollow">editoriale di ieri sul &#8220;Fatto Quotidiano&#8221;,</a> <strong>Marco Travaglio</strong> scrive: &#8220;<strong>Gaia Tortora rassicura il fan club:</strong> In nome e per conto del 46% andiamo avanti. Sempre a testa alta. Ad avercela&#8221;. Non è la prima volta. A gennaio 2026, sempre sul Fatto, Travaglio aveva già usato il caso del padre di Gaia per sostenere che <strong>la riforma non avrebbe cambiato nulla</strong>: strumento retorico prima, insulto adesso utilizzando un metodo rodato.</p>
<p><strong>In quelle due parole, &#8220;Ad avercela&#8221;,</strong> c&#8217;è il simulacro plastico del suo giornalismo, pluricondannato e mai scalfito dall&#8217;Ordine, tetragono a qualunque responsabilità deontologica, manettaro protervo verso gli altri e garantista per sé. La figlia di un innocente sbeffeggiata dall&#8217;uomo che di quella gogna ha fatto un collaudato sistema editoriale, <strong>erede del peggior &#8220;manettarismo&#8221; su piazza,</strong> con il côté di tricoteuse televisive che lo supportano.</p>
<p><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/tortora-e-i-moretti/" target="_blank" rel="noopener">Tortora e i Moretti</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/tutte-le-balle-di-travaglio-sul-referendum/" target="_blank" rel="noopener">Tutte le balle di Travaglio sul referendum</a></li>
</ul>
<p><strong>Enzo Tortora fu massacrato da chi confondeva l&#8217;accusa con la sentenza</strong>. Sua figlia porta avanti quella storia e quella battaglia con la schiena dritta. Travaglio si permette di irriderla con il suo squallido sarcasmo, forte della convinzione di essere in una botte di ferro. <a href="https://mediasetinfinity.mediaset.it/video/quartarepubblica/referendum-giustizia-il-commento-di-gaia-tortora_F314087001028C08" target="_blank" rel="noopener nofollow"><strong>Gaia Tortora ha la schiena dritta</strong> </a>e Travaglio? Ad avercela&#8230; la schiena!</p>
<p>Giulio Galetti, 27 marzo 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/travaglio-limpunito-che-sfotte/">Travaglio, l’impunito (che sfotte)</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<item>
		<title>Ma quale &#8220;Bella ciao&#8221; canto condiviso: se un inno diventa propaganda di sinistra</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/ma-quale-bella-ciao-canto-condiviso-se-un-inno-diventa-propaganda-di-sinistra/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 09:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[bella ciao]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nicolaporro.it/articoli/?p=309679</guid>

					<description><![CDATA[<p>Storia e politica di una canzone che oggi divide più di quanto unisca</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/ma-quale-bella-ciao-canto-condiviso-se-un-inno-diventa-propaganda-di-sinistra/">Ma quale &#8220;Bella ciao&#8221; canto condiviso: se un inno diventa propaganda di sinistra</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sin da bambino, la canzone <strong>“Bella ciao”</strong> mi incuteva un senso di disagio, di repulsione. Non ne comprendevo il motivo, ma associavo al ritornello “… ciao, ciao ciaoooo” le facce stravolte dall’odio e dalla rabbia di donne con il fazzoletto rosso al collo. E <strong>l’immagine mi intimoriva</strong>. Bene inteso, la mia famiglia, da parte di padre, è sempre stata liberale, con vene anarcoidi, mentre da parte di madre si virava al rosso.</p>
<p>Ciò nonostante, quella canzone, <strong>cantata in modo sguaiato e aggressivo,</strong> mi spaventava, e ha contribuito non poco ad allontanarmi istintivamente da quel consesso rancoroso e sguaiato. Lasciando perdere i miei ricordi fanciulleschi, mi tocca constatare che, come al solito, i sinistri sono maestri nell’arte mistificatoria e propagandistica, quando affermano che tutti gli italiani si dovrebbero riconoscere in questa canzone che è simbolo della lotta partigiana. E come tutte le mistificazioni che si rispettino <strong>c’è un fondo di verità. </strong></p>
<p>È vero, il testo parla di lotta contro l'&#8221;invasore&#8221; senza riferimenti di classe o partito; Bella ciao è generico: parla di un partigiano che combatte l&#8217;invasore nazifascista e muore per la libertà. <strong>Questo lo ha reso &#8220;duttile&#8221; e inclusivo all&#8217;inizio</strong>: poteva rappresentare tutta la Resistenza (cattolici, liberali, socialisti, comunisti, azionisti), ma nel dopoguerra fu diffuso soprattutto in ambienti legati al Partito Comunista Italiano (feste dell&#8217;Unità, raccolte di canti partigiani).</p>
<p>Comunque, per la sua originaria inclusività,<strong> i governi di centrosinistra negli anni &#8217;60</strong> lo promossero proprio per sottolineare l&#8217;unità antifascista e impedire che il PCI se ne appropriasse in esclusiva. Ma la sua vera popolarità esplose tra il 1963-1964, con la versione di <strong>Yves Montand</strong> (all’anagrafe Ivo Livi, il cui padre era un attivista del PC italiano), e la sua esecuzione al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Da lì divenne un simbolo della Resistenza in senso ampio.</p>
<p><strong>A partire dal 1968</strong>, però, i movimenti studenteschi, operai e di estrema sinistra lo adottarono massicciamente come inno di <strong>protesta contro &#8220;il sistema</strong>&#8220;, l&#8217;autorità e il capitalismo. Aggiunsero perfino strofe come &#8220;Era rossa la sua bandiera… come il sangue che versò&#8221;. Da canto trasversale diventò così canto di lotta giovanile e di sinistra e l&#8217;ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d&#8217;Italia, storicamente vicina alla sinistra) lo ha eletto a simbolo del 25 aprile.</p>
<p>Negli anni &#8217;70-&#8217;80 <strong>fu cantato ai funerali di Enrico Berlinguer</strong> e in tante piazze di sinistra. Questo ha creato una percezione identitaria: per molti a sinistra è &#8220;il nostro inno&#8221;, per altri (soprattutto a destra) un simbolo &#8220;comunistizzato&#8221; o usato per etichettare come &#8220;fascista&#8221; chiunque non lo canti o lo critichi. Oggi viene intonato regolarmente in manifestazioni antifasciste, <strong>contro governi di centrodestra</strong> o proteste contro figure percepite come &#8220;di destra&#8221;.</p>
<p><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/quel-coro-non-e-folklore-e-un-segnale/" target="_blank" rel="noopener">Quel coro non è folklore. È un segnale</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/a-napoli-i-magistrati-brindano-e-cantano-bella-ciao-cori-choc-contro-meloni/" target="_blank" rel="noopener">A Napoli i magistrati brindano e cantano Bella Ciao. Cori choc contro Meloni</a></li>
</ul>
<p>È, pertanto, diventato<strong> uno strumento di propaganda esclusiva della sinistra</strong>, che si è appropriata della Resistenza (che fu trasversale) ed è usato per dividere invece che unire. Al di là di ogni mistificazione, la realtà è che la canzone non è &#8220;nata di sinistra&#8221;, ma lo è diventata.</p>
<p>Da canto popolare di resistenza contro l&#8217;oppressore, potenzialmente di tutti gli antifascisti, è stato adottato e promosso soprattutto da sinistra, specialmente dal &#8217;68 in poi, fino a diventare simbolo identitario nei rituali, nelle piazze e nella cultura “progressista” che esclude e polarizza, legato a una narrazione storica che privilegia una sola anima della Resistenza.</p>
<p>Chi lo intona, pertanto, dichiara manifestamente il proprio schieramento politico. S<strong>olo l’ipocrisia della sinistra può chiedere di simboleggiare l’unità nazionale</strong> con questa canzone. Per tale scopo, esiste il ben più inclusivo Inno di Mameli!</p>
<p>Carlo MacKay, 25 marzo 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/ma-quale-bella-ciao-canto-condiviso-se-un-inno-diventa-propaganda-di-sinistra/">Ma quale &#8220;Bella ciao&#8221; canto condiviso: se un inno diventa propaganda di sinistra</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<item>
		<title>Vietato riformare la giustizia</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/vietato-riformare-la-giustizia/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/vietato-riformare-la-giustizia/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudio Romiti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 18:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Riforma Nordio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un Paese diviso tra richiesta di riforme e resistenze istituzionali che rendono ogni cambiamento una sfida impraticabile</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/vietato-riformare-la-giustizia/">Vietato riformare la giustizia</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Malgrado io sia da tempo afflitto da una sorta di leopardiano pessimismo cosmico, soprattutto quando analizzo l’andamento della nostra democrazia, debbo ammettere di essere rimasto impietrito nell’apprendere l’esito del referendum sulla giustizia. <strong>Francamente non me lo aspettavo</strong>.</p>
<p>D’altro canto, qualche domanda sul livello evolutivo della nostra comunità nazionale dovremmo porcela, se paragoniamo questo sfortunato tentativo di modernizzare il sistema giudiziario alle molte iniziative demagogiche, molte delle quali assolutamente controproducenti, portate avanti dai <strong>governi sostenuti dal M5S</strong> e che all’epoca raccolsero un grande consenso.</p>
<p>E per quanto <strong>i partiti e i parrucconi del fronte del No</strong> abbiano raccontato un mare magnum di frottole, alimentando in tutti i modi lo spettro di una deriva autoritaria, è altrettanto vero che da anni i sondaggi più autorevoli registrano un livello di fiducia dei cittadini nei riguardi della magistratura assai basso. Un livello lontanissimo dai “fasti” dell’epopea di Mani pulite.</p>
<p>Per chi crede <strong>nei valori del garantismo</strong> – valori che i difensori manettari della “Costituzione più bella del mondo” dimenticano troppo spesso – la grande occasione persa lascerà una ferita molto profonda, oltre alla consapevolezza che un tale fallimento allontana di anni luci una concreta possibilità di riformare la giustizia.</p>
<p>E la prova più evidente di ciò che ci aspetta da qui in avanti l’hanno fornita<a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/a-napoli-i-magistrati-brindano-e-cantano-bella-ciao-cori-choc-contro-meloni/" target="_blank" rel="noopener"><strong> alcuni magistrati in festa</strong></a>, appresa la vittoria del No, che hanno inscenato scomposti cori da stadio e intonando la sinistra “Bella ciao”, e cantando “chi non salta Meloni è”, manifestando, ad essere buoni, scarsa considerazione per la figura istituzionale incarnata dalla premier. Francamente, da semplice cittadino che ha sempre sempre rispettato il principio di autorità,<strong> lo spettacolo è stato indecente</strong>, minando gravemente la necessaria serietà ed autorevolezza che dovrebbe necessariamente contraddistinguere qualunque magistrato.</p>
<p>L’unico neo, se così vogliamo dire, alla chiassosa apoteosi di chi si ha sostenuto la linea della conservazione è stato <strong>il chiaro successo del Sì nelle regioni più avanzate del Nord produttivo</strong>, laddove, evidentemente, chi ancora oggi tira la carretta di un Paese sempre in bilico forse vorrebbe uscire da quei meccanismo giudiziari farraginosi e bizantini che, secondo molti analisti, rappresentano un freno non indifferente per chi vorrebbe fare seriamente impresa. Forse questa<strong> è l’ultima speranza per non morire metaforicamente disperati.</strong></p>
<p>Claudio Romiti, 26 marzo 2026</p>
<p><strong>Leggi anche:</strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/referendum-le-ragioni-della-sconfitta/">Referendum, le ragioni della sconfitta</a></li>
</ul>
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		<title>“Servirebbe pure il sorteggio…”. Ora i magistrati vogliono la riforma</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/servirebbe-pure-il-sorteggio-ora-i-magistrati-vogliono-la-riforma/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/servirebbe-pure-il-sorteggio-ora-i-magistrati-vogliono-la-riforma/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 08:32:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[nino di matteo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da non credere: Di Matteo esulta per la vittoria del No ma poi chiede di intervenire sul sistema giudiziario</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/servirebbe-pure-il-sorteggio-ora-i-magistrati-vogliono-la-riforma/">“Servirebbe pure il sorteggio…”. Ora i magistrati vogliono la riforma</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è qualcosa di meraviglioso, nel senso negativo e ironico del termine, nel <em>day after</em> del <strong>referendum sulla giustizia</strong>. Il governo aveva cercato di mettere un correttivo ai mali che da tempo attanagliano l&#8217;ordine giudiziario, vedi la degenerazione delle correnti e un sistema, quello del Csm, incapace di sanzionare adeguatamente i magistrati che sbagliano. E ora, dopo aver condotto una battaglia di fuoco contro le modifiche costituzionali, il giorno dopo si scopre che buona parte di quelli che urlavano NO adesso chiedono la <strong>riforma della giustizia</strong>.</p>
<p>Sembra una barzelletta, ma non lo è. Ieri <a href="https://www.nicolaporro.it/adesso-il-pd-vuole-la-riforma/" target="_blank" rel="noopener">il nostro barista vi ha raccontato il caso del Pd</a>, che si scopre riformista dopo aver affossato la riforma. E oggi è il turno di <strong>Nino Di Matteo</strong> che, Intervistato da <em>La Stampa</em>, si dice sì «felice» per la vittoria del No, ma allo stesso tempo riconosce che il sistema giudiziario italiano ha bisogno di interventi.</p>
<p>«I cittadini <strong>hanno detto no al tentativo di modificare sette articoli della Costituzione</strong> senza un solo emendamento parlamentare», spiega. «Sono felice perché il voto è l’ulteriore dimostrazione che nel Paese esiste una maggioranza silenziosa, che non si riconosce necessariamente nei partiti, e crede nella Costituzione». Un passaggio in cui Di Matteo sottolinea anche un elemento politico non secondario: «Mi ha colpito la mobilitazione dei più giovani».</p>
<p>Sul ruolo della magistratura nel dibattito pubblico, il giudice respinge le accuse di invasione di campo. «Credo che il magistrato, quando si parla di riforme che riguardano la giustizia o la lotta al crimine, <strong>abbia il diritto di dire la sua</strong>. In questo caso ho sentito il dovere di farlo perché ho visto un pericolo per le garanzie dei cittadini». E, replicando a Giusi Bartolozzi, che aveva parlato di “plotone di esecuzione”, aggiunge: «A me è venuto in mente quello davanti al quale si sono trovati i ventotto magistrati uccisi dalla mafia e dal terrorismo».</p>
<p>Non manca però una presa di distanza da alcuni eccessi interni alla categoria. Di fronte alle immagini di <a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/a-napoli-i-magistrati-brindano-e-cantano-bella-ciao-cori-choc-contro-meloni/" target="_blank" rel="noopener">procure in festa per il risultato referendario</a>, Di Matteo ammette che «certe reazioni potevano essere evitate».</p>
<p>Il punto centrale resta però <strong>il futuro della giustizia</strong> dopo lo stop alla riforma. «Sarebbe intellettualmente disonesto pensare che la giustizia e l’autogoverno della magistratura funzionino in maniera perfetta», riconosce Di Matteo. «C’è da ridurre i tempi del processo garantendo efficienza, senza sacrificare le garanzie, e c’è da recidere<strong> il legame patologico fra le correnti dell’Anm e il Csm</strong>». Capito? Va fatta la riforma che prevedeva la riforma Nordio, però quella l&#8217;hanno bocciata perché, spiega il magistrato, «ogni cambiamento va costruito con il giusto metodo, quello delle riforme ordinarie».</p>
<p>Nel merito delle proposte bocciate, l’ex consigliere del Consiglio Superiore della Magistratura è netto: «Il rimedio era peggiore del male: prevedendo due tipi diversi di sorteggio nel Consiglio si sarebbero spostati gli equilibri a favore della politica». E sull’ipotesi di un organo di autogoverno separato per i pm: «Lo dico da pubblico ministero: l’autoreferenzialità di un organo diverso da quello del <strong>giudice</strong> sarebbe stato pericoloso per i cittadini».</p>
<p>Volete la perla finale? Come superare allora il problema delle correnti? Sapete come? Con il sorteggio. O meglio, con «un sorteggio temperato», cioè «una lista di cento o duecento magistrati <strong>estratti a sorte</strong> dalla quale poi scegliere con voto chi mandare al Csm». E aggiunge: «Resto anche convinto della utilità di un divieto temporaneo di eleggibilità di chi abbia ricoperto incarichi apicali all’interno dell’Anm o delle singole correnti». Scusate: ma il sorteggio non era offensivo nei confronti dei magistrati? Non avrebbe rischiato di far andare al Csm persone poco competenti nella materia di gestione dell&#8217;organo di autogoverno delle toghe?</p>
<p>A questo si aggiunge anche il comunicato arrivato oggi da Area democratica per la giustizia: &#8220;Dopo la clamorosa vittoria al referendum, è sorta dal basso la iniziativa di tanti <strong>giovani magistrati</strong> per chiedere una assemblea straordinaria della <strong>Anm</strong> per discutere ed affrontare i veri problemi del servizio giustizia. Così come la mobilitazione per il No, si tratta di un altro ottimo esempio della vivacità culturale della magistratura italiana che si manifesta anche al di là delle forme classiche di associazionismo. Sono fenomeni da incoraggiare, nel rispetto delle regole statutarie della Anm. Per favorire la iniziativa -annunciano i magistrati progressisti- il gruppo di AreaDg nel Comitato direttivo centrale ha chiesto di inserire nell&#8217;ordine del giorno del Cdc di sabato prossimo la convocazione di una assemblea straordinaria, a prescindere dal raggiungimento del numero di firme raccolte&#8221;. Il giorno dopo, tutti riformisti?</p>
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		<title>L’ANM, il partito che farà il nostro bene (si fa per dire)</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/lanm-il-partito-che-fara-il-nostro-bene-si-fa-per-dire/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Taradash]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 19:27:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Anm]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal referendum all’impegno civile: il rischio di una magistratura “militante”</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’ANM, <strong>il sindacato dei magistrati,</strong> ha annunciato ieri con <a href="https://www.facebook.com/photo?fbid=1361542969351022&amp;set=pcb.1361543126017673" target="_blank" rel="noopener nofollow"><strong>un post su Facebook</strong></a> la sua formale discesa in politica. La sua vittoria nel referendum è solo “un punto di partenza”, ci rassicura. Non basta, possiamo contare sul costante impegno della magistratura associata ad operare a beneficio di tutti noi: “La relazione con la società civile ha arricchito la magistratura e sapremo trovare gli strumenti perché <strong>questa ricchezza sia condivisa</strong> e vada a beneficio di tutto il Paese”.</p>
<p>Grazie, abbiamo finalmente <strong>un partito al di sopra di ogni sospetto</strong>. Anche la Costituzione ringrazia. Nessuno era riuscito a spiegarci meglio che il compito dei magistrati non è quello di applicare le leggi ma di utilizzare “la relazione con la società civile a beneficio di tutto il paese”.</p>
<p>E chi non accettasse questo beneficio? Si troverà dalla parte del male, è chiaro, ma i magistrati, che ne hanno il potere, sapranno come evitarlo. E <strong>la Costituzione vincerà di nuovo. </strong></p>
<p>Marco Taradash, 26 marzo 2026</p>
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		<item>
		<title>L&#8217;eterno ritorno del Rimpianto: dal nucleare alla giustizia</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/leterno-ritorno-del-rimpianto-dal-nucleare-alla-giustizia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 15:16:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come per l’energia, anche per la giustizia stiamo scegliendo oggi un problema che pagheremo domani</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo un popolo che ama i &#8220;No&#8221; ideologici per <strong>poi maledire i &#8220;Sì&#8221; alle bollette</strong>. Nel 1987, sull’onda emotiva di <strong>Chernobyl</strong>, l’Italia decise di spegnere i motori del progresso energetico. Fu un suicidio assistito spacciato per trionfo ecologista: ci siamo illusi di essere più sicuri, mentre oggi imploriamo i vicini francesi di venderci la loro energia (nucleare) a prezzi elevatissimi. Oggi piangiamo sulle bollette, sognando quell’indipendenza energetica che abbiamo gettato alle ortiche per un pregiudizio vecchio di quarant’anni.</p>
<p>La storia, con cinica precisione, si sta ripetendo con <strong>la bocciatura del referendum costituzionale del 2026.</strong> Come nel 1987 si pensava di &#8220;fermare l&#8217;atomo&#8221; per decreto, oggi si è pensato di &#8220;difendere la Costituzione&#8221; mantenendo uno status quo fallimentare. La bocciatura della riforma della magistratura non ha salvato l&#8217;indipendenza dei giudici; ha semplicemente blindato il potere delle correnti. Se per il nucleare la fattura è in euro, per la giustizia sarà in termini di imparzialità e democrazia.</p>
<p><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/conte-e-schlein-nel-panico-elezioni-meloni-non-si-dimetta-sarebbe-vigliacca/" target="_blank" rel="noopener">Conte e Schlein nel panico elezioni:Meloni non si dimetta, sarebbe vigliacca</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/separazione-delle-carriere-perche-il-si-puo-cambiare-la-giustizia-italiana/" target="_blank" rel="noopener">Separazione delle carriere, perché il Sì può cambiare la giustizia italiana</a></li>
</ul>
<p>Bocciare la separazione delle carriere e la riforma del CSM nel 2026 produrrà <strong>una magistratura non più libera, ma più &#8216;arroccata.</strong><br />
Vedremo giudici dimettersi per scendere in politica con un’aggressività raddoppiata, forti di un sistema che il popolo, per paura del cambiamento, ha scelto di non toccare. <strong>Cosa accadrà domani?</strong></p>
<p>Tra qualche anno, quando ci troveremo davanti a sentenze scritte col bilancino dell&#8217;appartenenza politica ed a una giustizia sempre più lenta e parziale, faremo esattamente quello che facciamo oggi davanti al contatore della luce: <strong>ci lamenteremo del sistema,</strong> dimenticando che la chiave per cambiarlo l&#8217;avevamo in mano noi, e abbiamo scelto di spezzarla. Siamo passati dal &#8220;Nucleare? No grazie&#8221; al &#8220;Giustizia? Meglio così&#8221;. In entrambi i casi, la vittoria della conservazione è solo il preludio a <strong>un risveglio molto amaro.</strong></p>
<p>Massimo Micheli, 25 marzo 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/leterno-ritorno-del-rimpianto-dal-nucleare-alla-giustizia/">L&#8217;eterno ritorno del Rimpianto: dal nucleare alla giustizia</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Oltre il Sì e il No: il vero significato del referendum</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/oltre-il-si-e-il-no-il-vero-significato-del-referendum/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/oltre-il-si-e-il-no-il-vero-significato-del-referendum/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Salvatore Di Bartolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 09:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[carlo nordio]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In ballo non c’è solo il voto, ma la capacità dell’Italia di evolversi</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/oltre-il-si-e-il-no-il-vero-significato-del-referendum/">Oltre il Sì e il No: il vero significato del referendum</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non tutte le consultazioni elettorali hanno lo stesso peso. Alcune si esauriscono nel loro risultato; altre, invece, finiscono per assumere un significato più ampio, perché riflettono il modo in cui un Paese interpreta sé stesso e il proprio tempo. <strong>Il referendum sulla giustizia</strong> in programma nelle prossime ore appartiene senz&#8217;altro a questa seconda categoria.</p>
<p>Non è solo una scelta legata ai quesiti della riforma, né un semplice passaggio della f<strong>isiologia democratica</strong>. È una verifica più profonda: della capacità collettiva di affrontare i mutamenti, di leggere la complessità, di decidere e costruire il futuro. In gioco non c’è soltanto un testo normativo o la modifica di una manciata di articoli della Carta costituzionale, ma l’atteggiamento con cui <strong>l’Italia intende affrontare le trasformazioni</strong> e porsi dinanzi al cambiamento.</p>
<p>Da qui prende forma il vero senso di questo voto, che va ben oltre il quesito referendario e si trasforma in una vera e propria prova di <strong>maturità civile e politica.</strong> Il referendum non può pertanto essere ridotto a una mera questione tecnica o a un semplice esercizio procedurale.</p>
<p>Rappresenta, piuttosto, un potenziale <strong>punto di svolta</strong>. Perché non si limiterà a sancire l’approvazione o la bocciatura di una riforma, ma offrirà un’indicazione molto più profonda sulla capacità del Paese di leggere e interpretare il proprio tempo.</p>
<p>Da anni il dibattito pubblico italiano si muove lungo una linea di tensione ben definita. Da una parte,<strong> la spinta ad innovarsi,</strong> dettata dalla necessità di confrontarsi con trasformazioni sempre più rapide e complesse; dall’altra, una tendenza alla conservazione che spesso si traduce in una difesa dogmatica dell’esistente, anche quando mostra limiti evidenti.</p>
<p>È su questo crinale che <strong>si gioca la partita</strong>. Non tanto nel merito della riforma, quanto nell’approccio con cui viene affrontata.</p>
<p>Se prevarrà una valutazione lucida, informata e aperta, allora emergerà il profilo di un Paese capace di guardare avanti ed evolvere. Un Paese che sa aggiornare i propri strumenti senza smarrire i propri riferimenti, che affronta il cambiamento come una sfida da governare e non come una minaccia da respingere. In altre parole, <strong>un’Italia moderna, capace di adattarsi e di innovare.</strong></p>
<p>Se invece il voto sarà dominato da <strong>riflessi ideologici,</strong> da paure o da una difesa dello status quo, il segnale fornito sarà molto diverso. Si rafforzerà quella dinamica tipicamente italiana che, nel tempo, ha prodotto disarmonia e immobilismo e ha alimentato una crescente difficoltà a riformare davvero il Paese.</p>
<p>È per questo che il referendum assume un valore che va ben oltre il suo oggetto specifico. Diventa una linea di demarcazione: da una parte, un’Italia che accetta la complessità e sceglie di misurarsi con essa, anche correndo il rischio dell’innovazione; dall’altra, un’Italia che preferisce rifugiarsi nella continuità, trasformando ogni remota possibilità di cambiamento in una minaccia esistenziale, finendo per rendersi, di fatto, <strong>irriformabile</strong>.</p>
<p><strong>Non è una questione di schieramenti.</strong> La vera posta in gioco è il metodo con cui si arriva alla scelta: la disponibilità a comprendere, a valutare, a decidere senza scorciatoie.</p>
<p>Le sfide che attendono il Paese — economiche, sociali, demografiche e geopolitiche — richiederanno proprio questo: capacità di lettura, responsabilità e visione. In questo senso, il voto rappresenta <strong>un banco di prova cruciale.</strong></p>
<p><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/atlanticoquotidiano/quotidiano/aq-politica/referendum-perche-il-toga-party-punta-ad-una-sconfitta-contenuta/" target="_blank" rel="noopener">Referendum, perché il Toga Party punta ad una sconfitta contenuta</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/referendum-lo-stolto-guarda-il-dito-e-non-la-luna/" target="_blank" rel="noopener">Referendum, lo stolto guarda il dito (e non la luna)</a></li>
</ul>
<p>Perché ciò che si decide nelle urne non è soltanto <strong>il destino di una singola riforma,</strong> ma la traiettoria complessiva del Paese: da un lato, la possibilità di consolidare un’Italia capace di rinnovarsi e di stare al passo con i cambiamenti; dall’altro, il rischio di scivolare ancora una volta in un equilibrio fallace solo apparentemente stabile.</p>
<p>È qui che si misura davvero la reale portata di questo appuntamento: <strong>non nel “Sì” o nel “No”,</strong> ma nella direzione che quei due esiti rappresentano. Una direzione che separa, in modo sempre più netto, un Paese che ambisce ad evolversi e a diventare moderno da uno che, per paura di cambiare, finisce puntualmente per condannare sé stesso all’immobilismo.</p>
<p>Salvatore di Bartolo, 21 marzo 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/oltre-il-si-e-il-no-il-vero-significato-del-referendum/">Oltre il Sì e il No: il vero significato del referendum</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>&#8220;La strada manco esisteva&#8230;&#8221;. Se avete il coraggio, leggete questa storia che riguarda Woodcock</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/la-strada-manco-esisteva-se-avete-il-coraggio-leggete-questa-storia-che-riguarda-woodcock/</link>
					<comments>https://www.nicolaporro.it/la-strada-manco-esisteva-se-avete-il-coraggio-leggete-questa-storia-che-riguarda-woodcock/commenti</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 14:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[referendum giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[woodcock]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nicolaporro.it/articoli/?p=308657</guid>

					<description><![CDATA[<p>Simona Sparaco racconta l'errore giudiziario che ha colpito suo padre e che ha distrutto l'azienda di famiglia: "Farò di tutto per far vincere il Sì"</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/la-strada-manco-esisteva-se-avete-il-coraggio-leggete-questa-storia-che-riguarda-woodcock/">&#8220;La strada manco esisteva&#8230;&#8221;. Se avete il coraggio, leggete questa storia che riguarda Woodcock</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è un tono misurato, quasi disarmante, nelle parole di <strong>Simona</strong> <strong>Sparaco </strong>mentre racconta la paradossale assurda storia della sua famiglia. Una storia di ingiustizia. Di giustizia malata. Di pm che arrestano senza controllare. Di processi che durano 8 anni. Che distruggono aziende. E che risarciscono paradossali errori con 11mila micragnosi euro.</p>
<p>Parliamo di una storia che affonda le radici «più di vent’anni fa», ma che riemerge oggi, alla vigilia del <strong>referendum sulla giustizia.</strong> «Lunedì si vota per il referendum sulla giustizia e lunedì mio padre avrebbe compiuto 83 anni. Ho pensato fosse un segnale&#8221;, <a href="https://roma.corriere.it/notizie/politica/26_marzo_19/simona-sparaco-referendum-si-c72a0cb0-427d-418c-a35e-9045f8f8axlk.shtml" target="_blank" rel="noopener nofollow">ha raccontato la scrittrice al <em>Corriere</em></a> dopo<a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/quando-lo-vedo-rabbrividisco-la-tragedia-della-donna-distrutta-da-woodkock/"> averne scritto anche ieri sulla <em>Stampa</em></a>. Un segnale che l’ha portata anche a rompere un silenzio lungo anni: «Per questo giovedì scorso non ho cambiato il canale della tv, per la prima volta dal 2 luglio 2002, da quando tutto era cominciato».</p>
<p>In televisione c’era il pm <strong>Henry John Woodcock</strong>. Ed è proprio da lì che la memoria torna a quella data: «Una vicenda che nemmeno un romanzo di Kafka». Il 2 luglio 2002, racconta, «in una mattina qualunque, la polizia è entrata in casa nostra con un mandato di perquisizione e di arresto per mio padre». L’accusa, secondo il magistrato di Potenza, era pesantissima: «Mio padre avrebbe corrotto il direttore generale dell’Inail». In cambio, sostiene Sparaco, «gli avrebbe regalato una casa per ottenere gli appalti per i lavori all’ospedale di Orbetello».</p>
<p>Ma quella casa, dice, «avrebbe dovuto essere a Monteverde in una strada che, semplicemente, non esisteva». Nonostante ciò, «hanno portato via mio padre con la camionetta dei criminali». Da lì inizia un calvario giudiziario lungo anni. «<strong>Mio padre è stato assolto con formula piena</strong> ma ci sono voluti quasi otto anni, in primo grado». Un tempo che appare inspiegabile anche a distanza: «Già, perché? Perché quando mio padre poteva essere scarcerato il gip è partito per le vacanze?».</p>
<p>Ancora più fragile, secondo il racconto, il quadro accusatorio: «Io e i miei fratelli abbiamo sfogliato a fondo le cinquecento pagine che lo accusavano. Abbiamo trovato soltanto un signore che diceva: “<strong>Io forse ho sentito dire che</strong> Luigi Sparaco avrebbe regalato una casa al direttore generale dell’Inail”».</p>
<p>Eppure quell’inchiesta ha avuto conseguenze pesantissime. «È riuscito ad ottenere l’interdizione dagli appalti dell’impresa di mio padre». Un colpo che ha travolto non solo la famiglia, ma anche i lavoratori: «Ha distrutto centinaia di famiglie, oltre la nostra». E il padre, racconta, «si è venduto la casa per non far mancare gli stipendi ai suoi dipendenti». Un dolore rimasto a lungo privato. «Mio padre non ne ha mai parlato. Noi neppure». Ma oggi, spiega Sparaco, «c’è questo referendum ed è arrivato il momento». Il giudizio è netto: «<strong>Woodcock ha distrutto vite e non ha chiesto scusa a nessuno</strong>. Per questo io voto sì. E farei qualsiasi cosa per convincere le persone che mi stanno intorno». Anche se, ammette, «nel mio ambiente è scomodo votare sì. Ma è un problema ideologico». E conclude: «È evidente che questo sistema giudiziario è malato, disfunzionale, giurassico».</p>
<p>A distanza di anni, cosa resta? «Una rabbia che non passa». Ma anche qualcosa di inatteso: «La consapevolezza che grazie a mio padre sono riuscita a tirar fuori il bello da questa situazione». Durante i domiciliari, racconta, «scrivevo tantissimo per sfogarmi, e papà leggeva e mi incoraggiava: “Simona diventerai una scrittrice se vorrai”». Poco dopo, il primo romanzo.</p>
<p>La vicenda giudiziaria, nei fatti, si è chiusa con l’assoluzione piena di <strong>Luigi Sparaco</strong>, arrestato nel 2002 con accuse di associazione a delinquere, corruzione e turbativa d’asta. Dopo mesi di detenzione e otto anni di processo, è arrivata la sentenza che lo scagionava. Il risarcimento per l’ingiusta detenzione è stato di 11.557 euro. Ma nel frattempo l’azienda, colpita dall’interdizione, è fallita.</p>
<p>Una storia che, oggi, torna nel dibattito pubblico non solo come vicenda personale, ma come simbolo di un rapporto controverso tra giustizia e vite reali. E che, nelle parole di Simona Sparaco, resta prima di tutto questo: «una storia che nemmeno un romanzo di Kafka».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/la-strada-manco-esisteva-se-avete-il-coraggio-leggete-questa-storia-che-riguarda-woodcock/">&#8220;La strada manco esisteva&#8230;&#8221;. Se avete il coraggio, leggete questa storia che riguarda Woodcock</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>“La sua è una posizione ideologica”. Il marito di Silvia Albano vota Sì</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 13:38:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[referendum giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[silvia albano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il marito della leader di Magistratura democratica Silvia Albano vota Sì al referendum e rilancia: “Posizioni ideologiche”. Altro che magistratura neutrale</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/la-sua-e-una-posizione-ideologica-il-marito-di-silvia-albano-vota-s/">“La sua è una posizione ideologica”. Il marito di Silvia Albano vota Sì</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Se c’è una cosa che colpisce più delle infinite discussioni sulla riforma della giustizia è questa: a smascherare il velo dell’“indipendenza pura” non è un politico di parte, ma chi vive in casa con uno dei simboli della magistratura militante. Già, perché a dirlo chiaramente è il marito. <strong>Fabrizio Merluzzi</strong>, avvocato penalista di lungo corso, uno che le aule le conosce davvero, non usa giri di parole ai microfoni del <em>Foglio</em>. Mentre sua moglie <strong>Silvia Albano </strong>guida una delle correnti più politicizzate della magistratura e si schiera per il No, lui dice Sì. E fin qui, uno potrebbe dire: normale dialettica democratica. Ma il punto non è la divergenza domestica. Il punto è la motivazione.</p>
<p>Perché Merluzzi lo dice apertamente: <strong>il problema è culturale.</strong> E soprattutto denuncia un fatto che in molti pensano ma pochi, dentro quel mondo, hanno il coraggio di ammettere: troppo spesso il pubblico ministero si comporta come un “sacerdote del diritto”. Non uno che porta prove, ma uno che costruisce narrazioni. Non uno che accusa, ma uno che pretende di avere già la verità in tasca. E qui arriviamo al nodo politico, quello vero. Quando Merluzzi parla di correnti che diventano ideologie, non sta facendo un discorso astratto. Sta descrivendo esattamente quello che accade dentro una parte della magistratura: l’idea che la giurisdizione non sia un esercizio tecnico, ma una missione. Una battaglia. Quasi una vocazione morale.</p>
<p>“Credo che la separazione delle carriere sia un <strong>cambiamento culturale</strong> di cui il paese ha bisogno. Ci deve essere una netta distinzione tra chi accusa, chi difende e chi giudica. E non mi fa paura un pm separato dal giudice, perché il giudice deve avere la cultura del dubbio, mentre il pubblico ministero deve avere la cultura della prova”, la sua analisi: “Troppo spesso accade che il pm smarrisca questa cultura, e invece di valutare quello che è effettivamente il contenuto della prova, cioè il fatto, si lasci andare a illazioni, congetture, ipotesi che non hanno nulla a che vedere con una prova. Con la separazione delle carriere, il giudice si sentirà veramente terzo e non vedrà più nel pubblico ministero colui che, anziché rappresentare l’accusa rispetto alla difesa, rappresenta una battaglia dello stato nei confronti della criminalità”.</p>
<p>Il passaggio più interessante è proprio quello che riguarda sua moglie. Non è un attacco personale, sia chiaro. È molto di più: è una constatazione politica, detta con eleganza ma senza ambiguità: “Le rimprovero di avere<strong> una posizione piuttosto ideologica e slegata dal merito</strong>”. Tradotto dal linguaggio educato delle buone maniere familiari: il problema non è la riforma. Il problema è l’ideologia. E allora viene da sorridere quando, nel dibattito pubblico, si continua a raccontare la favola della magistratura “neutrale” contrapposta alla politica “di parte”. Perché qui abbiamo un avvocato che, dall’interno, ci dice esattamente il contrario: che esiste una visione ideologica della giustizia, e che questa visione condiziona il modo di interpretare le riforme.</p>
<p><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/luca-palamara-sette-vite/" target="_blank" rel="noopener">Luca Palamara rivela l’;incubo delle toghe sul referendum:Qual è il loro vero timore</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/le-7-verita-che-smontano-le-bufale-del-no-sul-sorteggio/" target="_blank" rel="noopener">Le 7 verità che smontano le bufale del No sul sorteggio</a></li>
</ul>
<p>Merluzzi lo spiega meglio di tanti editorialisti: il giudice deve avere la cultura del dubbio, il pm quella della prova. Sembra una banalità, ma evidentemente non lo è più. E allora la vera domanda è: perché una parte della magistratura teme così tanto questa distinzione? Se davvero tutto è neutrale, tecnico, privo di ideologia, <strong>perché opporsi con toni così accesi?</strong> Forse perché quella distinzione metterebbe fine a un equilibrio che negli anni ha garantito non solo potere, ma anche un certo tipo di narrazione pubblica. Quella in cui l’indagine diventa verità e il processo, al massimo, una formalità. Il paradosso è che a dirlo non è un “nemico delle toghe”. È uno che con le toghe ci lavora da quarant’anni.</p>
<p>Insomma, più che un dibattito sulla giustizia, sembra<strong> una fotografia perfetta dell’Italia:</strong> da una parte chi vede una riforma come un passo avanti culturale, dall’altra chi la legge attraverso una lente ideologica. E la differenza, stavolta, non la fa un talk show. La fa una conversazione a tavola. Dove, tra marito e moglie, cade ogni finzione. E resta solo la verità.</p>
<p>Franco Lodige, 19 marzo 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/la-sua-e-una-posizione-ideologica-il-marito-di-silvia-albano-vota-s/">“La sua è una posizione ideologica”. Il marito di Silvia Albano vota Sì</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>Quando la giustizia diventa spettacolo: l’ipocrisia delle femministe &#8220;vip&#8221; contro Nordio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvatore Di Bartolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 16:25:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[femministe]]></category>
		<category><![CDATA[Nordio]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra slogan e simboli, la logica svanisce e la riforma perde di importanza</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/quando-la-giustizia-diventa-spettacolo-lipocrisia-delle-femministe-vip-contro-nordio/">Quando la giustizia diventa spettacolo: l’ipocrisia delle femministe &#8220;vip&#8221; contro Nordio</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è qualcosa di profondamente rivelatore — più ancora che discutibile — <strong>nell’appello delle oltre 1.700 firmatarie contro la riforma Nordio.</strong> Non tanto per il merito delle critiche, che in una democrazia sono sempre legittime, quanto per il modo in cui queste vengono confezionate: una narrazione ideologica travestita da battaglia civile, in cui tutto diventa tutto e niente.</p>
<p>Il punto di partenza è già curioso: un referendum sulla giustizia trasformato in <strong>una questione di femminismo</strong>. Come se la struttura del Csm, la separazione delle carriere o l’equilibrio tra poteri dello Stato fossero improvvisamente diventati strumenti diretti di emancipazione o oppressione di genere.</p>
<p>È un salto logico notevole, che richiederebbe argomentazioni solide. Invece <strong>si procede per suggestioni:</strong> se si indebolisce l’autonomia della magistratura, allora si indebolisce la tutela dei diritti; se si indebolisce la tutela dei diritti, allora a farne le spese saranno le donne. <strong>Fine del ragionamento.</strong> Una catena causale tanto illogica quanto arbitraria.</p>
<p>Il problema non è essere contrari alla riforma — posizione più che rispettabile — ma sostenere che votare “No” sia intrinsecamente una scelta femminista. Qui si abbandona il terreno del confronto giuridico per entrare in quello dell’etichettatura morale: da una parte chi difende le donne, dall’altra, implicitamente, chi le mette a rischio. <strong>È un meccanismo retorico ben noto:</strong> non si discute più nel merito, si stabilisce aprioristicamente chi è “dalla parte giusta”.</p>
<p>E infatti, puntualmente, <strong>il referendum scompare</strong>. Al suo posto compare un racconto epico: la Costituzione sotto attacco, l’equilibrio dei poteri minacciato, una destra descritta come animata da una vaga ma inquietante “volontà di potere assoluto”. <strong>Tutto molto solenne</strong>, tutto molto grave — eppure tutto sorprendentemente scollegato dai dettagli concreti della riforma.</p>
<p>Il manifesto — promosso da Carla Bassu, Teresa Manente, Concetta Gentili, Fabrizia Giuliani, Maria Monteleone ed Elvira Reale, e sottoscritto, tra le altre, da <strong>Fiorella Mannoia, Anna Foglietta,</strong> Dacia Maraini, Francesca Comencini, Marisa Laurito, Francesca Archibugi, Angela Finocchiaro, Alessandra Kustermann, Giorgia Serughetti, Elisa Ercoli, <strong>Livia Turco e Anna Finocchiaro</strong> — ambisce a parlare a nome di un fronte ampio e autorevole. Ma proprio questa autorevolezza dichiarata rende ancora più evidente la fragilità dell’impianto argomentativo: molti nomi, molte firme, pochi contenuti.</p>
<p><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/nordio-inaccettabile-gratteri-da-ridere-proprio-lui-da-lezioni/" target="_blank" rel="noopener">Nordio? Inaccettabile;. Gratteri da ridere: proprio lui dà lezioni?</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/sinistra-cgil-anpi-e-femministe-liran-chiama-dove-siete-finiti/" target="_blank" rel="noopener">Sinistra, Cgil, Anpi e femministe:l&#8217;Iran chiama, dove siete finiti?</a></li>
</ul>
<p>La separazione del Csm in due organi viene presentata come una sorta di attentato all’indipendenza della magistratura. Ma si evita accuratamente di spiegare perché un sistema già adottato in molte democrazie occidentali dovrebbe improvvisamente diventare, in Italia, <strong>un cavallo di Troia autoritario</strong>. Si preferisce evocare scenari, non dimostrarli.</p>
<p><strong>E poi c’è il cortocircuito più interessante</strong>: l’idea che l’indipendenza della magistratura sia una sorta di monolite indivisibile, che qualsiasi modifica renderebbe automaticamente più fragile.<strong> È una visione quasi sacrale dell’assetto attuale</strong>, come se fosse l’unico possibile e non il risultato, anch’esso, di scelte storiche e politiche. In altre parole: si difende lo status quo non perché sia perfetto, ma perché cambiarlo è di per sé sospetto.</p>
<p>Il femminismo, in questo quadro, diventa uno strumento retorico. Non un’analisi dei reali effetti della riforma sulle donne — che richiederebbe perlomeno dati, esempi, casi concreti — ma un’etichetta da appiccicare a una posizione per rafforzarla simbolicamente. È un uso inflazionato e, alla lunga, controproducente: <strong>se tutto è femminista, allora niente lo è davvero.</strong></p>
<p>Il risultato finale è un appello che suona più come una dichiarazione di appartenenza che come un contributo al dibattito pubblico. <strong>Non si cerca di convincere chi è indeciso</strong>; si parla a chi è già d’accordo. Non si chiarisce il merito; si alza il tono.</p>
<p>E così un referendum sulla giustizia finisce per essere inghiottito da una logica più ampia: quella dello scontro identitario permanente, dove ogni tema viene piegato a simbolo e ogni scelta diventa una prova di fedeltà. Il rischio, a quel punto, <strong>non è tanto una riforma sbagliata o giusta</strong>, ma l’impossibilità stessa di valutarla per ciò che effettivamente è.</p>
<p>Perché quando <strong>le categorie politiche diventano sistematicamente slogan</strong> e gli argomenti si riducono a riflessi ideologici, il dibattito pubblico smette di essere uno spazio di confronto e si riduce a una sorta di rituale. E nei rituali, si sa, non si discute di idee o proposte, ci si limita a interpretare una parte.</p>
<p>Salvatore di Bartolo, 19 marzo 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/quando-la-giustizia-diventa-spettacolo-lipocrisia-delle-femministe-vip-contro-nordio/">Quando la giustizia diventa spettacolo: l’ipocrisia delle femministe &#8220;vip&#8221; contro Nordio</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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		<title>Vi racconto la mia vita vissuta (male) con questa magistratura</title>
		<link>https://www.nicolaporro.it/vi-racconto-la-mia-vita-vissuta-male-con-questa-magistratura/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Max Del Papa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2026 08:31:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Saranno “battute”, quelle del procuratore Gratteri che al Foglio dice “con voi faremo i conti”, che apostrofa Sallusti come mascalzone (sarà stato frainteso: è il suo destino, pare), come l&#8217;altra del procuratore De Nozza che dice “Porro e Sallusti non li voglio vedere al mio tavolo”, ma venendo da giudici che hanno in mano la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/vi-racconto-la-mia-vita-vissuta-male-con-questa-magistratura/">Vi racconto la mia vita vissuta (male) con questa magistratura</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Saranno “battute”, quelle del <a href="https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/con-voi-poi-facciamo-i-conti-gratteri-choc-minaccia-il-foglio/" target="_blank" rel="noopener">procuratore Gratteri che al <em>Foglio</em> dice “con voi faremo i conti”</a>, che apostrofa Sallusti come mascalzone (sarà stato frainteso: è il suo destino, pare), come l&#8217;altra del <a href="https://www.nicolaporro.it/io-mai-al-tavolo-con-porro-e-sallusti-il-video-choc-del-magistrato-per-il-no/" target="_blank" rel="noopener">procuratore De Nozza che dice “Porro e Sallusti non li voglio vedere al mio tavolo”</a>, ma venendo da giudici che hanno in mano la libertà in definitiva il futuro dei cittadini, come stare tranquilli? Tanto più che <strong>questi giudici manifestano uno stato d&#8217;animo a dir poco ringhioso</strong>: ora dicono che a votare sì saranno mafiosi e mascalzoni, ora promettono di “tirare reti”, un linguaggio assai poco giuridico, che, volendo, sa di avvertimento e tetro avvertimento. Se questi sono i presupposti per abbassare i toni, per considerare un referendum una verifica non un&#8217;ordalia, stiamo freschi.</p>
<p>Siccome tutto si tiene, abbiamo quanti in difesa della libertà di stampa che piantano sulla bara un chiodo grosso così sfornando querele temerarie in quantità seriale, con tanto di studi legali all&#8217;uopo deputati; sono gli stessi che si fanno fotografare avvinghiati al Gratteri di turno, quasi a voler mandare messaggi anche loro, tutti in favore del no che riassume la difesa dello status quo. <strong>Chi scrive non è appassionato ai referendum</strong>, ne ha sviluppato intolleranza ai tempi deliranti di Pannella che ne sfornava, anche lui, in proporzione industriale a botte di dieci, di venti alla volta, una violenza per il cittadino; non gli sfugge l&#8217;imbarbarimento, inevitabile, di <strong>una faida fra ultras</strong> i cui ragionamenti, i cui intendimenti non sono sempre limpidi; ma come restare completamente neutri, anche sapendo le implicazioni in prospettiva elettorale, di potere, di regime che continua o s&#8217;infrange?</p>
<p>Come, se <strong>magistrati danno sempre più l&#8217;idea di una resa dei conti</strong> che possono spingere alle estreme conseguenze, muniti come sono di poteri pressoché infiniti e concretamente non sorvegliati, arginati solo nella teoria sterile della Costituzione che si può sempre aggirare o ignorare o sospendere come ai tempi del Covid? La grande repressione, la cattività ossessiva e cattiva, scellerata di 60 milioni di persone, sullo stampo di Pechino che mandava i suoi orientamenti, non sarebbe stata fattibile senza la copertura della magistratura fino alla Corte Costituzionale che retrospettivamente avallava: oggi la magistratura, in non trascurabile e non secondaria parte, annuncia tra il serio e lo scherzoso conseguenze a giochi fatti. Ma stanno scherzando? Possiamo fidarci di chi spedisce sotto inchiesta o in galera centinaia di persone, a prescindere dall&#8217;esito dei presupposti d&#8217;indagine?</p>
<p>C&#8217;è un aspetto del quale poco e niente si discute, e che la destra, che anche in questa occasione ha dimostrato di patire l&#8217;agenda della sinistra, farebbe bene ad occuparsi: <strong>è la consuetudine a procedere per decreto penale di condanna</strong>. Se uno querela, particolarmente per presunta diffamazione, il pm neanche si scomoda a verificare la fondatezza delle accuse, chiede in automatico il decreto penale che il gip regolarmente avalla, con il querelato che il più delle volte casca dalle nuvole anche perché nessuno gli spiega che avrebbe combinato di delinquenziale. Di fatto tutto si risolve in una tassa da qualche centinaio di euro, ma una tassa maledettamente ingiusta, classista e non priva di conseguenze visto che finisce per intaccare il casellario giudiziale. Ma il sistema giudiziario la privilegia per sbrigarsi di dosso troppi procedimenti pretestuosi e perché, facciamo conto, due, trecento euro su mille o diecimila cittadini ogni santo giorno fanno un gettito costante e non indifferente per le casse giudiziarie. Tutto questo si può sviluppare in funzione del <strong>legame strettissimo tra pm e gip</strong>, tra accusa e giudicante che la riforma dai tanti tecnicismi poco accessibili al cittadino medio intende sciogliere.</p>
<p>Sono questi i fattori che investono chi è chiamato a esprimersi, più delle schermaglie più o meno demenziali per cui stabilire se sono più farabutti quelli che votano sì o quelli che votano no. Benedetto chi non ha mai messo piede in un Tribunale! E sciagurato chi invece la sorte ce lo ha portato.<strong> Le ragioni di una riforma si misurano sulla concretezza</strong>, tutto il resto, le accuse, le minacce, le rappresaglie, le provocazioni, la pletora di guitti, di cavalieri e commendatori assoldati, gli spettri autoritari (da chi ha compiuto la più massiccia operazione autoritaria della storia democratica), le evocazioni piduiste, le ceneri di Tortora soffiate in direzione contraria, sono solo manovre di un fronte di sinistra molto più esperto, più spregiudicato, più cinico degli avversari, che non ci sanno competere, che cascano nei tranelli con certe uscite incredibili, di stampo suicida, che davvero non si sa come cogliere, che fanno disperare, fanno desiderare a volte un burqa o un bavaglio nella più pura tradizione islamica.</p>
<p><strong>Saremo paranoici, malfidati noi</strong>, ma chi ci vieta di immaginare che dalle procure più influenti giungano indicazioni a quelle periferiche sugli elenchi di quelli da colpire appena possibile? E i modi non mancano, da una querela temeraria a una gogna organizzata sul venticello della calunnia che può aprirsi con un avviso di garanzia. Guardate: chi scrive queste trascurabili riflessioni è uno che la cronaca dei tribunali l&#8217;ha bazzicata per 20 anni, e che a un certo punto, vent&#8217;anni fa, scopriva durante una trasmissione radiofonica di essere indagato da una procura del sud per vilipendio alla religione cattolica (reato non più in vigore, mentre resta quello contro un ministro della religione cattolica, oggi di fatto soppiantato perché l&#8217;unica procedibilità si intende a tutela degli imam). Era successo che il giornaletto idiota per cui lavoravo aveva sparato una copertina con Ratzinger che teneva la testa mozzata di Veltroni: venivo chiamato in causa io, senza alcuna logica, in relazione a un articolo che Ratzinger neppure lo evocava; men che meno io ero un grafico: ma mi chiamavo “Del Papa” (credeteci pure) e tanto bastava.</p>
<p>Ho dovuto spendere tre anni della mia vita, oppormi al solito decreto penale, girare tra la Puglia e Roma, dove il procedimento sarebbe stato trasferito per competenza, dopodiché non ne seppi più niente. A Roma scoprivo che il pm ereditario neppure aveva preso visione del fascicolo con le accuse; quanto al pm pugliese originario, sarebbe a tempo debito finito in galera con una condanna decennale in primo grado per tangenti. <strong>Oggi non fa più il giudice, fa il volontario</strong>. E io, forte di certe esperienze, che dovrei votare? O mi consolo con la morale dei Travaglio, incredibile, pazzesca, per cui alla fine tutto è bene quel che finisce bene? A proposito: ma di fronte ad attenzioni neanche tanto velate, che possono anche togliere il sonno data la provenienza, dati i precedenti di questo Paese, il nostro autorevole e garantista capo dello Stato e del Csm non ha davvero niente da dire? (spoiler: no).</p>
<p>Max Del Papa, 15 marzo 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/vi-racconto-la-mia-vita-vissuta-male-con-questa-magistratura/">Vi racconto la mia vita vissuta (male) con questa magistratura</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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			</item>
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		<title>“Sembrava un plotone di esecuzione”: la frase &#8220;choc&#8221; sui giudici non è nuova</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Mar 2026 15:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[luca palamara]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel libro-intervista con Alessandro Sallusti, Palamara ricostruiva retroscena e dinamiche interne alla magistratura</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/sembrava-un-plotone-di-esecuzione-la-frase-choc-sui-giudici-non-e-nuova/">“Sembrava un plotone di esecuzione”: la frase &#8220;choc&#8221; sui giudici non è nuova</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel libro <em>Il Sistema. Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana</em>&#8211; scritto da<strong> Alessandro Sallusti</strong> e <strong>Luca Palamara</strong>, pubblicato nel 2021) &#8211; compare la frase che paragona alcuni magistrati (o un collegio giudicante) a un “plotone di esecuzione”.</p>
<p>La metafora non è pronunciata direttamente da Palamara come giudizio generale su tutti i magistrati, ma è riportata <strong>nel contesto di un episodio specifico. </strong>Si riferisce infatti al comportamento di un collegio della Corte di Cassazione (o di una sezione penale) in un processo di rilevanza politica/giudiziaria (<strong>legato ai casi Berlusconi o simili,</strong> come emerge dai passaggi del testo).</p>
<p>Nel libro si legge infatti che quel collegio «si comportò come un plotone di esecuzione», con l&#8217;aggiunta che per arrivare a quel verdetto «<strong>c&#8217;erano state pressioni da molto in alto»</strong>.</p>
<p><strong>Leggi anche: </strong></p>
<ul>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/atlanticoquotidiano/quotidiano/la-vera-sfida-per-il-ministro-cartabia-smantellare-il-sistema-denunciato-da-palamara-e-sallusti/" target="_blank" rel="noopener">La vera sfida per il ministro Cartabia: smantellare il Sistema denunciato da Palamara e Sallusti</a></li>
<li><a href="https://www.nicolaporro.it/luca-palamara-sette-vite/" target="_blank" rel="noopener">Luca Palamara rivela l&#8217;incubo delle toghe sul referendum: Qual è il loro vero timore&amp;#8221;</a></li>
</ul>
<p>La frase descrive quindi <strong>un&#8217;azione percepita come “preordinata, spietata e dall&#8217;alto”</strong> (non un libero esercizio giurisdizionale), nel quadro della denuncia del &#8220;Sistema&#8221; delle correnti e delle nomine pilotate che, secondo Palamara, influenzava pesantemente le deci-sioni giudiziarie.</p>
<p><strong>È un&#8217;accusa mirata</strong> a certi meccanismi ed a specifici episodi in cui <em>il Sistema</em> avrebbe agito per &#8220;eliminare&#8221; o colpire determinati soggetti (politici o magistrati dissidenti).</p>
<p>Carlo MacKay, 12 marzo 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nicolaporro.it/sembrava-un-plotone-di-esecuzione-la-frase-choc-sui-giudici-non-e-nuova/">“Sembrava un plotone di esecuzione”: la frase &#8220;choc&#8221; sui giudici non è nuova</a> proviene da <a href="https://www.nicolaporro.it">Nicolaporro.it</a>.</p>
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